Meditazioni sulla Seconda Lettera ai Corinzi: Il Signore è lo Spirito (molto molto bello per me)

ho cercato sul web  »Profumo di Cristo » di cui parla Paolo nella 2Cor 2,15 perché sto rileggendo uno studio del Prof Adinolfi che ho a casa e che sto copiando per postalo su questo blog, ho trovato questo studio, ve lo propongo con questa presentazione perché mi sembra molto bello, forse ci sono altri studi di questo sacerdote, provo a cercarli dal sito: 

http://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/esy/objects/docs/1710018/FPC_2008-2009_3.doc

MINISTRI DELLA NUOVA ALLEANZA
E COLLABORATORI DELLA VOSTRA GIOIA

Meditazioni sulla Seconda Lettera ai Corinzi

don Pierantonio Tremolada

« Il Signore è lo Spirito »
La potenza trasfigurante del Cristo risorto
Terza traccia di meditazione

Mentre parla del ministero della Nuova Alleanza, la seconda lettera ai Corinzi annuncia l’evento della grazia di Dio in Cristo. Il ministero apostolico è a totale disposizione di questa grazia che è potenza trasfigurante. Vi è nella nostra lettera un passo tanto importante quanto enigmatico che esprime in modo efficace questa verità essenziale. Si tratta di 2Cor 3,17-18: « Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore ». Su questo testo vorremmo meditare, per lasciarci condurre da Paolo al centro della sua fede e della sua missione. Ci chiediamo: Che cosa intendere dire Paolo quando afferma che « il Signore è lo Spirito »? E perché insistere tanto sul rapporto tra lo Spirito e la libertà? Infine: che valore ha tutto questo per il ministero?

Il trionfo di Cristo e il suo profumo

Il pensiero che in questo passo giunge al suo vertice prende le mosse da lontano. Si deve infatti partire da 2Cor 2,14: qui lo stacco con quanto precede è marcato e Paolo dà la netta sensazione di iniziare una riflessione di ampio respiro. Esordisce così: « Siano rese grazie a Dio il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo ». L’immagine è chiara e molto efficace: l’apostolo sta pensando ai solenni cortei trionfali che si svolgevano a Roma per celebrare le vittorie dell’imperatore o dei suoi generali. Celebrazioni sontuose, che dovevano infondere a partecipanti e spettatori il senso evidente della enorme potenza dell’impero. L’analogia porta ad affermare che per Paolo Cristo è il vincitore, colui che ha sottomesso i propri nemici attraverso la sua morte e risurrezione e ha celebrato il trionfo. Si tratta di un’idea che Paolo aveva chiaramente espresso in 1Cor 15,22-27. L’apostolo è dunque colui che partecipa al trionfo di Cristo, nel duplice senso che sperimenta la straordinaria potenza della sua regalità e ha l’onore di celebrarla davanti al mondo.
L’immagine viene poi ulteriormente sviluppata a partire dal particolare dei profumi, ampiamente utilizzati durante il corteo trionfale, collocati in ampi bracieri lungo il percorso. Scrive di seguito Paolo: « (Dio) diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdonano » (2Cor 2,14b-15). Alla potenza si aggiunge così la bellezza, richiamata dalla fragranza del profumo. Potenza e soavità: sono i due aspetti della realtà santa del Cristo risorto che il ministero apostolico lascia percepire e a cui si alimenta. La conoscenza di Cristo nel mondo si propaga così: come dolce effluvio che potentemente conquista per la sua amabile natura, senza alcuna violenza, ma con la sola forza della sua propria verità.

« La nostra lettera siete voi! »

Il passaggio successivo della riflessione di Paolo lo porta a chiamare in causa direttamente la Chiesa di Corinto. L’esistenza della comunità cristiana sorta nella città dei due porti si deve proprio a questa potenza di grazia di cui Paolo si è fatto servitore. È la ragione per cui egli non ha bisogno di lettere di raccomandazione, così come è accaduto invece per alcuni presunti apostoli, che si sono presentati a Corinto e hanno provocato gravi tensioni (cf. 2Cor 10,12; 11,18). « La nostra lettera – dice Paolo – siete voi! » (2Cor 3,2a). Una lettera – sintetizziamo noi – scritta nei cuori di Paolo e degli altri missionari e letta da tutti i credenti; ma anche una lettera scritta dallo Spirito del Dio vivente non sulle tavole di pietra, ma nei cuori dei Corinzi stessi (cf. 2Cor 3,2b-3). La comunità di Corinto è dunque nata da questa azione di grazia, dalla potenza dello Spirito che, attraverso la predicazione apostolica, ha conquistato il cuore di coloro che hanno creduto. E ora la Chiesa di Corinto è una realtà a cui Paolo ha legato il proprio cuore, che gli è divenuta cara come la sua stessa vita: tutti lo possono constatare. Ebbene, senza la potenza dello Spirito di Dio tutto questo non sarebbe mai accaduto. « Non però che da noi stessi – spiega Paolo – siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza » (2Cor 3,6). Avremo modo di tornare sulle caratteristiche di questo « ministero della Nuova Alleanza », ma quel che ci preme ora sottolineare è che questa potenza santa è ciò da cui il ministero apostolico proviene e in forza della quale produce frutti.

Il volto di Mosè e il velo che copre le Scritture

Quando Paolo parla di « Nuova Alleanza » fa uso di una formula prettamente biblica, che richiama il passo di Ger 31,31-34. Della Nuova Alleanza Paolo sottolinea un aspetto a suo giudizio essenziale: essa è alleanza « non della lettera ma dello Spirito ». Aggiunge poi: « Perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita » (2Cor 3,6). Nella mente dell’apostolo il confronto tra « lo Spirito » e « la lettera » rinvia alla « prima Alleanza » e al dono della legge scritta in lettere sulle due tavole di pietra consegnate a Mosè (cf. Es 31,18; Dt 4,13). Si viene così a parlare del grande mediatore al tempo dell’esodo, della sua straordinaria esperienza al Sinai, del suo incontro con Dio, del suo volto illuminato dalla gloria. Un punto sta particolarmente a cuore a Paolo: egli afferma che quello di Mosè fu già un « ministero », un servizio reso al popolo in nome di Dio, e fu un ministero glorioso, nonostante i limiti della prima alleanza (cf. 2Cor 3,7-11). Ciò che più colpisce Paolo, tuttavia, ciò su cui egli attira l’attenzione è l’esperienza trasfigurante di Mosè, cioè l’illuminazione del suo volto. L’accostamento tra le due alleanze lo porta tuttavia a rimarcare la transitorietà dell’esperienza di Mosè: lo splendore del suo volto ad un certo punto svaniva. Proprio per questo egli si poneva un velo davanti al viso, affinché il popolo non vedesse che ciò accadeva (cf. 2Cor 3,12-13). Curiosa esegesi di Es 34,29-35!
Il particolare del velo, poi, offre a Paolo l’opportunità di sviluppare un nuovo pensiero, che riguarda la situazione dei suoi fratelli Ebrei: un velo – egli dice – è come steso sul cuore dei figli di Israele, incapaci di accogliere tutta la potenza di luce che proviene dall’Antico Testamento. È in Cristo, infatti, che questo velo viene tolto. Quando ci sarà la « conversione al Signore », quando la potenza di Cristo sarà posta nella condizione di rigenerare il cuore dei figli di Israele, allora le Scritture potranno comunicare anche a loro tutta la rivelazione che in realtà contengono (cf. 2Cor 3,14-16).

« Il Signore è lo Spirito »

È a questo punto che Paolo introduce la frase cruciale: « Il Signore è lo Spirito ». La frase – crediamo – va interpretata alla luce di quanto detto sin qui. Il Signore di cui si parla è certamente « il Signore Gesù ». Quanto al termine « Spirito », esso va inteso nella linea di 2Cor 3,3 e 3,6, dove già era presente e indicava una realtà in netto contrasto con la lettera fredda e inerte, con la legge scritta sulla pietra, incapace di dare la vita e costretta a condannare coloro che non la osservano. Per contro, con il termine Spirito si alludeva in quei due passi alla potenza di vita che viene dal Dio vivente, alla sua realtà santa che si manifesta efficacemente a favore degli uomini, avendo come destinatario della propria azione il loro stesso cuore. Siamo in perfetta sintonia con l’oracolo di Ger 31,31-34, l’annuncio della Nuova Alleanza: la legge sarà scritta non più sulle tavole di pietra ma nel cuore degli uomini. Che « il Signore è lo Spirito » significa dunque, in un senso ben preciso che Gesù Cristo, in forza della sua resurrezione, è ora e per sempre potenza divina all’opera nel mondo, è sovranità vittoriosa e travolgente, piena di calore, che si contrappone alla fredda e inesorabile rigidità della legge di Dio, pur santa, divenuta codice, fissata per sempre sulla pietra, esterna rispetto allo spazio interiore della soggettività umana.
In effetti, che cosa evoca il termine « spirito » (pneuma) in quanto tale? Dice dinamicità e potenza, ma anche imprevedibilità e inafferrabilità, vitalità, mobilità e leggerezza, invisibilità. Se si rapporta tutto questo al mistero santo di Dio, poiché qui si parla dello « Spirito del Dio vivente »(cf. 2Cor 3,3) se ne ricava che la frase di Paolo « il Signore è lo Spirito » allude alla condizione in cui Cristo si trova in forza della sua risurrezione (cf. Rom 1,3-4): lo « Spirito » è la potenza divina nella quale il Cristo glorificato afferra chi lo incontra ed è insieme la realtà trasformante nella quale il credente viene introdotto; è il dinamismo rigenerante in cui è assunto colui che si è affidato all’amore del Messia, il Figlio di Dio che – appunto – è divenuto « il Signore di tutti » (cf. At 10,36), il « nuovo Adamo che è divenuto spirito datore di vita » (cf. 1Cor 15,45).
  »Se la riflessione di Giovanni è contrassegnata dal primato della verità – scrive Romano Guardini – quella di Paolo è caratterizzata dal primato della potenza, di quella potenza che, in se stessa è però amore […]. Non appena Cristo compare, immediatamente egli opera. Paolo l’ha ben sperimentato sulla via di Damasco […] è stata un’esplosione improvvisa, una scossa, una forza che lo ha schiantato d’improvviso, che ne ha preso possesso e lo ha trasformato (R. GUARDINI, Gesù Cristo, la sua figura negli scritti di Paolo e di Giovanni, Vita e Pensiero, 1999, 98-99).
Nella narrazione dell’evento di Damasco che si incontra per tre volte nel Libro degli Atti degli Apostoli (cf. At 9; 22; 26) ricorre sempre il particolare della luce abbagliante. Paolo è travolto da un chiarore che lo acceca. In 2Cor 3,18 l’apostolo dice in fondo la stessa cosa ma in modo assai più suggestivo, quasi fornendone un’interpretazione personale, chiamando in causa « lo Spirito del Signore » e allargando l’orizzonte all’intera esperienza del ministero apostolico: « E noi tutti – scrive – a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore ». Il Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio « in potenza » (cf. Rom 1,3-4), è qui presentato come luce trasfigurante che si irradia nel cuore dei suoi ministri (come la luce di Dio che si irradiò sul volto di Mosè) e li conquista a sé giorno dopo giorno, rendendoli partecipi della sua stessa gloria: la suggestiva immagine dello specchio che, raggiunto dal raggio luminoso non si distingue più dalla luce che riflette, esprime molto bene questa straordinaria verità. Ecco, di nuovo, che cosa significa che « il Signore è lo Spirito ».


La conversione di Paolo « al Signore »

La potenza di Gesù divenuto « Signore » fu percepita da Paolo in modo assolutamente reale. Dallo « Spirito » del Signore egli fu radicalmente trasformato. Una forza all’inizio travolgente e progressivamente santificante ne ha fatto un uomo nuovo. Di una simile forza Paolo sentiva in modo quasi lancinante il bisogno. A più riprese nelle sue lettere egli parla della « carne », alludendo con questa parola alla misteriosa potenza del peccato di cui l’uomo fa triste esperienza. Nella sua vita personale e nella storia di Israele egli ha visto la forza del male, davanti alla quale la legge risultava impotente. Quando in Rm 7 Paolo parla della potenza del peccato e dell’impotenza della legge si riferisce probabilmente anche alla sua vita personale. Le « passioni peccaminose » (cf. Roma 7,5) sono quelle che hanno operato anche in lui. Ritornando con il pensiero al periodo della sua giovinezza, Paolo lo vede contrassegnato dalle ferite di queste passioni mortifere: la vanità, mascherata di fierezza, di chi si sente superiore agli altri; lo zelo nel difendere la santità di Israele che in verità nasconde l’orgoglio di chi rivendica il privilegio di appartenere al popolo eletto, quel « vanto » da cui metterà in guardia i suoi fratelli Ebrei (cf. Rm 3,27). Si aggiunga a questo l’accecamento ideologico di chi crede che la giustizia di Dio corrisponda al possesso della legge e alla sua osservanza, quando invece il disegno di Dio muove in un’altra direzione (cf. Rm 10,1-4).
Queste passioni, divenute ancora più evidenti dopo l’incontro con Cristo, unite alle altre già note, furono contrastate da Paolo facendo leva sulla forza esclusiva della sua volontà. L’esito fu deludente. Le passioni si intrecciavano poi con gli aspetti faticosi del suo carattere e i lati deboli della sua personalità. Paolo di Tarso era uomo che rischiava l’intransigenza, forte negli scritti ma debole nel confronto personale (2Cor 10,10). Di aspetto dimesso, a prima vista insignificante, non solenne nel portamento e neppure attraente nel suo parlare, ben lontano dai grandi maestri dell’oratoria del tempo. Fiero e determinato, doveva essere enormemente esposto al rischio della vanità: fariseo quanto alla legge, quanto allo zelo nella difesa della causa di Israele persecutore dei cristiani. In tutto al massimo della misura. La percezione dei suoi limiti e delle sue debolezza doveva avere in lui effetti dirompenti: riconoscere di non essere perfetto, anzi di essere fragile e drammaticamente peccatore era per lui quanto mai doloroso.
Questa grande personalità, il cui enorme potenziale era a rischio di compressione estenuante, come un grande fiume obbligato a scorrere tra argini troppo angusti, attendeva di incontrare la potenza rigenerante del Dio della Nuova Alleanza, che anzitutto si rivolge all’uomo con infinita benevolenza, che prima di comandare benedice, che rigenera la persona, che dà l’energia necessaria per attuare quanto chiede, che scrive la legge nel cuore, che dona il suo Spirito santificante. Questo accadde sulla via di Damasco. Paolo incontrò il Signore che è « lo Spirito », la potenza dell’amore del Cristo crocifisso e risorto; si sentì attratto in un vortice d’amore, lui, senza meriti e con grandi limiti, fariseo e peccatore, con una personalità a rischio di vanità ma ardente di passione per le grandi altezze.
Così, quando parla di debolezza, Paolo non pensa soltanto alla debolezza nel ministero. C’è una debolezza « a monte », che riguarda la persona come tale. Paolo non nasconde nulla di sé. Ed è qui che noi ci rispecchiamo in lui. Egli diventa il rappresentante di ogni uomo che conosce i propri limiti, a partire dai difetti fisici per arrivare agli aspetti meno nobili del carattere ma soprattutto alle passioni che lottano nelle nostre membra. Credere nella potenza della grazia è lasciarsi redimere dalla potenza dell’amore divino, riconoscere che la differenza tra il nostro « essere » ed il nostro « dover essere » è il campo d’azione del « Signore » che è « lo Spirito »; perché dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. Questo è il punto da cui sempre partire per guardare al ministero apostolico.

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