La via sublime dell’amore (1Cor, 12.31; 13,1-8;)

dal sito:

http://www.piaunionedeltransito.org/Canopi_Maggio2009.html

La via sublime dell’amore (1Cor, 12.31; 13,1-8;)

Ben radicati sulla roccia della fede, sospinti verso la mèta dalla forza della speranza, siamo ormai pronti per intraprendere il viaggio della vita, e l’apostolo Paolo ci incoraggia: «Vi mostro la via più sublime» (1Cor 12,31). Qual è questa via superiore a tutte? Ecco, egli ce lo dice cantando con accenti appassionati il mistero dell’amore, che è il mistero di Dio stesso e il mistero della Chiesa, comunione d’amore (cf. 1Cor 13,1-8).

Egli presenta la carità come una splendida regina, circondata dalle altre virtù come da un corteo di ancelle. Nessuna virtù, infatti, avrebbe senso se non tendesse alla carità e se non fosse al suo servizio per raggiungere lo scopo della vita eterna.

Il poema paolino si apre con una incalzante sequenza di se e di ma che esprimono il limite di qualsiasi anche eroico atto umano che non proceda dalla carità e non tenda alla pienezza dell’amore. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che strepita» (v. 1). A nulla servono le belle parole, se restano vuote, se non si concretizzano in gesti di comunione, in atti di solidarietà. Gesù stesso ci ha messo in guardia da questo pericolo, quando ha dichiarato: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). E la volontà di Dio è la nostra santificazione, ossia una vita tutta intessuta di amore. «E se avessi il dono della profezia, – continua l’Apostolo – se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (v. 2). Se anche compissi i più strepitosi miracoli, ma mi mancasse la carità, tutto sarebbe illusorio.  Anzi, potrei esaltarmi sulla vetta della superbia e  credermi un personaggio importante, persino un grande carismatico, ma in realtà non sarei che un pallone gonfiato, inesorabilmente destinato a scoppiare e a ridursi a nulla.

L’Apostolo ancora prosegue, rendendo sempre più esigente e radicale il suo discorso: «E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (v. 3). Quello che si dà per trarne vanto non è dono, ma è la peggior forma di commercio, è… una specie di prostituzione e di inutile spreco. Alla radice della carità non vi può essere ricchezza ostentata, né appariscente eroismo di spogliazione; deve esserci puro e disinteressato amore a Dio e al prossimo. Quanto è facile, invece, agire per un più o meno consapevole desiderio di autoaffermazione! Per evitare il grande rischio dell’ambiguità nel perseguire il bene, occorre anzitutto non mettersi in un posto di protagonismo, ma di umile servizio.

Conclusa la sequenza dei se e dei ma, con la quale ha dimostrato che l’indispensabile linfa di ogni azione santa è la vera carità, san Paolo ora ne mostra al vivo tutta la sua bellezza: «La carità è magnanima, benevola è la carità» (v. 4). Ha un animo grande, un cuore dilatato, che non si perde dietro a piccolezze e meschinità, ma sa tutti stringere nel grande abbraccio dell’amore che perdona, riconcilia, fa comunione; perciò è benevola: sa cercare e volere solo il bene degli altri, e lo vede in tutti anche quando è offuscato da qualche scoria di male.

Dopo avere evidenziato in positivo questi due bei tratti della carità, l’Apostolo dice quello che non ci deve essere in essa, pena l’introduzione di disarmonie e di  macchie che ne sciuperebbero la bellezza. Nella carità non c’è invidia: chi ama non desidera per sé il bene che vede negli altri, anzi, ne gode come e anche più che se gli appartenesse in proprio. Nella carità non c’è vanagloria, né superbia: rivestita di umiltà, non si attribuisce i meriti e l’onore dovuti a Dio, da cui proviene ogni capacità di bene. Non c’è mancanza di rispetto, perché in tutti e in tutto vede la presenza del Signore, degno di ogni onore, lode e benedizione. Non c’è ricerca egoistica del proprio interesse, perché per sua natura la carità è generosa, oblativa, è per gli altri. Non ci sono moti di ira, perché è paziente e pacifica; non conosce spirito di vendetta, né risentimenti o rancori, perché sempre perdona. La carità non tiene un registro di contabilità con le colonne dei debiti e dei crediti, ma, sentendosi sempre debitrice, dove più manca, più si riversa; dove c’è male, mette bene; dove c’è guerra, getta semi di pace. E il saldo, nella divina economia, risulta attivo.

Concludendo il suo cantico, l’Apostolo torna nuovamente ad esprimersi in termini positivi; con quattro ripetuti “tutto” e con il “mai” finale riassume le caratteristiche della carità, quasi per presentarne un documento di riconoscimento. Davanti alle debolezze e alle miserie umane, la carità tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, perché pone ogni uomo, ogni realtà sotto lo sguardo di Dio cui nulla è impossibile. La carità vede tutto con il cuore pieno di compassione, ma anche pieno di ammirazione per ogni creatura in cui, benché limitata e fragile, scorge riflessa la bontà e la bellezza di Dio.

Questo volto della carità non è, infatti, un dipinto ideale e astratto, non è una figura simbolica, ma una Persona vera e vivente. Se riprendiamo il cantico paolino e sostituiamo il nome “carità” con “Gesù”, scopriamo che tutto coincide perfettamente. La carità è lui stesso. Per questo l’Apostolo può affermare: «La carità non avrà mai fine» (v. 8).

Gesù Cristo è colui che tutto sopporta, che si è caricato e sempre si carica delle nostre miserie. È lui che è benevolo verso di noi. È lui che, spogliatosi della sua gloria divina, si è messo all’ultimo posto fra le creature umane, senza trarre vanto dal suo essere Figlio di Dio. È lui, Gesù, che ci ha mostrato con il suo atteggiamento quanto rispetto e quanta riverenza siano dovuti a ogni creatura, comunque si presenti. Egli, infatti, si è accostato con estrema delicatezza ai poveri, ai malati, ai pubblicani e alle prostitute, ai vecchi e ai bambini. Ha guardato con pietà tutti gli esseri umani, anche i suoi persecutori e crocifissori. Non è davvero venuto sulla terra a fare i propri interessi, ma i nostri e, senza tener conto della nostra ingratitudine e dei nostri oltraggi, si è presentato al Padre intercedendo in nostro favore: «Padre, perdona loro…» (Lc 23,34). Questa preghiera di Gesù non riguardava soltanto quelli che erano direttamente responsabili della sua passione e morte, ma riguarda anche tutti noi, sempre. «Padre, perdona loro…, perché non sanno quello che fanno»: Gesù ci scusa, ci “sopporta”, ci porta su di sé come soave peso di amore.

E accanto a lui nell’ora della manifestazione suprema della carità – sotto la croce – troviamo Maria. Anche lei è una icona splendente della tenerezza di Dio. Umile e tutta protesa al compimento della divina volontà, Maria partecipa alla missione del Figlio. Non cerca se stessa: è tutta donata. Come Gesù, continua la sua missione di amore in mezzo a noi, nella Chiesa. Anche lei ci rimane accanto per condurci sulla via regale della carità. «Ricercate la carità…» (1 Cor 14,1), esorta l’Apostolo, perché nulla è più grande di essa. Essa è, infatti, il comandamento nuovo lasciato da Gesù prima della sua Passione: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12. 17). E Maria ci suggerisce: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela… Ricercate il mio Figlio: credete in lui che è la Verità, vivete in lui che è la Vita, camminate in lui che è la Via, amate in lui che è l’Amore incarnato» (cf. Gv 2,5; 14,6). Chiunque voglia davvero camminare sulla via della santità non ha che da tenere fisso lo sguardo su Gesù, su Maria, sui santi, questi nostri fratelli maggiori che l’hanno percorsa fino in fondo con fede, con spirito di sacrificio, con amore: «Perciò, fratelli – esorta sant’Agostino – esercitate la carità: senza di essa il ricco è povero; con essa il povero è ricco. Essa è forte in mezzo alle dure sofferenze, piena di gioia nelle opere buone; nelle tentazioni sicurissima; nell’ospitalità, larghissima… In Maria è vergine. È franca in Paolo, umile in Pietro… Quanto è grande la carità! Essa sopporta tutto nella presente vita, perché crede nella futura vita: sopporta tutte le cose che qui ci sono date da sopportare, perché spera tutto quello che le viene promesso là. Giustamente non ha mai fine. Perciò praticate la carità e portate frutti di giustizia. E se troverete voi, a sua lode, altre cose che io non vi abbia detto ora, lo si veda nel vostro modo di vivere!» (Discorsi, 350,3). 

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