Quel segno della Tutta Santa; La Grande Panaghia

Quel segno della Tutta Santa; La Grande Panaghia  dans immagini e testi, panagia2
http://digilander.libero.it/bianco14/02.html

dal sito:
http://www.stpauls.it/madre/0807md/0807md08.htm

ARTE – La Grande Panaghia

(per l’immagine originale vedere il sito, io metto un’immagine da una altro sito)

 di JEAN-PAUL HERNANDEZ sj
Quel segno della Tutta Santa
  

Detta anche la Vergine del Segno, la Grande Panaghia indica una figura frontale di Maria in piedi con le braccia aperte, nel gesto dell’orante, e che porta nel seno il Figlio. L’icona della Panaghia è una catechesi sulla santità come segno e ostensione del Dio incarnato. Chi vede la santità umana, vede Dio.
 

Uno degli schemi teologicamente più ricchi nella storia dell’iconografia mariana è quello della Grande Panaghia. Si indica così una figura frontale di Maria in piedi con le braccia aperte (nel gesto dell’orante) e che porta nel seno il Figlio, rappresentato all’interno di un medaglione (o clipeo). Da parte e dall’altra della testa di Maria si situano due angeli, anche loro all’interno del rispettivo clipeo.

Troviamo un famoso esempio di questo schema nella Grande Panaghia di Yaroslav, icona scritta all’inizio del secolo XIII per la cattedrale di Kiev (vedi illustrazione a destra). All’ostensione di una simile immagine si era attribuito nel 1170 la miracolosa salvezza della città di Novgorod dopo un feroce assedio intrapreso dai soldati di Suzdal.

Da allora la Panaghia viene chiamata anche Vergine del Segno. Segno di protezione contro l’assediante, certo, ma prima di tutto segno di pace profetizzato da Isaia: «Il Signore stesso vi darà un segno: ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele» (Is 7,15). Che una vergine diventi madre pur rimanendo vergine, questo è il «segno» dell’intervento divino. Per il Nuovo Testamento Maria di Nazareth è il compimento di questa profezia (cf Mt 1,22-23). Il «Segno» è la sua verginità. Panaghia significa infatti « Tutta santa ». Così la tradizione accosta santità e segno, santità e compimento visibile delle promesse. Sant’Ireneo commenta: «Perciò il Signore stesso ci dette un segno, in profondità e in altezza, segno che l’uomo non domandò, perché non si sarebbe mai aspettato che una vergine potesse concepire e partorire un figlio continuando ad essere vergine, e il frutto di questo parto fosse Dio-con-noi».

La presenza del Dio-con-noi diventa «segno», cioè diventa visibile, nella santità di Maria, e in seguito in ogni santità umana. L’icona della Panaghia è così una catechesi sulla santità come segno, come « ostensione » del Dio incarnato che vediamo nel clipeo. Chi vede la Tutta Santa vede il Verbo incarnato, chi vede la santità umana vede Dio. Ma in quali gesti si realizza questa santità?

Le braccia alzate

Il gesto più evidente nella Vergine del Segno è la sua posizione orante, cioè con le braccia alzate. Per i primi cristiani questo gesto richiama il Crocifisso. Ma già in epoca pre-cristiana troviamo questo gesto come gesto pagano della preghiera e dell’invocazione. Gli stessi templi greci con le loro colonne calcolate secondo le proporzioni dell’avambraccio umano sono stati molto presto interpretati come «foreste di avambracci alzati per la preghiera». E Tertulliano lancia ai pagani: «Senza saperlo, quando pregate, voi fate il gesto del nostro Salvatore sulla croce».

Anche la tradizione ebraica conosce lo stesso gesto di preghiera. Quando Israele combatte contro Amalek, Mosè sale sul monte e la sua preghiera con le braccia alzate garantisce la vittoria del suo popolo. Il suo gesto è così indispensabile che quando sentirà le sue braccia stanche, Mosè chiederà ad Aronne e a Cur di reggergli le braccia in alto (cf Es 17). Così il gesto della Panaghia era già in Mosè sinonimo di vittoria sul nemico. Ma nell’Antico Testamento, Dio stesso ha «steso le mani» per implorare «verso un popolo ribelle» (Is 65,2). Perciò i primi cristiani vedranno nelle braccia tese del Crocifisso la preghiera di Dio all’uomo prima della preghiera dell’uomo a Dio. La croce di Cristo è la preghiera di quel Padre misericordioso che davanti alla tristezza del fratello maggiore «uscì fuori a pregarlo» (Lc 15,28). A pregarlo di entrare nella festa.

Il mistero della preghiera

Allora ogni nostra preghiera non è che un partecipare all’unica preghiera che è la croce. Perciò la Panaghia non fa altro che prolungare lo stesso gesto che il Figlio compie nel suo seno. Essa è Vergine del Segno perché formata, plasmata, dall’unico segno di salvezza che è quello della croce. Ma per lei il gesto della croce coincide con l’accogliere nel grembo il Dio-con-noi, coincide cioè con l’incarnazione. Croce e incarnazione sono così riuniti nel mistero della preghiera. Perciò pregare è il più grande gesto di amore che possiamo fare. Pregare è una passione, ma è anche proseguire l’incarnazione.  
    
Perciò l’arte paleocristiana ha rappresentato la figura dell’orante in molti contesti che richiamano al tempo stesso la Passione e l’immedesimazione fra il Cristo e il cristiano (l’incarnazione continuata). Una delle varianti più frequenti è il Daniele orante nella fossa dei leoni. Daniele è una prefigurazione di Cristo (già nel vangelo di Matteo il sepolcro di Cristo viene descritto con un implicito accenno alla fossa di Daniele). Ma Daniele offre anche un’immedesimazione con il cristiano pre-costantiniano che nelle persecuzioni si ritrova concretamente fra le belve. Quando questo schema è rappresentato su un sarcofago, allora è il defunto quel nuovo Daniele (e nuovo « Cristo ») che attraverserà la fossa della morte per arrivare al giorno della risurrezione.

Ma nell’arte paleocristiana, il gesto dell’orante è anche attribuito a personaggi come Noè, i tre giovani nella fornace, o a singole figure femminili che rappresentano la comunità. A Sant’Apollinare in Classe (Ravenna), nel secolo VI, esso diventa il gesto liturgico del pastore.

La figura di Maria nell’atteggiamento dell’orante è attestata già nel sec. IV, nel mausoleo di sant’Agnese a Roma. Alla fine del secolo VI la troviamo sulla croce in argento di Agnello conservata nel Museo diocesano di Ravenna; nel secolo VIII a Bawit, in Egitto; verso l’anno 1000 a Sant’Angelo in Formis (Caserta).

Nel Medioevo bizantino, la più celebre immagine della Vergine orante era venerata dal secolo VII a Costantinopoli, in fondo al Corno d’oro, nel quartiere di Blacherne. Si trovava in una chiesa costruita per ricevere la reliquia del santo velo della Vergine, il maforion, portato da Gerusalemme sotto il regno di Leone I (457-474). Presto il gesto della Blachernitissa viene interpretato come gesto di protezione contro i nemici. Il patriarca Fozio (secolo IX) la descrive come «muro incrollabile». E l’imperatore Andronico II Paleologo (secolo XIII) esprime la sua gratitudine verso «colei che vigila sulla nostra tranquillità in mille circostanze e respinge i nostri nemici».

Erede di questa tradizione, la Grande Panaghia offre un gesto orante, rinforzato dalla lieve inflessione delle mani che orienta il palmo verso l’alto. È un atteggiamento di attesa che fa di Maria un ricettacolo. La preghiera, e dunque la santità, è prima di tutto un atteggiamento di attesa e una disponibilità a essere colmato.

La Grande Panaghia è però quella variante di Vergine orante che porta nel seno il medaglione del Figlio. La nostra figura è dunque la sintesi di due tipi iconografici: l’orante e il portascudo. Ma nella nostra immagine lo scudo è diventato grembo. E in esso vediamo il Figlio, anche lui in posizione orante.

Superiore a tutta la creazione

Il clipeo sta a indicare la radicale alterità di Cristo rispetto a Maria. Si tratta della presenza di Dio stesso. La liturgia bizantina canta: «Colui che le immensità celesti non possono contenere, tu lo hai accolto nel tuo seno, o Pura». Perciò questa figura viene anche chiamata la Platytera, cioè la «Più vasta». Più vasta dei cieli, si intende. La liturgia di san Basilio esclama: «O Vergine, superiore ai cherubini e ai serafini, più vasta del cielo e della terra, tu sei apparsa superiore, senza confronto, a tutta la creazione visibile e invisibile». La porpora dell’omoforion (manto) sottolinea questa dignità regale.

Maria nell’atteggiamento dell’orante: affreschi di Bawit (Egitto), secolo VIII.

Diventare portatori di Cristo

«Tenda dell’Infinito», «Dimora di Colui che non abita in nessun luogo», la Platytera rappresenta il mistero dell’inabitazione divina nel fedele. «Chiunque fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello, sorella e madre», aveva detto Gesù (Mt 12,50). Allora pregare significa diventare portatori di Cristo, « madre » di Gesù. Questa è la santità. San Paolo potrà dire: «Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me» (Gal 2,20). La preghiera è il gesto più vicino a questo «essere stato crocifisso con Cristo» e dunque a questa inabitazione.

È interessante notare che il Figlio rappresentato nel clipeo non è la figura di un bambino, bensì piuttosto di un adulto, e in certe varianti addirittura di un anziano. Si tratta del Verbo eterno del Padre, che esiste prima di ogni creatura. Con la sua mano destra egli fa il gesto della benedizione, che è anche il gesto dell’oratore quando prende la parola. Egli è appunto la Parola fatta carne e in questo diventata Parola di benedizione per ogni carne. Nella sua mano sinistra la maggior parte delle varianti rappresenta un rotolo. Egli è la Parola vivente che porta a compimento la Parola scritta, il rotolo della Torah, le promesse di Israele. I colori rosso e blu dei suoi vestiti rimandano rispettivamente alla sua divinità e alla sua umanità.

Gli altri due medaglioni, in alto a sinistra e in alto a destra dell’immagine, rappresentano due angeli. Essi portano la sfera del cosmo segnata da una croce. Queste due figure possono rappresentare Gabriele e Michele. Nelle basiliche paleocristiane essi erano messi da parte e dall’altra dell’arco trionfale per richiamare i due « passaggi » della vita di Cristo: l’incarnazione (Gabriele è l’angelo dell’Annunciazione) e la Pasqua (Michele simboleggia la vittoria pasquale). Maria, abbiamo visto, riunisce questi due passaggi nella sua preghiera.

Ma alcuni studiosi vedono in questi due clipei l’immagine dei due angeli dell’episodio dell’Ascensione (At 1,10). Essi allora sono anche i due angeli che delimitano il «luogo della manifestazione», sul kaporet (propiziatorio) che copre l’arca dell’alleanza nel Santo dei Santi del tempio di Gerusalemme. Allora Maria è quell’arca dell’alleanza che diventa «luogo della manifestazione», epifania. Segno nel senso più forte della parola.

Jean-Paul Hernandez   

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