di Mons. Jean-Marie Lustiger: Ebrei e cristiani un solo destino

vi propongo questa lettura, il riferimento a San Paolo è appena un cenno, tuttavia sembra sottostare, e inevitabilmente, a tutto il pensiero del Cardinale, io ogni tanto cerco di rileggere qualcosa di quello che scrisse Lustiger, mi piace molto questa visione del cristianesimo, dove appare sempre chiaro ed evidente che siamo legati ad una storia, quella che Dio ha fatto con l’uomo, quando - sin dalla creazione – l’Eterno comincia a parlare all’uomo, non slegati o appartati da tutto quanto accade nel mondo e tutto quello che è accaduto nella storia, ma legati alla Parola stessa di Dio, non nati d’improvviso o mescolati alle altre religioni, la storia del cristianesimo è una storia unica, irripetibile, legata all’amore che Dio ha da sempre per noi, così come Gesù che è nato in un popolo, in una storia, in una fede: quella del popolo di Israele; metto anche una biografia di Lustiger, dal sito:

http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=203

02/01/2006  

Ebrei e cristiani un solo destino

di Mons. Jean-Marie Lustiger, arcivescovo emerito di Parigi

Ebrei e cristiani esercitano insieme una grande responsabilità nei confronti della civiltà umana e del suo avvenire

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento che il cardinale Jean-Marie Lustiger, arcivescovo emerito di Parigi, ha tenuto il 27 ottobre 2005 a Roma, in occasione dei quarant’anni del documento conciliare Nostra Aetate. Il testo integrale è disponibile (in lingua francese) sul sito della diocesi di Parigi (www.catholique-paris.com).

Oggi è frequente sentir parlare in Occidente di civiltà «giudaico-cristiana», più spesso per criticarla e per liberare gli individui dagli obblighi che questa farebbe pesare sui costumi e sulla società. Così, osservatori che si dicono distanti tanto dal cristianesimo quanto dal giudaismo, li mettono sullo stesso piano. Identificare nel cuore della nostra società una Weltanschaung giudaico-cristiana non soddisferà certo tutti gli ebrei e tutti i cristiani, ma stabilisce dall’esterno due fatti essenziali per il nostro discorso. Primo: ebrei e cristiani esercitano insieme una responsabilità nei confronti della civiltà dell’umanità. Secondo: ebrei e cristiani portano insieme la responsabilità della Rivelazione biblica.
In questo quarantesimo anniversario della Nostra Aetate, vi propongo di lasciarci interrogare da questo sguardo esteriore e di riflettere sulla nostra comune responsabilità: che cosa può e deve apportare al mondo l’incontro di ebrei e cristiani, o piuttosto la loro riconciliazione, o meglio ancora il loro ritrovarsi, nel momento in cui una civiltà planetaria si delinea in mezzo a conflitti e contrasti, convergenze e scambi, ma anche a delle chiusure? (…)

Esiste indubbiamente una convergenza fra ebrei e cristiani, almeno se essi sono coerenti con la loro fede, nel richiamare l’esigenza morale necessaria alla vita della società. Si sono ritrovati accomunati nello scorso secolo nella critica ai poteri totalitari. Questi, poiché «dettavano legge», si sono eretti a signori del bene e del male. Certo, ogni potere subisce la tentazione di fare lo stesso. Ma ebrei e cristiani hanno in comune una visione molto limpida: la legge che si impone alla coscienza umana ha un’origine più alta di qualsiasi uomo, il bene non è stabilito a seconda dei voleri o delle opinioni, ma si impone in questo mondo relativo e si propone come un assoluto nella scelta della libertà. 
Infatti, ogni legge giusta riposa sul segno – invisibile per la maggior parte del tempo e rivelato sul Sinai – della volontà santa di Dio. In un modo o nell’altro, la legge riceve da Dio un certo carattere sacro, che qualifica anche l’uomo al quale si indirizza. Questa convinzione comune agli ebrei e ai cristiani si dispiega in un discorso razionale che ha costituito il corpus del diritto naturale e ha permesso l’affermazione della dignità inalienabile della persona umana sulla quale, in definitiva, si fondono i diritti dell’uomo. La posizione del popolo ebreo e dei cristiani come vedette e testimoni del regno di Dio sfida e relativizza ogni impero umano.
 
Questa convinzione ha origine nella Rivelazione del Sinai. Consideriamo come ebrei e cristiani ricevono il dono della Legge e dei Comandamenti. (…) Mi sembra necessario ricordare continuamente ai cristiani cosa significa l’osservanza dei 613 comandamenti. Codificati dalla tradizione, essi abbracciano la totalità della vita dell’ebreo religioso, dalla preghiera e lo studio personale e comunitario a tutti gli altri aspetti dell’esistenza: la morale, la vita familiare, quella professionale, ecc. Sono tutti recepiti come venuti espressamente dalla volontà divina. (…)
E per un cristiano? Io sorprenderei forse quelli che tra voi non conoscono affatto la dottrina cattolica, sia cristiani che ebrei, ricordando che sostanzialmente questi comandamenti sono ricevuti dai cristiani come rivelazione divina della Bibbia stessa.
Certo, discepoli di Gesù, noi ci differenziamo senza dubbio sul modo di capire e di applicare questi comandamenti. Il commento autorizzato dei comandamenti per un cristiano è la maniera in cui Gesù li ha vissuti e ci domanda di viverli. È un’interpretazione ben determinata del «Shema, Israel: amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze». La prima regola dell’agire riassume la Legge e i Profeti nel comandamento dell’amore di Dio e dell’amore fraterno a immagine e in condivisione dell’amore insegnato da Gesù ai discepoli: «Amatevi l’uno con l’altro come io vi ho amato».
L’universalismo cristiano ha fatto conoscere a tutte le nazioni del mondo, a volte sotto una forma secolarizzata, ciò che è stato dato al Sinai, a Israele. Israele ne rimane il garante e con lui i cristiani, senza dubbio, per il bene comune di tutta l’umanità.

Ora ci si deve interrogare sull’universalismo della Rivelazione. Che significato può avere per l’insieme dell’umanità il riavvicinamento di ebrei e cristiani?
Evidentemente io non risponderò a questa domanda in modo sensazionalistico. Alcuni temono che io risponda in maniera disastrosa, minacciando l’indipendenza e la libertà delle identità particolari, nazionali o religiose. Altri, forse gli stessi, si domanderanno come delle religioni che la storia ha, a questo punto, separato, possano unire le loro forze per contribuire all’incontro delle culture e delle religioni.

In effetti, questo riferimento all’insieme dell’umanità è scritto nella stessa origine del giudaismo. Ricordatevi della benedizione data ad Abramo: «In te saranno benedette tutte le nazioni della Terra». Ricordate anche l’annuncio profetico secondo cui tutte le nazioni verranno ad adorare nel suo tempio l’Unico Signore del cielo e della terra. Presso i cristiani, gli ebrei apostoli di Gesù hanno obbedito, non senza grande pena a questo oracolo profetico, scoprendo quasi involontariamente e con stupore che il dono dello Spirito era egualmente concesso ai pagani. Il comando di Gesù dato ai suoi di andare a insegnare a tutte le nazioni (i goim) per formare in mezzo a queste dei discepoli che riceveranno il battesimo (Mt 28,19) fa raggiungere ai cristiani la speranza ebrea per il mondo. Anche se le attitudini spirituali e l’esperienza degli uni e degli altri risiedono in posizioni differenti su questo punto.
Perché il popolo ebreo vive in una situazione paradossale. È un popolo, continua a rivendicare questo nome. La questione se è un popolo simile agli altri o differente è stata posta dalle origini: siamo un popolo differente dalle nazioni, perché formato da Dio per servirlo, e una nazione simile alle altre quando reclama re e potere come gli altri popoli. È indubbio che nella mondializzazione attuale, ebrei e comunità ebree sparse nel mondo intero sono, in ogni caso, parte integrante delle avversità delle culture e delle nazioni, senza che venga sfumata l’appartenenza al popolo ebreo. Allo stesso modo si può dire che il fatto di essere cristiano incorpora ogni persona o ogni comunità nell’esistenza comune della Chiesa del Messia, presente attraverso le epoche storiche in tutte le nazioni e in ogni cultura.
Il problema che tento di delimitare è quello sollevato dalla mondializzazione. Una solidarietà riunisce l’umanità intera? Il prezzo di ciò è la negazione o l’oblio di particolarità considerate sino ad oggi delle ricchezze, ma che possono apparire ormai come dei rimasugli e degli ostacoli? No, certamente.
Ma la responsabilità, trasmessa dalla Parola di Dio, a ebrei e cristiani, ciascuno secondo la propria chiamata e la propria tradizione, è di condurre l’umanità alla consapevolezza della propria unità e della sua unica vocazione. Che si riferisce alla propria origine. L’umanità, come dicono le prime pagine della Genesi, è stata creata da Dio «a mia immagine e somiglianza». Esiste all’interno della diversità umana delle sentinelle e dei testimoni della luce dell’origine, non per imporla ma per aiutare l’umanità a decifrare il suo destino.
Gli ebrei hanno coscienza della loro particolarità storica poiché questa Rivelazione è stata loro conferita per primi, una volta per tutte in maniera irrevocabile. È nell’esperienza di un popolo plasmato da questa elezione che la storia santa si è incarnata nella storia umana. La tentazione per il popolo ebreo è, evidentemente, di rinchiudersi in questa particolarità e, da allora in poi, di svuotarla della sua portata salutare universale.
I cristiani sono diventati essi stessi beneficiari di questa prima benedizione perché, dal momento che la Chiesa nasce dagli ebrei, ecco che anche dei pagani ottengono di far parte con essi di questa benedizione e della sua Promessa. Nel corso dei secoli, i cristiani saranno tentati essi stessi di crearsi dei particolarismi di tipo nazionale o religioso; essi rischiano di perdere sia il senso delle loro radici, dell’origine garante della loro speranza.
Ma ebrei e cristiani, incontrandosi e misurando le loro differenze, possono meglio comprendere ciò che viene dato loro come evidenza fondatrice e compito primordiale: rivelare a una «umanità frazionata» l’appello all’unità più forte e più grande della sua immensa diversità.

Evocare queste prospettive non è minacciare né l’originalità ebrea né l’identità cristiana. Spieghiamolo. «La salvezza viene dagli ebrei» insegna Gesù a una donna di Samaria nel Vangelo secondo san Giovanni (Gv 4,22).
Senza gli ebrei, l’universalità cristiana potrebbe dissolversi in un umanitarismo astratto. L’esperienza cristiana dimostra che la diversità delle culture, al prezzo di ostacoli e ambiguità talvolta considerevoli, può essere rispettata, e ciascuna d’esse magnificata, dalla riconosciuta unità, figlia dell’Unico.
Senza i cristiani, il giudaismo, portatore della benedizione promessa a tutte le nazioni, può realizzare il proprio compito senza riassorbirsi nella razionalità universale dei Lumi e senza vuotare della sua sostanza la storia che l’ha generato? Dalle riflessioni su queste aporie noi possiamo trarne una lezione: l’incontro fra ebrei e cristiani è necessario a ciascuno per comprendere ciò che, forse, Dio esige da lui.
Per la fede cattolica, l’identità ebrea è fondata sul dono di Dio, dono irrevocabile secondo l’espressione di san Paolo, dono che precede nella storia ogni altra determinazione sociologica, culturale o politica. Questo dono di Dio costituisce in qualche maniera la vocazione del popolo ebreo di rivelare al mondo la Benedizione divina.
Per ciò che riguarda i cristiani, il loro messaggio universalista non è che una maschera dell’imperialismo romano e poi occidentale? Come può diffondersi nelle culture del mondo senza perdere contemporaneamente le sue forze e i suoi contenuti? Il problema si pone in modo acuto quando i cristiani portano il messaggio biblico, compresa la Torah, a nazioni come quelle asiatiche e queste, alla maniera di Gandhi, sono pronte ad accogliere i valori di Gesù Cristo come un messaggio di liberazione, ma dichiarano di non aver niente a che fare con la Bibbia poiché possiedono già le loro scritture e le loro storie sacre. A rischio di perdere la propria universalità, il cristianesimo non può accettare questo sradicamento fuori da Israele, cioè fuori dall’Alleanza, della scelta originaria di Dio. L’incontro-legame degli ebrei e dei cristiani, nella ricerca di un continuo rispetto, offre all’intera umanità il suo volto originale e conforta la sua speranza di unità pacifica.

Qual è dunque il fondamento dell’avvicinamento di ebrei e cristiani? Cos’hanno in comune per giustificare un’alleanza? La risposta è scritta nella prima pagina del Nuovo Testamento. Se l’aprite voi cominciate con una genealogia della quale eccovi le prime righe: «Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli…». Queste parole introducono, come disse il primo evangelista «la genealogia di Gesù Messia, figlio di David, figlio di Abramo» (Mt 1,1). Il cristiano riceve dal popolo ebreo la totalità della Scrittura: la Legge, i Profeti e gli altri scritti. Noi la riceviamo per ciò che è: Parola di Dio. E ciò è vero per tutti i cristiani, protestanti, cattolici o ortodossi, qualunque siano stati i crimini commessi e le vicissitudini della storia. Questa Scrittura santa è inseparabile da quelli a cui è stata indirizzata e dalle lingue con le quali all’inizio è stata formulata. La Chiesa riceve tutte e ciascuna di queste parole come ispirate dallo Spirito di Dio. Vuol esservi fedele. Molto di più, essa non può farne a meno – come alcuni, ad esempio Marcione, i quali avrebbero voluto una rottura radicale che avrebbe eliminato dalla fede dei discepoli di Gesù, la Scrittura biblica, la storia, l’alleanza e l’elezione. Ebrei e cristiani o cattolici condividono nello stesso tempo una radice comune e un conflitto. Ma questo conflitto, agli occhi degli stessi cristiani, si iscrive nell’attesa che la storia si compia secondo la volontà di Dio; ciò che è anche l’orizzonte famigliare del pensiero ebreo.
Gli ebrei come i cristiani sono sostenuti da una speranza. Essi hanno in comune la Rivelazione ricevuta e tramandata, che porta il loro sguardo verso questo compimento i cui tratti sono ciascuno marcati dall’esperienza dei secoli, delle culture e dei popoli, affinché ciascuno accetti o rifiuti l’altro.
Chi non avverte qui che le tensioni possono essere tanto più forti e dolorose quanto i punti d’accordo e di comunione sono più solidi? Dal momento che noi siamo della stessa origine, ogni tensione è vissuta come la nascita di una ferita, di un rifiuto; ma può anche essere vissuta nella speranza di una luce sempre più grande.
Oggi, vista dalla storia, senza che il riavvicinamento possa rendere meno acute le divergenze, l’urgenza dell’appello ricevuto alle origini obbliga i fratelli separati, i fratelli anziani e il secondogenito, a rispondere, ciascuno per la propria parte, alla missione che gli è assegnata. Nessuno può compierla senza l’altro, senza tuttavia fare violenza all’altro né sminuirlo.
L’attuale configurazione dell’umanità anticipa, in maniera ancora oscura e talvolta contrastata, la speranza portata dai profeti e proclamata dal Nuovo Testamento. Sarebbe illusorio e menzognero trascurare le nostre differenze e la nostra fede personale per realizzare questa speranza comune. Sarebbe un errore mortale e, in definitiva, una dimissione. Ma ognuno di noi è chiamato a progredire nel compito di giustizia e di pace che gli è stato assegnato dalla Provvidenza.

Il legame comune a ebrei e cristiani fonda il loro ritrovarsi in questo secolo, garantendo l’opera che devono compiere, altrimenti farebbero torto all’umanità. L’equilibrio e la pace nel mondo ne vanno di mezzo. L’avvenire comune fra ebrei e cattolici non si riduce a limitare il possibile contenzioso. Non può accontentarsi d’una pacifica e reciproca comprensione e neppure di una solidarietà al servizio dell’umanità. Questo avvenire richiede un lavoro su ciò che è comune, come su ciò che separa, lavoro ormai possibile perché fondato sulla certezza di un’amicizia voluta da Dio. Che le differenze e le tensioni divengano uno stimolo per un approfondimento, sempre più attento e docile al mistero di cui la storia ci designa eredi indivisi.

(traduzione dal francese di Daniele Parolini e Gabriele Ripamonti)

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