Archive pour septembre, 2009

Sant’Eucherio: « Uscì e si recò in un luogo deserto »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090902

Meditazione del giorno
Sant’Eucherio (? – circa 450), vescovo di Lione
Elogio del deserto

« Uscì e si recò in un luogo deserto »

Non potremmo forse affermare che il deserto è il tempio non limitato da mura del nostro Dio? Infatti, Colui che abita nel silenzio sicuramente ama i luoghi ritirati. In quei luoghi egli si è spesso mostrato ai suoi santi ed è soprattutto nella solitudine che ha degnato incontrare gli uomini.

E’ nel deserto che Mosè, con il volto inondato di luce, vede il Signore… Qui egli è ammesso a conversare familarmente con Dio: dialoga con Lui, si intrattiene con il Signore del cielo come un uomo è solito intrattenersi con i propri simili. Qui egli riceve il bastone prodigioso; e dopo essere arrivato al deserto come pastore di pecore, lascia il deserto in qualità di pastore di popoli (Es 3; 33,11; 34).

Allo stesso modo, il popolo di Dio, quando deve essere liberato dall’Egitto e dalle opere terrene, non si reca forse in luoghi ritirati, non si rifugia forse nella solitudine? Sì, è proprio nel deserto che egli si avvicina a quel Dio che l’ha strappato dalla schiavitù… E il Signore si metteva a capo del suo popolo, guidandone i passi attraverso il deserto. Sul cammino, di giorno e di notte, dispiegava una colonna di fuoco ardente o una nube luminosa, come segno venuto dal cielo… I figli d’Israele ottennero dunque di vedere il trono di Dio e di ascoltare la sua voce proprio mentre vivevano nella solitudine del deserto…

Dobbiamo forse aggiungere che essi non arrivano alla terra a cui aspiravano se non dopo aver soggiornato nel deserto? Perché il popolo potesse un giorno entrare in possesso di un paese dove stillavano latte e miele, è stato prima necessario passare attraverso luoghi aridi e incolti. È sempre passando da accampamenti nel deserto che si giunge alla vera patria. Che abiti dunque in una terra inabitabile, colui che vuole «contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi» (Sal 26,13). Che sia l’ospite del deserto, colui che vuole diventare cittadino dei cieli.

Rav Dante Lattes: Il libro biblico di Ruth

vi propongo una introduzione al libro biblico di Ruth, è scritta da Dante Lattes;

biografia di Dante Lattes:

Dante Lattes (1876-1965) fu scrittore, giornalista, docente di lingua e letteratura ebraica all’Istituto di Lingue Orientali di Roma e direttore del Collegio Rabbinico Italiano. Dal 1896 diresse con Riccardo Curiel il Corriere Israelitico. Nel 1915 insieme ad Alfonso Pacifici fondò, a Firenze, il settimanale Israel, e nel 1922 La Rassegna Mensile di Israel, di cui fu direttore unico fino alla morte. Con i suoi scritti, Dante Lattes è stato la guida e il maestro di tre generazioni di ebrei italiani.

l’introduzione al libro, quindi, è totalmente ebraica;

che cosa c’entra con Paolo, sinceramente non lo so, a me sembra uno dei libri più belli e dolci dell’Antico Testamento, forse uno più preparato di me potrebbe rilevare delle assonanze, io non ne sono in grado, direi l’umiltà della persona ne forma la grandezza spirituale, dal sito:

http://www.archivio-torah.it/feste/shavuot/lattes_rut.htm

Dante Lattes

IL LIBRO BIBLICO DI RUTH

Introduzione a:

« Il libro di Ruth », Unione delle comunità Israelitiche Italiane, Roma 1966

 Il libro di Ruth è una novella molto gentile che narra la vicenda originale d’una antica famiglia ebraica dell’epoca dei Giudici. Si potrebbe chiamare un idillio campestre, se non fosse la tristezza con cui comincia, cioè la carestia, la partenza di una piccola famiglia dalla terra natia, la morte del padre e dei due figlioli, il dolore della madre privata del marito e dei figli e quello delle nuore straniere che hanno perduto anche esse lo sposo. È fino ad un certo punto una melanconica vicenda.

Si tratta di un fatto storico o di una invenzione romantica d’uno scrittore gentile? Certo la vicenda deve aver avuto un substrato storico perché – come osserva giustamente il Gordon – è difficile immaginare che l’autore abbia osato attribuire al re David, così ebraicamente celebrato, l’origine alquanto spuria da una ava moabita, se non ci fosse stata una qualche base nella tradizione nazionale e nei fatti.

La novella ha per protagonista una ragazza non ebrea, una moabita, rappresentata con tratti simpatici, con una profondità di sentimenti umani più unica che rara. I caratteri dei personaggi principali sono d’una quasi perfetta bellezza e d’una nobiltà straordinaria: Noemi, la madre, che ha perduto nell’esilio il marito e i due giovani figlioli e che rimpatria dalle campagne di Moab, insieme con una delle due nuore, Ruth, vedove e sole ambedue, ma legate l’una all’altra da un affetto insuperabile. Ciò che deve essere ammirato e segnalato è appunto l’affetto delle due donne, nonostante l’origine differente e la diversità religiosa e nazionale.

Ambedue le donne, tanto l’ebrea quanto la moabita, posseggono qualità rare.

L’autore non ha alcun pregiudizio né di razza né di religione: Ruth potrebbe benissimo essere un’ebrea, tanto va d’accordo colla suocera, di cui segue l’incerta sorte. Doveva essere quello un momento di tregua nei rapporti internazionali fra i due popoli, se una famiglia di profughi ebrei poté trovar rifugio nelle campagne di Moab e se due giovani d’Israele poterono sposarsi con due ragazze moabite. Il prof. Segal dice che non si deve affermare in base alle virtù di Ruth che le donne moabite erano tutte gentili, virtuose, altruiste. Rutb sarebbe stata un’eccezione alla regola, un tipo raro, tanto è vero che abbandonò del tutto la sua gente e i suoi dei. Ma non c’è traccia in tutto il racconto di nessuna di quelle contrarietà che in tutti i secoli gli ebrei hanno trovato presso gli altri popoli, né di contrasti fra persone di origine, di cultura, di usanze diverse, come si avvertono anche oggi, nel ventesimo secolo, fra cristiani ed ebrei, fra italiani e tedeschi. C’è in tutto il racconto un ‘atmosfera pacifica, come di un idillio per quanto in principio triste; non c’è né dall’una parte né dall’altra alcun segno di contrasti o di inimicizie, per quanto si tratti di popolani, di contadini tanto da parte ebraica quanto da parte moabita.

L’unione matrimoniale degli ebrei coi Moabiti era vietata dalla Torah. Il testo di Deutoronomio XXIII, 4-7, dice: « L’ammonita e il moabita non entrino nell’assemblea dell’Eterno; neppure nella decima generazione non entrino a far parte della radunanza dell’Eterno, perché non vi hanno accolto col pane e coll’acqua lungo la strada per la quale uscivate dall’Egitto e perché ha ingaggiato contro di te Balaamo figlio di Beòr da Petor in Mesopotamia per maledirti. Non cercherai la loro pace e il loro bene durante tutta la tua esistenza, mai ». Lo storico S. W. Baron nota che « sebbene l’autore del libro di Ruth dovesse conoscere l’esclusione dei moabiti dall’unione cogli ebrei, egli ha dipinto con apparente ingenuità una donna moabita come l’ava della casa di David, della celebrata dinastia del passato e del futuro » (A social and religious History of the Jews, I, pag. 158).

Il Kaufmann nella sua Storia della fede israelitica (Tel Aviv, 5712, V, pag. 620) dice che il libro di Ruth risale all’era del politeismo. « Secondo la tesi di questo libro la religione poggia su base nazionale. Il Dio del suo popolo. Orpà torna « al suo popolo e ai suoi dei » (I, 15). Ruth, dice a Noemi:  » Il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio » (I, 16). Ruth unitasi al popolo d’Israele, viene a ricoverarsi all’ombra delle ali dell’Eterno (11,11-12). Naomi spinge Ruth ad imitare Orpà, tornata al suo dio. È dunque cosa naturale per un individuo straniero che abita in mezzo alla sua gente di adorare gli idoli, come pensa la Bibbia in generale. Però noi non troviamo neppure qua il ricordo del politeismo territoriale. Il dio straniero è citato come esponente della religione nella sua terra e nel suo popolo, ma alcuna attività dipende da lui secondo la credenza ebraica. Fu Iddio a cui Israele credeva a colpire Elimélech nel paese di Kemosh (I, 13, 20-21). E perfino nel momento in cui Noemi chiede alle sue due nuore di tornare dai loro dei, essa le benedice pregando il proprio Dio di aver di loro pietà e di fare che trovino pace ciascuna nella casa di suo marito (ib. 8-9).

Si hanno casi di matrimonio misto fra israeliti e cananei nel periodo della conquista e più tardi.

I Rabbini hanno interpretato quel passo del Pentateuco come se il divieto riguardasse solo il maschio e non la femmina moabita. Tale interpretazione è anteriore o posteriore al racconto del libro di Ruth? Probabilmente è posteriore e ne è quasi la conseguenza, non potendosi ammettere che il gran re David fosse nato da un matrimonio proibito, da una ava pagana, contrariamente alla Torah.

Non bisogna però generalizzare ed ammettere che tutte le moabite avessero la bellezza, la gentilezza, la moralità di Ruth o tutte le suocere ebree possedessero la bontà di Noemi. Louis Germain Lévy, p.es., nel suo studio sulla Famiglia nell’antichita’ israelitica, dice che « le relazioni colla suocera erano piene di cordialità e ne trova un esempio commovente nel primo capitolo di Ruth (p. 255). E’ una deduzione alquanto esagerata, poiché non è detto che tutte le moabite fossero eguali a Ruth e tutte le suocere a Noemi. Talvolta le eroine della storia o della novella o del poema sono eccezioni rare e tale è probabilmente il caso delle due protagoniste principali del nostro idillio biblico. Come di David ce ne fu uno solo, così è probabile che di donne virtuose e gentili come Noemi e Ruth non ce ne fossero molte. Però, pur essendo un raro ed eccezionale esempio, è sempre degna di considerazione e di studio l’atmosfera di umanità e di fraternità che regnava allora fra gli Ebrei e i Moabiti, i quali potevano convivere fra loro sia nel paese degli uni che in quello degli altri e sposarsi e formare famiglie, che poi rimanevano celebri almeno nella storia d’Israele. Forse l’autore dell’idillio di Ruth era un sognatore di amplessi umani universali, un ottimista di rapporti sociali, religiosi, nazionali. Forse in nessuna letteratura si trovano racconti, novelle, idilli, romanzi così nobilmente tolleranti, quadri così perfetti di coesistenza fra genti diverse, come in questa antica storia biblica.

Si diventa ebrei grazie ad una specie di proselitismo nazionale, territoriale, culturale ma non religioso. Secondo il Kaufmann l’antica fede israelitica non conosceva proselitismo religioso. Gli stranieri sarebbero diventati ebrei grazie ad un’assimilazione o ad una fusione culturale, nazionale o territoriale e sociale, perché « la fede israelitica, secondo la sua natura, non è limitata al campo etnico » (V, p. 659).

Diàdoco di Foticea: « Taci, esci da costui ! »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090901

Martedì della XXII settimana del Tempo Ordinario : Lc 4,31-37
Meditazione del giorno
Diàdoco di Foticea (circa 400- ?), vescovo
Capitoli sulla conoscenza, 78-80

« Taci, esci da costui ! »

Il battesimo è il bagno di santità che  toglie la macchia del nostro peccato, ma non cambia ora la dualità del nostro volere né impedisce agli spiriti cattivi di combatterci o di mantenerci nell’illusione… Tuttavia la grazia di Dio ha la sua dimora proprio nel fondo dell’anima, cioè nell’intendimento. Viene detto infatti che «la figlia del Re è nel palazzo» (Sal 44, 15): non si mostra ai demoni. Per questo dal fondo del nostro cuore sentiamo sorgere il desiderio divino, quando ci ricordiamo ardentemente di Dio. Ma allora, gli spiriti cattivi assaltano i sensi corporei e vi si nascondono, approfittando della rilassatezza della carne… Così dunque, il nostro intendimento, secondo il divino apostolo Paolo, si rallegra sempre della legge dello Spirito (Rm 7,22). Ma i sensi della carne invece vogliono lasciarsi trascinare sulla china dei piaceri…

«La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta» (Gv 1,5)…: Il Verbo di Dio, la luce vera, ha ritenuto opportuno manifestarsi alla creazione nella carne che gli è propria, accendendo in noi la luce della sua conoscenza divina nel suo amore incommensurabile per l’uomo. Lo spirito del mondo non ha accolto il disegno di Dio, cioè non l’ha conosciuto…; eppure il meraviglioso teologo, l’evangelista Giovanni aggiunge: «Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo… Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo  di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio» (vs 10-12). Non di Satana l’evangelista dice che non ha ricevuto la vera luce, poiché fin da principio gli è estranea, visto che essa non brilla in lui. Ma stigmatizza giustamente con questa parola gli uomini che sentono le potenze e le meraviglie di Dio ma, a causa del loro cuore oscurato, non vogliono avvicinarsi alla luce della sua conoscenza.

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