TEOLOGIA PAOLINA – ANNO 2009 – (sul tema della speranza)

dal sito:

http://www.parrocchiadiarenzano.it/FileDoc/2009/LezioneMarzo09.doc

TEOLOGIA PAOLINA – ANNO 2009 – Don Claudio Doglio

Lezione del 09/03/2009

Leggiamo dalla Lettera ai Filippesi il cap 3 su cui ci siamo soffermati particolarmente a trattare il tema della giustificazione per fede come argomento fondamentale della teologia di Paolo. L’elemento altrettanto significativo è l’attesa della Risurrezione. Paolo scrive il suo desiderio di conoscere la potenza della Risurrezione di Cristo: pronto a diventare partecipe della morte nella speranza di giungere alla Risurrezione dai morti. Avevamo già accennato al tema della speranza, ma è meglio tornarci sopra perché è un argomento decisivo per la nostra spiritualità cristiana.
Purtroppo non siamo aiutati dalla parola perché ormai nella lingua corrente il verbo « sperare » il sostantivo « speranza » hanno un significato debole: indicano semplicemente una ipotesi che può verificarsi o no.
Sono termini di incertezza che indicano una attesa, ma decisamente vago. Questo è un limite perché le nostre parole hanno perso il peso; non comunicano più il loro valore teologico.
Dobbiamo valorizzare meglio le parole o cambiarle, trovando qualcosa di meglio
« Speriamo » significa « viviamo nell’incertezza ». Ciò che determina la speranza cristiana è la certezza; invece la parola corrente è sinonimo di incertezza… « io speriamo che me la cavo »…
La speranza è la virtù teologale, quindi che viene da Dio e ha come oggetto Dio. E’ il desiderio di Dio. La speranza è attesa certa: è aspettativa ma non ipotetica e incerta.
E’ l’attesa certa: aspetto che si realizzi qualcosa di cui sono certo.
San Tommaso d’Aquino ci presenta la speranza come l’attesa certa di un bene futuro arduo, ma possibile. E’ una realtà che non c’è ancora perché ciò che si vede non è più speranza. E’ arduo, difficile da raggiungere, non è una banalità; è qualcosa che va al di là, che ci supera; è un bene talmente grande che non dipende da noi. Pensiamo alla felicità: chi non desidera essere felice? Ogni essere umano vive nella beata speranza: è l’attesa della beatitudine.
L’esperienza cristiana offre speranza cioè garantisce l’attesa. La speranza è la certezza che si realizzi questo bene futuro, arduo, ma possibile. Noi annunciamo che è possibile la realizzazione di questo bene. Che cosa speriamo? Non possiamo moltiplicare gli oggetti della speranza; è una cosa seria. Non è una virtù teologale sperare bel tempo o nella vittoria di una squadra.
« Mio Dio spero per la tua bontà, per le tue promesse e per i meriti di Gesù Cristo Nostro Signore, la vita eterna ». E’ una preghiera dottrinale sintetica dove ogni parola ha il suo peso e il suo valore.
« Mio Dio spero » – prima di mettere l’oggetto (la vita eterna) ci sono tre fondamenti:
«  La tua bontà
«  Le tue promesse
«  I meriti di Gesù Cristo

Questi tre elementi sono fondamentali: garantiscono la solidità dell’attesa perché la differenza di ciò che non è solido e viene aspettato, rispetto alla speranza, è illusione.
Dalle illusioni nascono le delusioni.
La speranza non delude (San Paolo – Lettera ai Romani) perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori.
La speranza non delude perché è fondata. Ogni attesa infondata illude, cioè prende in giro. Quando uno entra nel gioco si illude; quando esce fuori, cadendo giù è de-luso: il gioco è finito.
La nostra vita è un gioco di attese da cui si entra e da cui si esce. La speranza invece non delude perché non è l’aspettativa mia di qualcosa che semplicemente mi piace, ma è l’attesa della vita eterna sul fondamento della bontà di Dio, della sua promessa e dei meriti di Gesù Cristo. Il punto di partenza è la conoscenza di un Dio buono.
Il peccato originale è il dubbio che Dio non voglia il nostro bene che sia un Dio antagonista, nemico dell’uomo. La rivelazione cristiana parte dall’idea che Dio è per noi; la natura di Dio è a nostro favore.
Io posso aspettare con certezza da Dio solo quello che Dio ha promesso di darmi. Tutta la scrittura è basata sul tema della promessa.
La nostra fede è basata su una promessa: Dio si è rivelato come colui che promette. Dio ha promesso ad Abramo un figlio poi glielo chiede, ma non glielo porta via. Glielo da in pienezza perché sia proprio il figlio della fede.
Abramo si rende conto che Dio mantiene la promessa; gli chiede fiducia totale, ma Dio merita questa fiducia totale perché l’ha detto e l’ha fatto.
Anche Gesù promette ai discepoli tante cose: non ha promesso una buona salute e una vita lunga senza difficoltà e problemi. Quindi noi non possiamo sperare la salute del corpo o sperare di vivere a lungo, o sperare di non avere grane perché non rientrano nelle promesse di Dio. E’ il verbo sbagliato: che ognuno di noi desideri essere sano, vivere tanto è naturale, ma non è la speranza cristiana, è l’istinto di tutti, anche dei peggiori peccatori. Sperare la salute non è una virtù cristiana; non è un dono di Dio e non stiamo aspettando la promessa di Dio, ma aspettiamo quello che istintivamente ci piace. Dio ha promesso attraverso Gesù la vita eterna e questa vita è possibile per i meriti di Gesù Cristo. Non per le nostre opere, ma per quelle che ha fatto Cristo. Io spero la vita eterna e i meriti di Gesù Cristo nostro Signore. Ma che cos’è la vita eterna? Anche qui il linguaggio non ci aiuta perché ormai è diventato sinonimo di « al di là ».
La vita eterna è il paradiso…ma non è sufficiente…
La vita eterna non è semplicemente la vita che dura tanto. L’aggettivo « eterno » non significa solo « senza fine », con una durata illimitata, il concetto di eterno è simile a quello di pieno, perfettamente buono.
Il Signore vuole per noi una vita bella, pienamente bella, vuole che ci possiamo godere la vita, ma noi abbiamo confuso il fine con i mezzi; abbiamo valorizzato i mezzi dimenticandoci i fini. Il fine è la felicità, è la vita, pienamente bella.
Ogni persona desidera realizzarsi. Il contrario di realizzato è fallito. C’è il rischio di essere dei falliti. Dio vuole la nostra realizzazione, non ci vuole falliti; vuole che realizziamo tutte le nostre potenzialità.
Quando una persona si realizza totalmente  ha una vita bella; quando realizza tutte le sue potenzialità è una persona perfetta. Questa è la vita eterna: la piena realizzazione della nostra persona.
La virtù teologale della speranza ha come oggetto la vita bella, pienamente realizzata nel progetto di Dio. Questa parola a volte può suonare male perché viene usata come auto – realizzazione, come se io dicessi: « mi faccio da me ». Io non mi realizzo da me con le mie capacità e i miei sforzi, ma accolgo il dono di una vita bella.
La vita eterna è iniziata nel battesimo: io sono stato ammesso a questa vita ed è in parte già presente, non ancora del tutto; io spero quello che ancora manca e quello che c’è, già lo vivo.
Nella lettera agli Ebrei (cap 11,vers 1) si da la definizione di fede, dicendo che è sostanza di cose sperate. La nostra vita di battezzati è un evento reale. Questo è il fondamento delle cose sperate. Io spero che si compia tutto perché ho la garanzia che è già cominciato e le cose che non vedo ancora le intuisco sulla base di quelle che vedo.
Mi accorgo dei passi in avanti che ho fatto con la grazia di Dio e sono convinto che si possa fare. Sono convinto che la potenza di Dio può portare a compimento l’opera che ha iniziato in me. Il portare a compimento l’opera è la vita eterna.
Quando Paolo ha cominciato a predicare il Vangelo, ha insistito proprio su questo aspetto. Il primo oggetto della predicazione di Paolo, soprattutto nel mondo greco, non poteva essere un Messia degli Ebrei. Agli Ebrei poteva dire: « il Cristo che aspettavamo è venuto; c’è l’annuncio di un compimento delle promesse ». I Greci per annunciare il Vangelo di Gesù non avevano il riferimento alle Scritture. Paolo presenta la figura di Gesù come Colui che è in grado di dare la vita.
Nella lettera agli Efesini, al cap 2, vers 12 c’è un passaggio molto importante dove si dice che « voi greci eravate in questa situazione tragica, seguendo i desideri della carne. Eravate senza Cristo esclusi dalla cittadinanza di Israele, estranei ai fatti della promessa , senza speranza e senza Dio in questo mondo ».
Si adopera la parola « atei ». I greci non erano atei; l’ateismo come lo intendiamo noi, è una questione moderna.
Solo alcuni pochi razionalisti moderni hanno teorizzato l’ateismo come negazione di Dio. Gli antichi assolutamente non se lo immaginavano; i greci e i romani erano pieni di divinità.
Per Paolo, Dio e la speranza sono strettamente congiunte. Paolo comincia la predicazione cristiana annunciando che c’è speranza di vita.
Nella prima fase della predicazione paolina questo annuncio della speranza di vita equivaleva anche all’annuncio di un imminente venuta gloriosa del Cristo, proprio come il garante della vita. Ma l’attesa della venuta imminente non era un elemento dottrinale certo, che Paolo insegnasse, ma era probabilmente una sua opinione, un suo desiderio.
Paolo adopera un termine tecnico del linguaggio greco – romano e dice « parusia ». Non significa il ritorno di Cristo; è un termine comune della lingua greca.
E’ composto da due termini: para e usia = l’esserci
I greci chiamavano parusia la visita ufficiale dell’imperatore. Quando l’imperatore  o qualche grande rappresentante dello stato veniva in visita ufficiale nella città si chiamava parusia.
Paolo, usando il linguaggio corrente della gente greca annuncia una visita di stato: il Cristo risorto sta per venire qui; la Sua è una presenza imminente. La parusia va preparata: è una visita piacevole che deve essere vissuta con preparazione di accoglienza. Paolo parte da questa immagine; non annuncia la fine del mondo come immagine negativa e paurosa; annuncia qualcosa di bello e di entusiasmante.
Quando ha cominciato questo tipo di predicazione con la comunità cristiana di Tessalonica, ha dovuto interrompere molto presto perché è stato perseguitato e allontanato e ha scritto la Prima Lettera ai Tessalonicesi proprio per completare la catechesi che non era riuscito a concludere. Si era reso conto che il rischio del fraintendimento c’era e i suoi collaboratori devono avergli riferito che avevano capito male. Nel frattempo, da quando se n’era andato Paolo, qualche cristiano di Tessalonica, era morto. Erano le prime esperienze, non avevano mai visto morire un battezzato. Avevano capito male. Se Paolo proponeva l’immersione nella morte di Cristo, si moriva sacramentalmente e si risorgeva con Lui per la vita eterna; significava che il battezzato non moriva più. Era morto simbolicamente nel battesimo e aveva cominciato una vita nuova che sarebbe stata la vita eterna. Nel momento in cui qualcuno della comunità cristiana muore, crea il problema. Ma allora che vita eterna ha promesso il Cristo se i cristiani muoiono? Se è morto, è perso perché quando il Cristo viene non lo trova più. Il mondo greco non dava nessuna speranza oltre la morte e quindi non riuscivano a pensare ad una vita eterna oltre la morte; al massimo era una vita duratura su questa terra. Paolo interviene e offre una catechesi molto importante.
« Non voglio lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti perché continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza »
Quelli che non hanno speranza continuano ad affliggersi e ritengono che la perdita sia irrecuperabile.
« Noi crediamo che Gesù è morto ed è resuscitato, così anche quelli che sono morti Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con Lui. Questo vi diciamo sulla Parola del Signore. Noi che viviamo e che saremo ancora in vita per la parusia del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti ».
Paolo mette se stesso fra quelli che sono ancora vivi e la venuta del Signore?
Sta parlando in modo molto familiare, non con l’intenzione di scrivere un trattato teologico. E proprio perché parla in un modo coinvolgente, usa il « noi » di tipo ipotetico: « noi che saremo ancora vivi » equivale a « quelli che saranno ancora vivi ».
« Il Signore stesso ha un ordine alla voce dell’arcangelo, al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo e prima risorgeranno i morti in Cristo. Quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo partiti insieme con loro tra le nubi per andare incontro al Signore nell’aria ».
Paolo usa un linguaggio simbolico dove le nubi indicano la trascendenza, una dimensione sovra terrena, diversa da quella della terra. Quando arriva al vertice dice « saremo sempre con il Signore ». Questa è l’escatologia paolina, l’annuncio delle cose ultime.
Poi continua Paolo, dicendo che bisogna stare svegli, sobri (2° parte dell’atto di speranza)
« Spero la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare ». Spero l’amore di Dio, che mi renda capace di vivere nel modo che piace a Lui perché la vita bella è la vita come piace a Dio. La mia realizzazione è la realizzazione del progetto di Dio.

Publié dans : temi - la speranza, TEOLOGIA |le 2 octobre, 2009 |Pas de Commentaires »

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