Cristiani etiopici, come Paolo a scuola della croce (Gal 6,14)

dal sito:

http://www.missioni-africane.org/413__Cristiani_etiopici_come_Paolo_a_scuola_della_croce

Cristiani etiopici, come Paolo a scuola della croce

«Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14).

Paolo non ha conosciuto Gesù di Nazareth, non ha camminato con lui verso Gerusalemme e non l’ha visto morire sul Calvario. Tuttavia egli ha sostato a lungo ai piedi della croce, affascinato dal mistero che ne promana.

All’inizio del percorso quaresimale, vorrei chiedermi con voi: che cosa ha imparato Paolo alla scuola del Crocifisso? Penso che contemplando la realtà della croce, Paolo abbia scoperto la sua identità di credente, di apostolo e di padre.

Presso la croce Paolo è divenuto credente

Un uomo conquistato dall’amore del Figlio: «Mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,10). È un amore che lo affascina e commuove; un amore tanto vasto e profondo da «sorpassare ogni conoscenza» (Ef 3,17-19). La croce del Figlio diviene per lui il punto di partenza per penetrare nel cuore del Vangelo, nel mistero stesso dell’amore del Padre. La croce rivela il Padre come il Dio «per noi», poiché «Egli non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha dato per tutti noi» (Rom 8,31-32). La croce, infine, àncora la fide di Paolo nella consapevolezza che nulla, neppure la morte, «potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore» (Rom 8,39).

Presso la croce Paolo è divenuto apostolo

L’amore lo «spinge» (2Cor 5,14) a percorrere i sentieri del mondo, perché ogni creatura possa conoscere la salvezza operata nella morte e risurrezione di Gesù. La croce lo conduci ad abbracciare la debolezza e la povertà del crocifisso (cf 1 Cor 1,23-24; 2Cor 6,10. 8,9) segnando il suo corpo e il suo destino: «porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17). Il paradosso della croce determina il suo metodo missionario: annuncia Cristo con la stoltezza di una predicazione che nulla concede alle pretese del vanto umano – sia esso di marca giudaica o greca (1 Cor 1,22-23) – nella libertà da ogni desiderio di controllo e di successo: «ti basta la mia grazia: la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9).

Presso la croce Paolo è divenuto padre (1Cor 4,15)

Porta come «assillo quotidiano la preoccupazione per tutte le chiese» (2Cor 11 ,28), mentre soffre «i dolori del parto finché non sia formato Cristo» in coloro che chiama figli suoi (Gal 4,19). Con la parola, l’esempio, la preghiera e la generosità dell’amore si mette a servizio dei credenti (2Cor 4,5) affinché facciano propri «i sentimenti che furono in Cristo Gesù»: svuotamento, obbedienza, abbandono (Fil 2,5-6).

La centralità della croce nel pensiero e nella vita di Paolo, mi riporta a un luogo che mi ha educato ad amare la croce: l’Etiopia. Chiunque entri in contatto con il popolo etiopico, rimane colpito dal suo amore per la croce, rappresentata in molteplici forme dai suoi artisti. Negli uffici pubblici, per strada, nelle scuole… la gente ti chiede il dono di una croce. La festa del ritrovamento della vera croce è una delle maggiori solennità del Paese e persino la piazza principale della capitale è chiamata Meskel Square, piazza della Croce.

La croce etiopica

Ma la croce Etiopica è diversa da ogni altra croce: è una croce senza crocifisso, una croce gloriosa, simbolo di vittoria, di speranza, di futuro. Credo che questa croce sintetizzi la realtà del Paese: dilaniato da anni di guerra, da regimi totalitari, da lotte interne, dalla fame, dall’AIDS, dalla siccità o dalle troppe piogge; uno dei paesi più poveri del mondo e insieme un Paese che intravvede, nella croce, un’alba di risurrezione. Vivendo con la gente sono stata spesso colpita dalla forza presente in loro, dalla capacità di ricominciare sempre, dalla fede incrollabile in un Dio capace di guidare la storia verso un futuro di salvezza.

Ricordo un’intervista concessa da due docenti universitari, al rilascio da una lunga detenzione causata dal loro impegno in favore dei diritti umani. Con franchezza hanno ribadito le loro posizioni e accuse. Al termine, qualcuno ha chiesto se non avessero paura di parlare con tanta libertà. Hanno risposto: «Sappiamo in Chi abbiamo posto la nostra speranza» – aggiungendo – «Non vale la pena di impegnarsi per qualcosa, se non si è disposti a morire per questo».

Come il Centurione pagano sul Calvario, l’Etiopia riconosce nella croce la presenza di Dio e crede che nella morte del Figlio, e nella morte dell’uomo, Dio è presente con la forza dell’amore.

In questa luce vi auguro un cammino quaresimale segnato dall’ascolto della croce. La croce parla di rinuncia a ogni forma di potere, di svuotamento, d’incarnazione, di condivisione radicale della nostra realtà umana. Parla di non violenza, di perdono. Parla di riconciliazione, di un amore che non conosce limiti. Parla di solitudine, del silenzio del Padre, dell’abbandono degli amici. Parla di speranza, perché l’odio è stato distrutto dall’Amore. Ascoltiamola!

Di Nicoletta Gatti, in: Comunione e Missione, Bollettino del Centro Missionario diocesano di Trento, febbraio 2008

Publié dans : Lettera ai Galati, PARROCCHIE E MISSIONI |le 10 octobre, 2009 |Pas de Commentaires »

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