Archive pour juillet, 2009

Saint Thomas écrivant sous la dictée des Apôtres Pierre et Paul,

Saint Thomas écrivant sous la dictée des Apôtres Pierre et Paul, dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 18%20-%2019%20DIJON%20ST%20THOMAS%20%20SOUS%20LA%20DICT%20E%20DE%20PIERRE%20ET%20PAUL

http://www.artbible.net/2NT/PORTRAITS%20OF%20PETER%20AND%20PAUL%20…PIERRE%20ET%20PAUL/slides/18%20-%2019%20DIJON%20ST%20THOMAS%20%20SOUS%20LA%20DICT%20E%20DE%20PIERRE%20ET%20PAUL.html

Papa Benedetto XVI, Spe Salvi 45-46: « A riva »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090730

Giovedì della XVII settimana del Tempo Ordinario : Mt 13,47-53
Meditazione del giorno
Papa Benedetto XVI
Enciclica « Spe Salvi », 45-46

« A riva »

Con la morte, la scelta di vita fatta dall’uomo diventa definitiva – questa sua vita sta davanti al Giudice. La sua scelta, che nel corso dell’intera vita ha preso forma, può avere caratteri diversi. Possono esserci persone che hanno distrutto totalmente in se stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore. Persone in cui tutto è diventato menzogna; persone che hanno vissuto per l’odio e hanno calpestato in se stesse l’amore. È questa una prospettiva terribile, ma alcune figure della stessa nostra storia lasciano discernere in modo spaventoso profili di tal genere. In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica con la parola inferno.

Dall’altra parte possono esserci persone purissime, che si sono lasciate interamente penetrare da Dio e di conseguenza sono totalmente aperte al prossimo – persone, delle quali la comunione con Dio orienta già fin d’ora l’intero essere e il cui andare verso Dio conduce solo a compimento ciò che ormai sono.

Secondo le nostre esperienze, tuttavia, né l’uno né l’altro è il caso normale dell’esistenza umana. Nella gran parte degli uomini – così possiamo supporre – rimane presente nel più profondo della loro essenza un’ultima apertura interiore per la verità, per l’amore, per Dio. Nelle concrete scelte di vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male… Che cosa avviene di simili individui quando compaiono davanti al Giudice? Tutte le cose sporche che hanno accumulate nella loro vita diverranno forse di colpo irrilevanti?… San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, ci dà un’idea del differente impatto del giudizio di Dio sull’uomo a seconda delle sue condizioni… « Se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco » (3,12-15).

Santa Marta, 29 luglio (m)

Santa Marta, 29 luglio (m) dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 29 juillet, 2009 |Pas de commentaires »

Inno alla carità, un’altro commento, da un sito per l’apostolato dei morenti

dal sito: « Pia Unione del Transito » a favore dell’apostolato dei morenti un’altro commento sull’ « Inno alla carità » di San Paolo unito a altri pensieri in riferimento all’amore; dal sito:

http://www.piaunionedeltransito.org/Canopi_Maggio2009.html

La via sublime dell’amore

Ben radicati sulla roccia della fede, sospinti verso la mèta dalla forza della speranza, siamo ormai pronti per intraprendere il viaggio della vita, e l’apostolo Paolo ci incoraggia: «Vi mostro la via più sublime» (1Cor 12,31). Qual è questa via superiore a tutte? Ecco, egli ce lo dice cantando con accenti appassionati il mistero dell’amore, che è il mistero di Dio stesso e il mistero della Chiesa, comunione d’amore (cf. 1Cor 13,1-8).

Egli presenta la carità come una splendida regina, circondata dalle altre virtù come da un corteo di ancelle. Nessuna virtù, infatti, avrebbe senso se non tendesse alla carità e se non fosse al suo servizio per raggiungere lo scopo della vita eterna.

Il poema paolino si apre con una incalzante sequenza di se e di ma che esprimono il limite di qualsiasi anche eroico atto umano che non proceda dalla carità e non tenda alla pienezza dell’amore. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che strepita» (v. 1). A nulla servono le belle parole, se restano vuote, se non si concretizzano in gesti di comunione, in atti di solidarietà. Gesù stesso ci ha messo in guardia da questo pericolo, quando ha dichiarato: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). E la volontà di Dio è la nostra santificazione, ossia una vita tutta intessuta di amore. «E se avessi il dono della profezia, – continua l’Apostolo – se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (v. 2). Se anche compissi i più strepitosi miracoli, ma mi mancasse la carità, tutto sarebbe illusorio.  Anzi, potrei esaltarmi sulla vetta della superbia e  credermi un personaggio importante, persino un grande carismatico, ma in realtà non sarei che un pallone gonfiato, inesorabilmente destinato a scoppiare e a ridursi a nulla.

L’Apostolo ancora prosegue, rendendo sempre più esigente e radicale il suo discorso: «E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (v. 3). Quello che si dà per trarne vanto non è dono, ma è la peggior forma di commercio, è… una specie di prostituzione e di inutile spreco. Alla radice della carità non vi può essere ricchezza ostentata, né appariscente eroismo di spogliazione; deve esserci puro e disinteressato amore a Dio e al prossimo. Quanto è facile, invece, agire per un più o meno consapevole desiderio di autoaffermazione! Per evitare il grande rischio dell’ambiguità nel perseguire il bene, occorre anzitutto non mettersi in un posto di protagonismo, ma di umile servizio.

Conclusa la sequenza dei se e dei ma, con la quale ha dimostrato che l’indispensabile linfa di ogni azione santa è la vera carità, san Paolo ora ne mostra al vivo tutta la sua bellezza: «La carità è magnanima, benevola è la carità» (v. 4). Ha un animo grande, un cuore dilatato, che non si perde dietro a piccolezze e meschinità, ma sa tutti stringere nel grande abbraccio dell’amore che perdona, riconcilia, fa comunione; perciò è benevola: sa cercare e volere solo il bene degli altri, e lo vede in tutti anche quando è offuscato da qualche scoria di male.

Dopo avere evidenziato in positivo questi due bei tratti della carità, l’Apostolo dice quello che non ci deve essere in essa, pena l’introduzione di disarmonie e di  macchie che ne sciuperebbero la bellezza. Nella carità non c’è invidia: chi ama non desidera per sé il bene che vede negli altri, anzi, ne gode come e anche più che se gli appartenesse in proprio. Nella carità non c’è vanagloria, né superbia: rivestita di umiltà, non si attribuisce i meriti e l’onore dovuti a Dio, da cui proviene ogni capacità di bene. Non c’è mancanza di rispetto, perché in tutti e in tutto vede la presenza del Signore, degno di ogni onore, lode e benedizione. Non c’è ricerca egoistica del proprio interesse, perché per sua natura la carità è generosa, oblativa, è per gli altri. Non ci sono moti di ira, perché è paziente e pacifica; non conosce spirito di vendetta, né risentimenti o rancori, perché sempre perdona. La carità non tiene un registro di contabilità con le colonne dei debiti e dei crediti, ma, sentendosi sempre debitrice, dove più manca, più si riversa; dove c’è male, mette bene; dove c’è guerra, getta semi di pace. E il saldo, nella divina economia, risulta attivo.

Concludendo il suo cantico, l’Apostolo torna nuovamente ad esprimersi in termini positivi; con quattro ripetuti “tutto” e con il “mai” finale riassume le caratteristiche della carità, quasi per presentarne un documento di riconoscimento. Davanti alle debolezze e alle miserie umane, la carità tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, perché pone ogni uomo, ogni realtà sotto lo sguardo di Dio cui nulla è impossibile. La carità vede tutto con il cuore pieno di compassione, ma anche pieno di ammirazione per ogni creatura in cui, benché limitata e fragile, scorge riflessa la bontà e la bellezza di Dio.

Questo volto della carità non è, infatti, un dipinto ideale e astratto, non è una figura simbolica, ma una Persona vera e vivente. Se riprendiamo il cantico paolino e sostituiamo il nome “carità” con “Gesù”, scopriamo che tutto coincide perfettamente. La carità è lui stesso. Per questo l’Apostolo può affermare: «La carità non avrà mai fine» (v. 8).

Gesù Cristo è colui che tutto sopporta, che si è caricato e sempre si carica delle nostre miserie. È lui che è benevolo verso di noi. È lui che, spogliatosi della sua gloria divina, si è messo all’ultimo posto fra le creature umane, senza trarre vanto dal suo essere Figlio di Dio. È lui, Gesù, che ci ha mostrato con il suo atteggiamento quanto rispetto e quanta riverenza siano dovuti a ogni creatura, comunque si presenti. Egli, infatti, si è accostato con estrema delicatezza ai poveri, ai malati, ai pubblicani e alle prostitute, ai vecchi e ai bambini. Ha guardato con pietà tutti gli esseri umani, anche i suoi persecutori e crocifissori. Non è davvero venuto sulla terra a fare i propri interessi, ma i nostri e, senza tener conto della nostra ingratitudine e dei nostri oltraggi, si è presentato al Padre intercedendo in nostro favore: «Padre, perdona loro…» (Lc 23,34). Questa preghiera di Gesù non riguardava soltanto quelli che erano direttamente responsabili della sua passione e morte, ma riguarda anche tutti noi, sempre. «Padre, perdona loro…, perché non sanno quello che fanno»: Gesù ci scusa, ci “sopporta”, ci porta su di sé come soave peso di amore.

E accanto a lui nell’ora della manifestazione suprema della carità – sotto la croce – troviamo Maria. Anche lei è una icona splendente della tenerezza di Dio. Umile e tutta protesa al compimento della divina volontà, Maria partecipa alla missione del Figlio. Non cerca se stessa: è tutta donata. Come Gesù, continua la sua missione di amore in mezzo a noi, nella Chiesa. Anche lei ci rimane accanto per condurci sulla via regale della carità. «Ricercate la carità…» (1 Cor 14,1), esorta l’Apostolo, perché nulla è più grande di essa. Essa è, infatti, il comandamento nuovo lasciato da Gesù prima della sua Passione: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12. 17). E Maria ci suggerisce: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela… Ricercate il mio Figlio: credete in lui che è la Verità, vivete in lui che è la Vita, camminate in lui che è la Via, amate in lui che è l’Amore incarnato» (cf. Gv 2,5; 14,6). Chiunque voglia davvero camminare sulla via della santità non ha che da tenere fisso lo sguardo su Gesù, su Maria, sui santi, questi nostri fratelli maggiori che l’hanno percorsa fino in fondo con fede, con spirito di sacrificio, con amore: «Perciò, fratelli – esorta sant’Agostino – esercitate la carità: senza di essa il ricco è povero; con essa il povero è ricco. Essa è forte in mezzo alle dure sofferenze, piena di gioia nelle opere buone; nelle tentazioni sicurissima; nell’ospitalità, larghissima… In Maria è vergine. È franca in Paolo, umile in Pietro… Quanto è grande la carità! Essa sopporta tutto nella presente vita, perché crede nella futura vita: sopporta tutte le cose che qui ci sono date da sopportare, perché spera tutto quello che le viene promesso là. Giustamente non ha mai fine. Perciò praticate la carità e portate frutti di giustizia. E se troverete voi, a sua lode, altre cose che io non vi abbia detto ora, lo si veda nel vostro modo di vivere!» (Discorsi, 350,3). 

 Pia Unione del Transito
 

San Paolo e Maria

sono alla ricerca di studi su San Paolo e Maria, ossia Maria negli scritti di Paolo, c’è abbastanza, ma bisogna cercare, qualche libro ce l’ho a casa, devo copiare, appena posso perché ho molti altri bei testi da PDF o da tradurre dal francese, questa è un’omelia che ho trovato sul ricco sito « Qumran », ve la propongo:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=15337

San Paolo e Maria

don Daniele Muraro 
Mercoledì della V settimana di Pasqua (13/05/2009)
Vangelo: Gv 15,1-8  

Quello che è stato proclamato come prima lettura è l’unico brano in san Paolo in cui si parla di Maria santissima. Le tredici lettere di san Paolo contano 2029 versetti, di essi solo uno è dedicato alla persona della Madre di Gesù, questo, il numero 4 del capitolo quarto della lettera ai Galati: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge”. La madre del Signore non viene nemmeno chiamata per nome, ma solo menzionata come di passaggio.
Stando così le cose, sembra che a san Paolo la figura di Maria interessi minimamente e che dunque sia inutile interrogarci sull’apporto dell’Apostolo delle genti alla nostra devozione per la Madre del Signore.
Prima però di abbandonare delusi la nostra ricerca e di tirare della conclusioni indebite soffermiamoci un attimo almeno su questo frammento. Potremmo scoprirvi delle ricchezze inaspettate e rivalutare anche il messaggio di san Paolo a riguardo dell’umanità di Gesù e del mistero della sua venuta nel mondo.
Anzitutto la frase citata del versetto quattro si conclude solo nel versetto seguente, il cinque: ”Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.”
Notiamo subito che ci sono alcuni termini che ritornano. Si può stabilire un collegamento tra la prima parte della frase e l’ultima: “Dio mandò il suo Figlio… perché ricevessimo l’adozione a figli.” Similmente sono parallele le due espressioni centrali: “(il Figlio di Dio…) nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge”. Resta in sospeso proprio l’espressione “nato da donna” che viene ad interrompere il collegamento fra figliolanza e sottomissione alla legge.
In sintesi il ragionamento di san Paolo si può schematizzare così: nascendo in un mondo segnato dalla corruzione del peccato anche se frenato nella sua decadenza verso il male dalla legge ricevuta sul Sinai, il Figlio di Dio si sottopose volontariamente alle dure esigenze della legge di Mosè perché noi avessimo anche la gioia di sentirci figli di Dio.
San Paolo aveva appena finito di dire che la Legge, anche la migliore possibile come quella dell’Antico Testamento, non è sufficiente per dare la salvezza. La funzione della legge è quella di un argine o di un paracarro: segnala un limite da non superare, ma non conduce alla mèta. Rende più difficile la trasgressione, ma non aiuta con nessuna spinta in avanti né attira con la forza della persuasione.
Solo la fede in Gesù salva. La legge di Mosè dunque è servita come una preparazione e una guida in vista dell’incontro con Cristo. Riprendendo un esempio dei suoi tempi san Paolo dice anche che quando si entra nella maggiore età non si ha più bisogno di precettori e pedadoghi. Tutori e amministratori esercitano il loro ufficio finché uno non entra nel pieno possesso dei suoi diritti, poi essi devono cedere il campo. Alla stessa maniera non è più necessario seguire alla lettera le norme contenute nella legge di Mosè perché Gesù ci ha elevati alla dignità di figli di Dio con tutti i privilegi conseguenti.
È un tema centrale nella predicazione di san Paolo, che egli svilupperà qualche anno più tardi nella lettera ai Romani. Per intanto ne traccia come un abbozzo, indotto a questo dal cambiamento di condotta intervenuto presso i Galati.
Essi avevano aderito con entusiasmo al Vangelo di Gesù Cristo, ma dopo qualche tempo avevano lasciato spazio ad alcuni predicatori Giudei. Pensando di far bene si erano convinti così della necessità di osservare tutte le norme in uso presso gli Ebrei.
San Paolo reagisce e ricorda ai Galati che la fede è immensamente superiore alle opere: “Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver incominciato con lo Spirito, ora volete finire con la carne (cioè con la materialità delle opere)? Tante esperienze le avete fatte invano? Se almeno fosse invano! Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perché avete creduto alla predicazione?”
È dunque in un contesto polemico che san Paolo cita la madre di Gesù, come un’oasi di pace, in mezzo a tante angustie. Anche se l’espressione “nato da donna” sembra qualcosa in più che interrompe la linearità del ragionamento, san Paolo inserisce lo stesso questo inciso a cui evidentemente attribuisce un valore particolare.
Non c’è stata solo la Legge che ha accolto Gesù nel mondo, quella legge in nome della quale ad un certo punto sarebbe stato condannato. Gesù, il Figlio di Dio, è venuto nel mondo, nascendo da una donna. Il solo fatto di essere la Madre del Figlio di Dio rende questa donna particolare.
Non ci dobbiamo meravigliare che san Paolo non approfondisca il punto e non aggiunga dettagli alla sua perentoria affermazione. Non dobbiamo cercare nelle lettere di san Paolo quello che troviamo contenuto così ampiamente nei Vangeli, ossia la descrizione della vita di Gesù. Non solo san Paolo omette il nome di Maria, ma non racconta di nessuna parabola, né miracolo del Signore. Se la nostra conoscenza fosse limitata a quello che ci ha lasciato per iscritto Paolo, ignoreremmo le beatitudini e quasi ogni altro detto del Signore.
San Paolo non fu spettatore degli avvenimenti capitati nei tre anni della vita pubblica del Signore e perciò ne lascia il compito del resoconto ad altri, primi fra tutti al suo discepolo Luca.
È interessante questa cosa, perché nel terzo Vangelo noi troviamo le informazioni più ampie che abbiamo nel Nuovo Testamento sulla figura di Maria; ma, come dice lui stesso, san Luca si decise a scrivere un racconto della vita di Gesù solo dopo avere fatto accurate ricerche in proposito e avere interrogato i testimoni diretti.
L’espressione “nato da donna” dunque è come un concentrato di tutto quello che san Paolo ha da dire su Maria. Vale la pena di spiegarla seppure brevemente.
Anzitutto l’attribuzione a Gesù della qualifica “nato da donna” serve a ribadire la concretezza dell’incarnazione del Figlio di Dio, che attraverso Maria diventa veramente compartecipe della nostra condizione umana, compresa la sua peculiare fragilità. Giobbe si esprime così: “L’uomo nato da donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce”.
L’assenza di un padre umano per Gesù viene appena accennata, l’importante per san Paolo è che vi sia stata una madre. In quanto figlio di Maria Gesù appartiene al popolo eletto e alla discendenza del Re Davide. Essa assicura quindi il compimento delle promesse sul Messia salvatore.
Non solo ma sviluppando l’intuizione contenuta nella lettera ai Romani in cui san Paolo stabilisce un confronto fra Adamo e Gesù è possibile stabilire un paragone fra Eva e Maria. La dicitura “donna” quindi richiamerebbe anche la prima donna. Come Eva fu la madre di tutti i viventi, così Maria a motivo del suo Figlio diventa la Madre di tutti i rendenti.
Scrive san Paolo: “Come la disobbedienza di un solo uomo (Adamo) ha reso tutti peccatori, così l’obbedienza di uno solo (Gesù Cristo) renderà tutti giusti » e sant’Ireneo fa eco: « Ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede » Eva si lasciò sedurre e disobbedì, questa si lasciò persuadere e ubbidì. In tal modo la vergine Maria poté divenire avvocata della vergine Eva.
“Il nemico infatti” dice ancora sant’Ireneo “non sarebbe stato sconfitto secondo giustizia, se il vittorioso non fosse stato un uomo nato da donna, poiché fin dall’inizio della storia il demonio ha dominato sull »uomo per mezzo di una donna, opponendosi a lui col suo potere.
Per questo si proclama Figlio dell’uomo, egli che ricapitola in sé l’uomo primordiale, dal quale venne la prima donna e, attraverso questa, l’umanità. Il genere umano era sprofondato nella morte causa dell’uomo sconfitto. Ora risaliva alla vita a causa dell’uomo vittorioso.”
Da San Paolo dunque possiamo imparare che la devozione a Maria è strettamente collegata alla fede nel suo Figlio e nostro Salvatore e che al contrario di essere una pratica confinata ai margini del nostro credo la nostra preghiera a Maria abbraccia l’intera storia del mondo, come anche la Madonna stessa apparendo a Fatima ci ha fatto capire…

San Francesco di Sales: « Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro » (Gv 11,5)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090729

Santa Marta, memoria : Lc 10,38-42
Meditazione del giorno
San Francesco di Sales (1567-1622), vescovo di Ginevra, dottore della Chiesa
Introduzione alla vita devota, III, 19

« Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro » (Gv 11,5)

Ama tutti con un grande amore di carità, ma legati con un rapporto di amicizia soltanto con coloro che possono operare con te uno scambio di cose virtuose… Se lo scambio avviene nel campo delle scienze, la tua amicizia sarà, senza dubbio, molto lodevole; più ancora se il campo sarà quello delle virtù, come la prudenza, la discrezione, la fortezza, la giustizia. Ma se questo scambio avverrà nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana, allora sì, che si tratterà di un’amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché sarà eterna in Dio. È bello poter amare sulla tetra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come faremo eternamente nell’altro.

Non parlo qui del semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell’amicizia spirituale, nell’ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito. A ragione quelle anime felici possono cantare: «Com’è bello e piacevole per i fratelli abitare insieme» (Sal 132,1)… Mi sembra che tutte le altre amicizie siano soltanto fantasmi a confronto di questa… Per i cristiani che vivono tra la gente del mondo e abbracciano la vera virtù, è indispensabile stringere un’alleanza reciproca con una santa amicizia; infatti appoggiandosi ad essa, ci si fa coraggio, ci si aiuta, ci si sostiene nel cammino verso il bene… È fuor di dubbio, e nessuno si sogna di negarlo, che Nostro Signore nutrisse un’amicizia più tenera e personale per Giovanni, Lazzaro, Marta, Maddalena; lo dice la Scrittura.

Papa Benedetto a Pompei nel 2008, nell’omelia anche una interpretazione su Maria presa da San Paolo

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20081019_pompei_it.html

VISITA PASTORALE
AL PONTIFICIO SANTUARIO DI POMPEI 

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Piazza del Pontificio Santuario di Pompei
Domenica, 19 ottobre 2008

Cari fratelli e sorelle!

Seguendo le orme del Servo di Dio Giovanni Paolo II, sono venuto in pellegrinaggio quest’oggi a Pompei per venerare, insieme a voi, la Vergine Maria, Regina del Santo Rosario. Sono venuto, in particolare, per affidare alla Madre di Dio, nel cui grembo il Verbo si è fatto carne, l’Assemblea del Sinodo dei Vescovi in corso in Vaticano sul tema della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. La mia visita coincide anche con la Giornata Missionaria Mondiale: contemplando in Maria Colei che ha accolto in sé il Verbo di Dio e lo ha donato al mondo, pregheremo in questa Messa per quanti nella Chiesa spendono le loro energie a servizio dell’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni. Grazie, cari fratelli e sorelle, per la vostra accoglienza! Vi abbraccio tutti con affetto paterno, e vi sono riconoscente per le preghiere che da qui fate salire incessantemente al Cielo per il Successore di Pietro e per le necessità della Chiesa universale.

Un cordiale saluto rivolgo, in primo luogo, all’Arcivescovo Carlo Liberati, Prelato di Pompei e Delegato Pontificio per il Santuario, e lo ringrazio per le parole con cui si è fatto interprete dei vostri sentimenti. Il mio saluto si estende alle Autorità civili e militari presenti, in modo speciale al Rappresentante del Governo, il Ministro per i Beni Culturali, ed al Sindaco di Pompei, il quale al mio arrivo ha voluto indirizzarmi espressioni di deferente benvenuto a nome dell’intera cittadinanza. Saluto i sacerdoti della Prelatura, i religiosi e le religiose che offrono il loro quotidiano servizio in Santuario, tra i quali mi piace menzionare le Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei e i Fratelli delle Scuole Cristiane; saluto i volontari impegnati in diversi servizi e gli zelanti apostoli della Madonna del Rosario di Pompei. E come dimenticare, in questo momento, le persone che soffrono, gli ammalati, gli anziani soli, i giovani in difficoltà, i carcerati, quanti versano in pesanti condizioni di povertà e di disagio sociale ed economico? A tutti e a ciascuno vorrei assicurare la mia vicinanza spirituale e far giungere la testimonianza del mio affetto. Ognuno di voi, cari fedeli e abitanti di questa terra, ed anche voi che siete spiritualmente uniti a questa celebrazione attraverso la radio e la televisione, tutti vi affido a Maria e vi invito a confidare sempre nel suo materno sostegno.

Lasciamo ora che sia Lei, la nostra Madre e Maestra, a guidarci nella riflessione sulla Parola di Dio che abbiamo ascoltato. La prima Lettura e il Salmo responsoriale esprimono la gioia del popolo d’Israele per la salvezza donata da Dio, salvezza che è liberazione dal male e speranza di vita nuova. L’oracolo di Sofonia si indirizza ad Israele che viene designato con gli appellativi di “figlia di Sion” e “figlia di Gerusalemme” e viene invitato alla gioia: “Rallégrati… grida di gioia… esulta!” (Sof 3,14). E’ il medesimo appello che l’angelo Gabriele rivolge a Maria, a Nazaret: “Rallegrati, piena di grazia” (Lc 1,28). “Non temere, Sion” (Sof 3,16), dice il Profeta; “Non temere, Maria” (Lc 1,30), dice l’Angelo. E il motivo della fiducia è lo stesso: “Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te / è un salvatore potente” (Sof 3,17), dice il Profeta; “il Signore è con te” (Lc 1,28), assicura l’Angelo alla Vergine. Anche il cantico di Isaia si conclude così: “Canta ed esulta, tu che abiti in Sion, / perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele” (Is 12,6). La presenza del Signore è fonte di gioia, perché, dove c’è Lui, il male è vinto e trionfano la vita e la pace. Vorrei sottolineare, in particolare, la stupenda espressione di Sofonia, che rivolgendosi a Gerusalemme dice: il Signore “ti rinnoverà con il suo amore” (3,17). Sì, l’amore di Dio ha questo potere: di rinnovare ogni cosa, a partire dal cuore umano, che è il suo capolavoro e dove lo Spirito Santo opera al meglio la sua azione trasformatrice. Con la sua grazia, Dio rinnova il cuore dell’uomo perdonando il suo peccato, lo riconcilia ed infonde in lui lo slancio per il bene. Tutto questo si manifesta nella vita dei santi, e lo vediamo qui particolarmente nell’opera apostolica del beato Bartolo Longo, fondatore della nuova Pompei. E così apriamo in quest’ora anche il nostro cuore a questo amore rinnovatore dell’uomo e di tutte le cose.  

Sin dai suoi inizi, la comunità cristiana ha visto nella personificazione di Israele e di Gerusalemme in una figura femminile un significativo e profetico accostamento con la Vergine Maria, la quale viene riconosciuta proprio quale “figlia di Sion” e archetipo del popolo che “ha trovato grazia” agli occhi del Signore. E’ una interpretazione che ritroviamo nel racconto evangelico delle nozze di Cana (Gv 2,1-11). L’evangelista Giovanni mette in luce simbolicamente che Gesù è lo sposo d’Israele, del nuovo Israele che siamo noi tutti nella fede, lo sposo venuto a portare la grazia della nuova Alleanza, rappresentata dal “vino buono”. Al tempo stesso, il Vangelo dà risalto anche al ruolo di Maria, che viene detta all’inizio “la madre di Gesù”, ma che poi il Figlio stesso chiama “donna” – e questo ha un significato molto profondo: implica infatti che Gesù, a nostra meraviglia, antepone alla parentela il legame spirituale, secondo il quale Maria impersona appunto la sposa amata del Signore, cioè il popolo che lui si è scelto per irradiare la sua benedizione su tutta la famiglia umana. Il simbolo del vino, unito a quello del banchetto, ripropone il tema della gioia e della festa. Inoltre il vino, come le altre immagini bibliche della vigna e della vite, allude metaforicamente all’amore: Dio è il vignaiolo, Israele è la vigna, una vigna che troverà la sua realizzazione perfetta in Cristo, del quale noi siamo i tralci; e il vino è il frutto, cioè l’amore, perché proprio l’amore è ciò che Dio si attende dai suoi figli. E preghiamo il Signore, che ha dato a Bartolo Longo la grazia di portare l’amore in questa terra, affinché anche la nostra vita e il nostro cuore portino questo frutto dell’amore e rinnovino così la terra.

(IL PENSIERO DEL PAPA SU PAOLO, LO METTO IN CORSIVO IO)

All’amore esorta anche l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, tratta dalla Lettera ai Romani. Troviamo delineato in questa pagina il programma di vita di una comunità cristiana, i cui membri sono stati rinnovati dall’amore e si sforzano di rinnovarsi continuamente, per discernere sempre la volontà di Dio e non ricadere nel conformismo della mentalità mondana (cfr 12,1-2). La nuova Pompei, pur con i limiti di ogni realtà umana, è un esempio di questa nuova civiltà, sorta e sviluppatasi sotto lo sguardo materno di Maria. E la caratteristica della civiltà cristiana è proprio la carità: l’amore di Dio che si traduce in amore del prossimo. Ora, quando san Paolo scrive ai cristiani di Roma: “Non siate pigri nello zelo, siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore” (12,11), il pensiero nostro va a Bartolo Longo e alle tante iniziative di carità da lui attivate per i fratelli più bisognosi. Spinto dall’amore, egli fu in grado di progettare una città nuova, che poi sorse attorno al Santuario mariano, quasi come irradiazione della sua luce di fede e di speranza. Una cittadella di Maria e della carità, non però isolata dal mondo, non, come si suol dire, una “cattedrale nel deserto”, ma inserita nel territorio di questa Valle per riscattarlo e promuoverlo. La storia della Chiesa, grazie a Dio, è ricca di esperienze di questo tipo, e anche oggi se ne contano parecchie in ogni parte della terra. Sono esperienze di fraternità, che mostrano il volto di una società diversa, posta come fermento all’interno del contesto civile. La forza della carità è irresistibile: è l’amore che veramente manda avanti il mondo!

Chi avrebbe potuto pensare che qui, accanto ai resti dell’antica Pompei, sarebbe sorto un Santuario mariano di portata mondiale? E tante opere sociali volte a tradurre il Vangelo in servizio concreto alle persone più in difficoltà? Dove arriva Dio, il deserto fiorisce! Anche il beato Bartolo Longo, con la sua personale conversione, diede testimonianza di questa forza spirituale che trasforma l’uomo interiormente e lo rende capace di operare grandi cose secondo il disegno di Dio. La vicenda della sua crisi spirituale e della sua conversione appare oggi di grandissima attualità. Egli infatti, nel periodo degli studi universitari a Napoli, influenzato da filosofi immanentisti e positivisti, si era allontanato dalla fede cristiana diventando un militante anticlericale e dandosi anche a pratiche spiritistiche e superstiziose. La sua conversione, con la scoperta del vero volto di Dio, contiene un messaggio molto eloquente per noi, perché purtroppo simili tendenze non mancano nei nostri giorni. In questo Anno Paolino mi piace sottolineare che anche Bartolo Longo, come san Paolo, fu trasformato da persecutore in apostolo: apostolo della fede cristiana, del culto mariano e, in particolare, del Rosario, in cui egli trovò una sintesi di tutto il Vangelo.

Questa città, da lui rifondata, è dunque una dimostrazione storica di come Dio trasforma il mondo: ricolmando di carità il cuore di un uomo e facendone un “motore” di rinnovamento religioso e sociale. Pompei è un esempio di come la fede può operare nella città dell’uomo, suscitando apostoli di carità che si pongono al servizio dei piccoli e dei poveri, ed agiscono perché anche gli ultimi siano rispettati nella loro dignità e trovino accoglienza e promozione. Qui a Pompei si capisce che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono inseparabili. Qui il genuino popolo cristiano, la gente che affronta la vita con sacrificio ogni giorno, trova la forza di perseverare nel bene senza scendere a compromessi. Qui, ai piedi di Maria, le famiglie ritrovano o rafforzano la gioia dell’amore che le mantiene unite. Opportunamente, quindi, in preparazione dell’odierna mia visita, uno speciale “pellegrinaggio delle famiglie per la famiglia” si è compiuto esattamente un mese fa, per affidare alla Madonna questa fondamentale cellula della società. Vegli la Vergine Santa su ogni famiglia e sull’intero popolo italiano!

Questo Santuario e questa città continuino soprattutto ad essere sempre legati a un dono singolare di Maria: la preghiera del Rosario. Quando, nel celebre dipinto della Madonna di Pompei, vediamo la Vergine Madre e Gesù Bambino che consegnano le corone rispettivamente a santa Caterina da Siena e a san Domenico, comprendiamo subito che questa preghiera ci conduce, attraverso Maria, a Gesù, come ci ha insegnato anche il caro Papa Giovanni Paolo II nella Lettera Rosarium Virginis Mariae, in cui fa riferimento esplicito al beato Bartolo Longo ed al carisma di Pompei. Il Rosario è preghiera contemplativa accessibile a tutti: grandi e piccoli, laici e chierici, colti e poco istruiti. E’ vincolo spirituale con Maria per rimanere uniti a Gesù, per conformarsi a Lui, assimilarne i sentimenti e comportarsi come Lui si è comportato. Il Rosario è “arma” spirituale nella lotta contro il male, contro ogni violenza, per la pace nei cuori, nelle famiglie, nella società e nel mondo.

Cari fratelli e sorelle, in questa Eucaristia, fonte inesauribile di vita e di speranza, di rinnovamento personale e sociale, ringraziamo Dio perché in Bartolo Longo ci ha dato un luminoso testimone di questa verità evangelica. E volgiamo ancora una volta il nostro cuore a Maria con le parole della Supplica, che tra poco insieme reciteremo: “Tu, Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza, abbi pietà di noi … Misericordia per tutti, o Madre di misericordia!”. Amen.

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