Archive pour mai, 2009

IL CCC. COMBATTIMENTO DELLA PREGHIERA, IV. Perseverare nell’amore

dal sito:

http://made-inbet.net/archive/catechism_it/p4s1c3a2_it.htm

CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
PARTE QUARTA
LA PREGHIERA CRISTIANA
SEZIONE PRIMA
LA PREGHIERA NELLA VITA CRISTIANA
CAPITOLO TERZO
LA VITA DI PREGHIERA
ARTICOLO 2
IL COMBATTIMENTO DELLA PREGHIERA

IV. Perseverare nell’amore

2742 « Pregate incessantemente » (1 Ts 5,17), « rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre nel nome del Signore nostro Gesù Cristo » (Ef 5,20); « pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi » (Ef 6,18). « Non ci è stato comandato di lavorare, di vegliare e di digiunare continuamente, mentre la preghiera incessante è una legge per noi ». 207 Questo ardore instancabile non può venire che dall’amore. Contro la nostra pesantezza e la nostra pigrizia il combattimento della preghiera è il combattimento dell’amore umile, confidente, perseverante. Questo amore apre i nostri cuori su tre evidenze di fede, luminose e vivificanti.

2743 Pregare è sempre possibile: il tempo del cristiano è il tempo di Cristo risorto, che è con noi « tutti i giorni » (Mt 28,20), quali che siano le tempeste. 208 Il nostro tempo è nelle mani di Dio:

« È possibile, anche al mercato o durante una passeggiata solitaria, fare una frequente e fervorosa preghiera. È possibile pure nel vostro negozio, sia mentre comperate sia mentre vendete, o anche mentre cucinate ». 209

2744 Pregare è una necessità vitale. La prova contraria non è meno convincente: se non ci lasciamo guidare dallo Spirito, ricadiamo sotto la schiavitù del peccato. 210 Come può lo Spirito Santo essere la « nostra vita », se il nostro cuore è lontano da lui?

« Niente vale quanto la preghiera; essa rende possibile ciò che è impossibile, facile ciò che è difficile. [...] È impossibile che cada in peccato l’uomo che prega ». 211

« Chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna ». 212

2745 Preghiera e vita cristiana sono inseparabili, perché si tratta del medesimo amore e della medesima abnegazione che scaturisce dall’amore. La medesima conformità filiale e piena d’amore al disegno d’amore del Padre. La medesima unione trasformante nello Spirito Santo, che sempre più ci configura a Cristo Gesù. Il medesimo amore per tutti gli uomini, quell’amore con cui Gesù ci ha amati. « Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo concederà. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri » (Gv 15,16-17).

« Prega incessantemente colui che unisce la preghiera alle opere e le opere alla preghiera. Soltanto così possiamo ritenere realizzabile il principio di pregare incessantemente ». 213

LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

dal sito:

http://www.esarcato.it/archivio_testi/omiletica/01_omelia_1tess517.html

ARCIVESCOVADO PER LE CHIESE ORTODOSSE
(Esarcato del Patriardato Ecumenico, Decanato per l’Italia)

Omelia pronunciata in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Sanremo, 21 gennaio 2008

LA PREGHIERA INCESSANTE (1 Tess 5, 17).

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

La preghiera è un elemento comune a tutte le religioni del mondo. In essa l’uomo si pone in rapporto con la trascendenza nel modo che più gli è consueto, ovvero con la parola e attraverso la relazione personale. Sebbene vi siano differenti tipi di preghiera, tuttavia risulta difficile pensare che essa, anche se solo considerata sotto il profilo dell’atteggiamento psicologico, non si configuri come un dialogo personale tra l’uomo e la divinità.

La Scrittura riporta le origini della preghiera alle generazioni successive ad Adamo, quindi ai primordi comuni a tutta l’umanità: insieme al sacrificio essa compare come mezzo per ristabilire la comunione con Dio, perduta dal Progenitore. Il primo sacrificio, ci viene presentato in due forme: «Dopo un certo tempo, Caino offrì frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta» (Gen 4, 3-5). La preghiera comparve solo in seguito, con il figlio di Set: «Anche a Set nacque un figlio, che egli chiamò Enos. Allora si cominciò ad invocare il nome del Signore» (Gen 4, 26). Il sacrificio e l’invocazione del nome del Signore, componente essenziale di ogni forma di preghiera, costituiscono dunque lo schema del culto religioso primordiale, schema che costituirà nondimeno il fondamento del culto vetero-testamentario.

Per i cristiani ogni legge, ogni narrazione, ogni parola di saggezza e ogni profezia dell’Antico Testamento è destinata a trovare il suo pieno senso soltanto in relazione al progetto di Dio, nascosto sin dalla fondazione del mondo, che si è rivelato con l’incarnazione del suo Verbo, cioè con l’avvento del Messia. Così dobbiamo pensare che anche il culto veterotestamentario abbia trovato la sua piena realizzazione nel culto istituito da Gesù Cristo. La preghiera, che è parola rivolta a Dio, trova il suo più alto compimento nel Verbo di Dio fattosi carne e vissuto tra noi. Gesù rivela infatti all’umanità, nell’orazione dominica, la piena verità sul nome di Dio, che l’umanità ha invocato sotto varie forme sin dai tempi di Enos. Il nome di Dio è Padre, «sia santificato il tuo nome», il nome di Dio è Figlio, «venga il tuo regno», il nome di Dio è Spirito Santo «sia fatta la tua volontà». Gesù rivela in sé il volto di Dio e nella distinzione delle Tre persone, attraverso la distinzione di tre nomi personali, il nome del Dio Tre volte Santo, contemplato da Isaia nella dossologia angelica (Is 6, 1-3).

Le due forme del culto primordiale, sacrificio e preghiera, trovano nondimeno la loro verità e unità nel Corpo di Cristo, cioè nella vita sacramentale della Chiesa di Cristo. Nella Cena mistica si uniscono il sacrificio incruento e spirituale e il sacrificio della lode, che si riassume nell’invocazione epicletica allo Spirito Santo, affinché rinnovi, nei Doni dell’offerta, l’unità della vita divina con la vita umana, unità che il Cristo Dio sancì in modo indelebile nella sua Incarnazione. Nel Corpo di Cristo sacrificio e preghiera unificano realmente a Dio, o, secondo un termine caro all’ascetica e alla teologia orientali, deificano. Il sacramento dell’Eucaristia unisce a Dio l’uomo che è stato riscattato al Regno attraverso il battesimo; l’Eucaristia rende perfetto cittadino del Regno, colui che è stato fatto degno di esserlo e preparato con il battesimo, che lo ha purificato da ciò che non era degno di entrare nel Regno. La preghiera, sacrificio di lode, si unisce al Supremo Sacramento nel rendere il cristiano membro cosciente del Regno, portando alla luce della coscienza la Grazia che in esso si dà in modo misterioso. È dunque compito della preghiera portare a coscienza l’unità della nostra natura con la natura divina, preparandola e ringraziando per essa, elevando la nostra consapevolezza alla ricchezza misteriosa che è trasmessa in noi dal sacrificio eucaristico, poiché «il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza. Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la pone sotto un letto; la pone invece su un lampadario, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce» (Lc 8, 15-17). Le parole di S. Paolo ai Tessalonicesi, «pregate incessantemente» (I Tess 5, 17), che abbiamo messo al centro della meditazione in questo incontro ecumenico, assumono tutto il loro significato se considerate come rivelative del ruolo che l’uomo deve avere, con il suo verbo interiore orante, nell’economia che il Verbo di Dio ha preparato per noi. Il Verbo di Dio infatti agisce interiormente in modo incessante in coloro che si sono associati nel Suo nome alla Sua morte e resurrezione, essendo battezzati nel Nome trinitario di Dio. Se il Verbo di Dio agisce segretamente nella persona del cristiano, la preghiera deve essere allora il luogo del nostro consapevole incontro con l’azione di Dio in noi, e siccome l’azione del Verbo di Dio in noi è incessante, così la preghiera deve essere incessante. La preghiera incessante è anticipazione in questo secolo della preghiera incessante che gli angeli e i santi rivolgono per l’eternità al Dio super-eterno: essa è la risposta della creatura angelica e umana alla presenza incessante di Dio in mezzo a noi, con noi, in noi: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6).

S. Paolo completa l’esortazione a estendere la preghiera a ogni tempo e occasione, «pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie » (I Tess 5, 17-18), con parole che ne manifestano la ragione intrinseca: «questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito» (I Tess 5, 18-19). Queste parole ci assicurano che il pegno della preghiera incessante è la progressiva deificazione (o santificazione), nell’attesa escatologica della Seconda venuta, come leggiamo nella conclusione del passo: «Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» (I Tess 5, 23-24).

Come immagino sia noto a molti di voi, il cristianesimo ortodosso ha riconosciuto in questa frase dell’Apostolo un’esortazione concreta e l’ha eletta a fulcro della sua spiritualità, tanto monastica quanto laica, la quale ha avuto espressione storica nell’esicasmo e nel suo irradiamento. L’importanza dell’esicasmo per la spiritualità ortodossa non sarà mai sottolineata abbastanza, dal momento che questa istanza ascetica e spirituale riassume in sé i risultati della millenaria riflessione teologico-patristica orientale (basti pensare che è proprio da una querelle sull’esicasmo che la Chiesa ortodossa riconoscerà la sua perfetta espressione teologica nella dottrina del grande difensore degli esicasti, san Gregorio Palamas, canonizzato appena otto anni dopo la nascita al Regno) e al contempo costituisce il pane quotidiano del fedele che scopre in sé la vocazione a uscire dai ritmi di questo mondo per farsi pellegrino, ancora in queste spoglie mortali, del Regno dei cieli (si pensi ai racconti del laico pellegrino russo che scopre questa via al Regno nella preghiera continua). La preghiera continua ci porta dunque al centro della nostra esistenza, onde è anche detta preghiera del cuore, non da ultimo perché va recitata come una meditazione rivolta al cuore: «L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; […] perché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6, 45). La formula utilizzata in questa preghiera da recitarsi incessantemente, «Signore Gesù Cristo figlio di Dio abbi pietà di me peccatore», è un Credo abbreviato, dal momento che essa invoca il nome del Signore Gesù, «che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2, 9), confessa la Trinità, dal momento che il Figlio, implica il Padre e la confessione del Figlio come Signore non può darsi se non nello Spirito santo («nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» I Cor 12, 3). Essa è inoltre un’estensione dell’invocazione liturgica per eccellenza che l’assemblea dei fedeli rivolge al Signore: «Signore pietà, Kyrie eleison» ed è estensione nell’intimità personale della preghiera continua che la Chiesa offre a Dio nel ciclo dell’ufficiatura quotidiana, seguendo l’ispirazione del profeta Davide: «Sette volte al giorno io ti lodo, per le sentenze della tua giustizia» (Ps 118, 164). La preghiera incessante si configura dunque come il centro della vita spirituale del cristiano e riflesso della vita spirituale dell’intera assemblea dei credenti; essa non può mancare di esprimere la pienezza della fede e la ricchezza della vita ecclesiale, sicché possiamo dire che la preghiera incessante è triadologica, cristologica e pneumatologica, ha fondamento scritturistico e ha valenza ecclesiologica nonché liturgica.

Ma soprattutto, le generazioni di santi che ci hanno preceduto nella preghiera del cuore ci indicano che essa racchiude un frutto, una perla preziosa e luminosa, che ne costituisce il fine. Essa non è infatti una mera azione umana, che Dio accetta nei suoi cieli e ricompenserà nel tempo opportuno. No, non solo: la preghiera è anche e soprattutto azione di Dio nell’uomo, che lo trasforma fino a trasfigurarlo nella natura della luce taborica, nella quale gli apostoli hanno potuto contemplare il Cristo nella sua teofania spirituale e divina, contemplando in definitiva ciò che la natura umana è chiamata a diventare: luce. «Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 2, 14-16). La preghiera è un’azione divino-umana, è sinergia, come solo sinergica può essere la nostra Salvezza. Quando arriveremo a pregare nello Spirito Santo, sarà lo Spirito che pregherà in noi, sicché la preghiera incessante si rivelerà essere una progressiva «acquisizione dello Spirito Santo», acquisizione che è il fine di ogni cristiano, come diceva san Serafino di Sarov.

Cari fratelli e care sorelle in Cristo, la vocazione ecumenica che ci raduna questa sera, possa riconoscere nell’esortazione paolina alla preghiera incessante l’unità della fede che essa implica, unità con Dio Padre Figlio e Spirito Santo e conseguentemente unità con i nostri fratelli che nel medesimo nome pregano, che ci aiuti a guardare ai doni deificanti della preghiera non come qualcosa di già dato per acquisito al momento del nostro battesimo e della nostra professione di fede, ma come qualcosa da raggiungere nel perfezionamento della nostra vita cristiana, e, nel perseguire questo perfezionamento, guardare ai fratelli che stanno camminando verso il medesimo traguardo e con loro rivolgere le parole che profeticamente richiamano l’unità del Popolo di Dio nell’invocazione del Suo nome: «Beato il popolo che ti sa acclamare / e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto: / esulta tutto il giorno nel tuo nome, /e nella tua giustizia sarà esaltato» (Ps 88, 16-17).

Amen

San Giovanni della Croce : « Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo »

du site:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090525

Lunedì della VII settimana di Pasqua : Jn 16,29-33
Meditazione del giorno
San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Avvisi e sentenze, 173-177

« Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo »

Abbiate cura di mantenere il vostro cuore nella pace; non sia turbato da alcun evento di questo mondo; pensate che quaggiù tutto finisce.
In tutti gli avvenimenti, per quanto infausti siano, dobbiamo rallegrarci invece di rattristarci, per non perdere un bene più prezioso, che è la pace e la calma dell’animo.
Quand’anche tutto quaggiù crollasse e tutti gli avvenimenti ci fossero avversi, sarebbe inutile turbarci, poiché il turbamento ci porterebbe più danno che profitto.

Sopportare tutto con la stessa stabilità di umore e nella pace, è non soltanto aiutare l’animo ad acquistare grandi beni, ma anche disporre l’animo a giudicare meglio le avversità in cui si trova e a portarvi il rimedio adeguato.
Il cielo è stabile e non è soggetto a cambiamenti. Allo stesso modo le anime che sono di natura

GIOVANNI PAOLO II (17.10.1990) (TEMI: LO SPIRITO SANTO COME PERSONA, IL VENTO, LA COLOMBA)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1990/documents/hf_jp-ii_aud_19901017_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 ottobre 1990

(TEMI: LO SPIRITO SANTO COME PERSONA, IL VENTO, LA COLOMBA)

1. Nel Nuovo Testamento è contenuta la rivelazione circa lo Spirito Santo come Persona, sussistente col Padre e col Figlio nell’unità della Trinità. Ma non è rivelazione con i tratti marcati e precisi di quella riguardante le due prime Persone. L’affermazione di Isaia, secondo cui il nostro è un “Dio nascosto” (Is 45, 15), si può riferire in particolare proprio allo Spirito Santo. Il Figlio, infatti, facendosi uomo, è entrato nella sfera della visibilità sperimentale per quelli che hanno potuto “vedere con i loro occhi e toccare con le loro mani qualcosa del Verbo della vita”, come dice san Giovanni (1 Gv 1, 1); e la loro testimonianza offre un concreto punto di riferimento anche per le generazioni cristiane successive. Il Padre, a sua volta, pur rimanendo nella sua trascendenza invisibile e ineffabile, si è manifestato nel Figlio. Diceva Gesù: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14, 9). Del resto la “paternità” – anche a livello divino – è abbastanza conoscibile per l’analogia con la paternità umana, che è un riflesso, sia pure imperfetto, di quella increata ed eterna, come dice san Paolo (Ef 3, 15).

2. La Persona dello Spirito Santo, invece, è più radicalmente al di là di tutti i nostri mezzi di avvicinamento conoscitivo. Per noi la Terza Persona è un Dio nascosto e invisibile, anche perché ha analogie più fragili in ciò che avviene nel mondo della conoscenza umana. La stessa genesi e spirazione dell’amore, che nell’anima umana è un riflesso dell’Amore increato, non ha la trasparenza dell’atto conoscitivo, che in qualche modo è autocosciente. Di qui il mistero dell’amore, a livello psicologico e teologico, come fa notare san Tommaso. Si spiega così che lo Spirito Santo – come lo stesso amore umano – trovi espressione specialmente nei simboli. Questi indicano il suo dinamismo operativo, ma anche la sua Persona presente nell’azione.

3. Così il simbolo del vento, che è centrale nella Pentecoste, evento fondamentale nella rivelazione dello Spirito Santo: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano (i discepoli con Maria)” (At 2, 2).

Il vento viene spesso presentato, nei testi biblici e altrove, come una persona che va e viene. Così fa Gesù nel colloquio con Nicodemo, quando prende l’esempio del vento per parlare della persona dello Spirito Santo: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3, 8). L’azione dello Spirito Santo, per cui si “nasce dallo Spirito” (come avviene nella figliolanza adottiva operata dalla grazia divina) è paragonata al vento. Questa analogia impiegata da Gesù mette in rilievo la totale spontaneità e gratuità di questa azione, per mezzo della quale gli uomini sono resi partecipi della vita di Dio. Il simbolo del vento sembra rendere in modo particolare quel soprannaturale dinamismo, per mezzo del quale Dio stesso si avvicina agli uomini, per trasformarli interiormente, per santificarli e – in certo senso, secondo il linguaggio dei Padri – per divinizzarli.

4. Bisogna aggiungere che dal punto di vista etimologico e linguistico il simbolo del vento è quello più strettamente connesso con lo Spirito. Ne abbiamo già parlato in catechesi precedenti. Qui basti ricordare soltanto il senso della parola “ruah” (Gen 1, 2), cioè “il soffio”. Sappiamo che quando Gesù, dopo la risurrezione, appare agli apostoli, “alita” su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22-23).

Occorre anche notare che il simbolo del vento, in riferimento esplicito allo Spirito Santo e alla sua azione, appartiene al linguaggio e alla dottrina del Nuovo Testamento. Nell’Antico Testamento il vento, come “uragano”, propriamente è l’espressione dell’ira di Dio (cf. Ez 13, 13), mentre il “mormorio di un vento leggero”, parla dell’intimità della sua conversazione con i profeti (cf. 1 Re 19, 12). Lo stesso termine è usato per indicare l’alito vitale, significativo della potenza di Dio, che restituisce la vita agli scheletri umani nella profezia di Ezechiele (Ez 37, 9): “Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano”. Col Nuovo Testamento il vento diventa dichiaratamente simbolo dell’azione e della presenza dello Spirito Santo.

5. Altro simbolo: la colomba, che secondo i sinottici e il Vangelo di Giovanni si manifesta in occasione del battesimo di Gesù nel Giordano. Questo simbolo è più adatto di quello del vento per indicare la Persona dello Spirito Santo, perché la colomba è un essere vivente, mentre il vento è solo un fenomeno naturale. Gli evangelisti ne parlano in termini quasi identici. Scrive Matteo (Mt 3, 16): “Si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui” (cioè su Gesù). Similmente Marco (Mc 1,10), Luca (Lc 3, 21-22), Giovanni (Gv 1, 32). A motivo dell’importanza di questo momento nella vita di Gesù, che riceve in modo visibile l’“investitura messianica”, il simbolo della colomba si è consolidato nelle immagini artistiche, e nella stessa rappresentazione immaginativa del mistero dello Spirito Santo, della sua azione e della sua Persona.

Nell’antico Testamento la colomba era stata messaggera della riconciliazione di Dio con l’umanità ai tempi di Noè. Essa infatti aveva portato a quel patriarca l’annuncio della cessazione del diluvio sulla superficie della terra (cf. Gen 8, 9-11).

Nel Nuovo Testamento questa riconciliazione avviene mediante il battesimo, del quale parla Pietro nella sua prima Lettera, mettendolo in riferimento alle “persone . . . salvate per mezzo dell’acqua” nell’arca di Noè (1 Pt 3, 20-21). Si può dunque pensare a una anticipazione del simbolo pneumatologico, perché lo Spirito Santo, che è Amore, “versando quest’amore nei cuori degli uomini”, come dice san Paolo (Rm 5, 5), è anche il datore della pace, che è dono di Dio.

6. E ancora: l’azione e la Persona dello Spirito Santo sono indicate anche con il simbolo del fuoco. Sappiamo che Giovanni Battista annunciava sul Giordano: “Egli (cioè il Cristo) vi battezzerà in Spirito e fuoco” (Mt 3, 11). Il fuoco è fonte di calore e di luce, ma è anche una forza che distrugge. Per questo nei Vangeli si parla di “gettare nel fuoco” l’albero che non porta frutto (Mt 3, 10); si parla anche di “bruciare la pula in un fuoco inestinguibile” (Mt 3, 12). Il battesimo “in Spirito e fuoco” indica la potenza purificatrice del fuoco: di un fuoco misterioso, che esprime l’esigenza di santità e di purezza di cui lo Spirito di Dio è portatore.

Gesù stesso diceva: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso” (Lc 12, 49). In questo caso si tratta del fuoco dell’amore di Dio, di quell’amore che “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5, 5). Quando il giorno di Pentecoste sopra le teste degli apostoli “apparvero lingue come di fuoco”, esse significavano che lo Spirito portava il dono della partecipazione all’amore salvifico di Dio. Un giorno san Tommaso avrebbe detto che la carità – il fuoco portato da Gesù Cristo sulla terra – è “una certa partecipazione dello Spirito Santo”. In questo senso il fuoco è un simbolo dello Spirito Santo, la cui Persona nella Trinità divina è Amore.

Liturgia siriana : « Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta » (Lc 15,6)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090524

Ascensione del Signore, solennità – Anno B : Mc 16,15-20
Meditazione del giorno
Liturgia siriana

« Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta » (Lc 15,6)

Nel giorno della tua Ascensione, o Cristo Re,
gli angeli e gli uomini ti acclamano:
«Sei santo, Signore, perché sei disceso e hai salvato Adamo,
l’uomo fatto con la polvere (Gen 2,7),
dall’abisso della morte e del peccato,
e con la tua Ascensione santa, o Figlio di Dio,
i cieli e la terra entrano nella pace.
Gloria a colui che ti ha mandato!»
La Chiesa ha visto il suo Sposo nella gloria,
e ha dimenticato le sofferenze del Gòlgota.
Invece del fardello della croce che portava,
egli viene portato da una nube di luce.
Ecco che viene elevato in alto, vestito di spendore e di gloria.

Un grande prodigio viene compiuto oggi sul monte degli Ulivi:
Chi è capace di esprimerlo?…
Il nostro Maestro era disceso alla ricerca di Adamo,
e, dopo aver  ritrovato colui che era perduto,
se l’é messo in spalla,
e con gloria l’ha introdotto in cielo con lui (cfr Lc 15,4s).
È venuto e ci ha mostrato che era Dio;
ha rivestito un corpo e ha mostrato che era uomo;
è disceso negli inferi e ha mostrato che era morto;
è salito ed è stato esaltato e ha mostrato che era grande.
Benedetta sia la sua esaltazione!

Nel giorno della sua nascita, Maria si rallegra,
nel giorno della sua morte, la terra trema,
nel giorno della sua risurrezione, l’inferno si affligge,
nel giorno della sua ascensione, il cielo esulta.
Benedetto sia la sua Ascensione!

Eremo San Biagio: Commento su Ef 4,11-13

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=7259

Commento su Ef 4,11-13

Eremo San Biagio 

Ascensione del Signore (Anno B) (28/05/2006)
Brano biblico: Ef 4,11-13  
Dalla Parola del giorno
È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.

Come vivere questa Parola?
A completare il cammino nella gioia che ci è stato proposto in questi giorni, viene la solennità dell’ascensione. Come gli apostoli anche noi siamo tentati di rimanere inerti a « contemplare » un cielo in cui Lui sembra ormai definitivamente scomparso. Lo rivedremo poi, quando anche noi saremo approdati alla vita eterna… Una rassegnata attesa e forse un po’ di invidia per coloro che hanno potuto vederlo, ascoltarlo, toccarlo mentre percorreva le nostre strade. E invece, proprio al mistero dell’Ascensione è sotteso un invito alla gioia. Gesù, in quanto Dio, non ha mai lasciato il « suo posto » in seno alla Trinità. Con l’Ascensione è l’umanità che, in Lui, torna a varcare le porte di quel Regno per cui era stata creata e da cui si era volontariamente allontanata. Il nostro pellegrinaggio terreno ora ha una meta, la nostra vita un senso. Le lotte permangono, le difficoltà accompagnano il nostro incedere, ma tutto è illuminato da questa certezza: io, tu tutti già viviamo in Dio. Nell’umanità glorificata di Gesù è la mia umanità che è stata introdotta presso il Padre ed è vivificata dallo Spirito. La Trinità non è qualcosa di esterno e di estraneo a me. Io vivo in essa, già ora, qui. La mia sosta terrena è paragonabile alla vita prenatale: un esistere nell’incompiutezza, ma nell’attivo progredire verso lo « stato di uomo perfetto », fino a raggiungere « la piena maturità di Cristo ». E ciò in armonia con i miei « compagni di viaggio », con cui sono chiamato a fondermi nell’unità del mistico corpo di Cristo.

Oggi, nel mio rientro al cuore, lascerò che tutto il mio essere si immerga nella gioiosa contemplazione di ciò che sono e di ciò che sono chiamato ad essere.

La gioia non è una meta irraggiungibile ma un dono che tu, Signore, mi porgi continuamente. Basterebbe che mi fermassi anche solo per un istante a considerare la pienezza di vita che già ora tu mi riversi in grembo. Perdona la leggerezza con cui ho vissuto finora la mia fede e dammi di cogliere la tenerezza con cui tu mi raggiungi nell’oggi.

La voce di un Dottore della Chiesa
Come nella solennità pasquale fu per noi causa di letizia la risurrezione del Signore, così la sua ascensione al cielo è il motivo del gaudio odierno per noi che la ricordiamo e che veneriamo solennemente quel giorno, in cui, in Cristo, l’umiltà della nostra natura fu elevata sopra tutte le schiere celesti, sopra tutti gli ordini degli angeli, al di là di ogni altezza delle potestà, ad assidersi alla destra di Dio Padre.
Leone Magno

Eremo San Biagio : Commento su At 1,11

dal sito:

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.pax?mostra_id=15362

Commento su At 1,11

Eremo San Biagio 

Ascensione del Signore (Anno B) (24/05/2009)
Brano biblico: At 1,11  
Dalla Parola del giorno
”Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”

Come vivere questa Parola?
Il libro degli Atti si apre con il racconto dell’ascensione di Gesù: un evento che segna il passaggio dal Cristo storico al Cristo mistico. Gesù ha concluso la sua esistenza terrena portando a compimento l’opera che il Padre gli aveva affidato. Ora passa le consegne alla sua Chiesa, il suo corpo mistico appunto, che dovrà essere suo testimone fino ai confini della terra.
La tentazione di ieri e di oggi è quella di restarsene in passiva attesa del suo ritorno, con lo sguardo fisso in un cielo lontano e astratto, in cui rifugiarsi nei momenti problematici della vita.
Tutto sommato, si finisce col non attendere più nulla e nessuno. Ed è normale che sia così.
Anche a livello semplicemente umano, l’attesa si coniuga con la vigilanza operosa. Ci si impegna a preparare l’incontro e in questa tensione quasi lo si anticipa, pregustandolo.
Un’attesa vuota, inerte, è semplicemente la negazione di se stessa. È da questo rischio che veniamo messi in guardia!
L’Ascensione non è un evento conclusivo. L’ultima parola non è ‘se ne è andato’, ma ‘tornerà’. L’attenzione viene allora sollecitata a portarsi sul tempo intermedio, quello affidato alla nostra responsabile testimonianza. E proprio nell’impegno di testimoniarlo si sperimenta la sua presenza, si scopre che non solo è venuto e verrà, ma che viene, oggi, nel mio oggi, e lo colma di sé, della sua gioia. La testimonianza diviene allora indicazione di una presenza sperimentata, amata, e perciò comunicata.

Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi guarderò dal rischio di relegare Gesù in un cielo astratto. Ne cercherò le impronte nel mio quotidiano e ne gioirò.

Vieni, Signore Gesù! Vieni nel mio oggi e illuminalo con la tua presenza, perché la mia vita possa parlare di te a quanti mi incontrano.

La voce di un martire
Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, e non prima, noi interromperemo volentieri il nostro lavoro per un futuro migliore.
Dietrich Bonhoeffer

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