Archive pour mai, 2009

DOMENICA 24 MAGGIO 2009 – ASCENSIONE DEL SIGNORE

DOMENICA 24 MAGGIO 2009 - ASCENSIONE DEL SIGNORE dans BIBLE SERVICE (sito francese) jesus-ascension2 

http://heartandvoice.blogspot.com/2008/11/o-christ-king-of-glory-o-christ-king-of.html

DOMENICA 24 MAGGIO 2009 – ASCENSIONE DEL SIGNORE

MESSA DEL GIORNO

LINK ALLE LETTURE:

http://www.maranatha.it/Festiv2/pasqB/AscenBpage.htm

Seconda Lettura  Ef 4, 1-13
Raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni.

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.

Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra?
Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

dal sito:

http://www.bible-service.net/site/377.html

• Éphésiens 4,1-13

Faisant à son Église le don de l’unité, la rassemblant en un seul corps par l’unique Esprit, l’unique baptême, la même foi, la constituant comme famille d’un même Père, le Christ ressuscité lui fait aussi le don du ministère. Les ministres lui sont donnés pour que se réalisent l’unité, la croissance et le témoignage. Le Christ donne à son Église tout ce qu’il lui faut pour qu’elle soit vraiment son corps sur la terre et que tous coopèrent à la mission qu’il lui confie. Le passage facultatif de cette lecture peut nous indiquer l’esprit d’humilité dans lequel tout cela doit être accompli : « Celui qui est monté est d abord descendu », évoquant l’hymne de l’épître aux Philippiens : « Le Christ … s’est anéanti, prenant la condition de serviteur… C’est pourquoi Dieu l’a exalté… »

Facendo alla sua chiesa il dono dell’unità, raccogliendola in un solo corpo attraverso l’unico Spirito, l’unico battesimo, la medesima fede, la costituisce come famiglia di uno stesso padre, il Christ risuscitato gli fa anche il dono del ministero. I ministri gli sono dati perché si realizzi l’unità, la crescita e la testimonianza. Il Christ dà alla sua Chiesa tutto ciò che gli occorre perché sia realmente il suo corpo sulla terra e che tutti cooperino alla missione che gli affida. Il passaggio facoltativo di questa lettura può indicarci lo spirito di umiltà nel quale tutto ciò deve essere compiuto: “Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra?„ evocando l’inno dell’epistola al Philippiens: “Cristo Gesù….ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo…Per questo Dio lo esaltò.…„ (traduzione Bibbia CEI 2009)

PRIMI VESPRI

Lettura Breve   Ef 2, 4-6
Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalle lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo 4, 1-24

Ascendendo in cielo, Cristo ha distribuito doni agli uomini
Fratelli, vi esorto io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto:
Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini (Sal 67, 19).
Ma che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.
E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.
Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, e per la durezza del loro cuore. Diventati così insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile.
Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.

Responsorio    Cfr. Ef 4, 8 8Sal 67, 19); Sal 46, 6
R. Cristo, ascendendo in cielo, ha portato con sé i prigionieri, * ha distribuito doni agli uomini, alleluia.
V. Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba:
R. ha distribuito doni agli uomini, alleluia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. sull’Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495)

(questo è il discorso 263A)

Nessuno è mai salito al cielo,
fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo.
Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore.
Ascoltiamo l’apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso.
Cristo è ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra. Di questo diede assicurazione facendo sentire quel grido: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9, 4). E così pure: «Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare»(Mt 25, 35).
Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l’amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13).
Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l’unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell’uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui.
Così si esprime l’Apostolo parlando di questa realtà: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1 Cor 12,12). L’Apostolo non dice: «Così Cristo», ma sottolinea: «Così anche Cristo». Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo.
Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l’unità del corpo non sia separata dal capo.

LODI

Lettura Breve   Eb 10, 12-14
Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.

Sant’Anselmo d’Aosta: « Perché la vostra gioia sia piena »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090523

Sabato della VIIsettimana di Pasqua : Jn 16,23-28
Meditazione del giorno
Sant’Anselmo d’Aosta (1033-1109), monaco, vescovo, dottore della Chiesa
Proslògion, 26

« Perché la vostra gioia sia piena »

Signore Dio mio e mio Signore, mia speranza e la gioia del mio cuore, di’ all’anima mia se la sua gioia è quella stessa gioia di cui ci hai detto per bocca del Figlio tuo: «Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena». Ho trovato infatti una gioia piena anzi più che piena, poiché il cuore, lo spirito, l’animo, tutto il mio essere è ricolmo di questa gioia, questa abbonderà ancora senza misura. Non sarà essa ad entrare in coloro che si rallegrano; bensì sono loro che entreranno con tutto il loro essere in essa.

Parla, Signore! Di’ al tuo servo, nel fondo del suo cuore, se la gioia che prova è quella gioia nella quale entreranno coloro che prenderanno parte alla gioia del loro maestro (Mt 25,31). Ma questa gioia, di cui gioiranno i tuoi servi, «occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo» (1 Cor 2,9) Ti prego dunque, o Dio, fa’ che io ti conosca, ti ami per godere di te.

E se non lo posso pienamente in questa vita, che io avanzi almeno di giorno in giorno fino a quando giunga alla pienezza. Cresca qui la mia conoscenza di te e diventi piena nell’altra vita. Cresca il tuo amore e un giorno divenga perfetto, perché la mia gioia sia grande qui nella speranza e completa mediante il possesso definitivo nel futuro. Signore, per mezzo di tuo Figlio comandi, anzi consigli, di chiedere, e prometti che otterremo perché la nostra gioia sia piena… Io chiedo, o Signore, possa io ricevere ciò che prometti. Ne abbia fame l’anima mia, fino a quando io non entri nella gioia del mio Signore.

SABATO 23 MAGGIO 2009 – VI SETTIMANA DI PASQUA

SABATO 23 MAGGIO 2009 – VI SETTIMANA DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 18, 23-28
Apollo dimostrava attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo.

Dagli Atti degli Apostoli
Trascorso ad Antiòchia un pò di tempo, Paolo partì di nuovo percorrendo di seguito le regioni della Galàzia e della Frìgia, confermando nella fede tutti i discepoli.
Arrivò a Efeso un Giudeo, chiamato Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, versato nelle Scritture. Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. Egli intanto cominciò a parlare francamente nella sinagòga.
Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. Poiché egli desiderava passare nell’Acàia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto là, fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo.

VENERDÌ 22 MAGGIO 2009 – VI SETTIMANA DI PASQUA

VENERDÌ 22 MAGGIO 2009 – VI SETTIMANA DI PASQUA

SANTA RITA DA CASCIA (mf)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 18, 9-18
Io ho un popolo numeroso in questa città.

Dagli Atti degli Apostoli
Mentre Paolo era a Corìnto, una notte in visione il Signore gli disse: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città». Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la parola di Dio.
Mentre era proconsole dell’Acàia Gallione, i Giudei insorsero in massa contro Paolo e lo condussero al tribunale dicendo: «Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge». Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un’azione malvagia, o Giudei, io vi ascolterei, come di ragione. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice di queste faccende». E li fece cacciare dal tribunale. Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagòga, e lo percossero davanti al tribunale ma Gallione non si curava affatto di tutto ciò.
Paolo si trattenne ancora parecchi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era fatto tagliare i capelli a causa di un voto che aveva fatto.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Trattati su Giovanni» di sant’Agostino, vescovo
(Tratt. 124, 5, 7; CCL 36, 685-687)

Le due vite
La Chiesa conosce due vite che le sono state divinamente predicate ed affidate: una è nella fede l’altra nella visione; una nel tempo del pellegrinaggio, l’altra nell’eternità della dimora; una nella fatica, l’altra nel riposo; una lungo la via, l’altra nella patria; una nell’attività, l’altra nel premio della contemplazione.
La prima vita è stata rappresentata dall’apostolo Pietro, la seconda da Giovanni. La vita terrena si svolge sino alla fine di questo mondo e trova la sua conclusione nell’aldilà; la vita celeste, nella sua fase perfetta, verrà dopo la fine di questo mondo, ma nell’eternità non avrà termine. Perciò il Signore dice a Pietro: «Seguimi» (Gv 21, 19); mentre di Giovanni dice: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi» (Gv 21, 22).
Il significato della risposta di Gesù è il seguente: Tu seguimi nel tollerare i mali temporali. Lui rimanga in attesa fino a quando non ritornerò per concedere i beni eterni. O più chiaramente: Mi segua l’opera che, sul modello della mia passione, è già terminata. Rimanga in attesa, fino a quando non verrò a renderla totale, la contemplazione appena iniziata. Effettivamente chi accetta tutto santamente perseverando fino alla morte, segue Cristo. Invece la conoscenza di Cristo, prima di arrivare al suo culmine, deve attendere la sua venuta. Si tratta di due aspetti connessi con le due fasi dell’esistenza terrena e celeste del cristiano. Nella prima si sopportano i mali di questo mondo propri della terra dei morenti, nella seconda si vedranno i beni del Signore caratteristici della terra dei viventi.
Ciò che il Signore dice: «Voglio che rimanga finché io venga» (Gv 21, 23), non significa fermarsi, arrestarsi, ma rimanere in attesa, perché la condizione significata da Giovanni non raggiungerà la sua pienezza adesso, bensì alla venuta di Cristo. Quello poi che è significato da Pietro, che ha ricevuto l’invito: «Tu seguimi» (Gv 21, 22), è qualcosa che va compiuto ora, altrimenti non si arriverà a ciò che si attende. Tuttavia nessuno osi dissociare questi due grandi apostoli. Tutti e due facevano ciò che significava Pietro. Tutti e due avrebbero conseguito quanto significava Giovanni. Sul piano del simbolo, Pietro seguiva, Giovanni restava in attesa. Sul piano della fede vissuta, tutti e due sopportavano le sofferenze presenti di questo misero mondo, tutti e due attendevano i beni futuri della beatitudine eterna.
E questo atteggiamento lo riproducono non solo essi, ma tutta la Chiesa, Sposa di Cristo, tutta tesa da una parte a superare le prove di questo mondo e dall’altra a possedere la felicità della vita futura. Due vite dunque simboleggiate dai due apostoli Pietro e Giovanni, ognuno dei quali significa un tipo solo di vita, anche se tutti e due vissero la vita temporale nella fede e tutti e due avrebbero goduto l’altra vita nella visione.
Pietro, primo degli apostoli, ha ricevuto le chiavi del Regno dei cieli. Con esse lega e scioglie i peccati di tutti i santi, congiunti inseparabilmente al corpo di Cristo (cfr. Mt 16, 19), ed indica ai fedeli la giusta rotta da seguire in questa vita agitata da tutte le tempeste. Invece Giovanni, l’evangelista, posò il capo sul petto di Cristo. Il gesto fa pensare al riposo dei santi, al riposo, che troveranno in quel seno pienamente riparato dai flutti e segreto, che è la vita beata.
Però non solo Pietro lega e scioglie i peccati, ma tutta la Chiesa. Non solo Giovanni ha attinto dalla sorgente che era Cristo. Non solo lui gode del Verbo — che era in principio, Dio presso Dio — e di tutte le prerogative divine del Cristo. Non solo lui contempla tutte quelle realtà sublimi che si riferiscono alla Trinità divina e all’unità delle tre divine Persone. Non è solo lui il privilegiato che si sazia di quelle cose che si contemplano faccia a faccia nel regno celeste, dopo essere state viste come in uno specchio e in maniera confusa in questa terra (cfr. 1 Cor 13, 12). Non è solo lui che attinge tutti questi tesori dal petto di Cristo, ma a tutti è aperta dal Signore stesso la fonte del Vangelo, perché tutti in tutta la terra bevano, ognuno secondo la propria capacità.

per Santa Rita da Cascia metto il link alla Basilica di Santa Rita:

http://www.santaritadacascia.org/home.asp

GIOVEDÌ 21 MAggio 2009 – VI SETTIMANA DI PASQUA

SAN CRISTOFORO MAGALLANES (mf)

la memoria dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/193.html

sacerdote e Compagni martiri

MARTIROLOGIO
Memoria dei SS. martiri Cristoforo Magallanes, presbitero, e compagni, che furono perseguitati in diverse diocesi del Messico in odio al nome di Cristo e alla Chiesa Cattolica, ed avendo testimoniato Cristo Re conseguirono la corona del martirio.

MESSA DEL GIORNO

Quando l’Ascensione del Signore si Celebra Domenica prossima

Prima Lettura   At 18, 1-8
Paolo si stabilì nella loro casa e lavorava, e predicava nella sinagòga.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, Paolo lasciò Atene e si recò a Corìnto. Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro e poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricatori di tende. Ogni sabato poi discuteva nella sinagòga e cercava di persuadere Giudei e Greci.
Quando giunsero dalla Macedònia Sila e Timòteo, Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo. Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani». E andatosene di là, entrò nella casa di un tale chiamato Tizio Giusto, che onorava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagòga. Crispo, capo della sinagòga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e anche molti dei Corìnzi, udendo Paolo, credevano e si facevano battezzare.

MERCOLEDÌ 20 MAGGIO 2009 – VI DI PASQUA

SAN BERNARDINO DA SIENA (mf)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 17, 15-22-18,1
Quel Dio che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio.

Dagli Atti degli Apostoli.
In quel tempo, quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l’ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto.
Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areòpago, disse: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto.
Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dá  a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra.
Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: « Poiché di lui stirpe noi siamo ».
Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana.
Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».
Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionìgi membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.
Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto.

la memoria facoltativa dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/192.html

San Bernardino da Siena
Sacerdote

BIOGRAFIA
Questo illustre e degno discepolo di S. Francesco d’Assisi nacque nel 1380 a Massa Marittima, dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi. Rimasto orfano dei genitori in giovane età fu allevato a Siena. Entrò a far parte dei Frati Minori, venne ordinato sacerdote e percorse tutta l’Italia esercitando la predicazione con gran frutto delle anime. Propagò la devozione al santissimo nome di Gesù, in seno all’Ordine divenne uno dei principali propugnatori della riforma dei francescani osservanti e scrisse pure dei trattati teologici. Il Signore lo chiamava alla pace dei beati pieno di meriti nel 1444 a l’Aquila e fu canonizzato nel 1450. San Bernardino è il patrono dei pubblicitari italiani.

DAGLI SCRITTI…
Dai “Discorsi” di san Bernardino da Siena, sacerdote.
Il nome di Gesù è la luce dei predicatori, perché illumini di splendore l’annunzio e l’ascolto della sue parole. Donde credi si sia diffuse in tutto il mondo una luce di fede così grande, repentina e ardente, se non perché fu predicato Gesù? Non ci ha Dio “chiamati alla sue ammirabile luce” (1 Pt 2, 9) con la luce e il sapore di questo nome? Ha ragione l’Apostolo di dire a coloro che sono stati illuminati e in questa luce vedono la luce: “Se un tempo eravate tenebra, ore siete luce nel Signore: comportatevi perciò come figli della luce” (Ef 5, 8). Perciò si deve annunziare questo nome perché risplenda, non tenerlo nascosto. E tuttavia nella predicazione non lo si deve proclamare con un cuore vile o con una bocca profanata, ma lo si deve custodire e diffondere come da un vaso prezioso. Per questo il Signore dice dell’Apostolo: Egli è per me un vaso eletto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re e ai figli di Israele (cfr. At 9,15). Un vaso eletto, dice dove si espone un dolcissimo liquore da vendere, perché rosseggiando e splendendo in vasi preziosi, inviti a bere; per portare, soggiunge, il mio nome. Infatti,come per ripulire i campi si distruggono con il fuoco le spine e i rovi secchi e inutili e come al sorgere del sole, mentre le tenebre vengono respinte, i ladri e i nottambuli e gli scassinatori si dileguano: così quando la bocca di Paolo predicava ai popoli, come per il fragore di un gran tuono, o per l’avvampare irruente di un incendio o per il sorgere luminoso del sole, l’infedeltà era distrutta, la falsità periva, la verità splendeva, come cera liquefatta dalle fiamme di un fuoco veemente. L’Apostolo portava dovunque il nome di Gesù con le parole, con le lettere, con i miracoli e con gli esempi. Infatti lodava sempre il nome di Gesù e gli cantava inni con riconoscenza (cfr. Sir 51, 12; Ef 5, 19-20). E di più, san Paolo presentava questo nome, come una luce, “davanti ai re, ai popoli e ai figli di Israele” (At 9,15) e illuminava le nazioni e proclamava dovunque: “La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno” (Rm 13,12). E mostrava a tutti la lampada ardente e splendente sul candelabro, annunziando in ogni luogo “Gesù, e questo crocifisso” (1 Cor 2, 2).
Perciò la Chiesa, sposa di Cristo, sempre appoggiata alla sue testimonianza, giubila con il Profeta, dicendo: “Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza, e ancora oggi proclamo i tuoi prodigi” (Sal 70,17), cioè sempre. E anche il profeta esorta a questo, dicendo: “Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunziate di giorno in giorno la sua salvezza” (Sal 95,2) cioè Gesù salvatore. (Disc. 49 sul Nome di Gesù).

Colletta
O Padre, che hai donato al tuo sacerdote san Bernardino da Siena un singolare amore per il Nome di Gesù, imprimi anche nei nostri cuori il sigillo della tua carità con il fuoco dello Spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

MARTEDÏ 19 MAGGIO 2009 – IV SETTIMANA DI PASQUA

MARTEDÏ 19 MAGGIO 2009 – IV SETTIMANA DI PASQUA

SAN CELESTINO V PAPA

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   At 16, 22-34
Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia.

Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, la folla degli abitanti di Filippi insorse contro Paolo e Sila, mentre i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in prigione e ordinarono al carceriere di far buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella cella più interna della prigione e strinse i loro piedi nei ceppi.
Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i carcerati stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito tutte le porte si aprirono e si sciolsero le catene di tutti.
Il carceriere si svegliò e vedendo aperte le porte della prigione, tirò fuori la spada per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gli gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quegli allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando si gettò ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, cosa devo fare per esser salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese allora in disparte a quella medesima ora della notte, ne lavò le piaghe e subito si fece battezzare con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo d’Alessandria, vescovo   (Lib. 11, 11; PG 74, 559-562)

Cristo è vincolo di unità
Secondo san Paolo quanti comunichiamo alla santa umanità del Cristo, veniamo a formare un sol corpo con lui. Presenta così questo mistero di amore: «Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che i gentili cioè sono chiamati in Cristo Gesù a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della promessa» (Ef 3, 5-6). Se tutti tra di noi siamo membra dello stesso corpo in Cristo e non solo tra di noi, ma anche con lui che è in noi per mezzo della sua carne, è evidente che tutti siamo una cosa sola sia tra noi che in Cristo. Cristo infatti è vincolo di unità, essendo egli al tempo stesso Dio e uomo.
Quanto all’unione spirituale, seguendo il medesimo ragionamento, diremo ancora che noi tutti, avendo ricevuto un unico e medesimo Spirito santo, siamo, in certo qual modo, uniti sia tra noi, sia con Dio. Infatti, sebbene, presi separatamente, siamo in molti, ed in ciascuno di noi Cristo faccia abitare lo Spirito del Padre e suo, tuttavia unico e indivisibile è lo Spirito. Egli con la sua presenza e la sua azione riunisce nell’unità spiriti che tra loro sono distinti e separati. Egli fa di tutti in se stesso una unica e medesima cosa.
La potenza della santa umanità del Cristo rende concorporali coloro nei quali si trova. Allo stesso modo, credo, l’unico e indivisibile Spirito di Dio che abita in tutti, conduce tutti all’unità spirituale.
Perciò ancora san Paolo ci esorta: Sopportatevi a vicenda con amore, cercate di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti, ed è presente in tutti (cfr. Ef 4, 2-6). Infatti dimorando in noi un unico Spirito, vi sarà in noi un unico Padre di tutti, Dio, per mezzo del Figlio. Lo Spirito Santo riconduce all’unità con sé e all’unità vicendevole fra loro tutti quelli che si trovano a partecipare di lui. E tutti noi evidentemente siamo partecipi dello Spirito. Infatti abbiamo lasciato la vita animale e obbediamo alle leggi dello Spirito. In tal modo abbandoniamo la nostra vita, ci uniamo allo Spirito Santo, acquistiamo una conformità celeste a lui e veniamo trasformati, in certo qual modo, in un’altra natura. Perciò siamo chiamati non più uomini solamente, ma anche figli di Dio e uomini celesti. Siamo resi cioè partecipi della natura divina.
Tutti siamo una cosa sola nel Padre e Figlio e Spirito Santo: una cosa sola dico, per l’identità della condizione, la coesione nella carità, la comunione alla santa carne di Cristo e la partecipazione dell’unico Spirito Santo.

Responsorio    Cfr. 1 Cor 10, 17, 16; Sal 67, 11. 7
R. Poiché c’è un solo pane noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo: * tutti partecipiamo all’unico pane e all’unico calice, alleluia.
V. Nel tuo amore, o Dio, prepari una mensa al povero e lo accogli nella tua casa:
R. tutti parteciperanno all’unico pane e all’unico calice, alleluia.

la memoria facoltativa dal sito:

http://liturgia.silvestrini.org/santo/380.html

San Celestino V
Papa

BIOGRAFIA
Celestino V°, o Pietro da Morrone, nacque ad Isernia in Abruzzo l’anno 1215 da virtuosi e caritatevoli genitori. E’ una figura emblematica del secolo di grandi santi, ma anche di profonde lacerazioni nel tessuto della Chiesa. Fu Papa per pochi mesi soltanto. Aveva già quasi settant’anni quando fu strappato dalla solitudine della vita monastica e fu spinto ad accettare il pesante incarico di capo della Chiesa; la Santa Sede era vacante da 27 mesi: egli dovette accettare. Ma qualche mese più tardi rinunciò volontariamente al governo della Chiesa. Passò al gaudio sempiterno l’anno 1296, Clemente VI lo proclamò santo nel 1313. Figlio di San Benedetto, di cui praticò le lezioni di umiltà, S. Celestino aveva visto affluire nel suo eremitaggio numerosi discepoli attratti dalla santità della sua vita. Di qui l’origine di un ramo dell’Ordine benedettino che portava il suo nome: “ i Celestini”, soppressi al tempo della Rivoluzione francese.

DAGLI SCRITTI…
Dalle “Conferenze” di Cassiano, abate.
Arrivano a contemplare con uno sguardo limpido e penetrante la divinità di Gesù soltanto coloro che si levano al di sopra delle opere e dei pensieri del mondo, ritirandosi con lui sull’alto monte solitario. Questo monte, libero dal tumulto dei pensieri e delle passioni terrene e separato dal disordine di tutti i vizi, sulla cima di una fede purissima e di eminenti virtù, rivela lo splendore del volto di Cristo e l’immagine della sua gloria a coloro che hanno meritato di contemplarlo per la limpidezza dell’anima.
Il Signore però lo vedono anche quelli che nelle città, nei paesi e nei villaggi si danno alle opere di una vita attiva o ascetica; ma ad essi non si manifesta con lo stesso splendore col quale appare a quelle anime abbastanza forti da salire con lui sul detto monte delle virtù, come Pietro, Giacomo e Giovanni. Allo stesso modo infatti, cioè nella solitudine, apparve un giorno a Mosè e parlò a Elia. Nostro Signore, volendo confermare questa dottrina e lasciarci l’esempio di una purezza perfetta, benché egli non avesse bisogno del mezzo esteriore del ritiro e della solitudine per conseguirla, essendo la stessa fonte di ogni santità, pure si ritirò “sul monte, solo, a pregare” (Mt 14, 23). Col suo esempio volle insegnarci che, se anche noi vogliamo pregare Dio con integro e puro affetto del cuore, come lui dobbiamo fuggire lo strepito e la confusione della folla. In tal modo, pur restando in questo mondo, già potremo vivere almeno in parte la beatitudine promessa ai santi nella vita eterna, in modo che anche per noi “Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15, 28). Allora si realizzerà perfettamente in noi la domanda che il nostro Salvatore rivolse al Padre per i suoi discepoli: “L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,26), e ancora: “Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21). Quell’amore perfetto col quale Dio “ci ha amati per primo» (1 Gv 4,19) si riverserà nei nostri cuori, quando si compirà questa preghiera del Signore, che certo non può restare inesaudita. Tutto questo avverrà quando tutto il nostro amore, tutto il nostro desiderio, l’oggetto di ogni nostra ricerca, di ogni nostro pensiero, sarà Dio: scopo di tutta la nostra vita, fonte delle nostre parole, nostro respiro. Allora, quell’unità che regna tra il Padre e il Figlio e tra il Figlio e il Padre, sarà trasfusa nel nostro sentimento e nel nostro spirito cioè, come egli ci ama di un amore sincero, puro e indissolubile, così anche noi ci uniremo a lui con un amore perenne e inseparabile, e gli saremo talmente congiunti, che ogni nostro respiro, ogni attività della nostra mente e ogni nostra parola esprimerà lui. Raggiungeremo così il fine di: cui abbiamo parlato, che il Signore chiede per noi nella sua preghiera: “Siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17, 22. 23). E di nuovo: “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io” (Gv 17, 24). Questo dev’essere lo scopo di tutta la vita del monaco; a questo deve tendere ogni suo sforzo: meritare, cioè, di possedere fin da questa vita l’immagine della futura beatitudine e, mentre ancora vive nel corpo, cominciare a pregustare in qualche misura un saggio di quella vita e di quella gloria celeste. Questo, ripeto, è il fine di ogni perfezione: che l’anima, alleggerita da ogni peso della carne, ogni giorno si elevi verso le realtà celesti, a tal punto che tutta la sua vita e ogni movimento del suo cuore diventino un’unica e continua preghiera.

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