Archive pour avril, 2009

COME PAOLO: PREGHIERA CON PROSPETTIVA UNIVERSALE

dal sito:

http://euntes.net/sanpaolo/preghierauniversale.html

Mons. Juan Esquerda Bifet

COME PAOLO

PREGHIERA CON PROSPETTIVA UNIVERSALE

« Ti raccomando dunque, prima di tut­to, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere … Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvato­re, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della ve­rità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in ri­scatto per tutti » (1 Tm. 2, 1-6).   

Pregare per la pace è un impegno cristiano. Ma non si prega se anche non ci si impegna a fare qualche cosa per l’oggetto della nostra preghiera. La preghiera cristia­na è universale, non esclude nessuno. Il nostro colloquio con il Padre assume tutte le nostre preoccupazioni e i nostri problemi. Il nostro modo di pregare deve riflettere l’atteggiamento di figli di Dio che sanno amare e che sanno perdonare. La comunità ecclesiale si mette in sin­tonia con tutta l’umanità, quando rende attuale la pre­ghiera di Cristo mediatore e redentore di tutti. Non si esclude nessuno. L’apostolo è il responsabile e colui che forma questa vita di preghiera personale e comunitaria. Una preghiera cristiana, che non avesse la prospettiva universale, corre il rischio di non essere più la preghiera di un figlio di Dio. Tutta la preghiera cristiana qualun­que sia il contenuto deve esprimere le disposizioni filiali e universali del « Padre Nostro » …
    
Ogni uomo ed ogni problema umano, ricordano al­’apostolo e alla comunità cristiana che Dio è amore, Padre di tutti, e che Cristo è fratello e responsabile o protagonista della storia di ciascuno. È un servizio che dischiude prospettive missionarie alla comunità ecclesia­le ed alle singole persone. I problemi vengono sanati e risolti meglio. In Cristo, noi ci uniamo alla preghiera di tutti gli uomini, anche dei non credenti; ringraziamo per i doni che si ricevono in tutto il mondo. Facciamo anche più esplicita la preghiera di tanti cuori che ritengono di non pregare. Trasformiamo in preghiera le preoccupa­zioni ed i problemi di tutti gli uomini che camminano insieme con noi oppure che vivono lontano da noi; di tanti ammalati e oppressi, di tanti bambini e dei pove­ri … E così noi stessi impariamo a pregare …

COME PAOLO: LA PREGHIERA DI OGNI MOMENTO

dal sito:

http://euntes.net/sanpaolo/preghiera.html

Mons. Juan Esquerda Bifet

COME PAOLO

LA PREGHIERA DI OGNI MOMENTO

« Vi affido al Signore e alla parola della sua grazia … » (Atti 20, 32).

« Noi preghiamo Dio che non facciate alcun male … Preghiamo Dio anche per la vostra perfezione … » (2 Cor. 13, 7-9).
    
Paolo trasforma la preoccupazione per gli altri in termini di preghiera o dialogo con Dio. Questo prova che la sua carità è vera e che la sua preghiera è autentica. La preoccupazione dell’apostolo è concentrata sui dettagli e sulle circostanze di tutte le persone, che sono suoi fratelli. Sente di essere legato alla vita degli altri come un’esigenza di Dio Amore. Ama i fratelli per se stessi. Ed ogni cosa diventa motivo di preghiera. La sua grande preoccupazione è che gli uomini realizzino se stessi, che arrivino, cioè, alla perfezione: che si rendano disponibili all’Amore. La vita dell’apostolo arde continuamente di questo inspiegabile zelo da cui fu preso senza averne alcun merito e soltanto per iniziativa di Dio. La vita di Paolo può essere riassunta dai momenti di preghiera: porta ogni cosa nel suo colloquio con il Padre. È inspiegabile per chi non sa pregare … né amare …

    
Il modo migliore di mettersi in sintonia con gli altri è quello di scoprire in ogni cosa motivo di preghiera. In questo modo si ama in profondità e si sintonizza con gli altri. Questa preghiera ci spinge ad impegnarci per gli altri, a fare qualche cosa, ciò che è più opportuno. Richiede una continua ascesi nella dimenticanza di sé e nel porre gli interessi degli altri al di sopra dei propri. Si vive così la storia degli altri nell’ambito della storia della salvezza che ha il suo centro in Cristo. Ciò è segno che uno si è legato a Cristo fino a partecipare delle sue preoccupazioni e dei suoi ideali. Cristo visse sempre in dipendenza dagli altri. Per questo aveva bisogno e andava in cerca di momenti da dedicare esclusivamente al colloquio col Padre. E da questo colloquio, immediatamente, scaturisce la capacità di amare e di darsi. La capacità di donazione si misura e si accresce in proporzione della capacità di dialogare con Dio. Questa preghiera impegnata, di ogni giorno e di ogni momento, è parte integrante del ministero apostolico. A nessun apostolo viene in mente di farsi dispensare da questa preghiera. Sarebbe come un farsi dispensare dall’amare …

Paolo, servo di Cristo Gesù (Filippesi 1,1-16)

dal sito:

http://www.communiobiblica.org/?p=122

Paolo, servo di Cristo Gesù (Filippesi 1,1-16)

Pubblicato il aprile 2nd, 2009

di Alessandro Carollo

Paolo «servo»

Le prime righe della Lettera ai Filippesi (1,1-2) contengono — come tutte le altre lettere di Paolo — la presentazione dei mittenti e dei destinatari, assieme al saluto («grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e del Signore Gesù Cristo»: v. 2).

Paolo e Timoteo si presentano come «servi di Cristo Gesù»: il termine doulos – servo non deve essere inteso solamente nel senso negativo, come se i due Apostoli si definissero quali schiavi, sottomessi all’autorità di un Dio un po’ padrone e un po’ despota, privi della loro libertà e costretti ai lavori più degradanti. Si deve pensare piuttosto ad alcuni testi dell’Antico Testamento, dove le persone più care a Dio vengono designate con il termine “servo” (‘eved in ebraico): si tratta di un titolo onorifico, che indica non soltanto un rapporto di servizio, ma che designa in particolare la persona che assume una certa carica onorifica, come i funzionari più stretti del re (cfr. 1Sam 29,3). Anche il termine “ministro” deriva dall’equivalente latino che significa “servitore”. «Servo» evidenzia la dimensione relazionale tra chi comanda e chi obbedisce; è il caso di Mosé, che la Scrittura designa come l’amico con cui Dio parla faccia a faccia (cfr. Es 33,11) e ugualmente come «servo di Dio» (Dt 34,5). Anche altri grandi personaggi dell’AT sono detti «servi»: Davide (2Re 7,5), Abramo (Sal 104,42), Giacobbe (Is 48,20) o i profeti (Am 3,7; Ger 25,4).

Ma se quest’ultimi sono detti servi di Jahvé, Paolo e Timoteo si autodefiniscono «servi di Cristo Gesù», cambiando la prospettiva: il “padrone”, il Signore ora è Gesù. Lo stesso Paolo, in Rm 1,1, chiama se stesso «servo di Cristo Gesù», specificando di essere «apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio»: il termine «servo» evidenzia, dunque, la radicale appartenenza a Gesù che si manifesta concretamente in una vita spesa nell’annuncio evangelico. Chiunque si definisce «servo» di Gesù riconosce di essere legato in modo indissolubile a Lui e da questo legame nasce l’esigenza di annunciare la bellezza del volto di Dio Padre, che ama e perdona, che cura e solleva, che accompagna e tiene per mano.

Il termine dolulos – servo è dunque la “controparte” del termine kyrios – Signore, sia in senso umano (Col 4,1: «Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo»), sia in senso teologico. In particolare, il termine «servo» viene riservato da Paolo per coloro che, all’interno della comunità cristiana», ha qualche compito specifico, come Epafra in Col 4,12. Per questo, i componenti della comunità di Filippi vengono detti «santi», non «servi».

L’uso del termine doulos anticipa, fin dalle prime battute della lettera, il cosiddetto inno cristologico, dove Paolo, in Fil 2,7, dice che «[Cristo Gesù] svuotò se stesso assumendo una condizione di servo». Se Paolo si può definire servo, è perché Gesù stesso ha agito come servo, svuotandosi completamente, facendosi schiavo dell’uo¬mo: se Gesù-Dio ha voluto servire l’uomo, la prima conseguenza è che l’uomo e tutto ciò che è veramente umano sono, per Dio, molto più importanti della sua stessa divinità!

Paolo prega per la comunità: i suoi sentimenti;
Il testo della lettera continua con un “rendimento di grazie” (v. 3-11), con il quale Paolo ringrazia Dio perché la comunità di Filippi non ha mancato di aiutarlo nell’opera di annuncio del Vangelo (v. 5). Si tratta, dunque di una preghiera dell’A¬postolo per la sua comunità.

La base portante di questi versetti è la preghiera, sia di intercessione sia — e soprattutto — di ringraziamento, che vengono interrotte, per così dire, nei versetti 7-8, da alcune note personali di Paolo, che intende così assicurare la comunità di essere in comunione con lui. I sentimenti che affiorano in queste parole accompagneranno tutto lo svolgimento della lettera ai Filippesi, i quali erano, con ogni probabilità, la comunità più cara all’Apostolo. Paolo scrive “con il cuore in mano”, non tralasciando di parlare dei suoi sentimenti e della sua situazione personale (quando scriveva la lettera, egli si trovava in carcere a Efeso o a Roma, a motivo dell’annuncio di Gesù). Quante espressioni dei sentimenti di Paolo riesci a contare in questi versetti?

Il discernimento, ossia il “desiderio” di Paolo
Quindi l’Apostolo dà alcune notizie sulla sua situazione personale, in riferi-mento alla comunità cristiana (Fil 1,12-26). Questi versetti tracciano un primo ritratto di Paolo. Eppure, proprio nel momento in cui parla di se stesso, Paolo non scende in troppi particolari personali, quasi egli volesse legare a sé la comunità di Filippi. Mentre Paolo parla di sé, egli è soprattutto preoccupato per l’annuncio del Vangelo. È il Vangelo, è Gesù il suo più grande e incontenibile desiderio. Egli si trova in prigione, in attesa di giudizio, eppure — constata Paolo — l’annuncio evangelico non si è arrestato: tutti sanno che è incatenato a motivo di Cristo; altri cristiani di Filippi — liberi da qualsiasi impedimento — si sono impegnati a diffondere il Vangelo di Cristo (v. 15-18). Ed è proprio per il fatto che il Vangelo continua ad essere annunciato che sgorga, dal cuore di Paolo, il ringraziamento a Dio.

La situazione, tuttavia, non è per niente rosea; la condanna a morte da parte del tribunale è una prospettiva che Paolo prende seriamente in considerazione, ma questo non lo spaventa, perché — come afferma l’Apostolo — «come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia» (v. 20). Paolo non teme la morte, anzi — dal suo punto di vista personale — egli preferirebbe morire, per poter essere definitivamente con Cristo; ma è altrettanto consapevole che, per il bene della comunità, è più opportuno che egli rimanga in vita:

«Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne. Per conto mio, sono convinto che resterò e continuerò a essere d’aiuto a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede» (Fil 1,23-25).

Paolo propone, in queste righe, un esempio sublime di discernimento (quali sono i motivi per fare una scelta qualsiasi?): sebbene egli preferisca essere con Cristo, anche se questo significa essere ucciso, tuttavia l’Apostolo ritiene di essere più utile da vivo per la comunità, per incoraggiarla, sostenerla e, soprattutto, per continuare la sua missione di evangelizzatore. Non è ancora giunto il momento, per Paolo, di diventare martire. Il momento arriverà, quando egli, a Roma, offrirà la sua vita per Cristo. Ma ora è necessario rimanere in vita e continuare la missione di annunciare il Vangelo di Dio. Il bene della comunità, degli altri, è dunque il criterio sulla base del quale Paolo decide cosa fare: egli rinuncia al bene migliore per sé (cioè, essere definitivamente con Cristo), per scegliere il bene migliore per gli altri (cioè, rimanere in vita per sostenere la comunità e annunciare il Cristo). È la prima lezione di Paolo: egli, come il Cristo, si fa tutto per gli altri, rinunciando anche ai propri desideri e al proprio bene personale.

In questo contesto è allora necessario comprendere la meravigliosa espressione che si trova al v. 21: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno». Non è una frase che viene pronunciata in una situazione di comodo, di serenità, di tranquillità, anzi. Paolo sa perfettamente che potrebbe essere condannato a morte da un mo¬mento all’altro. Paolo è davanti all’alternativa: vita o morte. In questa situazione drammatica, Paolo afferma ciò che per lui è più importante, anzi, chi è più importante, chi è l’unico motivo per vivere. La vita di Paolo è Cristo, cioè l’unico criterio valido di scelta, il punto di orientamento. Il cuore, la vita stessa di Paolo sono solo per Cristo e di Cristo. Cristo è talmente importante e decisivo, che la prospettiva della morte potrebbe sembrare addirittura un «guadagno» (un po’ quello che dice san Francesco nel Cantico di Frate Sole a proposito di «sorella morte»). Paolo trova e contempla Cristo nell’altro, nella comunità: è per questo che Paolo si augura di continuare a vivere, per continuare a «servire» i cristiani mediante l’annuncio del Vangelo. «Che senso ha la vita?» ci chiediamo spesso. Paolo ci dà la risposta: l’unico motivo per vivere, il senso pieno e definitivo dei nostri giorni è Gesù, e Gesù «servo»! Tutto il resto è una perdita, è «spazzatura»…

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 20 avril, 2009 |Pas de commentaires »

Messale romano : Preghiera per la benedizione dell’acqua battesimale durante la Veglia Pasquale

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090420

Lunedì della II settimana di Pasqua : Jn 3,1-8
Meditazione del giorno
Messale romano
Preghiera per la benedizione dell’acqua battesimale durante la Veglia Pasquale

Rinascere da acqua e da Spirito

O Dio, per mezzo dei segni sacramentali,
tu operi con invisibile potenza le meraviglie della salvezza;
e in molti modi, attraverso i tempi,
hai preparato l’acqua, tua creatura,
ad essere segno del Battesimo. 

Fin dalle origini
il tuo Spirito si librava sulle acque
perché contenessero in germe
la forza di santificare;
e anche nel diluvio
hai prefigurato il battesimo,
perché, oggi come allora, l’acqua segnasse la fine del peccato
e l’inizio della vita nuova.
Tu hai liberato dalla schiavitù i figli di Abramo,
facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso,
perché fossero immagine
del futuro popolo dei battezzati. 

Infine, nella pienezza dei tempi, il tuo Figlio,
battezzato da Giovanni nell’acqua del Giordano,
fu consacrato dallo Spirito Santo;
innalzato sulla croce,
egli versò dal suo fianco sangue e acqua,
e dopo la sua risurrezione comandò ai discepoli:
«Andate, annunziate il Vangelo a tutti i popoli, e battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).

Ora, Padre, guarda con amore la tua Chiesa
e fa scaturire per lei la sorgente del Battesimo. 
Infondi in quest’acqua, per opera dello Spirito Santo,
la grazia del tuo unico Figlio,
perché con il sacramento del Battesimo l’uomo,
fatto a tua immagine, sia lavato dalla macchia del peccato,
e dall’acqua e dallo Spirito Santo rinasca come nuova creatura.  
 
Discenda, Padre, in quest’acqua, per opera del tuo Figlio,
la potenza dello Spirito Santo.
Tutti coloro che in essa riceveranno il Battesimo,
sepolti insieme con Cristo nella morte,
con lui risorgano alla vita immortale.
Per Cristo nostro Signore.

San Francesco di Sales: « Alitò su di loro e disse : ‘ Ricevete lo Spirito Santo ‘ »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA (II Domenica di Pasqua) – Anno B : Jn 20,19-31
Meditazione del giorno
San Francesco di Sales (1567-1622), vescovo di Ginevra, dottore della Chiesa
Omelie per la Pentecoste, 1

« Alitò su di loro e disse : ‘ Ricevete lo Spirito Santo ‘ »

Signore Gesù Cristo, fa’ ancora di noi «un solo cuore e una sola anima» (At 4,32); allora, vi sarà «grande bonaccia» (Mc 4,39). Carissimi voi che mi ascoltate, vi esorto all’amicizia e alla benevolenza vicendevole, e alla pace con tutti; se infatti avessimo la carità fra di noi, avremmo la pace e avremmo lo Spirito Santo. Dobbiamo renderci devoti e pregare Dio… Gli apostoli infatti erano perseveranti nella preghiera… Se cominciamo a fare delle preghiere ferventi, lo Spirito Santo verrà e ci dirà: «La pace sia con voi. Sono io, non temete» (cfr Mc 6,50)… Cosa dobbiamo domandare a Dio, fratelli? Tutto ciò che è per il suo onore e la salvezza delle vostre anime, in una parola l’assistenza dello Spirito Santo: «Manda il tuo Spirito e tutto sarà creato» (Sal 103,30) – la pace e la tranquillità…

Dobbiamo domandare questa pace, affinché lo Spirito di pace venga sopra di noi. Dobbiamo anche rendere grazie a Dio per tutti i suoi benefici, se vogliamo che ci doni le vittorie che siano agli albori della  pace; e per ottenere lo Spirito Santo, occorre ringraziare Dio Padre per averlo mandato prima sul nostro capo Gesù Cristo, nostro Signore, suo Figlio… – infatti «dalla sua pienezza tutto abbiamo ricevuto» (cfr Gv 1,16) – e per averlo mandato sugli apostoli perché loro ce lo comunicassero con l’imposizione delle loro mani. Dobbiamo ringraziare il Figlio: in quanto Dio, manda lo Spirito su coloro che si dispongono a riceverlo. Ma soprattutto, dobbiamo ringraziarlo per il fatto che in quanto uomo, ci ha meritato la grazia di rivevere questo divino Spirito… Come Gesù ha meritato la venuta dello Spirito Santo? Quando «chinato il capo, spirò» (Gv 19,30); infatti donando il suo ultimo respiro e il suo spirito al Padre, meritò che il Padre mandasse il suo Spirito sul suo corpo mistico.

Papa Bendetto, udienza 5 novembre 2008: L’importanza della cristologia: la decisività della risurrezione.

questa catechesi l’ho già postata tempo fa, ma il Papa in questo periodo sta approfondendo questo tema, in attesa di poter mettere altre catechesi-omelie del Papa ripropongo questa, dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20081105_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 5 novembre 2008 
   

San Paolo (11).

L’importanza della cristologia: la decisività della risurrezione.

Cari fratelli e sorelle,

“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede… e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Cor 15,14.17). Con queste forti parole della prima Lettera ai Corinzi, san Paolo fa capire quale decisiva importanza egli attribuisse alla risurrezione di Gesù. In tale evento infatti sta la soluzione del problema posto dal dramma della Croce. Da sola la Croce non potrebbe spiegare la fede cristiana, anzi rimarrebbe una tragedia, indicazione dell’assurdità dell’essere. Il mistero pasquale consiste nel fatto che quel Crocifisso “è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1 Cor 15,4) – così attesta la tradizione protocristiana. Sta qui la chiave di volta della cristologia paolina: tutto ruota attorno a questo centro gravitazionale. L’intero insegnamento dell’apostolo Paolo parte dal e arriva sempre al mistero di Colui che il Padre ha risuscitato da morte. La risurrezione è un dato fondamentale, quasi un assioma previo (cfr 1 Cor 15,12), in base al quale Paolo può formulare il suo annuncio (kerygma) sintetico: Colui che è stato crocifisso, e che ha così manifestato l’immenso amore di Dio per l’uomo, è risorto ed è vivo in mezzo a noi.

E’ importante cogliere il legame tra l’annuncio della risurrezione, così come Paolo lo formula, e quello in uso nelle prime comunità cristiane prepaoline. Qui davvero si può vedere l’importanza della tradizione che precede l’Apostolo e che egli, con grande rispetto e attenzione, vuole a sua volta consegnare. Il testo sulla risurrezione, contenuto nel cap. 15,1-11 della prima Lettera ai Corinzi, pone bene in risalto il nesso tra “ricevere” e “trasmettere”. San Paolo attribuisce molta importanza alla formulazione letterale della tradizione; al termine del passo in esame sottolinea: “Sia io che loro così predichiamo” (1 Cor 15,11), mettendo con ciò in luce l’unità del kerigma, dell’annuncio per tutti i credenti e per tutti coloro che annunceranno la risurrezione di Cristo. La tradizione a cui si ricollega è la fonte alla quale attingere. L’originalità della sua cristologia non va mai a discapito della fedeltà alla tradizione. Il kerigma degli Apostoli presiede sempre alla personale rielaborazione di Paolo; ogni sua argomentazione muove dalla tradizione comune, in cui s’esprime la fede condivisa da tutte le Chiese, che sono una sola Chiesa. E così san Paolo offre un modello per tutti i tempi sul come fare teologia e come predicare. Il teologo, il predicatore non crea nuove visioni del mondo e della vita, ma è al servizio della verità trasmessa, al servizio del fatto reale di Cristo, della Croce, della risurrezione. Il suo compito è aiutarci a comprendere oggi, dietro le antiche parole, la realtà del “Dio con noi”, quindi la realtà della vera vita.

E’ qui opportuno precisare: san Paolo, nell’annunciare la risurrezione, non si preoccupa di presentarne un’esposizione dottrinale organica – non vuol scrivere quasi un manuale di teologia – ma affronta il tema rispondendo a dubbi e domande concrete che gli venivano proposte dai fedeli; un discorso occasionale dunque, ma pieno di fede e di teologia vissuta. Vi si riscontra una concentrazione sull’essenziale: noi siamo stati “giustificati”, cioè resi giusti, salvati, dal Cristo morto e risorto per noi. Emerge innanzitutto il fatto della risurrezione, senza il quale la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda. In quel mattino di Pasqua avvenne qualcosa di straordinario, di nuovo e, al tempo stesso, di molto concreto, contrassegnato da segni ben precisi, registrati da numerosi testimoni. Anche per Paolo, come per gli altri autori del Nuovo Testamento, la risurrezione è legata alla testimonianza di chi ha fatto un’esperienza diretta del Risorto. Si tratta di vedere e di sentire non solo con gli occhi o con i sensi, ma anche con una luce interiore che spinge a riconoscere ciò che i sensi esterni attestano come dato oggettivo. Paolo dà perciò – come i quattro Vangeli – fondamentale rilevanza al tema delle apparizioni, le quali sono condizione fondamentale per la fede nel Risorto che ha lasciato la tomba vuota. Questi due fatti sono importanti: la tomba è vuota e Gesù è apparso realmente. Si costituisce così quella catena della tradizione che, attraverso la testimonianza degli Apostoli e dei primi discepoli, giungerà alle generazioni successive, fino a noi. La prima conseguenza, o il primo modo di esprimere questa testimonianza, è di predicare la risurrezione di Cristo come sintesi dell’annuncio evangelico e come punto culminante di un itinerario salvifico. Tutto questo Paolo lo fa in diverse occasioni: si possono consultare le Lettere e gli Atti degli Apostoli dove si vede sempre che il punto essenziale per lui è essere testimone della risurrezione. Vorrei citare solo un testo: Paolo, arrestato a Gerusalemme, sta davanti al Sinedrio come accusato. In questa circostanza nella quale è in gioco per lui la morte o la vita, egli indica quale è il senso e il contenuto di tutta la sua predicazione: “Io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti” (At 23,6). Questo stesso ritornello Paolo ripete continuamente nelle sue Lettere (cfr 1 Ts 1,9s; 4,13-18; 5,10), nelle quali fa appello anche alla sua personale esperienza, al suo personale incontro con Cristo risorto (cfr Gal 1,15-16; 1 Cor 9,1).

Ma possiamo domandarci: qual è, per san Paolo, il senso profondo dell’evento della risurrezione di Gesù? Che cosa dice a noi a distanza di duemila anni? L’affermazione “Cristo è risorto” è attuale anche per noi? Perché la risurrezione è per lui e per noi oggi un tema così determinante? Paolo dà solennemente risposta a questa domanda all’inizio della Lettera ai Romani, ove esordisce riferendosi al “Vangelo di Dio … che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità in virtù della risurrezione dei morti” (Rm 1,3-4). Paolo sa bene e lo dice molte volte che Gesù era Figlio di Dio sempre, dal momento della sua incarnazione. La novità della risurrezione consiste nel fatto che Gesù, elevato dall’umiltà della sua esistenza terrena, viene costituito Figlio di Dio “con potenza”. Il Gesù umiliato fino alla morte di croce può dire adesso agli Undici: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28, 18). E’ realizzato quanto dice il Salmo 2, 8: “Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra”. Perciò con la risurrezione comincia l’annuncio del Vangelo di Cristo a tutti i popoli – comincia il Regno di Cristo, questo nuovo Regno che non conosce altro potere che quello della verità e dell’amore. La risurrezione svela quindi definitivamente qual è l’autentica identità e la straordinaria statura del Crocifisso. Una dignità incomparabile e altissima: Gesù è Dio! Per san Paolo la segreta identità di Gesù, più ancora che nell’incarnazione, si rivela nel mistero della risurrezione. Mentre il titolo di Cristo, cioè di ‘Messia’, ‘Unto’, in san Paolo tende a diventare il nome proprio di Gesù e quello di Signore specifica il suo rapporto personale con i credenti, ora il titolo di Figlio di Dio viene ad illustrare l’intimo rapporto di Gesù con Dio, un rapporto che si rivela pienamente nell’evento pasquale. Si può dire, pertanto, che Gesù è risuscitato per essere il Signore dei morti e dei vivi (cfr Rm 14,9; e 2 Cor 5,15) o, in altri termini, il nostro Salvatore (cfr Rm 4,25).

Tutto questo è gravido di importanti conseguenze per la nostra vita di fede: noi siamo chiamati a partecipare fin nell’intimo del nostro essere a tutta la vicenda della morte e della risurrezione di Cristo. Dice l’Apostolo: siamo “morti con Cristo” e crediamo che “vivremo con lui, sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,8-9). Ciò si traduce in una condivisione delle sofferenze di Cristo, che prelude a quella piena configurazione con Lui mediante la risurrezione a cui miriamo nella speranza. E’ ciò che è avvenuto anche a san Paolo, la cui personale esperienza è descritta nelle Lettere con toni tanto accorati quanto realistici: “Perché io possa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,10-11; cfr 2 Tm 2,8-12). La teologia della Croce non è una teoria – è la realtà della vita cristiana. Vivere nella fede in Gesù Cristo, vivere la verità e l’amore implica rinunce ogni giorno, implica sofferenze. Il cristianesimo non è la via della comodità, è piuttosto una scalata esigente, illuminata però dalla luce di Cristo e dalla grande speranza che nasce da Lui. Sant’Agostino dice: Ai cristiani non è risparmiata la sofferenza, anzi a loro ne tocca un po’ di più, perché vivere la fede esprime il coraggio di affrontare la vita e la storia più in profondità. Tuttavia solo così, sperimentando la sofferenza, conosciamo la vita nella sua profondità, nella sua bellezza, nella grande speranza suscitata da Cristo crocifisso e risorto. Il credente si trova perciò collocato tra due poli: da un lato, la risurrezione che in qualche modo è già presente e operante in noi (cfr Col 3,1-4; Ef 2,6); dall’altro, l’urgenza di inserirsi in quel processo che conduce tutti e tutto verso la pienezza, descritta nella Lettera ai Romani con un’ardita immagine: come tutta la creazione geme e soffre quasi le doglie del parto, così anche noi gemiamo nell’attesa della redenzione del nostro corpo, della nostra redenzione e risurrezione (cfr Rm 8,18-23).

In sintesi, possiamo dire con Paolo che il vero credente ottiene la salvezza professando con la sua bocca che Gesù è il Signore e credendo con il suo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr Rm 10,9). Importante è innanzitutto il cuore che crede in Cristo e nella fede “tocca” il Risorto; ma non basta portare nel cuore la fede, dobbiamo confessarla e testimoniarla con la bocca, con la nostra vita, rendendo così presente la verità della croce e della risurrezione nella nostra storia In questo modo infatti il cristiano si inserisce in quel processo grazie al quale il primo Adamo, terrestre e soggetto alla corruzione e alla morte, va trasformandosi nell’ultimo Adamo, quello celeste e incorruttibile (cfr 1 Cor 15,20-22.42-49). Tale processo è stato avviato con la risurrezione di Cristo, nella quale pertanto si fonda la speranza di potere un giorno entrare anche noi con Cristo nella vera nostra patria che sta nei Cieli. Sorretti da questa speranza proseguiamo con coraggio e con gioia.

DOMENICA 19 APRILE 2009 – II DI PASQUA

DOMENICA 19 APRILE 2009 - II DI PASQUA dans Lettera ai Colossesi 15%20RUSSIAN%20ICON.%20DOUBTING%20THOMAS

Joh-20,19_Vision_Doubt_Apparition_Doute

http://www.artbible.net/3JC/-Joh-20,19_Vision_Doubt_Apparition_Doute/index.html

DOMENICA 19 APRILE 2009 – II DI PASQUA

MESSA DEL GIORNO, LINK:

http://www.maranatha.it/Festiv2/pasqB/PasqB2Page.htm

PRIMI VESPRI

Lettura Breve   Rm 5, 10-11
Se quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera ai Colossesi di san Paolo, apostolo 3, 1-17
 
La vita nuova in Cristo
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.
Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!
La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.

Responsorio   Col 3, 1. 2. 3
R. Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; * pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra, alleluia.
V. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio;
R. pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra, alleluia.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 8 nell’ottava di Pasqua 1, 4; Pl 46, 838. 841)

Nuova creatura in Cristo
Rivolgo la mia parola a voi, bambini appena nati, fanciulli in Cristo, nuova prole della Chiesa, grazia del Padre, fecondità della Madre, pio germoglio, sciame novello, fiore del nostro onore e frutto della nostra fatica, mio gaudio e mia corona, a voi tutti che siete qui saldi nel Signore.
Mi rivolgo a voi con le parole stesse dell’apostolo: «Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (Rm 13, 14), perché vi rivestiate, anche nella vita, di colui del quale vi siete rivestiti per mezzo del sacramento. «Poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più Giudeo, né Greco; non c’è più schiavo, né libero; non c’è più uomo, né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 27-28).
In questo sta proprio la forza del sacramento. E’ infatti il sacramento della nuova vita, che comincia in questo tempo con la remissione di tutti i peccati, e avrà il suo compimento nella risurrezione dei morti. Infatti siete stati sepolti insieme con Cristo nella morte per mezzo del battesimo, perché, come Cristo è risuscitato dai morti, così anche voi possiate camminare in una vita nuova (cfr. Rm 6, 4).
Ora poi camminate nella fede, per tutto il tempo in cui, dimorando in questo corpo mortale, siete come pellegrini lontani dal Signore. Vostra via sicura si è fatto colui al quale tendete, cioè lo stesso Cristo Gesù, che per voi si è degnato di farsi uomo. Per coloro che lo temono ha riservato tesori di felicità, che effonderà copiosamente su quanti sperano in lui, allorché riceveranno nella realtà ciò che hanno ricevuto ora nella speranza.
Oggi ricorre l’ottavo giorno della vostra nascita, oggi trova in voi la sua completezza il segno della fede, quel segno che presso gli antichi patriarchi si verificava nella circoncisione, otto giorni dopo la nascita al mondo. Perciò anche il Signore ha impresso il suo sigillo al suo giorno, che è il terzo dopo la passione. Esso però, nel ciclo settimanale, è l’ottavo dopo il settimo cioè dopo il sabato, e il primo della settimana. Cristo, facendo passare il proprio corpo dalla mortalità all’immortalità, ha contrassegnato il suo giorno con il distintivo della risurrezione.
Voi partecipate del medesimo mistero non ancora nella piena realtà, ma nella sicura speranza, perché avete un pegno sicuro, lo Spirito Santo. «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria» (Col 3, 1-4).

Responsorio   Col 3, 3-4; Rm 6, 11
R. Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. * Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, anche voi sarete manifestati con lui nella gloria, alleluia.
V. Consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
R. Quando si manifesterà Cristo, vostra vita, anche voi sarete manifestati con lui nella gloria, alleluia.

LODI

Lettura Breve   At 3, 13-15
Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo (cfr. Es 3, 6. 15; Is 53, 11); voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio l’ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve   Rm 6, 5-7
Se siamo stati completamente uniti a Cristo con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato.

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