Commento su 2Cor 12,10 (seconda lettura della messa di domani 5 luglio)

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090705.shtml

Eremo San Biagio
Commento su 2Cor 12,10

Dalla Parola del giorno
“Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.”

Come vivere questa Parola?
Paolo è stato costretto a difendere l’autenticità del suo ministero apostolico e a parlare dei grandi doni naturali e soprannaturali di cui è stato arricchito. È tuttavia ben consapevole che essi non sono che “spazzatura”, come dirà in altra occasione. Ciò che conta, infatti, è solo Cristo conosciuto, amato e testimoniato. Porta quindi il discorso sui limiti con cui deve confrontarsi quotidianamente.
Parla di una “spina nella carne”, un segno dell’umana debolezza che non risparmia il grande apostolo, anzi lo mantiene in quell’atteggiamento di umiltà che permette l’apertura alla grazia e, quindi, lascia spazio al manifestarsi dell’azione di Dio in lui.
La tendenza umana a far leva sulle proprie capacità e su quanto si va realizzando, porterebbe in tutt’altra direzione. Anche per Paolo, tale convinzione, non è stata una conquista immediata. Ci è stato di mezzo lo scacco di Atene, l’esperienza sofferta dei propri limiti personali, i contrasti e le stesse persecuzioni. Un percorso penoso che avrebbe fatto presagire un epilogo infelice. E invece, Paolo scopre che proprio in questa debolezza è la sua forza, o meglio la forza del suo ministero. Risulta infatti con maggiore immediatezza e senza pericolo di equivoco, che tutto, proprio tutto viene dal Signore, su cui, unicamente, deve concentrarsi lo sguardo.

Oggi, nel mio rientro al cuore, renderò grazie al Signore anche per i limiti con cui devo cimentarmi quotidianamente: un esercizio di amore che mi mantiene in comunione con la Sorgente e mi rende trasparenza di Lui.

Grazie, Signore, perché fai dei miei stessi limiti uno spiraglio da cui trapela la tua luce.

Le parole di un grande teologo
Santo è chi riesce a farci intravedere l’eternità malgrado l’opacità del tempo.
Henri de Lubac 

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