Archive pour juillet, 2009

Il volto autentico della Chiesa nella comunità cristiana di Gerusalemme

dal sito:

http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=14177

Il volto autentico della Chiesa nella comunità cristiana di Gerusalemme

Alcune note del cardinale ex presidente del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi su uno studio storico-giuridico di Dante Gemmiti, docente all’Università di Roma Tor Vergata

del cardinale Vincenzo Fagiolo
 

      La Chiesa, che è, in Cristo, «come un sacramento o segno e strumento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1), inizialmente la ritroviamo nella prima comunità di Gerusalemme. Storicamente ci si presenta come comunità che vive nella comunione della stessa fede, speranza e carità il mistero di Cristo, celebrandolo nell’Eucaristia, annunziandolo con la Parola di Dio, testimoniandolo comunitariamente come un cuore solo e un’anima sola (cfr. At 4, 32-37). Tutto appare come frutto dell’effusione dello Spirito Santo inviato dal Risorto (cfr. At 2, 42-47).
      Il Vaticano II ci ha ricordato che l’unica Chiesa di Cristo è quella che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica e che il Salvatore nostro, dopo la sua resurrezione, diede da pascere a Pietro, affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e la guida (cfr. LG 8). Come Cristo la volle e la costituì, la Chiesa, nel luogo stesso dove Cristo visse, morì e risorse fu data agli apostoli; ebbe la sua prima storica configurazione nella comunità di Gerusalemme, che divenne modello e fonte d’ispirazione; in essa, le altre comunità si sentirono chiamate a rispecchiarsi. San Paolo resta l’esempio più emblematico di questo riferimento. Nel timore di aver corso invano si recò a Gerusalemme da quelli che erano ritenuti le colonne e si confrontò con loro (cfr. Gal 2, 1-2).  
 
      Ma la comunità di Gerusalemme non fu soltanto il modello di ogni altra Chiesa che nelle varie parti del mondo fu fondata dagli apostoli e dai loro successori. Fu altresì modello per ogni comunità più specifica rispetto a quella particolare o – come più comunemente poi si dirà – diocesana. Fu fonte privilegiata di ispirazione anche di tutte quelle comunità di monaci o di religiosi, cioè di uomini e donne convinti di lasciare il mondo (fuga mundi) per andare a cercare Dio nella solitudine, nell’ascesi e rivivere radicalmente la stessa esperienza dei primi cristiani di Gerusalemme. Nascerà così l’anacoresi e l’avvio di quel cammino storico delle comunità di vita consacrata, che ci ha ricordato anche il Vaticano II, introducendo il discorso sul «rinnovamento della vita religiosa» (decreto Perfectae caritatis): «Fin dai primi tempi della Chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici intesero seguire Cristo…» (PC 1).
      Mediante una ricerca sistematica delle antiche fonti riguardanti la primitiva comunità cristiana, vista come presenza e come norma di comportamento, il professor Dante Gemmiti, docente all’Università romana di Tor Vergata, ci fa conoscere in qual senso e in quale misura la comunità di Gerusalemme è stata un modello presente nella riflessione dei più antichi scrittori ecclesiastici. La ricerca consente anche di valutare più adeguatamente tutte quelle devianze ecclesiologiche o di comportamento avvenute nei secoli del Medioevo e dell’Età moderna. Lo studio è circoscritto nei limiti dei secoli III, IV e V ed esamina le «testimonianze orientali, soprattutto Origene, Eusebio, Basilio, Crisostomo; e quelle occidentali, con riferimenti a Tertulliano, Cipriano, Ilario di Poitiers, Girolamo, Ambrogio, Agostino». Segue un’appendice sul monachesimo orientale e occidentale, studiato nella problematica di un suo rispettivo modellarsi sulla comunità di Gerusalemme (Dante Gemmiti, La Chiesa nascente ideale di vita cristiana, Napoli-Roma, LER, 1999, pp. 370).
      La comunità cristiana, ogni comunità cristiana nasce, vive, opera e si sviluppa sul modello di quella di Gerusalemme. Gli elementi essenziali, che diedero vita a quella divennero esigenze d’esistenza e di comportamento a quante altre sorsero nei secoli successivi. Ne è prova inconfutabile la norma canonica che definendo l’essenzialità della Chiesa ci ripresenta l’immagine di quella. Infatti «la diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale di un vescovo con la cooperazione del presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui riunita nello Spirito Santo mediante il Vangelo e l’Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare in cui è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica» (can. 369). Questa configurazione teologica e normativa della comunità ecclesiale è tanto essenziale e autentica che lo stesso Codice, seguendo il Vaticano II (cfr. LG 23), dichiara che «le Chiese particolari, [sono quelle comunità] nelle quali e dalle quali sussiste la sola e unica Chiesa cattolica» (can. 368).
      L’immagine della Chiesa universale è un’immagine ideale e storica nello stesso tempo, astratta e concreta. La determinazione o definizione dottrinale è derivata dal modello della prima comunità, nel suo comportamento di assemblea di credenti in Cristo che riuscivano a essere uniti come un solo cuore e una sola anima perché si nutrivano alla stessa tavola (come si esprimeva sant’Agostino spiegando il salmo 132 ai “servi di Dio” che erano a Ippona) con la Parola e l’Eucaristia. E se dalla comunità diocesana scendiamo a quella parrocchiale, che ne è una porzione, la configurazione, con gli elementi che sostanzialmente la costituiscono, è riferibile ugualmente al modello della comunità di Gerusalemme (cfr. cann. 515 §1, 528). Ci spieghiamo così non solo l’origine storica, ma anche l’essenzialità dell’essere e dell’operare di ogni autentica comunità cristiana. Era questo l’impegno già degli antichi Padri, sia orientali sia occidentali. La vita comunitaria istituita dagli stessi apostoli e condotta dai primi cristiani a Gerusalemme aveva la sua fonte biblica nei sommari, il primo grande sommario che abbiamo in Atti 2, 42-47, e il secondo parimenti in Atti 4, 32-37.
      Il professor Gemmiti approfondisce le fonti patristiche per mostrarci lo scopo che le ha determinate. I Padri dei secoli III, IV e V guardavano al modello gerosolimitano per individuare in primo luogo il preciso significato di quella meravigliosa esperienza ecclesiale interpretandola nei suoi vari ambiti – teologico, normativo e sociale – ed insieme per vedere come e in quale misura quel modello poteva e doveva essere seguito nello specifico momento storico della Chiesa.
      L’analisi dell’autore parte dalla metà del III secolo. Ciò, però, non vuol dire che i precedenti autori cristiani abbiano omesso qualsiasi riferimento alla vita ecclesiale delle origini secondo la descrizione contenuta negli Atti degli apostoli e, in particolare, secondo la fase iniziale della storia della comunità cristiana nata a Gerusalemme (cfr. At 1-5). Bensì nel senso che se si vuole trovare un esplicito e cosciente appello alla primitiva comunità, ci si deve rivolgere al periodo che inizia intorno alla metà del III secolo. Quando, cioè, si ha quell’afflusso di notizie sulla crisi della comunità cristiana al proprio interno, a motivo di conversioni numerose ma inconsistenti, del clero, per quello che solo rappresentava ma non era, e per il diffondersi di vizi e abitudini pagane tra i cristiani (ne abbiamo una denuncia nel Sinodo di Elvira del 305). Fu in quel contesto, cristianamente poco edificante, che il ricorso al testo degli Atti (2, 42-47; 4, 32-37) cominciò ad essere valorizzato in maniera rilevante per ammonire le comunità cristiane sul loro comportamento difforme da quello della comunità di Gerusalemme. Da Origene per l’Oriente e da Cipriano per l’Occidente il nostro autore raccoglie la prima documentazione che è testimonianza della verità delle sue conclusioni. Così farà per i successivi periodi, fino al secolo V. Qualche riferimento ci farà ben comprendere la realtà storica che l’autore fa emergere dai testi dei principali scrittori ecclesiastici dei secoli III, IV e V. Dalle opere di Origene, ad esempio, emerge un’immagine assai negativa del comportamento cristiano delle comunità in cui Origene vive e opera: Alessandria e Cesarea in Palestina. La condotta del popolo è giudicata negativamente per l’assenza dal culto o per la distrazione dei presenti e per l’interesse verso le cose mondane: «Vanno in chiesa solo qualche giorno per ascoltare la Parola di Dio, ma se ne allontanano subito, né concedono maggior tempo alla meditazione della stessa Parola divina» (In Num. hom. 13, 7: Die griechischen christlichen Schriftsteller 7, Leipzig, pp. 116-117, d’ora in poi abbreviato in GCS). Contro le donne: «Specialmente le donne come si può pensare che concepiscano nel cuore se cianciano e cicalano, tanto da non lasciare alcuno spazio al silenzio» (In Ex. hom. 13, 3: GCS 56, p. 272). Ancora: «…Se tra di voi vi sono alcuni che [...] non s’impegnano a migliorare la propria condotta, a correggere le proprie azioni, ad abbandonare i vizi, a praticare la castità, a mitigare le collere, a reprimere l’avarizia, a frenare l’avidità, a eliminare dalla propria bocca le maldicenze, le sciocchezze o le scurrilità e il veleno delle denigrazioni…» (In Ios. hom.10, 3: GCS 7, p. 360). E prosegue denunciando coloro che non osservano le promesse battesimali. E non risparmia il clero che denuncia per ipocrisia, per superbia e sete di potere, per avidità di ricchezza, per la tendenza a posporre gli interessi della comunità a quelli familiari. Di ciò si rammarica, anche perché vede le sorti del clero legate a quelle del popolo. Da tutte queste amare constatazioni l’appello di Origene al modello insuperabile della Chiesa primitiva. La dice insuperabile in senso assoluto, non storicamente, ma solo perché essa sta a dire il carattere trascendente che ha la vera Chiesa, quella celeste. Quella storica, di Gerusalemme, costituisce un evento piuttosto temporale, che si realizza nell’oggi di ogni comunità cristiana, di ogni vero credente che accoglie l’azione dello Spirito. Pietre sono tutti gli imitatori di Cristo e in ciascuno di essi viene edificata la Chiesa. In ogni Chiesa scopriamo quella primitiva dalle sue relazioni con Dio nella preghiera dei suoi componenti, formanti una vera comunità fraterna. Stupendo il testo che Origene fa seguire, incentrato sulla koinonìa, e che il nostro autore riporta per intero, a dimostrazione di come Origene valutava la primitiva comunità cristiana (cfr. D.Gemmiti, op. cit., pp. 50-117).
     
      ***
     
      Più che un’appendice, l’attenzione sull’importante fenomeno del monachesimo costituisce una seconda parte dell’unica trattazione sugli elementi costitutivi di una comunità cristiana. Anche con le sue specifiche connotazioni teologiche, normative ed ascetiche, il monachesimo – ed in genere ogni forma di vita consacrata – trova le sue origini e l’essenzialità del suo essere Chiesa in quella comunità cristiana che storicamente fu la prima a seguire Cristo, staccandosi dal modo di vivere del mondo per quello che il mondo aveva di contrario al Vangelo e per la novità della creatura umana inserita con il battesimo nel mistero di Cristo. Dirà, infatti, il Vaticano II (seguito dal Codice di diritto canonico) che lo stato di vita di coloro che professano i consigli evangelici, fondati sulle parole e sugli esempi del Signore e raccomandati dagli apostoli, «pur non concernendo la struttura gerarchica della Chiesa appartiene tuttavia alla sua vita e alla sua santità» (LG 44; cfr. can. 574 §1), cioè alla costituzione divina della Chiesa.
      Affrontando quest’argomento, lo studio in oggetto parte dall’elemento che più immediatamente o, si potrebbe dire, quasi visibilmente, mostra la prima essenziale caratteristica di ogni autentica comunità cristiana, anche se la stessa nel monachesimo – ed in genere in ogni forma di vita consacrata – è vissuta più radicalmente ed unisce in modo speciale a Cristo, alla sua Chiesa e al suo mistero (cfr. LG 44; cann. 573, 607 §1). Mi riferisco alle espressioni: «Lasciare le sostanze», «farne dono», ecc., che il nostro autore cita e di cui ci fa cogliere l’essenzialità riportando un’esegesi di Origene a un testo lucano. «Dopo un tale concepimento e una tale nascita [=vocazione divina], [...] conveniva che [Giovanni] si ritirasse, fuggendo il tumulto delle città e le contese delle masse popolari e che se ne andasse nel deserto […] affinché egli si dedicasse alla preghiera per una crescita sorprendente» (In Luc.hom. 11: GCS 9, p. 80). Quindi non sorprende l’affermazione di alcuni scrittori ecclesiastici che identificano il monachesimo con la Chiesa delle origini (Cassiano, ad esempio), anche quando dello stesso monachesimo vengono evidenziate forme specifiche, quali la egiziana, la basiliana, la occidentale. Comunque, ci si trova sempre di fronte a delle certezze che mentre assicurano il dato legislativo, che regola la vita monastica in genere, garantiscono la santità della stessa vita. Sono infatti certezze della continuità del movimento monastico con la tradizione evangelico-apostolica, della autenticità della koinonìa che proviene da Cristo in quanto dice «comunione con lui», e, perciò, con tutti i fratelli. E ciò è di rilevante valore teologico-giuridico e ascetico, perché tutto viene rapportato «alla disciplina dei Vangeli, racchiusa nella pietra angolare, il Signore Gesù Cristo». E sotto questo profilo anche il monachesimo occidentale non differisce sostanzialmente dalle forme sorte in Oriente e non si può dire che sia nato da questo. Dal fertile terreno delle Chiese locali d’Occidente, infatti, fiorì quel monachesimo che si caratterizza essenzialmente nel vivere esistenzialmente il Vangelo in modo radicale.
      Quindi, sant’Agostino indicherà il primo aspetto del monachesimo nella semplicità del cuore in cerca dell’unico Dio e Signore, e nel vivere, in modo tutto particolare, la povertà evangelica, capace, tra l’altro, di aprire alla concretezza della carità fraterna. Da qui il pensiero agostiniano si sviluppa ulteriormente allargando la dimensione dell’ascesi del tutto personale a una spiritualità che investe la forma comunitaria modellata su quella dei primi cristiani nella Chiesa gerosolimitana, con particolare accentuazione di quei valori essenziali che sono carità, fraternità, umanità.
      Ne sono testimonianza i frequentissimi riferimenti ai sommari degli Atti, dai quali è partita tutta la ricerca scientifica del nostro autore. Il quale scorge un’originalità nell’esegesi che sant’Agostino fa della frase «anima una et cor unum». A essa sant’Agostino aggiunge «in Deum» per sottolineare la soprannaturalità e lo scopo dell’unione fraterna. Il legame che Agostino fa emergere tra la comunità monastica e quella gerosolimitana gli consentì di evidenziare la vita apostolica della comunità monastica: «Nessuno rivendichi qualcosa come propria, sia nelle vesti come in qualunque altra cosa, poiché noi desideriamo vivere secondo la norma degli apostoli». Il progetto monastico sarà nei desideri di sant’Agostino per tutta la vita; in esso egli lascia intravvedere un’anticipazione della “città celeste”, come in seguito verrà sempre risottolineato dal magistero, e lo ritroviamo nella legislazione della stessa Chiesa sulla vita consacrata definita «segno della vita futura» (can. 607 §1), poiché i religiosi e le religiose, «divenuti nella Chiesa segno luminoso, preannunciano la gloria celeste» (can. 573 §1).
      È facile pertanto ravvisare nello studio, di alto profilo scientifico e di seria ricerca storica ed esegetica delle fonti, quella dimensione non solo storica ma anche teologica e canonistica che lo rende prezioso agli esperti in materia, alle comunità ecclesiali sia diocesane e parrocchiali sia di vita consacrata.

Publié dans:TEOLOGIA, teologia - eccesiologia |on 24 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI, San Giacomo il Maggiore, udienza 21 giugno 2006

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060621_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 21 giugno 2006   

Giacomo, il Maggiore

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie di ritratti degli Apostoli scelti direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Abbiamo parlato di san Pietro, di suo fratello Andrea. Oggi incontriamo la figura di Giacomo. Gli elenchi biblici dei Dodici menzionano due persone con questo nome: Giacomo figlio di Zebedeo e Giacomo figlio di Alfeo (cfr Mc 3,17.18; Mt 10,2-3), che vengono comunemente distinti con gli appellativi di Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore. Queste designazioni non vogliono certo misurare la loro santità, ma soltanto prendere atto del diverso rilievo che essi ricevono negli scritti del Nuovo Testamento e, in particolare, nel quadro della vita terrena di Gesù. Oggi dedichiamo la nostra attenzione al primo di questi due personaggi omonimi.

Il nome Giacomo è la traduzione di Iákobos, forma grecizzata del nome del celebre patriarca Giacobbe. L’apostolo così chiamato è fratello di Giovanni, e negli elenchi suddetti occupa il secondo posto subito dopo Pietro, come in Marco (3,17), o il terzo posto dopo Pietro e Andrea nel Vangeli di Matteo (10,2) e di Luca (6,14), mentre negli Atti viene dopo Pietro e Giovanni (1,13). Questo Giacomo appartiene, insieme con Pietro e Giovanni, al gruppo dei tre discepoli privilegiati che sono stati ammessi da Gesù a momenti importanti della sua vita.

Poiché fa molto caldo, vorrei abbreviare e menzionare qui solo due di queste occasioni. Egli ha potuto partecipare, insieme con Pietro e Giovanni, al momento dell’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani e all’evento della Trasfigurazione di Gesù. Si tratta quindi di situazioni molto diverse e l’una dall’altra: in un caso, Giacomo con gli altri due Apostoli sperimenta la gloria del Signore, lo vede nel colloquio con Mosé ed Elia, vede trasparire lo splendore divino in Gesù; nell’altro si trova di fronte alla sofferenza e all’umiliazione, vede con i propri occhi come il Figlio di Dio si umilia facendosi obbediente fino alla morte. Certamente la seconda esperienza costituì per lui l’occasione di una maturazione nella fede, per correggere l’interpretazione unilaterale, trionfalista della prima: egli dovette intravedere che il Messia, atteso dal popolo giudaico come un trionfatore, in realtà  non era soltanto circonfuso di onore e di gloria, ma anche di patimenti e di debolezza. La gloria di Cristo si realizza proprio nella Croce, nella partecipazione alle nostre sofferenze.

Questa maturazione della fede fu portata a compimento dallo Spirito Santo nella Pentecoste, così che Giacomo, quando venne il momento della suprema testimonianza, non si tirò indietro. All’inizio degli anni 40 del I secolo il re Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande, come ci informa Luca, “cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa, e fece uccidere di spada Giacomo fratello di Giovanni” (At 12,1-2). La stringatezza della notizia, priva di ogni dettaglio narrativo, rivela, da una parte, quanto fosse normale per i cristiani testimoniare il Signore con la propria vita e, dall’altra, quanto Giacomo avesse una posizione di spicco nella Chiesa di Gerusalemme, anche a motivo del ruolo svolto durante l’esistenza terrena di Gesù. Una tradizione successiva, risalente almeno a Isidoro di Siviglia, racconta di un suo soggiorno in Spagna per evangelizzare quella importante regione dell’impero romano. Secondo un’altra tradizione, sarebbe invece stato il suo corpo ad essere trasportato in Spagna, nella città di Santiago di Compostella. Come tutti sappiamo, quel luogo divenne oggetto di grande venerazione ed è tuttora mèta di numerosi pellegrinaggi, non solo dall’Europa ma da tutto il mondo. E’ così che si spiega la rappresentazione iconografica di san Giacomo con in mano il bastone del pellegrino e il rotolo del Vangelo, caratteristiche dell’apostolo itinerante e dedito all’annuncio della “buona notizia”, caratteristiche del pellegrinaggio della vita cristiana.

Da san Giacomo, dunque, possiamo imparare molte cose: la prontezza ad accogliere la chiamata del Signore anche quando ci chiede di lasciare la “barca” delle nostre sicurezze umane, l’entusiasmo nel seguirlo sulle strade che Egli ci indica al di là di ogni nostra illusoria presunzione, la disponibilità a testimoniarlo con coraggio, se necessario, fino al sacrificio supremo della vita. Così Giacomo il Maggiore si pone davanti a noi come esempio eloquente di generosa adesione a Cristo. Egli, che inizialmente aveva chiesto, tramite sua madre, di sedere con il fratello accanto al Maestro nel suo Regno, fu proprio il primo a bere il calice della passione, a condividere con gli Apostoli il martirio.

E alla fine, riassumendo tutto, possiamo dire che il cammino non solo esteriore ma soprattutto interiore, dal monte della Trasfigurazione al monte dell’agonia, simbolizza tutto il pellegrinaggio della vita cristiana, fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, come dice il Concilio Vaticano II.  Seguendo Gesù come san Giacomo, sappiamo, anche nelle difficoltà, che andiamo sulla strada giusta.

Publié dans:PAPA BENEDETTO: SANTI |on 24 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia per la festa di San Giacomo apostolo (25 luglio) (citazione 2Corinzi)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090725.shtml

Omelia (25-07-2007)
 
Monaci Benedettini Silvestrini
Servizio e martirio

Il colloquio che si svolge nel brano evangelico, scelto per la festa dell’apostolo Giacomo, è fin troppo chiaro nell’indicarci lo spirito con cui ci si deve mettere al servizio del Vangelo. Le categorie del pensare e dell’agire comuni sono rovesciate, così come lo sono nella seconda lettera ai Corinzi. Provate a considerare quale messaggio radicale e in controtendenza ci viene da questi passi. Si parla di croce, di morte, di sofferenza, e tutto questo vissuto nella speranza che « colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù », ed ancora si dice che se si vuole comandare bisogna servire, che i primi posti da ricercare sono quelli che ci mettono a servizio dell’altro. Tentiamo di rileggere la nostra vita cristiana alla luce di questa parola e a pensare all’incidenza che termini quali quelli proposti hanno nei nostri comportamenti quotidiani: nel rapporto con la mia comunità parrocchiale, con la mia famiglia, nell’ambito del mio lavoro e in fondo con me stesso. Sì perché il ricercare spasmodicamente il primo posto, in ordine al potere e non al servizio, potrebbe anche voler dire non sentirsi capaci di « habitare secum », espressione dei Dialoghi di Gregorio Magno e cara alla tradizione benedettina, con cui si vuole indicare la possibilità di un animo pacificato di stare solo e di non dover provare necessariamente qualcosa a qualcuno. Scoprire i propri punti deboli è già un passo per poterli gestire e per conviverci. Forse anche Giacomo, dalla risposta di Gesù, si sarà sentito infastidito ed anche mortificato, ma il suo martirio ci dimostra che quell’insegnamento di Gesù è stato recepito e vissuto fino alle estreme conseguenze. 

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

San Giacomo il Maggiore Apostolo – 25 luglio (biografia)

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/21250

San Giacomo il Maggiore Apostolo

25 luglio
 
Martire a Gerusalemme nel 42 d.C.

Detto il Maggiore (per distinguerlo dall’omonimo apostolo detto il Minore), Giacomo figlio di Zebedeo e Maria Sàlome e fratello dall’apostolo Giovanni Evangelista, nacque a Betsàida. Fu presente ai principali miracoli del Signore (Mc 5,37), alla Trasfigurazione di Gesù sul Tabor (Mt 17,1.) e al Getsemani alla vigilia della Passione. Pronto e impetuoso di carattere, come il fratello, con lui viene soprannominato da Gesù «Boànerghes» (figli del tuono) (Mc 3,17; Lc 9,52-56). Primo tra gli apostoli, fu martirizzato con la decapitazione in Gerusalemme verso l’anno 43/44 per ordine di Erode Agrippa. Il sepolcro contenente le sue spoglie, traslate da Gerusalemme dopo il martirio, sarebbe stato scoperto al tempo di Carlomagno, nel 814. La tomba divenne meta di grandi pellegrinaggi medioevali, tanto che il luogo prese il nome di Santiago (da Sancti Jacobi, in spagnolo Sant-Yago) e nel 1075 fu iniziata la costruzione della grandiosa basilica a lui dedicata. (Avvenire)

Patronato: Pellegrini, Cavalieri, Soldati, Malattie reumatiche

Etimologia: Giacomo = che segue Dio, dall’ebraico

Emblema: Cappello da pellegrino, Conchiglia, Sten

Martirologio Romano: Festa di san Giacomo, Apostolo, che, figlio di Zebedeo e fratello di san Giovanni evangelista, fu insieme a Pietro e Giovanni testimone della trasfigurazione del Signore e della sua agonia. Decapitato da Erode Agrippa in prossimità della festa di Pasqua, ricevette, primo tra gli Apostoli, la corona del martirio.

E’ detto “Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo. Lui e suo fratello Giovanni sono figli di Zebedeo, pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade. Chiamati da Gesù (che ha già con sé i fratelli Simone e Andrea) anch’essi lo seguono (Matteo cap. 4). Nasce poi il collegio apostolico: « (Gesù) ne costituì Dodici che stessero con lui: (…) Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanerghes, cioè figli del tuono » (Marco cap. 3). Con Pietro saranno testimoni della Trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo e della notte al Getsemani. Conosciamo anche la loro madre Salome, tra le cui virtù non sovrabbonda il tatto. Chiede infatti a Gesù posti speciali nel suo regno per i figli, che si dicono pronti a bere il calice che egli berrà. Così, ecco l’incidente: « Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono ». E Gesù spiega che il Figlio dell’uomo « è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti » (Matteo cap. 20).
E Giacomo berrà quel calice: è il primo apostolo martire, nella primavera dell’anno 42. « Il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni » (Atti cap. 12). Questo Erode è Agrippa I, a cui suo nonno Erode il Grande ha fatto uccidere il padre (e anche la nonna). A Roma è poi compagno di baldorie del giovane Caligola, che nel 37 sale al trono e lo manda in Palestina come re. Un re detestato, perché straniero e corrotto, che cerca popolarità colpendo i cristiani. L’ultima notizia del Nuovo Testamento su Giacomo il Maggiore è appunto questa: il suo martirio.
Secoli dopo, nascono su di lui tradizioni e leggende. Si dice che avrebbe predicato il Vangelo in Spagna. Quando poi quel Paese cade in mano araba (sec. IX), si afferma che il corpo di san Giacomo (Santiago, in spagnolo) è stato prodigiosamente portato nel nord-ovest spagnolo e seppellito nel luogo poi notissimo come Santiago de Compostela. Nell’angoscia dell’occupazione, gli si tributa un culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno degli oppressi e addirittura un combattente invincibile, ben lontano dal Giacomo evangelico (a volte lo si mescola all’altro apostolo, Giacomo di Alfeo). La fede nella sua protezione è uno stimolo enorme in quelle prove durissime. E tutto questo ha un riverbero sull’Europa cristiana, che già nel X secolo inizia i pellegrinaggi a Compostela. Ciò che attrae non sono le antiche, incontrollabili tradizioni sul santo in Spagna, ma l’appassionata realtà di quella fede, di quella speranza tra il pianto, di cui il luogo resta da allora affascinante simbolo. Nel 1989 hanno fatto il “Cammino di Compostela” Giovanni Paolo II e migliaia di giovani da tutto il mondo.

Autore: Domenico Agasso
 

Publié dans:Santi - biografia, SANTI APOSTOLI |on 24 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

SABATO 25 LUGLIO 2009 – XVI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SABATO 25 LUGLIO 2009 - XVI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans Lettera ai Corinti - prima

http://www.santiebeati.it/

SABATO 25 LUGLIO 2009 – XVI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SAN GIACOMO MAGGIORE APOSTOLO (festa)

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0725Page.htm

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   2 Cor 4, 7-15
Portiamo nel nostro corpo la morte di Gesù.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.
Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita.
Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: « Ho creduto, perciò ho parlato », anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio.

UFFICIO DELLE LETTURE, LINK A TUTTA LA LITURGIA

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0725letPage.htm

Prima Lettura
Dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 4, 1-16

Facciamoci imitatori dell’Apostolo come egli lo è di Cristo
Fratelli, ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio.
Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?
Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.
Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!

THE SAINTS, WITNESS OF FAIT; BELLISSIME IMMAGINI, LINK

http://plerosariaantiqua.freeservers.com/saints.html

Publié dans:immagini sacre |on 24 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

IMMAGINI SULL’ANTICO ED IL NUOVO TESTAMENTO PER BAMBINI, LINK

IMMAGINI SULL’ANTICO ED IL NUOVO TESTAMENTO PER BAMBINI

http://www.bibleview.org/it/

SONO GIF SEMPLICISSIME E SIMPATICISSIME, FATTE ORIGINARIAMENTE PER BAMBINI SONO GRADEVOLI E SIMPATICHE DA VEDERE (E DA MOSTRARE, APPUNTO, AI BAMBINI)

Publié dans:immagini sacre, immagini varie |on 23 juillet, 2009 |Pas de commentaires »
1...34567...22

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01