Ravasi: «S. Paolo non pensava di subire il martirio a Roma»

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Ravasi: «S. Paolo non pensava di subire il martirio a Roma»

28 luglio 2009

San Paolo non pensava di morire martire a Roma. Lo sostiene monsignor Gianfranco Ravasi, già Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, che da due anni ricopre la carica di Presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, nonché del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. L’insigne biblista ha illustrato a « La Provincia », in un’intervista esclusiva, i risultati delle nuove e recenti scoperte avvenute a Roma.

Monsignor Ravasi, qual è il nucleo di maggior interesse dell’esposizione?

«Gli scavi più recenti nella Basilica di S.Paolo hanno restituito reperti e testimonianze che, trasportate nei Musei Vaticani e in parte qui esposte, costituiscono gli elementi più interessanti della mostra».

Vuol parlarcene, monsignor Ravasi, specificando se costituiscono una testimonianza della presenza del corpo di S.Paolo nella sepoltura sotto la Basilica di via Ostiense?

«Tra i quattro sarcofagi paleocristiani rinvenuti nel sottosuolo basilicale, accanto alla sepoltura di S.Paolo è riaffioro quello di S.Timoteo, ritenuto suo discepolo: anche se è poi risultato un martire del secolo IV, è indicativo che il suo sarcofago sia stato collocato qui, accanto a quello ormai ritenuto di S.Paolo, del quale in mostra è presentato il calco del coperchio con l’iscrizione « Paulo Apostolo Martyri ». Inoltre, nell’orto retrostante la basilica, sono stati scoperti frammenti di vari marmi classici di reimpiego».

Di che reperti si tratta, precisamente?

«Sono stati rinvenuti un putto, la figura alata forse di una Vittoria, un Ippolito, monete dall’età romana al VII secolo, che attestano la realtà pagana in cui si impiantò il primo Cristianesimo e in cui operò S.Paolo. Infatti i resti ossei e proteici rilevati dalla sonda recentemente inserita nel sarcofago paolino, sottoposti all’esame del carbonio 14 sono risultati del primo secolo dopo Cristo».

Perché l’Apostolo, dopo i viaggi e le predicazioni in Asia Minore, decise di venire a Roma, dove lo attendeva il martirio?

«Paolo di Tarso non si aspettava il martirio. Aveva grande fiducia nella lex romana. Era un Ebreo della parte dei Farisei, ma parlava e scriveva greco, aveva familiarità con lo sport – da esso sono tratte le sue metafore « sto per sciogliere le vele », « ho terminato la mia corsa », « ho conservato alta la fiaccola della fede », « ho combattuto la buona battaglia ». Soprattutto Paolo era cittadino romano e nutriva una incrollabile fiducia nella tradizione giuridica di Roma: pur essendo stato arrestato a Gerusalemme dal Sinedrio probabilmente come sovversivo, ed avendo trascorso gli arresti domiciliari a Cesarea, chiese lui stesso di essere processato a Roma».

Qui San Paolo fu dapprima liberato, poi nuovamente arrestato sotto Nerone e decapitato sulla via Laurentina, nel 67 circa. Il luminoso ritratto affrescato nelle Catacombe di Domitilla (secolo III-IV), è talmente naturale da far ipotizzare un modello tramandato oralmente. Ora è stato scoperto un altro indubbio ritratto…..

Dagli scavi in corso condotti dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nelle Catacombe di S.Tecla, prossime alla Basilica di S.Paolo, è affiorata nella volta di un cubiculum un’immagine affrescata assai espressiva dell’Apostolo, del IV secolo circa, coi tipici caratteri della calvizie e della barba a punta, che sarebbe la più antica».

Gli indizi sull’identità della tomba di San Paolo si accumulano, convergendo sul sepolcro poi monumentalizzato dalla Basilica di età teodosiana incendiata nell’Ottocento, e confermati dall’esame del carbonio 14. Ma da parte laica si chiede l’analisi del Dna dei resti ossei del sarcofago di S.Paolo…

«Il Vaticano non ritiene per ora di procedere ad ulteriori prove di carattere scientifico».

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