Lectio divina sull’epistolario paolino : Prima Lettera ai Tessalonicesi, ,6-13

posto questo studio, in realtà è una « lectio divina », a me personalmente la « lectio » non piace molto, tuttavia è ben proposta ed utile menre stiamo leggendo, nella messa, la 1 Tessalonicesi, dal sito:

http://www.diocesimazara.it/documenti/preghiere%20vescovo/lectio%20divina%20avvento%202008/Prima%20Lettera%20ai%20Tessalonicesi.pdf

Lectio divina sull’epistolario paolino
Mazara del Vallo –Basilica Cattedrale
Venerdì di Avvento 2008

Terzo incontro
[19 dicembre 2008]

« Prima Lettera ai Tessalonicesi

Capitolo 3,6-13

Timoteo porta buone notizie

6.Ma, ora che Timòteo è tornato, ci ha portato buone notizie e della vostra fede, della vostra carità e del ricordo sempre vivo che conservate di noi, desiderosi di vederci, come noi lo siamo  di vedere voi. 7.E perciò, fratelli, in mezzo a tutte le nostre necessità e tribolazioni, ci sentiamo consolati a vostro riguardo, a motivo della vostra fede. 8.Ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore. 9.Quale ringraziamento possiamo o rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la g gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio, 10.noi che con viva insistenza, notte e giorno, chiediamo di poter vedere e il vostro volto e completare ciò che manca alla vostra fede? 11.Voglia Dio stesso o, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù Cristo guidare il nostro cammino verso di voi! 12. II Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, 13.per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. »

Premessa

La città di Tessalonica, capitale della Macedonia, era uno dei più grandi porti del Mediterraneo e rivestiva, perciò un’importanza assai strategica nei rapporti tra occidente e oriente. Gli abitanti pativano forti contrasti sociali e politici e la città era divisa tra potenti armatori e ricchi commercianti, da una parte, e povera gente dedita alla manovalanza, affiancata da numerosi schiavi. Consistente era la fascia di popolazione che si dedicava alle retorica e alla filosofia. Sotto il profilo religioso i tessalonicesi coltivavano i culti più svariati, proprio come a Corinto, a motivo del flusso consistente di abitanti di altre nazionalità, interessati agli scambi commerciali. Paolo raggiunge Tessalonica durante il secondo viaggio missionario (49-52) e inizia la sua missione evangelizzatrice, dedicandosi sia ai giudei della diaspora che ai pagani; più fervida e incoraggiante fu, tuttavia, la risposta di questi ultimi. L’esperienza di questa comunità fu inizialmente molto felice e incoraggiò il dinamismo missionario di Paolo, anche se ben presto non mancarono le tribolazioni e le persecuzioni, che lo costrinsero a lasciare la città e a riparare a Corinto da dove indirizzò ai tessalonicesi le due Lettere.
La prima Lettera, che costituisce lo scritto più antico del Nuovo Testamento, è databile tra il 50 e il 51. Essa è una significativa testimonianza dello stile pastorale di Paolo e testimonia il buono stato di salute di una comunità che ha saputo superare bene le persecuzione a cui era stata sottoposta. Esisteva, tuttavia, un problema assai singolare, legato alla sorte dei cristiani defunti con particolare riferimento alla loro condizione al momento del giudizio, legato alla parusia; alcuni, infatti, ritenevano che quelli che erano già morti non avrebbero potuto beneficiare dei frutti del trionfo di Cristo. Paolo rassicura tutti, precisando che coloro che sono già morti saranno i primi a risorgere e, dunque, non avranno alcuno svantaggio rispetti a quelli che da vivi incontreranno il Signore, giudice del mondo, alla fine dei tempi.
In ogni caso, questa Lettera è fortemente caratterizzata dal particolare clima di ecclesialità che si sperimentava a Tessalonica, al punto che lo stesso Paolo, nell’indirizzo non può fare a meno di benedire l’Onnipotente per l’operosità della fede, la fatica della carità e la fermezza della speranza dei Tessalonicesi (cfr 1Ts 1,3), divenuti, perciò, « modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia » (1Ts 1,7).

1. Meditatio

Il brano di questa sera è ben circostanziato e si collega al ritorno di Timoteo, inviato da Paolo a Tessalonica da Corinto per rendersi conto di persona dell’andamento di quella Chiesa, sottoposta alla prova della persecuzione. L’Apostolo temeva che, sotto il peso della tribolazione, i tessalonicesi avrebbero potuto abbandonare la fede ed essere così liberati dalla persecuzione. Se grande era stato il timore, ancora più grande è, di conseguenza, il gaudio di Paolo nell’apprendere che la furia devastante della prova non solo non aveva annientato la giovane Chiesa, ma anzi l’aveva fortemente rafforzato. Nel testo si sottolinea, in particolare, che la verifica aveva riguardato la fede e la carità, con una piacevole sorpresa concernente il desiderio dei tessalonicesi di rivedere Paolo, desiderio condiviso, peraltro, dall’apostolo (3,6). Quest’ultimo dettaglio viene opportunamente sottolineato perché evidenzia la singolare relazione tra credenti e apostolo; relazione, certamente, non limitato al solo aspetto funzionale riferito alla fondazione della Chiesa, ma anche allo stretto legame di paternità instaurato tra Paolo e la comunità macedone. Non si tratta, tuttavia, di una relazione a forte valenza emotivo-sentimentale, ma del « ritratto di un apostolo che è tutto nella comunità e per la comunità, che vive con essa e per essa l’esperienza lacerante della tribolazione »1. Da qui la consolazione che a Paolo arrecano le buone notizie sulla fede dei tessalonicesi, talmente salda da non essere stata scalfita neanche dalle persecuzioni (cfr 3,7). Addirittura, in questo scambio di grande intensità spirituale, l’Apostolo confessa che il timore sulla tenuta della comunità di Tessalonica gli aveva procurato sofferenze indicibili, quasi un preannuncio di morte; al contrario, la testimonianza di Timoteo è stata come una ventata di risurrezione che fa rivivere Paolo e lo fa ben sperare per il futuro (cfr 3,8).
A questo punto il tono e il ritmo della Lettera diventano incalzanti e rafforzano ulteriormente il vincolo di reciprocità che si è instaurato tra l’Apostolo e la chiesa fondata a Tessalonica. Gli accenti sono coinvolgenti e commossi, al punto che ringraziamento e gioia entrano quasi in gara emulativa e crescono e si rafforzano in una dinamica rigenerante: la gratitudine è rivolta a Dio perché ha fatto incontrare a Paolo quella bella comunità; e quell’incontro è motivo di gioia grande davanti a Dio (cfr 3,9). L’intonazione teocentrica della riflessione aiuta a dare una corretta interpretazione del rapporto apostolo-comunità; non si tratta, infatti, di un nesso sbilanciato sul versante della dipendenza psico-affettiva, ma di un vincolo liberante che nasce e si illumina davanti a Dio. Il quadro che Paolo rapidamente delinea fa giustizia di tante meschinerie che tante volte sviliscono i legami che si instaurano all’interno delle nostre comunità, quando si cercano delle esclusività, ad esempio, nel rapporto presbitero-fedeli, che sono la negazione del dono di libertà guadagnatoci da Cristo Signore a prezzo del suo sangue.
Il v. 10 completa lo scandaglio dell’animo di Paolo che non ha alcun timore di confessare che chiede con insistenza, notte e giorno, di poter rivedere i volti dei fedeli tessalonicesi. Questa palese insoddisfazione del desiderio non è, però, assimilabile a un bisogno affettivo che gli fa pesare incredibilmente la lontananza come fosse un innamorato inconsolabile; al contrario egli nota che l’opera di evangelizzazione è incompleta e necessita, perciò, di un’integrazione perfezionante. Paolo non cerca gratificazioni presso una comunità sensibile e disponibile, ma intende riprendere il lavoro interrotto da una fuga precipitosa e dare l’ultima rifinitura a una fede che ha già superato esami seri, ma ha bisogno di diventare adulta per non soccombere al
prossimo, prevedibile, assalto delle potenze del male.

2. Oratio

Non finisci di sorprenderci, Signore. Chi avrebbe potuto immaginare che un uomo della tempra di Paolo, formato da una osservanza rigorosa e stretta della legge, pieno di zelo esasperato fino al furore persecutorio, potesse mostrarsi così vulnerabile di fronte alla consolazione derivante dalle buone notizie su una Chiesa che gli stava tanto cuore? Non è così scontato, Signore, trovare armonizzati in modo tanto equilibrato amore tenero e rispetto per la libertà dell’altro; desiderio di bene e accettazione del progetto di Dio che può aprire vie che portano lontano da coloro con i quali si è condivisa una vita e che mai si vorrebbe abbandonare. Così come stupisce e sorprende come i legami forti sul piano affettivo non sconvolgono la gerarchia dei valori e degli affetti: tutto è accolto da Dio e tutto si compie alla sua presenza; e in ogni caso l’altro non è guardato non per la gratificazione che ti può arrecare, ma per il bene che ancora attende da te. Non lo ami per farlo più tuo e meno di Dio, ma, al contrario, lo ami per avvicinarlo più strettamente a Dio e per farlo più suo su questa terra e, poi, nell’abbraccio della santa Trinità. Ti ringrazio, Signore, per la lezione di umanità e di amore che stasera ci hai impartito per bocca del tuo amico Paolo, che ci ha svelato un cuore puro e libero che ti chiediamo di concedere anche a noi.

3. Contemplatio

Il tema di questa sera ci rimanda a Paolo che, pur potendo rivendicare il mantenimento in quanto operaio del Vangelo, cercò sempre di non essere di peso ad alcuno, guadagnandosi da vivere lavorando personalmente (cfr 1Cor 4,12) come tessitore di tende (cfr At 18,1-3). Questa è una condizione che, pur gravosa talora, consente di vivere in assoluta libertà, senza dipendenza da alcuno: liberi di quella libertà guadagnataci da Cristo. Una libertà che è anche libertà della Chiesa da qualunque pastoia costituita dai lacci che possono derivare dai condizionamenti, a loro modo anche vantaggiosi, delle istituzioni e delle cose temporali.

4. Actio

L’impegno di questa sera ci mette sicuramente in sintonia con la colletta che è stata avviata domenica scorsa e che avrà compimento nella prossima. Siamo perfettamente in tema e ognuno può inquadrarla e motivarla nel modo più adeguato alla propria condizione e sensibilità. Ma in questo tempo di preparazione al Natale e nel tempo delle feste natalizie sarebbe bello che nessuno godesse egoisticamente del bene spirituale e di relazioni che sono tipiche di quei giorni, ma fosse capace di qualche privazione finalizzata alla condivisione, facendo qualcuno partecipe della propria ricchezza spirituale e, tenuto conto del tenore di vita che si può condurre, anche delle proprie disponibilità materiali. Sarebbe bello se, in questo tempo, non ci fosse alcuno in condizione di indigenza. Quanto ne sarebbe contento il povero per eccellenza, il Signore Gesù.

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