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VENERDÌ 20 MARZO 2009 – III SETTIMANA DI QUARESIMA

VENERDÌ 20 MARZO 2009 – III SETTIMANA DI QUARESIMA

UFFICIO DELLE LETTURE


Seconda Lettura
Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 13, 21-23; PL 75, 1028-1029)

Il mistero della nostra nuova vita
Il beato Giobbe, essendo figura della santa Chiesa, a volte parla con la voce del corpo, a volte invece con la voce del capo. E mentre parla delle membra di lei, si eleva immediatamente alle parole del capo. Perciò anche qui si soggiunge: Questo soffro, eppure non c’è violenza nelle mie mani e pura è stata la mia preghiera (cfr. Gb 16, 17).
Cristo infatti soffrì la passione e sopportò il tormento della croce per la nostra redenzione, sebbene non avesse commesso violenza con le sue mani, né peccato, e neppure vi fosse inganno sulla sua bocca. Egli solo fra tutti levò pura la sua preghiera a Dio, perché anche nello stesso strazio della passione pregò per i persecutori, dicendo: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34).
Che cosa si può dire, che cosa si può immaginare di più puro della propria misericordiosa intercessione in favore di coloro che ci fanno soffrire?
Avvenne perciò che il sangue del nostro Redentore, versato con crudeltà dai persecutori, fu poi da loro assunto con fede e il Cristo fu da essi annunziato quale Figlio di Dio.
Di questo sangue ben a proposito si soggiunge: «O terra, non coprire il mio sangue e non abbia sosta il mio grido». All’uomo peccatore fu detto: Sei terra e in terra ritornerai (cfr. Gn 3, 19). Ma la terra non ha tenuto nascosto il sangue del nostro Redentore, perché ciascun peccatore, assumendo il prezzo della sua redenzione, lo fa oggetto della sua fede, della sua lode e del suo annunzio agli altri.
La terra non coprì il suo sangue, anche perché la santa Chiesa ha predicato ormai il mistero della sua redenzione in tutte le parti del mondo.
E’ da notare, poi, quanto si soggiunge: «E non abbia sosta il mio grido». Lo stesso sangue della redenzione che viene assunto è il grido del nostro Redentore. Perciò anche Paolo parla del «sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12, 24). Ora del sangue di Abele è stato detto: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo» (Gn 4, 10).
Ma il sangue di Gesù è più eloquente di quello di Abele, perché il sangue di Abele domandava la morte del fratricida, mentre il sangue del Signore impetrò la vita ai persecutori.
Dobbiamo dunque imitare ciò che riceviamo e predicare agli altri ciò che veneriamo, perché il mistero della passione del Signore non sia vano per noi.
Se la bocca non proclama quanto il cuore crede, anche il suo grido resta soffocato. Ma perché il suo grido non venga coperto in noi, è necessario che ciascuno, secondo le sue possibilità, dia testimonianza ai fratelli del mistero della sua nuova vita.

1Cor 15: Il primo « Credo »

la traduzione è mia, chi conosce il francese è meglio che legga l’originale anche se ho fatto del mio meglio, dal sito:

http://www.bible-service.net/site/448.html

1Cor 15: Il primo « Credo »

Paolo ha fondato la comunità di Corinto nel 50-51. Verso il 55 egli scrive questa lettera per rispondere sia a questioni poste, sia per incoraggiare la fede dei Corinzi, soprattutto riguardo alla risurrezione di Cristo, che certi cristiani giudicavano impossibile ed anche assurda.

Sguardo d’insieme

- 1- 3°   : Paolo trasmette il Vangelo ai Corinzi;
- 3b-5    : la proclamazione della fede o kerygma (da greco « keussein » = proclamare; « Kerugma » = proclamazione)
- 6 -8    : le altre apparizioni del Risorto;
- 9-11 : la testimonianza di Paolo, apostolo

Una storia nel quale Paolo è entrato

Gesù aveva proclamato il regno di Dio. La Chiesa oramai proclama Gesù Cristo come Messia d’Israele salvatore del mondo, vincitore della morte. Nel « Kerigma » cristiano si disegna una sorta di storia : « Cristo è morto…è stato sepolto…è risuscitato…è apparso… ». Gesù risuscitato è, allo stesso tempo, nel messaggio (come elemento delle storia) e al di là (Gesù abita vivente oggi e questo dona un senso alla proclamazione). Noi siamo là davanti ad un racconto fondante, tutto come, in un altro modo, l’Esodo.

Ora, in questa storia, Paolo infine è entrato egli stesso ed il suo destino è ormai inseparabile dal Vangelo. Egli è entrato attraverso l’avvenimento pasquale, più esattamente attraverso l’avvenimento di una « apparizione » dove il Cristo Rsorto si è mostrato a lui (come? difficile a dire: Paolo non descriverà mai il fatto e gli Atti degli Apostoli raccontano tre versioni diverse nello stesso tempo analoghe e differenti: At 9; 22; 26;). « La storia raccontata in terza persona (il racconto fondante) ha incontrato la storia di colui che racconta  » (Jean Delforme). Il ricordo storico, o « anamnesi  » si ricongiunge all’autobiografia: confessando il cuore della fede, il credente Paolo entra nella storia confessata (confessata significa: dichiarare aderendo a quello che si dice).

Questa storia inizia con le Scritture, trova il suo punto focale nella morte e nella sepoltura di Cristo e si dispiega in seguito nella risurrezione e nelle apparizioni (il « noi » rinvia a l’insieme di coloro ai quali il Cristo Risuscitato è apparso). Esso è la come mini- »Credo ». Si può dire la storia continua per l’annuncio pasquale, la fede e la salvezza. L’annuncio pasquale conserva così un legame molto forte con l’avvenimento pasquale stesso. Non soltanto esso testimonia de l’avvenimento, esso è, anche, un avvenimento. Anche non accolto esso colloca gli uditori in una situazione nuova: il vangelo ricevuto (nel passato), i Corinzi vi sono legati (nel presente) e saranno salvati (nel futuro) se lo conserveranno tale e quale Paolo l’ha annunciato.

Sant’Agostino: « Il pubblicano… non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090321

Meditazione del giorno
Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi, 115

« Il pubblicano… non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo »

Il fariseo diceva: «Non sono come gli altri. Che vuol dire: Come gli altri, se non « tutti » eccettuato lui? « Io sono giusto, tutti gli altri sono peccatori. Non sono come gli altri uomini ingiusti, rapaci, adulteri». Ed eccoti, dalla vicinanza del pubblicano un’occasione d’un maggiore orgoglio. « Io sono unico, quest’altro invece è uno degli altri. Io non sono  tale qual è costui, grazie alle mie opere buone, per cui non sono ingiusto. Io digiuno due volte alla settimana e offro la decima parte di ciò che possiedo». Per che cosa pregava Dio? Cercalo nelle sue parole e non vi troverai nulla. Era salito per pregare; ma non volle pregare Dio, bensì lodare se stesso. Non gli bastava non pregare Dio ma lodava se stesso; oltre a ciò insultava chi pregava.

Il pubblicano invece «s’era fermato a distanza», ma tuttavia era vicino a Dio. Lo teneva lontano il rimorso, ma lo avvicinava lo spirito di fede. Il publicano s’era fermato a distanza, ma il Signore lo guardava da vicino. Poiché «eccelso è il Signore ma guarda alle cose umili», gli eccelsi invece, com’era quel fariseo, «li conosce da lontano» (Sal 137,6). Dio conosce, è vero gli esseri sublimi da lontano, ma non li perdona.

Ascolta ancora l’umiltà del pubblicano. Non basta che stesse a distanza: non osava neppure alzare lo sguardo al cielo. Per poter essere guardato da Dio, non osava alzare lo sguardo. Non osava volgere lo sguardo in alto: l’opprimeva il rimorso, lo sollevava la speranza. Ascolta ancora: «Si batteva il petto». Esigeva il castigo nei propri confronti; per questo il Signore lo perdonava perché confessava. «O Dio, sii benigno con me peccatore». Ecco chi prega! Perché stupirsi che Dio perdona, dal momento che uno riconosce se stesso?. Hai sentito l’accusatore superbo, hai sentito l’umile confessione del colpevole: ascolta ora il giudice. «Io vi dico in verità – parla la Verità, parla Di, il giudice afferma – Io vi dico in verità che il pubblicano dal tempio se ne tornò giustificato a casa sua, a differenza del fariseo». Di’, o Signore, il motivo. Ascolta perché: «Perché chi si esalta sarà umiliato, chi invece s’umilierà sarà esaltato» .

mi sembra giunto il momento di recuperare il filo degli studi proposti in questo anno…

Ho messo in una « Pages » una relazione-studio, sulla liturgia nel pensiero di Papa Benedetto; più ancora che nel suo pensiero: nella sua fede e nel suo cuore;

mi sembra giunto il momento di recuperare il filo degli studi proposti in questo anno sia del mio lavoro su questo Blog, sia di altri tanti lavori, studi, preghiere, percorsi, che molti si sono accinti a fare; sono molti: biblici, teologici, liturgici, storici e altri; si vedono anche nelle categorie che ho messo, forse troppe e non del tutto chiare; desidero cominciare a recuperare il filo di questi temi e se possibile andare di nuovo incontro a San Paolo con il bagaglio, non solo di una maggiore conoscenza, ma anche di un maggior amore, per il Signore, per la Chiesa, per i fratelli…per lui: Paolo;

ed in un certo senso, in un certo modo, con l’aiuto dell’Apostolo, prenderci per mano, anche virtualmente, ed offrire un nuovo sì a Dio ed al Signore, un si che vada oltre le nostre debolezze, le nostre incapacità, le nostre comprensioni ed incomprensioni, gli scandali che ci procurano tanti avvenimenti di oggi, le nostre paure, le nostre speranze, tutto;

vorrei che quest’anno non passasse così, solo come uno studio fatto, solo come una maggiore conoscenza, ma anche……qualcosa per me, per la mia vita, certo tutto questo, sì, ma prego Dio, e Paolo, che questo percorso non termini così, ma che lasci un segno nella nostra vita di tutti i giorni, per il nostro futuro in questo mondo ed oltre;

per il momento metto il link alla « Pages » e vi indico anche l’editoriale della « Rivista liturgica proposto ieri, poi vedremo….su quali strade…come…che San Paolo ci doni il suo amore e la sua benedizione;

link:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/papa-benedetto-e-la-liturgia/

Concilio Vaticano II, GS: Non c’è altro comandamento più importante »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090320

Meditazione del giorno
Concilio Vaticano II
Constituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo « Gaudium et Spes », § 23-24

« Non c’è altro comandamento più importante »

Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più importanti del mondo di oggi, al cui sviluppo molto contribuisce il progresso tecnico contemporaneo. Tuttavia il fraterno dialogo tra gli uomini non trova il suo compimento in tale progresso, ma più profondamente nella comunità delle persone, e questa esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale. La Rivelazione cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone; nello stesso tempo ci guida ad un approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale, scritte dal Creatore nella natura spirituale e morale dell’uomo…

Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Tutti, infatti, creati ad immagine di Dio « che da un solo uomo ha prodotto l’intero genere umano affinché popolasse tutta la terra » (At17,26), sono chiamati al medesimo fine, che è Dio stesso. Perciò l’amor di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. La sacra Scrittura, da parte sua, insegna che l’amor di Dio non può essere disgiunto dall’amor del prossimo, «e tutti gli altri precetti sono compendiati in questa frase: amerai il prossimo tuo come te stesso. La pienezza perciò della legge è l’amore » (Rm 13,9); (1Gv 4,20). È evidente che ciò è di grande importanza per degli uomini sempre più dipendenti gli uni dagli altri e per un mondo che va sempre più verso l’unificazione.

Anzi, il Signore Gesù, quando prega il Padre perché « tutti siano una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola » (Gv17,21), aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle Persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nell’amore. Questa similitudine manifesta che l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé.

RIVISTA LITURGICA – EDITORIALE (Vorrei invitarvi a leggere il bellissimo editoriale della R.L.)

dal sito:

http://www.rivistaliturgica.it/upload/2009/articolo1_9.asp

RIVISTA LITURGICA

EDITORIALE 2009
 
RL

La proclamazione dell’anno paolino ha sortito un’eco i cui risvolti ci auguriamo possano tornare di grande vantaggio per la Chiesa. E questo sarà sicuramente assicurato se si terrà presente che ogni anno liturgico torna ad essere anche l’anno di san Paolo. Era l’auspicio che già formulavamo nell’Editoriale di «Rivista Liturgica» 95/2 (2008).
La serie di convegni, simposi, studi e pubblicazioni di vario genere – a cominciare dall’International Magazine on Saint Paul: Paulus – ha dato finora contributi interessanti; altri sono in preparazione in questi mesi, e sicuramente faranno la loro comparsa sia prima che dopo la conclusione dello stesso anno giubilare.
In questo panorama si inserisce anche il contributo di «Rivista Liturgica». Non è frutto di uno specifico lavoro redazionale, ma della libera condivisione di colleghi che hanno fatto sì che potessimo giungere con il presente fascicolo a unirci a questo coro di voci e di adesioni. Ne è emerso un insieme di contenuti che – organizzati secondo una peculiare linea teologico-liturgica – permettono al lettore di confrontarsi con categorie che possono tornare oltremodo preziose nell’ambito liturgico e – in parallelo o di conseguenza – in vari altri contesti formativi e vitali.
 
1. Un’occasione per riscoprire il ruolo di Paolo nella liturgia?
 
Le lettere di Paolo sono sempre state proclamate nelle liturgie di ogni rito, sia in Oriente che in Occidente.
Con la riforma del Lezionario, voluta dai padri del concilio Vaticano II, la lettura dei testi paolini ha avuto uno sviluppo ancora maggiore: nell’arco dei tre anni si proclama quasi completamente il testo paolino. Sommando il Lezionario festivo a quello feriale, aggiungendo poi quanto gli altri Lezionari propongono e quanto è racchiuso nella Liturgia delle Ore, possiamo affermare che viviamo in un tempo in cui la liturgia presenta tutto il pensiero dell’Apostolo, pur dispiegato in ritmi e momenti diversificati.
Quanto appena affermato non risponde però al bisogno oltremodo sentito di conoscere meglio e più profondamente gli scritti paolini. La liturgia, è vero, offre tante occasioni per proclamarne il pensiero, ma non si va oltre. A differenza del Vangelo che è commentato ogni volta che si attua un’omelia, il pensiero di Paolo viene appena sfiorato – quando va bene e a essere ottimisti! –. C’è dunque un bisogno di creare opportunità per una maggior conoscenza e approfondimento.
L’anno giubilare paolino, che si è posto in questa linea, tra breve terminerà; ma non termina mai – anzi ora diventa più impellente – il bisogno di confrontarsi con il suo pensiero, oltre che con il suo esempio. Da qui il senso di quanto contenuto in queste pagine e delle sfide che ci permettiamo di rilanciare attraverso lo stesso Editoriale.
Ci è venuto incontro un testo pronunciato da Benedetto XVI durante la «catechesi» di mercoledì 7 gennaio 2009. Il suo contenuto prettamente teologico-liturgico è sembrato la migliore premessa per aprire queste pagine, ma soprattutto per richiamare gli elementi portanti della lezione liturgica che Paolo rilancia a tutta la Chiesa.
Il testo che segue riprende in larga misura quanto è stato letto e poi pubblicato su «L’Osservatore Romano»(149, n. 5, 7-8 gennaio 2009, p. 1). Tre sono i punti evidenziati dal papa e qui di seguito riproposti da titoli paolini redazionali.
 
2. «… strumento di espiazione… nel suo sangue…»
 
«In Rm 3,25, dopo aver parlato della “redenzione realizzata da Cristo Gesù”, Paolo continua con una formula per noi misteriosa: Dio lo “ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue”. Con questa espressione Paolo accenna al cosiddetto “propiziatorio” (hilastêrion) dell’antico tempio, cioè il coperchio dell’arca dell’alleanza, che era pensato come punto di contatto tra Dio e l’uomo, punto della misteriosa presenza di Lui nel mondo degli uomini. Questo “propiziatorio”, nel grande giorno della riconciliazione (yom kippur) veniva asperso col sangue di animali sacrificati: sangue che simbolicamente portava i peccati dell’anno trascorso in contatto con Dio e così i peccati gettati nell’abisso della bontà divina erano quasi assorbiti dalla forza di Dio, superati, perdonati. La vita cominciava di nuovo.
Questo rito era espressione del desiderio che si potessero realmente mettere tutte le nostre colpe nell’abisso della misericordia divina e così farle scomparire. Ma con il sangue di animali non si realizza questo processo. Eranecessario un contatto più reale tra colpa umana e amore divino. Questo contatto ha avuto luogo nella croce di Cristo. Cristo, Figlio vero di Dio, fattosi uomo vero, ha assunto in sé tutta la nostra colpa. Egli stesso è il luogo di contatto tra miseria umana e misericordia divina; nel suo cuore si scioglie la massa triste del male compiuto dall’umanità, e si rinnova la vita.
Rivelando questo cambiamento, san Paolo afferma: Con la croce di Cristo – l’atto supremo dell’amore divino divenuto amore umano – il vecchio culto con i sacrifici degli animali nel tempio di Gerusalemme è finito. Questo culto simbolico, cultodi desiderio, è adesso sostituito dal culto reale: l’amore di Dio incarnato in Cristo e portato alla sua completezza nella morte sulla croce. Quindinon è questauna spiritualizzazione di un culto reale, maal contrario il culto reale, il vero amore divino-umano, sostituisce il culto simbolico e provvisorio. Già prima della distruzione esterna del tempio, per Paolo l’era del tempio e del suo culto è finita: Paolo si trova qui in perfetta consonanza con le parole di Gesù, che aveva annunciato la fine del tempio e annunciato un altro tempio “non fatto da mani d’uomo”: il tempio del suo corpo risuscitato (cf. Mc 14,58; Gv 2,19ss)».
 
3. «… sacrificio vivente, santo e gradito a Dio…»
 
«“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”. In queste parole si verifica un apparente paradosso: mentre il sacrificio esige di norma la morte della vittima, Paolo ne parla invece in rapporto alla vita del cristiano. L’espressione “presentare i vostri corpi”, stante il successivo concetto di sacrificio, assume la sfumatura cultuale di “dare in oblazione, offrire”. L’esortazione a “offrire i corpi” si riferisce all’intera persona; infatti, in Rm 6,13 egli invita a “presentare voi stessi”. Del resto, l’esplicito riferimento alla dimensione fisica del cristiano coincide con l’invito a “glorificare Dio nel vostro corpo” (1Cor 6,20): si tratta cioè di onorare Dio nella più concreta esistenza quotidiana, fatta di visibilità relazionale e percepibile.
Un comportamento del genere viene da Paoloqualificato come “sacrificio vivente, santo, gradito a Dio”. È qui che incontriamo appunto il vocabolo “sacrificio” (thysia).Nell’uso corrente questo termine fa parte di un contesto sacrale e serve a designare lo sgozzamento di un animale, di cui una parte può essere bruciata in onore della divinità e un’altra consumata dagli offerenti in un banchetto. Paolo lo applica invece alla vita del cristiano. Infatti egli qualifica un tale sacrificio servendosi di tre aggettivi. Il primo – vivente – esprime una vitalità. Il secondo – santo – ricorda l’idea paolina di una santità legata non a luoghi o ad oggetti, ma alla persona stessa dei cristiani. Il terzo – gradito a Dio – richiama la frequente espressione biblica del sacrificio “in odore di soavità” (cf. Lev 1,13.17; 23,18; 26,31; ecc.).
Subito dopo, Paolo definisce così questo nuovo modo di vivere: questo è “il vostro culto spirituale”. I commentatori del testo sanno bene che l’espressione greca (tèn logikèn latreían)non è di facile traduzione. La Bibbia latina traduce: rationabile obsequium. La stessa parola rationabile appare nella prima Preghiera eucaristica, il Canone Romano: in esso si prega perché Dio accetti questa offerta come rationabile.Non si tratta di un culto meno reale, o addirittura solo metaforico, ma di un culto più concreto e realistico; un culto nel quale l’uomo stesso – nella sua totalità di essere dotato di ragione – diventa adorazione, glorificazione del Dio vivente.
Questa formula paolina, che ritorna poi nella Preghiera eucaristica romana, è frutto di un lungo sviluppo dell’esperienza religiosa nei secoli antecedenti a Cristo. In tale esperienza si incontrano sviluppi teologici dell’Antico Testamento e correnti del pensiero greco. I Profeti e molti Salmi criticano fortemente i sacrifici cruentidel tempio. Si legge per esempio nel Salmo 50 (49), in cui è Dio che parla: “Se avessi fame a te non lo direi, mio è il mondo e quanto contiene. Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode…” (vv. 12-14). Nello stesso senso dice il Salmo seguente, 51 (50): “… non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (vv. 18s). Nel Libro di Daniele, al tempo della nuova distruzione del tempio da parte del regime ellenistico (II secolo a.C.) troviamo un nuovo passo nella stessa direzione. In mezzo al fuoco – cioè alla persecuzione, alla sofferenza – Azaria prega così: “Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia. Potessimo essere accolti con cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori… Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito…” (Dan 3,38ss). Nella distruzione del santuario e del culto, in questa situazione di privazione di ogni segno della presenza di Dio, il credente offre come vero olocausto il cuore contrito, il suo desiderio di Dio.
San Paolo è erede di questi sviluppi, del desiderio del vero culto, nel quale l’uomo stesso diventi gloria di Dio, adorazione vivente con tutto il suo essere. In questo senso egli scrive ai Romani: “Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente… è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Paolo ripete così quanto aveva già indicato nel cap. III: il tempo dei sacrifici di animali, sacrifici di sostituzione, è finito; è venuto il tempo del vero culto. Come dobbiamo dunque interpretare questo “culto spirituale, ragionevole”? Paolo suppone sempre che noi siamo divenuti “uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28), che siamo morti nel battesimo (cf. Rm 1) e viviamo adesso con Cristo, per Cristo, in Cristo. In questa unione – e solo così – possiamo divenire in Lui e con Lui “sacrificio vivente”, offrire il “culto vero”. Gli animali sacrificati avrebbero dovuto sostituire l’uomo, il dono di sé dell’uomo, e non potevano. Gesù Cristo, nella sua donazione al Padre e a noi, non è una sostituzione, ma portarealmente in sé l’essere umano, le nostre colpe e il nostro desiderio; ci rappresenta realmente, ci assume in sé. Nella comunione con Cristo, realizzata nella fede e nei sacramenti, diventiamo, nonostante tutte le nostre insufficienze, sacrificio vivente: si realizza il “culto vero”.
Questa sintesi costituisce il sottofondo del Canone Romano in cui si prega affinché questa offerta diventi rationabile, cioè che si realizzi il culto spirituale. La Chiesa sa che nella Santissima Eucaristia l’autodonazione di Cristo, il suo sacrificio vero diventa presente. Ma la Chiesa prega che la comunità celebrante sia realmente unita con Cristo, sia trasformata; prega perché noi stessi diventiamo quanto non possiamo essere con le nostre forze: offerta rationabile che piace a Dio. Così la Preghiera eucaristica interpreta in modo giusto le parole di san Paolo. Sant’Agostino ha chiarito tutto questo in modo meraviglioso nel X libro della sua Città di Dio. Cito solo due frasi. “Questo è il sacrificio dei cristiani: pur essendo molti siamo un solo corpo in Cristo”… “Tutta la comunità (civitas) redenta, cioè la congregazione e la società dei santi, è offerta a Dio mediante il Sommo Sacerdote che ha donato se stesso” (10,6: CCL 47,27 ss)».
 
4. «… “liturgo” di Cristo Gesù…»
 
«“La grazia che mi è stata concessa da parte di Dio di essere ‘liturgo’ di Cristo Gesù per i pagani, di essere sacerdote (hierourgein) del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata nello Spirito Santo” (Rm 15,15s). Vorrei sottolineare solo due aspetti di questo testo meraviglioso e, quanto alla terminologia, unico nelle lettere paoline.
Innanzitutto, san Paolo interpreta la sua azione missionaria tra i popoli del mondo per costruire la Chiesa universale come azione sacerdotale. Annunciare il vangelo per unire i popoli nella comunione del Cristo risorto è un’azione “sacerdotale”. L’apostolo del vangelo è un vero sacerdote, fa ciò che è il centro del sacerdozio: prepara il vero sacrificio.
E poi il secondo aspetto: la meta dell’azione missionaria è la liturgia cosmica: che i popoli uniti in Cristo – il mondo – diventino gloria di Dio, “oblazione gradita, santificata nello Spirito Santo”. Qui appare l’aspetto dinamico, l’aspetto della speranza nel concetto paolino del culto: l’autodonazione di Cristo implica la tendenza ad attirare tutti alla comunione del suo Corpo, di unire il mondo. Solo in comunione con Cristo il mondo diventa specchio dell’amore divino. Questo dinamismo è presente sempre nell’Eucaristia; questo dinamismo deve ispirare e formare la nostra vita».
 
5. Quale lezione per l’educatore?
 
Nel leggere le riflessioni di Benedetto XVI ci siamo veramente rallegrati. Al di là dello stile tipico della «catechesi» del mercoledì, abbiamo ritrovato i contenuti essenziali che oggi vengono evidenziati quando si attraversa il trattato De Eucharistia soprattutto nella parte sistematica. Solo riconducendo la riflessione teologica a queste categorie bibliche – e paoline in particolare – è possibile cogliere lo specifico del linguaggio «simbolico» che la liturgia usa per esprimere la realtà che essa è chiamata a veicolare.
Sono le prospettive che in tempi recenti un grande maestro della teologia liturgica aveva sviluppato e che ora sono patrimonio diffuso nella Chiesa. Ci riferiamo all’abate Salvatore Marsili, al quale abbiamo dedicato l’intero fascicolo n. 3 dello scorso anno 2008; in questa linea si poneva il titolo del fascicolo: Attualità di una mistagogia. Ripercorrendo quelle pagine e le numerose altre segnalate nella bibliografia del maestro è possibile cogliere lo specifico per la comprensione del sacramento nella sua più adeguata prospettiva.
Tutto questo ci permette di offrire – nella sintesi propria che caratterizza un Editoriale – alcune linee per vedere in che modo è possibile rilanciare la «lezione» di un anno paolino per l’educatore. Ecco pertanto alcune prospettive a livello di:
di cultura: Paolo è un rabbino, ma è anche «romano», e si trova a operare principalmente all’interno di una cultura ellenistica; in tale contesto emerge il suo ruolo di maestro di dialogo tra fratelli di fedi e culture diverse.
formazione biblica: sia nei corsi istituzionali che nei tanti incontri promossi dall’apostolato biblico appare essenziale evidenziare e aiutare a cogliere la «lezione» liturgica che Paolo può mettere a punto; i riflessi per l’agire cristiano sono numerosi.
conoscenza dei Padri: la trasmissione del pensiero paolino attraverso le opere dei Padri sia di Oriente che di Occidente permette di raggiungere capitoli molto illuminanti anche per l’oggi, e di riflesso in vari ambiti della teologia come pure della liturgia.
approfondimento teologico: i temi paolini s’intrecciano in tutti i contesti teologici, a partire dal ruolo di Paolo come ermeneuta dell’alleanza stabilita con i Padri, alla categoria «corpo di Cristo» per comprendere la Chiesa, al tema della grazia, alla presentazione delle virtù, alla giustificazione per la fede, alla cristificazione e divinizzazione del fedele.
prassi liturgica: sia nei corsi di liturgia che nell’impegno di animazione emerge l’urgenza di rispondere al bisogno di conoscere meglio il pensiero di Paolo e quindi di valorizzarne la presenza così abbondante nel Lezionario, ma anche nella Liturgia delle Ore e nell’insieme dell’anno liturgico.
omelia e predicazione: se l’omelia può essere tessuta a partire da qualunque elemento della celebrazione e particolarmente ex textu sacro, perché non progettare un commento omiletico che privilegi soprattutto i testi paolini e realizzarlo almeno per un triennio?
comunicazione: la conoscenza della retorica paolina costituisce una lezione preziosa allo scopo di confrontarsi con un metodo pensato e attuato a servizio del messaggio; un’attualità che certamente può permettere di affrontare con maggior sicurezza anche i moderni aeropaghi.
formazione della coscienza: alcuni temi emergono con la loro urgenza: il rapporto tra legge e grazia; la fondazione di un’ecologia vista nell’ottica della creazione e redenzione, pur nella prospettiva dei «cieli nuovi e terra nuova»; il tema della coscienza tipico ed esclusivo di Paolo; la comprensione del vero ethos cristiano a partire dai cataloghi di virtù e vizi; il rapporto con il sociale; l’articolazione ecclesiale come armonia tra carismi e comunità.
spiritualità: alla vita nello Spirito è orientato tutto l’impegno oratorio e missionario di Paolo. L’essere offerto «in libagione» come sacrificio al Dio vivente costituisce la misura alta e piena di una donazione che fa di ogni momento dell’esistenza una loghiké thusía; si pensi a tutti quei termini caratterizzati dal prefisso syn- (circa una ventina) che Paolo usa per esprimere la progressiva conformazione al Cristo Signore.
educazione: educare alla fede di fronte alle sfide e alle attese di molteplici culture costituisce l’impegno forte per l’educatore di oggi in un tempo in cui la globalizzazione pone all’attenzione di tutti ciò che prima poteva essere riservato solo a una piccola parte. In questa ottica educativa si pone anche l’impegno del passaggio dalle forme paoline di «vocazioni» all’educazione della chiamata in Cristo per ogni persona che si lasci afferrare dalla sua luce e dalla sua grazia.
Queste e altre prospettive possono costituire occasioni preziose per far sì che il pensiero e l’esempio di Paolo tornino ad essere ancora più centrali nella vita cristiana. Un anno giubilare paolino, con tutto ciò che esso comporta, può costituire un vero «momento» di grazia i cui benefici effetti si possono rilanciare proprio all’inizio di questo terzo millennio.
 
6. Il presente fascicolo
 
È in questa linea paolina che vanno accostati i contributi che costituiscono l’elemento portante della pubblicazione. Altri studi arricchiscono quanto prospettato nel titoloa proposito del sacrificio spirituale del fedele.
Studi. I cinque contributi aiutano ad approfondire la presenza di Paolo nella liturgia, soprattutto di rito romano. Uno studio in ambito ambrosiano permette di allargare l’orizzonte. Tutto è finalizzato alla comprensione e al compimento del culto spirituale.
Orizzonti.Due studi di genere diverso, ma di stringente attualità. La trasmissione della ritualità della messa impegna sempre su versanti diversificati. E l’approfondimento del linguaggio rituale viene ad essere un punto essenziale per esprimere il contenuto e la forma del sacrificio spirituale.
Actuositas. L’attenzione a quanto avviene per la formazione e il rinnovamento della vita liturgica questa volta è ricondotta a tre temi: anzitutto, al ruolo della traduzione della Bibbia per la liturgia; in secondo luogo, a un approfondimento del segno di pace in rapporto alla sua collocazione; e infine a una presentazione della varietà di forme con cui si può concludere la celebrazione e sciogliere l’assemblea.
È in questo orizzonte che «Rivista Liturgica» continua il proprio servizio all’inizio del 2009 che caratterizza il 96o anno delle sue pubblicazioni. Se l’anno centenario si avvicina a grandi passi, per il nostro lavoro non sono le scadenze dettate dai ritmi del tempo a doverci impegnare in modo diverso. Consapevoli di svolgere un servizio nella Chiesa, per noi la formazione non ha scadenze se non in rapporto alle urgenze sollecitate dal bisogno di comprendere quel mistero che ogni giorno, ogni settimana e ogni anno viene ripresentato perché il fedele ne faccia un’esperienza sempre più viva.
In questa linea domandiamo la solidarietà dei lettori e dei fedeli abbonati; e mentre ringraziamo ancora gli Enti promotori che assicurano la presente pubblicazione, procediamo nel nostro cammino in spe et semper pro Ecclesiae vita.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA STUDI |on 19 mars, 2009 |Pas de commentaires »

Ciò che la Chiesa dice e non dice sul preservativo (lo so che non è in tema di San Paolo…però!)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17593?l=italian

Ciò che la Chiesa dice e non dice sul preservativo

Il presidente dei medici cattolici spiega il dibattito

BARCELLONA, giovedì, 19 marzo 2009 (ZENIT.org).- Leggendo i giornali si ha l’impressione che la Chiesa dica che se una persona ha rapporti sessuali con una prostituta non deve usare il preservativo, riconosce il presidente dell’associazione dei medici cattolici del mondo.

José María Simón Castellví illustra con questo esempio la superficialità con cui alcuni mezzi di comunicazione hanno informato sulle parole pronunciate da Benedetto XVI questo martedì a bordo dell’aereo che lo stava portando in Camerun, quando ha spiegato che il preservativo non è la soluzione all’Aids.

“La Chiesa difende la fedeltà, l’astinenza e la monogamia come armi migliori”, indica il presidente della Federazione Internazionale dei Medici Cattolici (FIAMC) in una dichiarazione rilasciata a ZENIT.

I media e anche alcuni rappresentanti politici hanno tuttavia accusato la Chiesa di promuovere l’Aids in Africa. Ovviamente, osserva il medico, la Chiesa non sta dicendo che si possono avere relazioni sessuali promiscue di ogni tipo a patto di non utilizzare il preservativo.

Il dottor Simón spiega che per comprendere ciò che la Chiesa dice sul preservativo bisogna capire cos’è l’amore, come ha spiegato lo stesso Papa ai giornalisti, anche se questo passaggio della conversazione è stato “censurato” dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione.

“Il preservativo è una barriera, ma una barriera con limiti che molte volte vengono aggirati. Soprattutto tra i giovani può essere controproducente dal punto di vista della trasmissione del virus”, ha aggiunto.

“Noi medici cattolici siamo a favore della conoscenza scientifica – spiega –. Non diciamo le cose solo per motivi ideologici. Come ammettiamo che un adulterio di pensiero non trasmette alcun virus ma è qualcosa di negativo, dobbiamo dire che i preservativi hanno i loro pericoli. Sono barriere limitate”.

Il medico illustra la posizione della Chiesa citando un caso reale, raccolto dai media informativi.

A Yaoundé, in Camerun, si è celebrata nel 1993 la VII Riunione Internazionale sull’Aids con esperti medici e sanitari. Hanno partecipato circa trecento congressisti e al termine è stato distribuito un questionario perché si indicasse, tra le altre cose, se si aveva avuto rapporti sessuali nei tre giorni in cui era durata la riunione con persone con cui non si facesse coppia fissa.

Degli interpellati, il 28% rispose di sì, e un terzo di questi disse di non aver preso alcuna “precauzione” per evitare contagi.

“Se ciò avviene tra persone ‘coscienziose’, cosa accadrà tra la gente ‘normale’?”, si è chiesto Simón Castellví.

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