Archive pour août, 2009

SABATO 29 AGOSTO 2009 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

 SABATO 29 AGOSTO 2009 - XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

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SABATO 29 AGOSTO 2009 – XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA – (m)

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Beda, il Venerabile, sacerdote
(Om. 23; CCL 122, 354. 356. 357)

Precursore della nascita e della morte di Cristo
Il beato precursore della nascita del Signore, della sua predicazione e della sua morte, dimostrò una forza degna degli sguardi celesti nel suo combattimento. Anche se agli occhi degli uomini ebbe a subire tormenti, la sua speranza è piena di immortalità, come dice la Scrittura (cfr. Sap 3, 4). E’ ben giusto che noi ricordiamo con solenne celebrazione il suo giorno natalizio. Egli lo rese memorabile con la sua passione e lo imporporò del suo sangue. E’ cosa santa venerarne la memoria e celebrarla in gioia di spirito. Egli confermò con il martirio la testimonianza che aveva dato per il Signore.
San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo.
Cristo ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto.
Un uomo di tale e tanta grandezza pose termine alla vita presente con lo spargimento del sangue dopo la lunga sofferenza delle catene. Egli annunziava la libertà della pace superna e fu gettato in prigione dagli empi. Fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina. Fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo, di udire la voce del Padre su di lui e di vedere la grazia dello Spirito Santo scendere sopra di lui.
Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne. Per uno come lui la morte non riusciva un evento ineluttabile o una dura necessità. Era piuttosto un premio, una palma di vita eterna per la confessione del nome di Cristo.
Perciò ben dice l’Apostolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Chiama grazia di Cristo che gli eletti soffrano per lui: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rm 8, 18).

Sant’Agostino

Sant'Agostino dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 28 août, 2009 |Pas de commentaires »

San Gregorio Nazianzeno: « Ecco lo sposo ! »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090828

Venerdì della XXI settimana del Tempo Ordinario : Mt 25,1-13
Meditazione del giorno
San Gregorio Nazianzeno (330-390), vescovo, dottore della Chiesa
Sul santo battesimo, Discorso 40, 46 ; PG 36, 425

« Ecco lo sposo ! »

Subito dopo il battesimo, sosterai in piedi davanti al grande santuario per significare la gloria del mondo a venire. Il canto dei salmi con cui sarai accolto è un preludio al coro celeste. Le lampade che accenderai prefigurano il corteo di luci che condurrà in presenza dello Sposo le nostre anime rilucenti e vergini, munite delle lampade risplendenti della fede.

Siamo attenti a non abbandonarci al sonno per noncuranza, affinché non si presenti all’improvviso, senza che ce ne rendiamo conto, Colui che attendiamo. Non restiamo senza provviste di olio e di opere buone, per non venire esclusi dalla sala di nozze… Lo Sposo entrerà in fretta e le anime prudenti entreranno con lui. Le altre, impegnate a preparare le lampade, non troveranno il tempo di entrare e verranno lasciate fuori, tra i lamenti; capiranno troppo tardi cosa hanno perduto per via della loro noncuranza.

Esse saranno simili agli invitati alle nozze celebrate da un nobile padre per un nobile sposo, che si rifiutarono di parteciparvi: uno perché si era sposato da poco, l’altro perché aveva appena comprato un campo, un altro ancora perché aveva acquistato un paio di buoi (Lc 14,18-20)…  Non vi sarà posto in cielo per l’orgoglioso e per l’indolente; e neanche per chi non indossa un abito appropriato, degno di un banchetto nuziale (Mt 22,11), anche se in questa vita si riteneva degno dello splendore celeste e si è indebitamente inserito nel gruppo dei fedeli, cullandosi di speranze illusorie.

Che cosa avverrà dopo? Lo Sposo sa cosa ci insegnerà quando saremo in cielo ; egli sa quale relazione avrà con le anime che saranno entrate insieme a lui. Io credo che vivrà in loro compagnia, insegnando loro i misteri più puri e perfetti.

San Bernardo: A mezzanotte

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090827

Giovedì della XXI settimana del Tempo Ordinario : Mt 24,42-51
Meditazione del giorno
San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Discorso 1 per l’Avvento

A mezzanotte

Riflettiamo sul tempo in cui venne il Salvatore. Penso che non lo ignoriate: egli non venne all’inizio dei tempi, né verso la metà, ma alla fine. Non senza ragione la divina Sapienza, sapientemente, dispose di porgere aiuto quando era più necessario: non ignorava infatti che i figli di Adamo sono inclini all’ingratitudine.

«Scendeva la sera e il giorno già volgeva al declino», il «Sole di giustizia» era quasi scomparso (Lc 24,29 ; Ml 3,20), tanto che il suo splendore e il suo calore erano divenuti molto deboli sulla terra. La luce della conoscenza di Dio si era affievolita e, per il dilagare dell’iniquità (Mt 24,12), il fervore della carità si era raffreddato. Non appariva più nessun angelo, nessun profeta pronunciava più oracoli: desistevano, come vinti dalla delusione, per l’eccessiva durezza d’animo e caparbietà degli uomini. Fu allora che parlò il Figlio: «Allora ho detto: ecco, io vengo» (Sal 39,8). Sì, «mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, si lanciò in mezzo a quella terra» (Sap 18,14-15). Come dice l’apostolo Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4).

Madonna della cintura con Sant’Agostino e Santa Monica

Madonna della cintura con Sant'Agostino e Santa Monica dans immagini sacre cintura

Pittore veneto (sec. XVII),
 Madonna della cintura con Sant’Agostino e Santa Monica

http://www.provincia.padova.it/comuni/monselice/arte/duomo%20nuovo.htm

Publié dans:immagini sacre |on 26 août, 2009 |Pas de commentaires »

da Le Confessioni, di Sant’Agostino, il dialogo di Agostino con la madre ad Ostia e la morte di Monica

da sito:

http://www.sant-agostino.it/italiano/confessioni/index2.htm

LE CONFESSIONI DI SANT’AGOSTINO

LIBRO NONO, CAPITOLI DA 10, 23 A 11,28

La contemplazione di Ostia

10. 23. All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi 99, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu 100, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo 101. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te 102, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta.

10. 24. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso 103, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile 104, ove pasci Israele 105 in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l’essere passato e l’essere futuro non sono in lei, ma solo l’essere, in quanto eterna, poiché l’essere passato e l’essere futuro non è l’eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito 106, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa 107?

10. 25. Si diceva dunque: « Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli, e l’anima stessa si tacesse e superasse non pensandosi, e tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia, ogni lingua e ogni segno e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: « Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece 108 Chi permane eternamente » 109; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube 110 o enigma 111 di parabola, ma lui direttamente, da noi amato in queste cose, lui direttamente udissimo senza queste cose, come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa, e tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità grandemente inferiore, scomparissero, e quest’unica nel contemplarla ci rapisse e assorbisse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo l’ »entra nel gaudio del tuo Signore » 112? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati 113? ».

10. 26. Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai 114, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre disse: « Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui? ».

Malattia e morte di Monica
11. 27. Cosa le risposi, non ricordo bene. Ma intanto, entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: « Dov’ero? »; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: « Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre ». Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: « Vedi cosa dice », e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: « Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore ». Espressa così come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la faceva soffrire.

11. 28. Io, al pensiero dei doni che spargi, Dio invisibile 115, nei cuori dei tuoi fedeli, e che vi fanno nascere stupende messi, gioivo e a te rendevo grazie 116, ricordando ciò che sapevo, ossia quanto si era sempre preoccupata e affannata per la sua sepoltura, che aveva provvista e preparata accanto al corpo del marito. La grande concordia in cui erano vissuti le faceva desiderare, tanto l’animo umano stenta a comprendere le realtà divine, anche quest’altra felicità, e che la gente ricordasse come dopo un soggiorno di là dal mare avesse ottenuto che una polvere congiunta coprisse la polvere di entrambi i congiunti. Quando però la piena della tua bontà 117 avesse eliminato dal suo cuore questi pensieri futili, io non sapevo; ma ero pervaso di gioia e ammirazione che mia madre mi fosse apparsa così. Invero anche durante la nostra conversazione presso la finestra, quando disse: « Ormai cosa faccio qui? », era apparso che non aveva il desiderio di morire in patria. Più tardi venni anche a sapere che già parlando un giorno in mia assenza, durante la nostra dimora in Ostia, ad alcuni amici miei con fiducia materna sullo spregio della vita terrena e il vantaggio della morte, di fronte al loro stupore per la virtù di una femmina, che l’aveva ricevuta da te, e alla loro domanda, se non l’impauriva l’idea di lasciare il corpo tanto lontano dalla sua città, esclamò: « Nulla è lontano da Dio, e non c’è da temere che alla fine del mondo egli non riconosca il luogo da cui risuscitarmi ». Al nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo anno della sua vita, trentatreesimo della mia, quell’anima credente e pia fu liberata dal corpo.

Sant’Agostino, memoria, festa per gli agostiniani

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=saintfeast&localdate=20090828&id=546&fd=0

S. Agostino d’Ippona
Vescovo, Dottore della Chiesa
(memoria)
 
Agostino d’Ippona (traduzione italiana del latino Aurelius Augustinus Hipponensis) di etnia berbera, ma di cultura totalmente ellenistico-romana, nacque a Tagaste (attualmente Souk-Ahras in Algeria, posta a circa 100 km a sud-ovest di Ippona) il 13 novembre 354 da una famiglia di classe media, di piccoli proprietari terrieri. Il padre Patrizio era pagano, mentre la madre Monica (cfr. 27 agosto), dei quali Agostino era il primogenito, era invece cristiana; fu lei a dargli un’educazione religiosa ma senza battezzarlo, come si usava allora, volendo attendere l’età matura.
Agostino ebbe un’infanzia molto vivace, ma i peccati veri cominciarono più tardi. Dopo i primi studi a Tagaste e poi nella vicina Madaura, si recò a Cartagine nel 371, con l’aiuto di un facoltoso signore del luogo di nome Romaniano. Aveva 16 anni e viveva la sua adolescenza in modo molto esuberante e, mentre frequentava la scuola di un retore, cominciò a convivere con una ragazza cartaginese, che gli diede nel 372, anche un figlio, Adeodato. Fu in quegli anni che maturò la sua prima vocazione di filosofo, grazie alla lettura di un libro di Cicerone, «Ortensio», che l’aveva particolarmente colpito, perché l’autore latino affermava, come soltanto la filosofia aiutasse la volontà ad allontanarsi dal male e ad esercitare la virtù.
Purtroppo, allora, la lettura della Sacra Scrittura non diceva niente alla sua mente razionalistica e la religione professata dalla madre gli sembrava «una superstizione puerile», quindi cercò la verità nel manicheismo. (Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro; suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo).
Ultimati gli studi, tornò nel 374 a Tagaste, dove, con l’aiuto del suo benefattore Romaniano, aprì una scuola di grammatica e retorica. Fu anche ospitato nella sua casa con tutta la famiglia, perché la madre Monica, non condividendo le sue scelte religiose, aveva preferito separarsi da Agostino; solo più tardi lo riammise nella sua casa, avendo avuto un sogno premonitore sul suo ritorno alla fede cristiana.
Dopo due anni nel 376, decise di lasciare il piccolo paese di Tagaste e ritornare a Cartagine e, sempre con l’aiuto dell’amico Romaniano, che egli aveva convertito al manicheismo, aprì anche qui una scuola, dove insegnò per sette anni, purtroppo con alunni poco disciplinati.
Agostino, però, tra i manichei non trovò mai la risposta certa al suo desiderio di verità e dopo un incontro con un loro vescovo, Fausto, avvenuto nel 382 a Cartagine, che avrebbe dovuto fugare ogni dubbio, ne uscì non convinto e quindi prese ad allontanarsi dal manicheismo. Desideroso di nuove esperienze e stanco dell’indisciplina degli alunni cartaginesi, Agostino, resistendo alle preghiere dell’amata madre, che voleva trattenerlo in Africa, decise di trasferirsi a Roma, capitale dell’impero, con tutta la sua famiglia.
Nel 384 riuscì ad ottenere, con l’appoggio del prefetto di Roma, Quinto Aurelio Simmaco, la cattedra vacante di retorica a Milano, dove si trasferì, raggiunto nel 385, inaspettatamente, dalla madre Monica, la quale, conscia del travaglio interiore del figlio, gli fu accanto con la preghiera e con le lagrime senza imporgli nulla, ma bensì come un angelo protettore.
Verso l’inizio della Quaresima del 387, con Adeodato ed Alipio, prese posto fra i «competentes» per essere battezzato da Ambrogio il giorno di Pasqua. Agostino rimase a Milano fino all’autunno, continuando i suoi lavori: «De immortalitate animae e De musica». Poi, mentre era in procinto d’imbarcarsi ad Ostia, Monica rese l’anima a Dio. Agostino, allora, rimase per molti mesi a Roma occupandosi principalmente della confutazione del manicheismo e per approfondire la sua conoscenza sui monasteri e le tradizioni della Chiesa.
Nel 388 ritornò a Tagaste, dove vendette i suoi pochi beni, distribuendone il ricavato ai poveri e, ritiratosi con alcuni amici e discepoli, fondò una piccola comunità, dove i beni erano in comune proprietà. Ma dopo un po’ l’affollarsi continuo dei concittadini, per chiedere consigli ed aiuti, disturbava il dovuto raccoglimento, fu necessario trovare un altro posto e Agostino lo cercò presso Ippona. Trovatosi per caso nella basilica locale, in cui il vescovo Valerio stava proponendo ai fedeli di consacrare un sacerdote che potesse aiutarlo, specie nella predicazione; accortasi della sua presenza, i fedeli presero a gridare: «Agostino prete!». Allora si dava molto valore alla volontà del popolo, considerata volontà di Dio e nonostante che cercasse di rifiutare, perché non era questa la strada voluta, Agostino fu costretto ad accettare. La città di Ippona ci guadagnò molto, la sua opera fu fecondissima; per prima cosa chiese al vescovo di trasferire il suo monastero ad Ippona, per continuare la sua scelta di vita, che in seguito divenne un seminario fonte di preti e vescovi africani.
L’iniziativa agostiniana gettava le basi del rinnovamento dei costumi del clero. Scrisse anche una Regola, che poi nel IX secolo venne adottata dalla Comunità dei Canonici Regolari o Agostiniani.
Il vescovo Valerio nel timore che Agostino venisse spostato in altra sede, convinse il popolo e il primate della Numidia, Megalio di Calama, a consacrarlo vescovo coadiutore di Ippona. Nel 397, morto Valerio, egli gli successe come titolare. Dovette lasciare il monastero e intraprendere la sua intensa attività di pastore di anime, che svolse egregiamente, tanto che la sua fama di vescovo illuminato si diffuse in tutte le Chiese Africane.
Nel contempo scriveva le sue opere: Sant’Agostino fu uno dei geni più prolifici che l’umanità abbia mai conosciuto. Non viene ammirato solo per il numero delle sue opere, che comprendono scritti autobiografici, filosofici, apologetici, dogmatici, polemici, morali, esegetici, raccolte di lettere, di sermoni e di opere in poesia (scritte in metrica non classica, bensì accentuativa, per facilitare la memorizzazione da parte delle persone incolte), ma anche per la varietà dei soggetti che coprono l’intero scibile umano. La forma nella quale proponeva la sua opera esercita ancora oggi un’attrazione molto potente sul lettore.
La sua opera più celebre sono le Confessiones (Confessioni). A lui si rifanno numerose forme di vita religiosa, tra le quali l’Ordine di Sant’Agostino (OSA), chiamato degli Agostiniani: diffusi in tutto il mondo, insieme agli Agostiniani scalzi (OAD) e agli Agostiniani Recolletti (OAR), costituiscono nella Chiesa Cattolica la principale eredità spirituale del santo di Ippona, alla cui Regola di vita si ispirano anche numerose altre congregazioni, oltre ai Canonici Regolari di Sant’Agostino.
Le «Confessiones o Confessioni» (circa 400), sono la storia del suo cuore. Il nocciolo del pensiero agostiniano presente nelle «Confessioni» sta nel concetto che l’uomo è incapace di orientarsi da solo: esclusivamente con l’illuminazione di Dio, a cui deve obbedire in ogni circostanza, l’uomo riuscirà a trovare l’orientamento nella sua vita. La parola « confessioni » viene intesa in senso biblico (confiteri), non come ammissione di colpa o racconto, ma come preghiera di un’anima che ammira l’azione di Dio nel proprio interno. Di tutti i lavori del Santo, nessuno è stato più universalmente letto ed ammirato. Non esiste nell’intera letteratura alcun libro che gli somigli per la penetrante analisi delle più complesse impressioni dell’anima, per il sentimento comunicativo, o per la profondità delle opinioni filosofiche.
Nel 429 si ammalò gravemente, mentre Ippona era assediata da tre mesi dai Vandali comandati da Genserico († 477), dopo che avevano portato morte e distruzione dovunque; il santo vescovo ebbe l’impressione della prossima fine del mondo; morì il 28 agosto del 430 a 76 anni. Il suo corpo sottratto ai Vandali durante l’incendio e la distruzione di Ippona, venne trasportato poi a Cagliari dal vescovo Fulgenzio di Ruspe, verso il 508-517 cc, insieme alle reliquie di altri vescovi africani.
Verso il 725 il suo corpo fu di nuovo traslato a Pavia, nella Chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro, non lontano dai luoghi della sua conversione, ad opera del pio re longobardo Liutprando († 744), che l’aveva riscattato dai saraceni della Sardegna.
Significato del nome Agostino: «piccolo venerabile» (latino)


PER APPROFONDIMENTI : Catechesi di Papa Benedetto XVI su Sant’Agostino ( Udienze 2008) :
I: La vita 9 gennaio
<
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080109_it.html>
II: Gli ultimi anni e la morte 16 gennaio <
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080116_it.html>
III: La dottrina. Fede e ragione 30 gennaio <
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080130_it.html>
IV: Gli scritti 20 febbraio <
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080220_it.html>
V: La triplice conversione 27 febbraio <
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080227_it.html>

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