Archive pour juillet, 2009

Commento di Inos Biffi, all’Inno di Sant’Ambrogio: « Hic est dies verus Dei »

(ho trovato un bellissimo commento a questo inno di Sant’Ambrogio, San Paolo è citato solo verso la fine del commento, tuttavia, questo commento riferisce poco su Paolo io propongo questo testo perché vorrei cominciare a percorrere alcuni cammini, alcune strade, che possano accompagnarci ed aiutarci a comprendere la fede, quella alla quale siamo, ardentemente ed appassionatamente, coinvolti da Paolo; una di queste strade certamente sono i Padri della Chiesa, anche se forse mi sofferemerò su alcuni, quelli che conosco meglio o desidero conoscere meglio, non tutto si può fare, per il momento vado verso Ambrogio, come, spesso, sono andata e andrò, verso Agostino e Crisostomo; sulla paternità ambrosiana di questo inno non concordano tutti gli studiosi, trovo scritto su: Patrologia, Istitutum Patristicum Agostinianum, vol. III, Marietti 1983, pag 167, ma questo articolo è del Cardinale Inos Biffi, sull’Osservatore Romano, ripreso da sito:

 

http://www.zammerumaskil.com 

il testo latino dell’Inno l’ho aggiunto io)

Hic est dies verus Dei

 

1 Hic est dies verus Dei,

sancto serénus lúmine,

quo díluit sanguis sacer

probrósa mundi crímina.

2 Fidem refúndens pérditis,

coecósque visu illúminans,

quem non gravi solvit metu

latrónis absolútio?

3 Qui praémium mutans cruce

Iesum brevi quaesit fide,

iustúsque praévio gradu

pervénit in regnum Dei.

4 Opus stupent et ángeli,

poenam vidéntes córporis

Christóque adhaeréntem reum

vitam beátam cárpere.

5 Mystérium mirábile!

ut ábluat mundi luem,

peccáta tollat ómnium

carnis vitia mundans caro.

6 Quid hoc potest sublímius,

ut culpa quaerat grátiam?

Metúmque solvat cáritas,

reddátque mors vitam novam?

7 Hamum sibi mors dévoret,

suísque se nodis liget:

moriátur vita ómnium,

resúrgat vita ómnium.  

domenica 23 marzo 2008

di Inos Biffi

 

L’inno « Hic est dies verus Dei » è uno dei tre che sant’Ambrogio – che ne è sicuramente l’autore – dedica ai misteri di Cristo. In uno canta il Natale del Signore, in un altro le sue epifanie, in questo egli trasforma in « voce canora », per il suo popolo, il « mirabile mistero » della Pasqua, colto nel suo compiersi in Cristo e illustrato nel suo rifrangersi nell’uomo, e specialmente come sorprendente opera di misericordia.

Sant’Ambrogio vi raccoglie, fondendoli e componendoli in una luminosa e originale teologia, i motivi pasquali variamente sparsi nelle sue opere. Il canto si apre con un annuncio gioioso e vibrante: « È questo il vero giorno di Dio, / radioso di santa luce ».

Certamente tutti i giorni appartengono a Dio, che ha creato il tempo e la luce e che Ambrogio, nell’ « Aeterne rerum conditor« , chiama « Creatore eterno delle cose » e moderatore delle loro vicissitudini; e nell’inno all’accensione definisce « Creatore degli esseri tutti ».

E, tuttavia, nessun giorno è tanto di Dio quanto il giorno di Pasqua: quasi che, per crearlo, Dio abbia impiegato in maniera unica e incomparabile la sua divina potenza.

Allo stesso modo, nessun giorno è tanto terso, quanto quello pasquale, inondato e rischiarato dal nitore di una « luce santa »: sancto serenus lumine. Ambrogio, forse echeggiando il serena luce di Virgilio, ama il termine « sereno » e usa espressioni come: dies serenius luceat; animi serenitatem; caeleste mysterium serena luce resplendet; aestivae lucis serenitatem.

Il giorno di Pasqua è un giorno sgombro di nubi, perché a renderlo limpido è il sanctum Lumen, o il Signore risorto, che diffonde intorno il suo splendore, che non ha paragone col bel tempo dei giorni che vediamo sorgere e tramontare nel mondo. D’altronde, il motivo di Cristo Luce, che è proprio del vangelo di Giovanni, percorre l’inno intero e gli conferisce un diffuso senso di gioia e di pace: « la tranquillità del cuore e la serenità dell’animo – tranquillitatem cordis et animi serenitatem – come dice lo stesso sant’Ambrogio. Il quale spiega espressamente perché la Pasqua – che con la risurrezione include anche la passione e la morte del Signore e fa dire ad Ambrogio: « la morte di Cristo è l’annuale solennità del mondo » – sia il vero giorno di Dio: « La Scrittura ci insegna che ci sono giorni particolarmente illustri, in cui sono rifulse le imprese divine »; in un giorno come questo « è apparsa agli uomini la risurrezione di Cristo e quindi di questo giorno in modo speciale è stato detto: « Questo è il giorno che ha fatto il Signore. Esultiamo e rallegriamoci in esso! ». Sebbene quindi tutti i giorni siano stati fatti dal Signore, a questo giorno sopra tutti gli altri è stato concesso il privilegio di essere opera divina. Questo giorno è il giorno illuminato dal Sole di giustizia ». Infatti, la trasparenza del « vero giorno di Dio », riflessa dalla « santa Luce » è tutta spirituale: quel giorno « vide un sangue sacro detergere i vergognosi delitti del mondo – probrosa mundi crimina » – ed è quanto avviene ogni volta nel lavacro battesimale. L’iscrizione del vescovo per il suo nuovo battistero di san Giovanni alle Fonti, richiama esattamente i probrosa crimina vitae lavati nell’ »onda che limpida scorre »: diluere è verbo che ad Ambrogio piace collegare col sangue di Cristo, che « lava questo mondo », e nel quale siamo stati detersi e redenti: suo sanguine nos diluit et redemit.

Nello stesso « vero giorno di Dio », grazie al sangue che ha cancellato le colpe, negli smarriti riprende a brillare la fede, e ai ciechi nello spirito è ridonata la vista e tornano a vedere: « Agli smarriti ridonò la fede; / ridiede luce, con la vista ai ciechi – fidem refundens perditis / caecosque visu inluminans ».

Quello degli occhi dei ciechi schiusi alla luce ridonata da Cristo è tema che ritorna in sant’Ambrogio, al quale appare particolarmente gradito il verbo refundere. Egli ama parlare della « luce » miracolosamente « reinfusa ai ciechi – caecis refundi lumen » – e, in contesto battesimale, del Salvatore, che « col suo comando reinfondeva la luce agli occhi », spenti dal peccato – « per il fumo dell’iniquità si trova accecato l’occhio dell’anima – oculus animae caecatur« . Alla comunità che cantava quest’inno il pensiero certamente riandava alla Luce della notte pasquale, e a quanti « Cristo aveva rischiarato con la grazia spirituale » ed erano chiamati « gli illuminati ».

Ma probabilmente non manca un’altra allusione: quella ai due viandanti di Emmaus, smarriti e sfiduciati dopo la passione di Gesù, e dal cuore stolto e tardo, e dalla vista ottenebrata che loro impedivano di ritrovare e di vedere il Messia paziente nelle Scritture. Gesù, nelle sembianze del viandante, ridonò loro la fede e ridiede la luce.

A questo punto, l’inno si intrattiene su un particolare del « vero giorno di Dio » che tuttavia, per Ambrogio, è come la sintesi della grazia pasquale: in quel giorno non solo è ridonata la fede agli increduli e negli occhi dei ciechi è riaccesa la luce, ma anche è vinta ogni angoscia, dal momento che persino il ladro confitto sulla croce riceve subito il perdono: « Chi sarà ancora oppresso da timore/ dopo il perdono al ladro? ».

Si direbbe che due eventi del Vangelo hanno profondamente impressionato sant’Ambrogio: lo sguardo di Gesù su Pietro, dopo il rinnegamento, con le lacrime purificatrici dell’apostolo, e il perdono concesso in un attimo al brigante crocifisso con lui, a motivo della sua pur « breve fede »: « uno splendido esempio – egli commenta – di conversione ».

Nel commento al vangelo di Luca il vescovo di Milano parla della « breve fede » – brevis fides - anche dell’emorroissa, subito compensata dalla misericordia; ma, più a lungo, si sofferma a considerare soprattutto « il fatto che il perdono sia concesso tanto in fretta – tam cito – a un malfattore, e il dono superi in abbondanza la domanda »: « Quegli pregava che il Signore si ricordasse di lui, quando fosse giunto al suo Regno, ma il Signore gli rispose: « In verità, in verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso »". « Il Signore subito – cito – lo perdona, perché colui subito si converte ».

È esattamente il tratto di prosa che è convertito in poesia.

Il ladrone – continua dunque l’inno –  » (…) mutò la sua croce in un premio, / Gesù acquistando con rapida fede; / così, giustificato, / arrivò primo nel regno di Dio ». Il castigo del malfattore, cioè la sua croce, mirabilmente si trasforma in premio; un attimo di fede riesce a procurargli l’acquisto di Gesù, a renderlo giusto e a farlo giungere, primo, nel regno di Dio – iustusque praevio gradu / pervenit in regnum Dei – o, secondo un’altra lezione del testo, a farlo entrare in quel regno prima dei giusti – iustosque previo gradu / praevenit in regnum Dei.

« Il ladrone crocifisso – scrive sant’Ambrogio – viene assolto: lui ha riconosciuto Cristo nei dolori del supplizio. Ha confessato il proprio peccato a Cristo, che poteva perdonarlo, perché sulla croce ha contemplato con gli occhi dello spirito il regno di Dio. Drago infernale, esultavi perché avevi sottratto a Cristo un suo apostolo, ma hai perso più di quanto hai guadagnato, perché ti tocca vedere un ladrone trasportato in paradiso ».

Nella figura del ladro pentito e perdonato Ambrogio trova il simbolo esemplare della clemenza divina, in presenza di un sincero atto di fede, ossia di affidamento a Gesù crocifisso, che agisce efficacemente e rapidamente, senza condizionamenti di tempo o affannose complicazioni penitenziali.

Sant’Ambrogio è il dottore della grazia misericordiosa; il peccato non lo angustia e non lo distrae, persuaso com’è della « pazienza del Signore – patientia Domini » – e della forza rinnovatrice e rasserenante dell’ »assoluzione ». Per lui, la colpa non sconvolge il disegno di Dio; al contrario, una volta « assorbita », diviene l’ »occasione » che rivela il senso e il contenuto di quel disegno: Dio, infatti, non crea per manifestare ed esaltare l’innocenza, ma per rendere visibile il suo amore nella forma del perdono: « Felice caduta, che trova una rinascita più bella! ».

È un disegno che suscita lo stupore anche negli angeli che vedono il Figlio di Dio subire il supplizio del malfattore, e il malfattore, strettamente congiunto con lui, ottenere in sorte il Regno – « dove c’è Cristo, là c’è il regno » .

Recita l’inno: « Persino gli angeli ne stupiscono, / contemplando lo strazio delle membra / e, tutto stringendosi a Cristo, / il reo carpire la vita beata ».

Ricorrono in sant’Ambrogio sia lo « stupore degli angeli di fronte al celeste », o al « grande mistero », sia l’espressione « carpire la vita eterna – vitam carpere aeternam » – sia la contemplazione di Cristo che, « pendente dalla croce, tra i supplizi, ferito », « dona il regno celeste », e proclama: « Sarai con me in paradiso ».

A meno che il corpo straziato sia quello del ladro, allora « la meraviglia degli angeli deriva dal contrasto tra il castigo subito e la beatitudine guadagnata » (Hervé Savon).

Si tratta di un « mistero mirabile », o di un disegno divino dalle componenti paradossali e inimmaginabili: « Una carne purifica i vizi della carne, / deterge il contagio del mondo / e toglie i peccati di tutti! ».

Ambrogio lo ripete nei suoi scritti: grazie al sacrificio di Cristo, « anche le colpe più gravi sono rimesse »; egli « lava col proprio sangue il mondo ». È come impensabile quello che è avvenuto sul Calvario: il ladro – la colpa – che cerca Gesù – la grazia – l’amore di Cristo che allontana la paura; la morte che genera la vita.

Nulla ci potrebbe essere di più elevato – prosegue il poeta : « Che c’è di più sublime? / Cerca grazia la colpa, / è dall’amore vinta la paura, / la morte ci ridona a vita nuova ».

Si comprende che il sentimento specialmente diffuso in questo canto pasquale, tutto rivolto alla Croce, sia quello di una gioia intima ed estasiata per quanto Dio ha compiuto, trasfigurando una passione in risurrezione, uno strazio in letizia, una carne crocifissa in una carne redenta e santa. Ma prima di terminare il suo canto esultante, il poeta ferma uno sguardo irridente e sprezzante sulla morte, che si è autodistrutta. Essa, nel tentativo di mordere la preda, cioè il corpo di Cristo, messole dinanzi con sottile tranello, ne ha ingoiato letalmente l’amo, restando, insieme, avviluppata nella sua stessa rete.

Ambrogio usa altrove l’espressione « abboccare all’amo – hamum vorare » – e quanto ai lacci scrive: « Il modo migliore per spezzare il laccio – teso dall’inganno del diavolo – era quello di mostrare al diavolo la preda » – appunto il corpo di Cristo « affinché, slanciandosi d’impeto su di essa, si impigliasse nella sua stessa rete – suis laqueis ligaretur« .

È quanto il poeta traduce nel suo auspicio: « Si divori la morte il proprio amo, / nei suoi lacci s’impigli », dove è facile sentire l’eco delle parole di Paolo (e di Isaia e Osea): « La morte è stata ingoiata nella vittoria ». « Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? » (1 Corinzi, 15, 54).

Così, paradossalmente, proprio dalla morte della « Vita di tutti » – ossia di Cristo (Colossesi, 3, 4) – scaturisce la risurrezione di tutti, ed è l’auspicio dei versi che chiudono la strofa: « muoia la vita di tutti/ di tutti la vita risorga ».

Certo, l’esperienza della morte è universale, essendo dilagata – pertransiit – tra tutti gli uomini (Romani, 5, 12); sarà però altrettanto universale anche l’esperienza della vita, dal momento che « tutti saranno vivificati in Cristo » (1 Corinzi, 15, 22).

Su queste affermazioni della Scrittura, ancora una volta in forma di voto, l’Inno è condotto al termine: « Poi che tutti la morte avrà falciato – cum mors per omnes transeat – / tutti i morti risorgano; / e, da se stessa annientata – consumata morso ictu suo – la morte / d’esser perita lei sola si dolga »: è il compiacimento per la vittoria pasquale della vita, a cui, come per contraccolpo, segue la soddisfazione per la sconfitta della morte, l’unica irreversibilmente destinata a soccombere in un lamento senza speranza.

Nessun inno, come questo di sant’Ambrogio, ha saputo tanto splendidamente far cantare nella Chiesa la Pasqua di Cristo, ossia la trionfale e inimmaginabile riuscita della croce, l’esaltazione dell’incontenibile perdono divino, e l’estrema e definitiva disfatta del peccato e della morte.

(L’Osservatore Romano – 23 marzo 2008)

Catechismo della Chiesa Cattolica: « Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090728

Meditazione del giorno
Catechismo della Chiesa Cattolica
§ 823 – 827

« Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica »

La Chiesa è santa: « Noi crediamo che la Chiesa… è indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato « il solo Santo », ha amato la Chiesa come sua Sposa e ha dato se stesso per essa, al fine di santificarla, e l’ha unita a sé come suo corpo e l’ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio ». La Chiesa è dunque « il popolo santo di Dio », e i suoi membri sono chiamati « santi » (Lumen Gentiul 39,12; 1Cor 6,1)…. La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata; per mezzo di lui e in lui diventa anche santificante… È in essa che « per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità». Nei suoi membri, la santità perfetta deve ancora essere raggiunta…

« Mentre Cristo « santo, innocente, immacolato », non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento » (LG 42). Tutti i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo.

La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione: « La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo ».

Anania battezza San Paolo (Atti 9, 17)

Anania battezza San Paolo (Atti 9, 17) dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) apostle_ananias_01

Elevation of the Holy Cross Eastern Orthodox Church 
THE FIRST CENTURY BAPTIZER OF ST. PAUL

http://www.holycrossocnj.org/church_calendar/saints/october/14/hmtls/apostle_ananias_01.htm

Sant’Ilario di Poitiers: « Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090726

XVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno B : Jn 6,1-15
Meditazione del giorno
Sant’Ilario di Poitiers (circa 315-367), vescovo, dottore della Chiesa
Commento sul vangelo di Matteo, 14, 11 ; PL 9, 999

« Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo »

I discepoli dicono di non avere nulla se non cinque pani e due pesci. I cinque pani significano che essi erano ancora sottomessi ai cinque libri della Legge, e i due pesci che erano nutriti dagli insegnamenti dei profeti e di Giovanni Battista… Ecco ciò che gli apostoli avevano ad offrire in primo luogo, poiché erano ancora a questo punto; e da questo punto è partita la predicazione del Vangelo…

Il Signore aveva preso i pani e i pesci. Alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione e li spezzò. Rendeva grazie al Padre per essere trasformato nel cibo della Buona Novella, dopo i secoli della Legge e dei profeti… I pani sono stati dati agli apostoli: per mezzo di loro i doni della grazia sarebbero stati ridati. In seguito la gente viene nutrita con i cinque pani e i due pesci e, dopo che i commensali erano stati saziati, i pezzi avanzati erano così abbondanti da riempire dodici ceste. Questo vuole dire che la moltitudine viene colmata dalla parola di Dio che viene dall’insegnamento della Legge e dei profeti. Servito il cibo eterno, trabocca l’abbondanza della potenza divina, messa in serbo per i popoli pagani. Essa realizza una pienezza, quella della cifra dodici, che è il numero degli apostoli. Ora, il numero di coloro che hanno mangiato è lo stesso di quello di coloro che crederanno : cinquemila uomini (Mt 14,21 ; At 4,4).

SS. Gioacchino ed Anna

SS. Gioacchino ed Anna dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 25 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia domenica XVII del T.O. – mons Riboldi (2006 anno B)

dal sito:

http://www.vescovoriboldi.it/Omelie/2006/lug/300706.htm

Omelia del giorno 30 Luglio 2006

XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

Una umanità che ha fame

C’è una realtà davanti a cui vorremmo chiudere gli occhi per non vedere, le orecchie per non sentire, è quella di milioni di fratelli e sorelle che in ogni parte della terra pare si rivolgano a noi per chiedere un pezzo di pane. E per pane intendiamo tutto quello che è vita: dalla possibilità di mangiare e bere, alla possibilità di esercitare il diritto dovere del lavoro e quindi conoscere la bellezza di una famiglia, ancora di più scoprire il vero senso della vita, perché tante volte si ha tutto e si “ha fame” della felicità, dell’amore.

E nessuno, davanti alla giustizia e a Dio può chiudere porte e finestre a questa moltitudine che ci interpella.

Chi di noi non ha incontrato un fratello o una sorella che tende la mano o bussa allo nostra porta per conoscere almeno la pietà?

E ancora di più, chi non ha incontrato fratelli, sorelle, amici magari, che non cercano il pane materiale, ma quel pane dell’anima che solo Dio può darci e dà tante volte attraverso la nostra bontà?

“Non chiedo nulla a nessuno, mi diceva un giorno una giovane, riesco a tirare avanti i miei giorni, anche se con tanta difficoltà. Non tutti nascono con la fortuna di avere tutto e non tutti hanno la possibilità di farti partecipare al bene che hanno: ma cerco chi mi ascolti e mi accolga e mi offra un pezzo di pane che è l’affetto, tante volte più necessario del pane fatto di farina. Ma come è difficile trovare queste persone. E la vera bontà è qui”.

Rovistando nei ricordi della mia vita, ci fu un lungo tempo in cui, dopo il terremoto, si era tutti costretti a vivere in anguste baracche che sembravano fatte per negare la speranza. Era difficile per me, loro padre, parlare di Pane del cielo. Ci provavo tante volte, recandomi frequentemente nelle loro baracche, dove si radunavano in attesa di parole di speranza. Facevo loro catechesi: parlavo dell’amore di Dio, della Provvidenza. Mi ascoltavano attenti. Ma alla fine, congedandosi, mi rivolgevano la domanda che era il “solo pane che credevano necessario”: “Ma quando si ricostruiranno le nostre case?” Capivo che quella povertà impediva di guardare in Alto.

Venne il momento della ricostruzione: sorsero le prime case e quindi sembrava avessero raggiunto il tutto della vita. Ma presto si rivelò che la casa non era il tutto. C’era un di più che andava oltre la casa, oltre questa nostra vita, ossia la gioia di Dio. Racconta Giovanni l’apostolo, nel Vangelo: “Gesù andò dall’altra parte del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, e una grande folla lo seguiva vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli…Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da Lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?. Diceva questo per metterlo alla prova: egli infatti sapeva bene quello che stava per fare”. In soccorso alla povertà di Gesù e dei suoi discepoli viene Andrea con una frase che svela la povertà di tutto il mondo ieri, oggi e il poco che possiamo fare. “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci: ma cos’è questo per tanta gente?” E Gesù disse: “Fateli sedere”. “C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto. Li raccolsero e riempirono dodici canestri, con i cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo! Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sul monte, tutto solo” (Gv 6, 1-15).

Gesù non aveva voluto sottrarsi alla carità, che in quel momento gli suggeriva quella moltitudine che era accorsa per sentirlo, certamente per vedere i grandi segni di guarigione che operava, ma non andava oltre.

Lo cercavano forse per ragioni che stavano a cuore a Gesù, che non si sottraeva alla compassione della gente, ma non era “la ragione” del suo essere tra di loro. Dio va sempre oltre i segni di amore, che si fermano a questa vita: i suoi sono come l’invito a seguirLo oltre, dove non ci sarà più fame, il Cielo. E proprio partendo da questo prodigio, verrà il momento in cui farà il discorso stupendo, il discorso che “va oltre”, dicendo: “Io sono il pane della vita”. E’ allora che la mentalità dell’uomo, davvero terrena, sarà incapace a seguirLo e Lo abbandonerà. Il discorso della Eucarestia.

Come è uguale la gente di oggi e di sempre a quella folla, che forse vede in Dio solo uno che fa segni risolvendo problemi della terra, ma è incapace di accogliere il grande discorso della santità.

Certo è stata una meravigliosa lezione, che va bene per tutti noi, quello di preoccuparsi o di occuparsi dei “poveri”, ossia di una moltitudine che manca del necessario. La carità temporale è una realtà che continuamente bussa alla porta di tutti. Guai a fare finta di non vedere. Faremmo la figura del sacerdote e del levita che sulla strada che, da Gerusalemme conduce a Gerico, incontrano l’uomo semivivo, derubato, maltrattato e abbandonato. La morte di quel povero uomo, che poteva venire salvato dalla carità, sarebbe stata la condanna che Gesù pronuncerà nel giudizio universale. Occorre essere capaci di interrompere il ritmo della nostra quotidianità e fermarsi, scendere dalla nostra tranquillità, per riportare a vita il semivivo.

E di poveri che vivono sotto la soglia della sopravvivenza ce n’è dappertutto. Il mio pensiero corre, con il vostro, ai tanti che fuggono dai loro paesi, e cercano sicurezza tra di noi, ossia gli immigrati. E non sempre trovano accoglienza.

Quando ero parroco, d’estate, mi recavo a visitare i tanti nostri fratelli che cercavano lavoro e quindi sostentamento alle famiglie in Germania, Svizzera. Stavo con loro per giorni, condividendo la misera provvisorietà, in attesa di riuscire a dare serenità ai loro cari. E quante volte più che di sdegno, mi sono sentito il cuore colmo di lacrime, nel vedere come venivano questi emigrati sopportati, usati, ma non considerati. E mai dimenticherò che un giorno di festa volendo seguirli in una serata presso un meraviglioso parco, mi vidi respinto con loro da un cartello che diceva: “Vietato ai cani e agli italiani”. Se questa è civiltà…non certamente carità!

Che non succeda a nessuno lo stesso. Saremmo davvero lontani dall’esempio di Gesù che ebbe compassione dei cinquemila che erano accorsi a Lui e li sfamò.

Ma c’è un mondo di poveri di cuore, poveri di serenità, poveri di gioia. Una moltitudine che si sente sola, come non esistesse o non ci fosse posto nel cuore di chi è vicino. Vivono in un mondo popoloso come non esistessero e cercano disperatamente qualcuno che si accorga almeno che esistono e doni il pane del sorriso e della amicizia. E’ anche a questa moltitudine che Gesù ci invita a “dare da mangiare”.

Ripenso al cuore dei santi della carità, cominciando se volete da Madre Teresa di Calcutta. Sembrava avesse due braccia immense che sapevano accogliere tutti i poveri del mondo. Non aveva paura del come dare da mangiare. Sapeva che Dio riempiva i cesti. “Un giorno, mi raccontò, avevo bisogno a Calcutta di un medicinale che si poteva trovare solo in America. Non sapevo che fare. Il mattino aprendo la porta trovai un cesto pieno di tante cose e bene in vista, sopra tutte, vi era il medicinale che cercavo”. Se questo non è “collaborazione della bontà di Dio” con quella dell’uomo, non saprei proprio come definire Dio amore.

E Dio lo fa sempre quando si incontra con la povertà di chi vorrebbe donare. Manda sempre chi sa riempire le mani per riempire mani di altri. Come sarebbe bello fare sentire che Dio è così vicino.

Vorrei dirlo in questo momento, a chi si sente “povero di cuore”, che occorre alzare gli occhi al Padre e incontreremo anche colui di cui Dio si serve per comunicare quella gioia che il pane del mondo non sa dare.

Scriveva Quoist: “Non ci siamo ancora adeguati al modo di agire del Padre. E’ umiliante avere continuamente bisogno degli altri, è esaltante scoprire che gli altri hanno bisogno di noi. Non dobbiamo metterci in condizione di chi possiede dei beni, e “si occupa” di chi non ne ha, ma di chi desidera spartire da pari a pari. Non dobbiamo essere sempre coloro di cui si ha sempre bisogno, ma coloro che a volte hanno bisogno degli altri. Non dobbiamo essere coloro che danno sempre senza tregua, ma coloro che guidano e inducono altri a donare. Quando aiutiamo qualcuno a superarsi, lo facciamo diventare maggiormente uomo e persona, figlio libero e generoso come lo desidera il Padre. Cosa possiamo dare di più bello all’uomo che “l’essere uomo?”

Signore aiutaci a prodigarci di meno, ma non ad amare di meno. Aiutaci a rendere grandi gli altri, mentre noi diventeremo piccoli, a dare di meno e a chiedere a loro di più, a renderli atti a salvare invece che a salvarli. Allora, Signore, noi saremo non benefattori, non dei padri, ma dei fratelli per i nostri fratelli” (Appuntamento con Cristo).

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 25 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

DOMENICA 26 LUGLIO 2009 – XVII DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 26 LUGLIO 2009 - XVII DEL TEMPO ORDINARIO dans Lettera agli Efesini 15%20CHRIST%20FEEDING%205%20THOUSANDS

Mat-14,13_Feeding_Multitude_Multiplication_Pains (passo parallelo)

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-14,13_Feeding_Multitude_Multiplication_Pains/slides/15%20CHRIST%20FEEDING%205%20THOUSANDS.html

DOMENICA 26 LUGLIO 2009 – XVII DEL TEMPO ORDINARIO

(OGGI SS. GIOACCHINO ED ANNA)

MESSA DEL GIORNO LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinB/B17page.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   Ef 4, 1-6
Un solo corpo, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

http://www.bible-service.net/site/375.html

Éphésiens 4,1-6

La lettre aux Éphésiens opère un tournant. Après le rappel du dessein de Dieu révélé et réalisé dans le Christ Jésus et accueilli dans la foi par la communauté, l’auteur de la lettre entame une nouvelle partie, celle des encouragements ou de l’exhortation. Il faut que la Bonne Nouvelle du salut s’enracine concrètement, fidèlement dans les conduites pratiques des croyants, que la foi pénètre la vie. Il s’agit de marcher selon l’Évangile.

Ainsi la lecture de ce jour articule unité de la foi et unité de la vie communautaire. L’Église confesse qu’elle est un corps uni par l’Esprit, dont le Seigneur est la tête, dont l’accès est identique pour tous par la foi et le baptême, et que le Père, un seul Dieu, anime et domine. Une telle profession de foi fonde l’unité de la vie communautaire. Toujours menacée et jamais acquise, celle-ci demande beaucoup de vertus, patience, humilité, douceur, comme un programme de béatitudes. Et il faut se supporter, malgré les tensions et les conflits inévitables, toujours avec amour : une communauté fraternelle est toujours à faire.

Efesini 4,1-6

La lettera agli Efesini opera un punto di svolta. Dopo il richiamo al disegno di Dio, rivelato e realizzato in Gesù Cristo, e accolto nella fede dalla comunità, l’autore della lettera inizia un nuovo discorso, comincia ad incoraggiare e ad esortare. È necessario che la Buona Novella della salvezza si radichi concretamente, fedelmente, nella condotta pratica dei credenti, che la fede penetri la vita. Si tratta di camminare secondo il vangelo.

Così la lettura di questo giorno presenta l’unità della fede e l’unità della vita comunitaria. La Chiesa confessa che essa è un corpo unito dallo Spirito, del quale il Signore è la testa, nel quale l’accesso è identico per tutti attraverso la fede ed il battesimo, e che il Padre, un solo Dio, anima e domina. Una tale professione della fede fonda l’unità della vita comunitaria.  Sempre minacciata e mai presa (non sono sicura della traduzione), questa richiede molte virtù, pazienza, umiltà, dolcezza, come un programma di beatitudini. Ed è bene sopportarsi (accettarsi da fratelli direi), malgrado le tensioni e i conflitti inevitabili, sempre con amore: una comunità fraterna sempre da realizzare.

PRIMI VESPRI

Lettura breve   Rm 11, 33-36
O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? (Is 40, 13; Ger 23, 18; Gb 41, 3).
Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

UFFICIO DEL GIORNO

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 7, 2-16

Gioia dell’apostolo per il pentimento dei cristiani di Corinto
Fratelli, fateci, posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato. Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere. Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione. Infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra carne non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori al di dentro.
Ma Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito, e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli ci ha annunziato infatti il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta.
Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto — vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati — ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati.
A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi. Cosicché se in qualche cosa mi ero vantato di voi con lui, non ho dovuto vergognarmene, ma come abbiamo detto a voi ogni cosa secondo verità, così anche il nostro vanto con Tito si è dimostrato vero. E il suo affetto per voi è cresciuto, ricordando come tutti gli avete obbedito e come lo avete accolto con timore e trepidazione. Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi.

Responsorio   Cfr. 2 Cor 7, 10. 9
R: La tristezza secondo Dio produce un pentimento che porta alla salvezza; * la tristezza del mondo produce la morte.
V. Ci siamo rattristati secondo Dio, e così non abbiamo sofferto alcun danno:
R. la tristezza del mondo produce la morte.

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sulla seconda lettera ai Corinzi» di san Giovanni Crisostomo, vescovo  (Om. 14, 1-2; PG 61, 497-499)

Sovrabbondo di gioia in ogni tribolazione
Paolo riprende il discorso sulla carità, moderando l’asprezza del rimprovero. Dopo avere infatti biasimato e rimproverato i Corinzi per il fatto che, pur amati, non avevano corrisposto all’amore, anzi erano stati ingrati e avevano dato ascolto a gente malvagia, mitiga il rimprovero dicendo: «Fateci posto nei vostri cuori» (2 Cor 7, 2), cioè amateci. Chiede un favore assai poco gravoso, anzi più utile a loro che a lui. Non dice «amate», ma con squisita delicatezza: «Fateci posto nei vostri cuori». Chi ci ha scacciati, sembra chiedere, dai vostri cuori? Chi ci ha espulsi? Per quale motivo siamo stati banditi dal vostro spirito? Dato che prima aveva affermato: «E’ nei vostri cuori invece che siete allo stretto» (2 Cor 6, 12), qui esprime lo stesso sentimento dicendo: «Fateci posto nei vostri cuori». Così li attira di nuovo a sé. Niente spinge tanto all’amore chi è amato quanto il sapere che l’amante desidera ardentemente di essere corrisposto.
«Vi ho già detto poco fa, continua, che siete nel nostro cuore per morire insieme e insieme vivere» (2 Cor 7, 3). Espressione massima dell’amore di Paolo: benché disprezzato, desidera vivere e morire con loro. Siete nel nostro cuore non superficialmente, in modo qualsiasi, ma come vi ho detto. Può capitare che uno ami, ma fugga al momento del pericolo: non è così per me.
«Sono pieno di consolazione» (2 Cor 7, 4). Di quale consolazione? Di quella che mi viene da voi: ritornati sulla buona strada mi avete consolato con le vostre opere. E’ proprio di chi ama prima lamentarsi del fatto che non è amato, poi temere di recare afflizione per eccessiva insistenza nella lamentela. Per questo motivo aggiunge: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia».
In altre parole: sono stato colpito da grande dispiacere a causa vostra, ma mi avete abbondantemente compensato e recato gran sollievo; non avete solo rimosso la causa del dispiacere, ma mi avete colmato di più abbondante gioia.
Paolo manifesta la sua grandezza d’animo non fermandosi a dire semplicemente «sovrabbondo di gioia», ma aggiungendo anche «in ogni mia tribolazione». E’ così grande il piacere che mi avete arrecato che neppure la più grande tribolazione può oscurarlo, anzi è tale da farmi dimenticare con l’esuberanza della sua ricchezza, tutti gli affanni che mi erano piombati addosso e ha impedito che io ne rimanessi schiacciato.

Responsorio   2 Cor 12, 12. 15
R. In mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, * in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli.
V. Io mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime
R. in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve   2 Cor 1, 3-4
Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio.

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