Archive pour mars, 2009

Sant’Efrem Siro: « Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente » (Lc 1,49)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090325

Meditazione del giorno
Sant’Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Omelie sulla Madre di Dio, 2, 93-145 ; CSCO 363 et 364, 52-53

« Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente  » (Lc 1,49)

Contemplate Maria, carissimi, vedete come Gabriele è entrato da lei e alla sua obiezione: «Come è possibile?» il servo dello Spirito Santo le ha dato questa risposta: «Questo è facile per Dio; per lui tutto è semplice». Considerate come lei ha creduto alla parola udita e ha detto: «Eccomi, sono la serva del Signore». Da allora il Signore è sceso in un modo che lui solo conosce; si è messo in movimento ed è venuto nel modo che piaceva a lui; è entrato in lei senza che lei lo sentisse, e lei l’ha accolto senza provare nessuna sofferenza. Portava in lei, come si porta un bambino, colui che riempie il mondo. Egli è disceso per essere il modello che avrebbe rinnovato l’antica immagine di Adamo.

Per questo motivo, quando ti viene annunciata la nascita di Dio, sta’ in silenzio. Ti sia presente in mente la parola di Gabriele, perché nulla è impossibile alla gloriosa Maestà che si è abbassata per noi ed è nata dalla nostra umanità. In quel giorno, Maria è divenuta per noi il cielo che porta Dio, poiché la Divinità sublime è discesa e ha stabilito in lei la sua dimora. In lei Dio si è fatto piccolo – pur senza diminuire la sua natura – per farci crescere. In lei, ha tessuto per noi un abito con il quale ci avrebbe salvati. In lei si sono compiute tutte le parole dei profeti e dei giusti. Da lei è sorta la luce che ha cacciato le tenebre del paganesimo.

Numerosi sono i titoli di Maria…; lei è il palazzo nel quale ha abitato il potente Re dei re, ma egli non l’ha lasciata come era venuto, perché da lei egli ha preso carne ed è nato. Lei è il cielo nuovo nel quale ha abitato il Re dei re; in lei è sorto Cristo e da lei egli è salito per rischiarare la creazione, formata e plasmata a sua immagine. Lei è la vite della vigna che ha portato il grappolo; lei ha dato un frutto che supera la natura; e lui, benché diverso da lei per natura, ha rivestito il suo colore quando da lei è nato. Lei è la sorgente della quale sono sgorgate le acque vive per gli assetati, e coloro che vi si dissetano portono frutto cento volte tanto.

Sant’Ambrogio : « Vuoi guarire ? »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090324

Meditazione del giorno
Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Trattato sui misteri, 24s

« Vuoi guarire ? »

      Quel paralitico della piscina di Betzaetà attendeva un uomo [per aiutarlo a discendere nella piscina]. E quale uomo, se non il Signore Gesù, nato dalla Vergine Maria? Alla sua venuta avrebbe operato la liberazione, non più mediante la sua ombra, ma con la realtà della sua presenza. Non più di uno solo, ma di tutti. Era dunque lui di cui si aspettava la venuta, lui del quale Dio Padre disse à Giovanni Battista: «L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito, è colui che battezza in Spirito Santo» (Gv 1,33)… E qui per quale ragione lo Spirito discese in forma di colomba se non perché tu vedessi, perché tu conoscessi che anche quella colomba, che il giusto Noè fece uscire dall’arca, era figura di questa colomba, cioè perché tu riconoscessi la figura del sacramento del battesimo?…

E perché dubitare ancora, dopo che nel vangelo te lo proclama chiaramente il Padre dicendo: «Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3,17)? Te lo proclama il Figlio sul quale lo Spirito Santo si è mostrato in forma di colomba. Te lo proclama Davide: «Il Signore tuona sulle acque, il Dio della gloria scatena il tuono, il Signore sull’immensità delle acque» (Sal 28,3). La Scrittura stessa ti attesta che alle preghiere di Gedeone il fuoco discese dal cielo e a quelle di Elia fu mandato il fuoco che consacrò il sacrificio (Gdc 6,21 ; 1 Re 18,38).

Non fare attenzione ai meriti personali dei sacerdoti, ma al loro ministero… Il Signore Gesù disse: «Dove sono due o tre, là sono anch’io» (Mt 18,20). Credo perciò che, quando è invocato dalle preghiere dei sacerdoti, è presente. Quanto più non si degnerà di accordare la sua presenza dov’è la Chiesa, dove sono i suoi misteri? Sei sceso dunque nel fonte battesimale. Ricordati che cosa hai risposto: che credi nel Padre, che credi nel Figlio, che credi nello Spirito Santo… Con l’impegno della tua parola, ti sei obbligato a credere nel Figlio come credi nel Padre, a credere nello Spirito Santo come credi nel Figlio e, se una differenza fai, e che, trattandosi della morte in croce, la credi solo di Gesù Cristo.

Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione (1 Ts 4,3) – Lettera pastorale del Vescovo di Andria per la quaresima 2009, (« Importante », bella ricca)

dal sito:

http://www.andrialive.it/news/news.aspx?idnews=8749

Mons. Calabro: La santità, meta del cammino di ogni cristiano.
Vescovo di Andria – La lettera pastorale del nostro Vescovo nella quaresima dell’Anno Paolino

Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione (1 Ts 4,3)

LETTERA PASTORALE PER LA QUARESIMA 2009

INDICE
(lo faccio io per una lettura più agevole, ci sono alcune parole greche traslitterate, c’era anche in carattere greco originale, l’ho tolto perché non viene bene)

PRIMA PARTE

1. Il richiamo alla santità in San Paolo
2. L’invito alla santità: cammino quaresimale e meta pasquale

SECONDA PARTE
In ascolto della 1 Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi: l’attesa della parusia e l’impegno del credente nel mondo.

3. Introduzione per una comprensione della 1 Tessalonicesi
4. Il contenuto della 1 Tessalonicesi: la prima parte ( 1 Ts 1-3)
5- La seconda parte di 1 Ts (4-5): vita cristiana e attesa del Signore
6. L’impegno di santificazione nel mondo: spunti dalla 1 Ts

TERZA PARTE
« Comportatevi da cittadini degni del Vangelo »: il programma pastorale diocesano e l’impegno di rinnovamento quaresimale

7. Conversione e vita civile
8. La vita morale in Paolo
9. Vita morale e vita civile
Conclusione
Preghiera

All’inizio della Quaresima, ritengo mio dovere far giungere ai miei fratelli presbiteri, ai religiosi e alle religiose, ai fedeli battezzati e all’intera comunità ecclesiale, la mia voce ed il mio incoraggiamento per vivere questo periodo speciale (vero e proprio kairòs) in preparazione alla Pasqua del Signore.
Tale evento, centrale nella vita e nella missione di Gesù, celebrato nella liturgia (eucaristica e sacramenti), costituisce il centro della vita della Chiesa, Corpo mistico del Cristo, Sacramento primordiale di salvezza. La Pasqua del Signore, nella stretta congiunzione dei misteri di passione, morte e di risurrezione, rappresenta, certo, una meta ed un traguardo, ma costituisce anche il DNA della nostra vita cristiana. Non saremmo tali, infatti, senza essere stati immersi nel fonte battesimale e segnati dal mistero di morte e risurrezione del Signore, non solo nel simbolo, ma anche nella realtà (Rm 6,5-7). Nella Veglia pasquale, al momento culminante, rinnoveremo insieme le promesse battesimali, con le quali – ci ricorda il celebrante – abbiamo rinunziato a Satana ed alle sue opere e ci siamo impegnati a servire Dio nella santa Chiesa cattolica.
L’itinerario quaresimale non consiste pertanto in un generico richiamo al rinnovamento spirituale e alla conversione, ma esso stesso è un sacramento quaresimale che noi compiamo, non individualmente e per il semplice impulso ad estirpare il male dalla nostra vita, ma è un cammino comunitario che noi facciamo con la Chiesa stessa, nostra Madre, alla sequela di Cristo, nuovo Mosè, che guida il suo popolo, scelto ed acquistato con il suo sangue, nell’esodo che porta al Padre ed al ricupero della piena libertà di figli, verso la nuova vita, illuminata e rivestita di Cristo ( i simboli della luce e della veste candida), l’unzione nello Spirito (con il sacro crisma), l’ effatà (apertura delle orecchie e della bocca per l’ascolto e l’annuncio della Parola), tutti segni a noi noti dalla liturgia del battesimo. Convocati dalla Parola del Signore, ci rendiamo conto che l’esame di coscienza e la conseguente revisione di vita parte da ciò che siamo già -battezzati e cresimati- –alla verifica della nostra fedeltà alla parola data nel battesimo, e alla dignità di figli di Dio e, nel caso dovessimo registrare gravi trasgressioni, se siamo disposti ad accogliere il sacramento della riconciliazione, l’ ancora di salvataggio, che Dio stesso, che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11), ci porge, torneremo a credere ed a sperare, nella certezza di essere stati perdonati nell’amore, e che il Signore si è gettato alle spalle le nostre colpe, le nostre infedeltà e le nostre piccolezze, per produrre frutti degni del Vangelo.

1. Il richiamo alla santità in San Paolo

Tornare a guardare in alto, ad essere santi (nella ricchezza di significato di questo termine) non costituisce – considerate le premesse già accennate – un atto di presunzione o di snobismo spirituale, forse un velato impulso di ipocrisia, ma una scelta realistica, anzi un dovere ed un’esigenza dell’essere e professarci cristiani, qualunque sia il posto, il ruolo, il ministero che esercitiamo nella Chiesa.
Dirò di più, è un riscoprire qualcosa del vissuto interiore: pensieri, affetti, comportamento, che ha a che fare con la nostra serenità, con il nostro equilibrio personale e relazionale. La santità è in definitiva salute piena, conquista quotidiana, perché possiamo non solo dirci ma essere persone rispettabili, in pace con la nostra coscienza, pronti a spenderci per il Vangelo e per i più nobili ideali, per tutto quello che merita lode, stima, rispetto nell’ambito familiare e sociale.
Per mettere meglio a fuoco il concetto della santità cristiana, ritengo opportuno – nell’Anno paolino – ricorrere all’Apostolo delle Genti, per cercare di comprendere che cosa intenda San Paolo quando esorta i cristiani ad essere santi: « Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione », una definizione classica, forse la più citata negli scritti del Magistero, dai maestri dello Spirito, nei predicatori. Il mio intento è quello di metterci tutti a contatto con questo Maestro di vita cristiana, leggerlo e meditarlo, direttamente e non soltanto attraverso i testi liturgici, comprenderlo meglio nella fitta originale trama dei suoi pensieri e sentimenti, nel suo modo di esprimersi, nei suoi tratti caratteristici, nei motivi ispiratori del suo insegnamento e della sua condotta di vita. Mi muove un secondo proposito, collegato con il primo, invogliare singoli e comunità all’ascolto orante ed all’assimilazione gustosa della Parola di Dio, che traspare ed è veicolata dalla parola di Paolo.
Nella Scrittura nulla è casuale o superfluo, ma tutto ha un senso evidente o nascosto. Bisogna cercare, « perdendovi » tempo, nello studio e nella meditazione. Anche le cose che apparentemente sembrano ovvie o banali, se scrutate con gli occhi del cuore (Prv 23,26; Lc 24,31-32) rivelano profondità insospettate e insondabili. Il grande Padre della Chiesa, Origene, paragonava la Scrittura a un pozzo che non si esaurisce mai perché è contemporaneamente profondità e sorgente.
Delle numerose lettere dell’apostolo Paolo (corpo paolino), ho scelto la prima ai Tessalonicesi, dalla quale ho tratto il titolo della mia Lettera Pastorale, e che per intero suona:
« Voi conoscete infatti quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù. Questa, infatti, è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarvi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio: che nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello, perché il Signore punisce tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e ribadito. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perché chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito » (1 Ts 4,2-8).
Ho riportato per esteso il brano, che tuttavia nella Lettera non è il tema centrale, che è invece, come presto diremo, la parusia, la venuta del Signore. Ritornerò nella seconda parte sul compendio della Lettera, sul suo contesto, sul tema centrale e le sue ramificazioni.
Conviene ora domandarci che cosa realmente esprime il termine santificazione in San Paolo e per ciò dovremmo risalire al testo greco, attingendo alle fonti copiosissime dei dizionari biblici. Il termine santificazione traduce l’originale greco: o aghiasmòs.  Per limitarci soltanto al Nuovo Testamento, tralasciando l’Antico Testamento, ci viene fatto osservare quanto segue:
a. con tale termine aghios, che vuole dire santo, solo raramente ci riferisce a Dio Padre o a Cristo. Comunemente, invece, santo è riferita allo Spirito Santo, il Dono dell’era messianica. Di conseguenza l’ambito semantico specifico del termine non è il culto, ma la profezia e l’annuncio. Il sacro non è più nelle cose, o in luoghi determinati, o nei riti, ma nelle manifestazioni prodotte dallo Spirito.
b. Allo stesso modo si dicono aghioi i santi, coloro che riconoscono Gesù come loro Signore. Non si tratta di un’affermazione etica, almeno in prima istanza, ma ha lo stesso significato di concetti come chiamato (Rm 1,7; 1 Cor 2,1), eletto (Rm 8,33; Col 3,12), e credente (Col 1,2). Santità richiama l’intima unione con lo Spirito Santo e Cristo è per i credenti santificazione, giustizia e redenzione (1 Cor 1,30), cioè colui nel quale diventiamo santi per il vero Dio: « Voi siete stati lavati, giustificati nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio » (1 Cor 6,11; 2 Ts 2,13; 1 Pt 1,1s.).
Gesù Cristo stesso mediante la risurrezione dai morti è costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo spirito di santificazione (Rm 1,4). La santificazione è al tempo stesso la via di accesso alla parusia, all’eredità eterna(Col 1,12; At 20,32; 26,18).  Santità, in questo caso, indica soprattutto l’appartenenza a Dio, che non trova espressione nel culto, ma nel fatto che i cristiani sono sempre « guidati dallo Spirito Santo » (Rm 8,14).
c. Alla santificazione corrispondono frutti di santità che hanno come meta la vita eterna (Rm 6,19-22; cfr 1 Ts 4,3-7). Il culto spirituale comporta l’offerta di sé medesimi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (Rm 12,1).Secondo Paolo, un coniuge pagano non profana il partner cristiano, ma ne è santificato, e anche i loro figli sono santificati (1 Cor 7,14).Poiché Dio stesso è santificatore (1 Ts 5,23) i frutti di santità (Rm 6,22) sono importanti e doversoi (Fil 2,14s.).
Come abbiamo visto, la santità nelle lettere di San Paolo, è un cammino che ha nella volontà di Dio il suo inizio, nell’azione dello Spirito una sua garanzia, nella risposta dei credenti il suo compito.

2. L’invito alla santità: cammino quaresimale e meta pasquale

Da questi brevi riferimenti possiamo enucleare i seguenti punti utili a comprendere quale è la meta della nostra vita:
a-La santità, prima che modo di operare , è questione di essere. L’operare – come dicono gli Scolastici – segue l’essere. Il mistero della santità è la vita stessa di Dio, partecipata alle sue creature, propriamente la persona umana, che per volontà « gratuita e benevola » di Dio, si trova immersa nella vita trinitaria e partecipa al circuito meraviglioso di comunione che unisce eternamente il Padre al Figlio nello Spirito Santo. Il Cristo, Verbo Incarnato, è il luogo, il santuario in cui il credente ha accesso alla vita divina, trinitaria. San Giovanni esemplifica con la metafora della vite e dei tralci questa realtà misteriosa. San Paolo nelle grandi epistole, ai Romani, Galati, Corinzi, ed in quelle ai Colossesi, Efesini, Filippesi, traccia la configurazione globale del Corpo mistico, di cui Cristo è il Capo: la grazia, o fonte della grazia, è quella del Capo che trasborda e ne fa partecipe le membra. L’inno a Cristo nella lettera ai Colossesi, sotto forma di dittico, canta il primato di Cristo nell’ordine della creazione naturale: « Egli è l’immagine del Dio invisibile generato prima di ogni creatura », e nell’ordine della nuova creazione sovrannaturale, che è la redenzione: « Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa, di coloro che risuscitano dai morti » (Col 1.15-20).
b- Il corpo, la carne, non è di ostacolo alla santità, anzi fa da tramite ed è coinvolta nell’elevazione alla vita soprannaturale della persona umana (corpo ed anima). Il corpo diventa tempio di Dio, è santo e non va profanato. Le concordanze con il Prologo di Giovanni appaiono evidenti: Il Verbo( in greco Logos e in ebraico Dabàr) si è fatto carne (sa?? – sarx). Il temine carne indica la fragilità della condizione umana. In Gesù la persona divina è unita alla fragilità umana: coesistono senza annullarsi. Ma l’uno (il Logos) alimenta e illumina l’altra (la carne), unione degli opposti che caratterizza il paradosso del mistero cristiano. Così anche la vita quotidiana, con le sue incombenze, con le sue attività, per essere vita santa, è chiamata ad essere unita al Signore.
c- La santificazione ha nella volontà di Dio il suo inizio, ma anche il suo fine, verso cui tende incessantemente. Ne scaturisce una serie di impegni: « Di fornicazione e di ogni specie di impurità o di cupidigia neppure si parli fra voi- come deve esser fra santi- né di volgarità, insulsaggini, trivialità, che sono cose sconvenienti. Piuttosto rendete grazie! » (Ef 5,3-4.).
Dio fa progredire nella nostra vita la sua opera di santificazione (1 Ts 3,23) e la condurrà a termine: « Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. » (1 Ts 3,12-13).
Si accenna, qui, al compimento della Pasqua nella vita dei credenti, al compimento escatologico della santità, che si manifesterà alla fine dei tempi. Quindi anche se nel nostro linguaggio abituale i santi sono i santi del cielo, ci rendiamo conto che il concetto biblico di santità e più ampio. L’Antico ed il Nuovo Testamento accentuano il dovere morale della santificazione secondo il dono divino della santità. La volontà di Dio di cui parla Paolo non è una prescrizione, ma è il dono della sua vita, la sua benevolenza, cui deve corrispondere la nostra santificazione, nel senso di non frapporre ostacoli, con scelte deliberate, a quell’attrazione o forza gravitazionale che ci trascina a Dio e si esprime con il « Fiat voluntas tua », e sintonizzando la nostra volontà- mente e cuore, con il volere divino.
d- La vita cristiana è un cammino di santificazione come risposta al suo progetto di amore. « Quae placita sunt ei, facio semper »: « …perché faccio sempre le cose che gli sono gradite (Gv 8,29), affermazione solenne e perentoria di Gesù, che viene fatta propria dai suoi seguaci e costituisce la meta e l’ideale della santità cristiana. San Tommaso d’Aquino, nella sua prima grande opera teologica « Commentario alle sentenze di Pietro Lombardo » la sintetizza in due movimenti: la Creazione e Redenzione = l’uscita di Dio verso le creature e l’uomo ( egressio a Deo e il compimento della redenzione nell’uomo, che costituisce il trattato morale, e che è chiamato reversio ad Deum, il grande ritorno delle creature che cantano la gloria di Dio, e dell’uomo, che è attratto, calamitato da Dio, sommo bene e a Lui va liberamente e con amore.
Il tempo di grazia che ci viene donato in Quaresima e che sgorga nel rinnovamento delle promesse battesimali nella notte di Pasqua, è un tempo nel quale verificare il nostro cammino di santificazione, il desiderio più vero delle nostre aspirazioni ( la volontà di Dio o altro?), i frutti autentici del nostro cammino di conversione. Le opere quaresimali ci aiuteranno in questo.

SECONDA PARTE
In ascolto della 1 Lettera di san Paolo ai Tessalonicesi: l’attesa della parusia e l’impegno del credente nel mondo.

3. Introduzione per una comprensione della 1 Tessalonicesi

La città di Tessalonica, ai cui cristiani san Paolo scrive, viene evangelizzata nel corso del secondo viaggio dell’apostolo, così come ci viene narrato in At 16 e 17.
L’annuncio a questa città è un balzo decisivo del cristianesimo: l’ingresso nel mondo greco, prima del balzo nel mondo latino-romano. Forse era la primavera dell’anno 50 d.C. allorché Paolo, Sila e Timoteo percorrevano la strada militare Egnatia, che si snodava in una graziosa valle fra campi coltivati. Tessalonica (l’attuale Salonicco) era la capitale della Macedonia, fondata nel 316 a.C. dal re macedone Cassandro, che le aveva dato il nome di sua moglie – (Thessaloniké = vittoria di Tessalo, figlio di Ercole). Nel 168 a.C. la città era passata sotto il dominio di Roma, ma godeva dello statuto di città libera a partire dalla battaglia di Filippi, combattuta nel 42 a.C.. La sua collocazione lungo la Via Egnatia e la posizione del suo porto l’avevano resa prospera. Brulicava di una popolazione cosmopolita, di cui facevano parte commercianti e soldati, viaggiatori e funzionari, uomini liberi e schiavi. Non lontano dalla città sorgeva il monte Olimpo, ritenuto dimora degli dei e delle dee dell’antica Grecia.
Paolo giunto ai confini della Bitinia, per opera dello Spirito Santo, fu spinto a dirigersi verso ovest, percorrendo la Misia settentrionale fino a raggiungere Troade. Qui comincia una parte degli Atti degli Apostoli scritta in prima persona plurale (noi), segno a questo punto che Luca si è unito alla comitiva di Paolo. Spinto da una visione a raggiungere la Macedonia, Paolo si imbarcò a Troade e, dopo aver sostato sull’isola di Samotracia, approdò a Neapolis (oggi Kavala.), da dove proseguì per 11 chilometri fino alla città di Filippi. Qui si fermò qualche tempo, fondando una fiorente comunità cristiana. Passando per Amfipoli e Apollonia raggiunse Tessalonica (a 150 chilometri di distanza). La partenza da Tessalonica fu dovuta ad un tumulto provocato da alcuni Giudei. Paolo riparò a Berea ove lasciò alcuni suoi collaboratori e si imbarcò per Atene.
« Passa in Macedonia e aiutaci », con queste parole, rivolte a Paolo da un macedone apparsogli in visione durante il sonno (At 16,9), Luca introduce il racconto di un nuovo segmento della missione cristiana e ne svela anche, al contempo, il significato teologico. Se Paolo avanza lungo le strade dell’impero per arrivare a Roma, il viaggio non è principalmente opera sua o di altri uomini, ma si realizza secondo una trama condotta da Dio stesso. L’attività di Paolo guidata dallo Spirito a Filippi, prima, e poi a Tessalonica e Berea, costituisce la parte centrale del secondo viaggio missionario di Paolo. I luoghi sono quelli cari alla strategia missionaria di Paolo, che si intesse essenzialmente intorno ai grandi centri urbani: Filippi, Tessalonica e Berea, tre città della provincia romana della Macedonia. In queste tre città alcuni luoghi diventano significativi per la missione: le sinagoghe, le case (luoghi dell’ekklesìa), le piazze (luoghi del commercio e della politica, ma anche delle ostilità e delle persecuzioni). A Filippi e a Tessalonica, la prigionia di Paolo rappresenta un passaggio obbligato per l’avanzamento dell’opera missionaria.
Quando agli avvenimenti, l’opera missionaria fa i conti con alcuni successi, ma anche con difficoltà. A Filippi l’opposizione è circoscritta ad una famiglia pagana, che con la predicazione di Paolo, vedeva minacciati i proventi che le derivavano dalla divinazione di una delle proprie schiave. A Tessalonica, invece, l’opposizione ha radici ideologico-religiose, perché attesta il rifiuto da parte dei giudei dell’evangelizzazione di Paolo e Sila. Tuttavia a Filippi la carcerazione di Paolo produce frutti positivi, la permanenza in carcere edifica i carcerati, la liberazione miracolosa evoca toni giubilari, per cui si converte anche il carceriere.
A Tessalonica e Berea, la persecuzione dei giudei si trasforma in tumulto popolare e impone ai cristiani una sorte di clandestinità. Paolo si avvede del grande problema che riguarda continuità o rottura con il giudaismo, per cui il suo annuncio si va spostando dalle sinagoghe alle case (quella di Lidia a Filippi, quella di Giasone a Macedonia). È il tempo delle chiese domestiche.
Quanto ai personaggi, accanto a Paolo compaiono i collaboratori: Sila, Timoteo ed altri. Fin dall’inizio la missione cristiana assume le sembianze di un’azione cooperativa, non soltanto quindi pochi personaggi straordinari, ma di un gran numero di testimoni (cfr. 1 Cor 12,1), come storia di fede di uomini e di donne talvolta anonimi, che hanno fatto sì che prenda corpo una ekklesìa cristiana. Da menzionare la presenza di donne, che è stata reale ed efficace, in particolare donne benestanti, come Lidia, la venditrice di porpora di Tiatira, dalla cui conversione prende vita la comunità cristiana di Filippi.
In risalto nel libro degli Atti viene posto anche sulla Parola che cresce: « Così la parola del Signore cresceva con vigore e si rafforzava. » ( At 19,20), a lasciar intravedere che l’opera missionaria è un evento dello Spirito e in stretta continuità con l’opera di Gesù di Nazaret. Come già nel Vangelo, anche negli Atti il parallelismo delle posizioni davanti all’annuncio di salvezza serve a Luca per indicare che la storia non è semplicemente azione dell’uomo ( visione antropocentrica), ma opera di Dio: segue la logica di Dio, non quella degli uomini.

4. Il contenuto della 1 Tessalonicesi: la prima parte ( 1 Ts 1-3)

L’epistola fu scritta a Corinto. Iniziava per Paolo uno dei periodo più importanti della sua vita e della storia del cristianesimo. Egli non immaginava certamente che, a distanza di migliaia di anni, milioni di uomini avrebbero benedetto la piccola bottega di Corinto, nella quale, sotto la spinta di una necessità impellente, fu scritta la prima epistola che forma la prima pagina del Nuoto Testamento. Ciò avveniva circa l’anno 51 d.C.. Più di 20 anni erano trascorsi dalla risurrezione del Signore.
La lettera inizia con il saluto. « Paolo, Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia e voi e pace! » Per la prima volta nel Nuovo testamento sentiamo risuonare il mirabile connubio delle tre note cristiane: fede, speranze e carità( 1 Ts 1,2) . Tutta la lettera ha un tono solenne, tenero, commosso, pieno di quella dedizione che rivela l’attitudine a penetrare nell’anima altrui per sentire all’unisono, per godere e soffrire insieme.
Questa epistola non è combattiva, come lo sono le grandi lettere del terzo viaggio missionario, e neanche contiene uno svolgimento logico del pensiero. Rispecchia, piuttosto, lo stato d’animo ed i sentimenti di coloro sui quali la predicazione di Paolo intorno alla risurrezione e alle realtà escatologiche aveva prodotto un’impressione profonda. Per questa ragione le prime due lettere dell’Apostolo hanno un’intonazione esclusivamente escatologica.
Il Vangelo è un radicale intervento del Regno di Dio nell’ambito della vita civile e sociale: ciò un nuovo mondo inserito in quello vecchio destinato a perire. Chi si confessava seguace di Cristo veniva allora considerato un innovatore pericoloso, politicamente indesiderabile, sottoposto ad ogni genere di vessazione.
In questa situazione, per Paolo patire fa parte della comunione con Cristo, tanto che i suoi patimenti diventano i patimenti di Cristo. Egli sa che le più grandi sofferenze vengono ai neo-convertiti proprio dalla gente della sua razza, come ne ha fatto egli stesso l’esperienza: « Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Cristo Gesù, che sono in Giudea, perché anche voi avete sofferte le stesse cose da parte dei vostri connazionali, come loro da parte dei Giudei. Costoro hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi; non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini. Essi impediscono a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano sempre di più la misura dei loro peccati! Ma su di loro l’ira è giunta al colmo » (1 Ts 2,14-18).
A questo punto, Paolo interrompe la dettatura. Ciò traspare dal nuovo vocativo e dal cambiamento di tono. Egli apre ora dinanzi ai Tessalonicesi tutto il suo cuore di uomo sensibile. Tali sentimenti umani sono espressione della sua unione con Dio, perché egli sa che i cuori degli uomini si uniscono tra loro nella comunione con Cristo. La Chiesa non è soltanto comunione nella fede e nel culto comune, ma è, soprattutto, comunione nella carità. È un sacro vincolo fraterno, mantenuto ed assunto entro l’amore di Cristo: « Quanto a noi, fratelli, per poco tempo privati della nostra presenza di persona ma non con il cuore, speravamo ardentemente, con vivo desiderio, di rivedere il vostro volto » (1 Ts 2,17). Non gli è stato possibile, Satana lo ha impedito. Per questo egli ha inviato Timoteo « per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, perché nessuno si lasci turbare in queste prove » (1 Ts 3,2-3). « Ma ora Timoteo è tornato, ci ha portato buone notizie della vostra fede, della carità e del ricordo sempre vivo che conservate di noi, desiderosi di vederci, come noi lo siamo di vedere voi » (ib. 3,6).
Quasi solenne preghiera, Paolo indirizza il corso dei suoi pensieri alla visione del ritorno di Cristo. A questo punto in taluni manoscritti (codice Sinaitico, Alessandrino, Volg. etc.), si trova la parola Amen, segno che Paolo chiudeva nuovamente i suoi pensieri e soprattutto la dettatura.
« Voglia Dio stesso, Padre nostro, ed il Signore nostro Gesù, guidare il nostro cammino verso di voi! Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori, irreprensibili nella santità, davanti a Dio, Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi » (1 Ts 3,11-15).

5- La seconda parte di 1 Ts (4-5): vita cristiana e attesa del Signore

Nella seconda parte della lettera San Paolo affronta il tema del ritorno di Cristo. Tutto il cristianesimo primitivo è pervaso da due correnti di pensiero e di sentimenti che, alternativamente, prendono il sopravvento, una rispetto all’altra riguardo all’attesa degli ultimi tempi. Una di queste due correnti di pensiero era caratterizzata dall’ardente attesa del definitivo stabilirsi del regno, e riteneva che per il presente fosse necessario l’adempimento dei propri doveri con l’ausilio della forza salvifica fornita da Cristo nello Spirito Santo. Un’altra corrente, invece, proprio perché proiettata verso l’attesa del Signore, non dava molta o nessuna importanza al suo impegno nel presente. Entrambe queste correnti hanno il punto di partenza in Gesù, artefice del Regno di Dio nel presente e il perfezionatore di questo stesso Regno nell’atto del suo ritorno, come Re messianico, per presiedere il giudizio finale, allorquando la transitorietà di questo mondo sarà sommersa nella gloria di quello futuro. Lo sguardo dei Tessalonicesi era, unilateralmente, rivolto al futuro, nell’attesa dell’immediato prodursi dello sconvolgimento finale. Alcuni di essi già vedevano il cielo arrossarsi paurosamente e, in mezzo a questa trepida attesa, la vita quotidiana e l’esercizio dei propri mestieri correvano il rischio di perdere ogni valore.
I brani escatologici, contenuti nelle due epistole ai Tessalonicesi, non si comprendono se non si presuppone che Paolo avesse nella mente le profezie di Cristo nei riguardi del suo ritorno, profezie che si proponeva di spiegare. Aveva la coscienza che l’ora della catastrofe finale dovesse rimanere nascosta, secondo le affermazioni di Gesù, e che a nessuno fosse dato i sapere se la fine sarebbe stata imminente, o se dovesse trascorrere migliaia di anni. Da tutto l’insieme appare che Paolo avesse dinanzi alla sguardo un primo, imminente compimento della predizione di Gesù, perché alcuni dei segnali non potevano riferirsi ad altro che ad un avvenimento vicino. Restava una congettura, supposizione, accertare se la catastrofe finale sarebbe seguita a quel primo, finale cataclisma (v. 2 Pt 3,8). Tali esitazioni, presenti anche negli apostoli, li tratteneva dall’insegnare qualcosa di preciso intorno alla data del ritorno del Signore. Anche Paolo, da principio, propendeva per l’idea che alcuni dei suoi contemporanei sarebbero stati ancora in vita quando la predizione di Gesù sia sarebbe realizzata (1 Ts 4,11; 1 Cor 15,22). Solo più tardi egli metterà in conto uno spazio di tempo maggiore e la previsione del suo martirio (2 Cor e Fil).
Frattanto, ai suoi occhi, tutto il presente gli dava l’impressione di un mondo che precipitava verso la sua fine. Tuttavia, da uomo realistico qual era, scorgeva i pericoli di questa maniera unilaterale di considerare l’avvenire e si adoperava a delineare il significato della vita presente, che per il cristiano riveste un valore altissimo, per il fatto che una « vita in Cristo » già riempita e permeata dalle energie del mondo celeste. Inoltre, la sua personale esperienza del Cristo, gli dava la sensazione di una regale libertà, accompagnata da un senso di sicurezza e di superiorità sulle cose terrene. Col suo essere in Cristo, il cristiano gode già, fin da questa terra, la beatitudine della creatura redenta.
L’imminenza della prossima venuta del Signore, che può coesistere con questo nuovo orientamento, non è estranea all’energico impulso della sua attività missionaria: il bruciare le tappe così caratteristico del suo zelo apostolico, traspare dai viaggi e dal vivo desiderio di portare la Buona Novella, fino ai confini del mondo allora conosciuto, come attesta Luca, suo compagno e collaboratore, « Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra » (At 1,7). Paolo, prima di arrivare alla dichiarazione che concerne il ritorno del Signore, espone il suo ideale morale di vita, che consiste nella santificazione dell’uomo interiore nell’intera sua esistenza terrena. Il cristiano è ormai sottratto al mondo peccatore, al vecchio eone, egli è già incorporato nell’eone futuro. Non esiste per lui, quaggiù, alcun’altra occupazione che esuli dal campo delle divine esigenze. In altre parole, la santità che a lui conviene, in virtù del suo essere in Cristo, deve manifestarsi nella santità (nel campo morale), agendo sempre secondo l’impulso dello spirito.
La parola parusia per gli antichi cristiani significava venuta del Signore, anziché ritorno. Ai tempi dell’Impero parusia indicava la venuta solenne dell’Imperatore in qualche città. Nessuna più di questa parola poteva, quindi, nella mentalità dei Tessalonicesi, già pagani, delineare l’evento della venuta del Signore. Si poneva, tuttavia, il problema della sorte di quanti erano o sarebbero morti prima della parusia. A loro modo di comprendere, ancora sotto l’influenza di concezioni pagane e giudaiche, la sorte dell’uomo dopo la morte assomigliava molto al sonno dell’anima, ad un venire meno della consapevolezza, dal quale anche per i battezzati non esisteva la possibilità di un risveglio nel giorno della parusia. Così ai loro morti si toglieva la più bella speranza, cioè di assistere al ritorno trionfale di Cristo. Per Paolo ovviamente la concezione della morte è tutt’altra: è vita e luce. Lo stato che segue alla morte non è per lui il riflesso postumo della luce che emana dalla vita, quanto piuttosto un potenziamento della vita nella glorificante luce di Cristo.
Lo stato tra la morte e la parusia anticipa la beatitudine che si spera dopo la parusia stessa, perché il defunto è già con il Signore (2 Cor 5,9).
Ancora una cosa hanno dimenticato i Tessalonicesi, oppure non l’hanno mai udita ed è questa: i loro morti avranno parte alla parusia, perché risusciteranno rivestendosi del corpo glorificato celeste. Le immagini e i colori con i quali Paolo descrive la parusia sono presi in parte dal Vangelo, in parte dai profeti ed in parte ancora dagli scritti apocalittici giudaici di quel tempo, come lo squillo di tromba che accompagnerà la discesa del Signore, le nuvole come il veicolo trionfale, la voce e il comando dell’Arcangelo (Michele), la luminosa figura di Cristo che avanza dall’ombra del mistero, il corpo glorificato pronto per i risorti dalla morte ed anche per quelli che sono ancora in vita e che tutti rivestono; l’essere rapiti fuori della terra, la sosta nell’aria fra cielo e terra ove avviene l’incontro con Cristo.
Con l’accordo di queste tre voci: letizia, preghiera, ringraziamento si chiude la lettera e si innalza al cielo tutta la gioia cristiana, che accompagnerà l’apostolo fino alla prigionia di Roma. Tutto il cristianesimo dei primi secoli è un unico inno lieto di gratitudine. L’Apostolo chiude volentieri le sue lettere con la formula: « Salutatevi l’un l’altro col bacio santo ». Egli desidera che questa lettera sia letta da tutti i santi fratelli (in occasione di un’assemblea liturgica, ad alta voce). Tertulliano cita Tessalonica fra le città nelle quali ai suoi tempi, le lettere dell’Apostolo venivano ancora lette nel testo originale (Praescr. 36). Ai fratelli pareva allora di risentire la voce dell’Apostolo e rivedere i tratti della sua fisionomia.

6. L’impegno di santificazione nel mondo: spunti dalla 1 Ts

Da una attenta meditazione, comunitaria e personale, della 1 Ts potremo ricavare spunti di impegno nella realtà in cui viviamo, animati dalla forza dello Spirito. Il possesso dello Spirito (pneuma), per effetto del battesimo, è armatura di energie salvifiche per la vita presente e al tempo stesso caparra e sigillo di risurrezione e di glorificazione per il giorno della nuova venuta del Cristo:  » Noi che apparteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza. » ( 1 Ts 5, 8) La volontà di Dio è la nostra santificazione, ed essa si compie nella nostra vita ecclesiale e sociale, e a questo impegno San Paolo ci invita dandoci regole essenziali: « Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. Badate che nessuno renda male per male ad alcuni, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. » ( 1 Ts 5, 14-15)
Questo compito nella vita ecclesiale siamo chiamati a riscoprirlo sulla scia di quanto papa Benedetto XVI, nella sua prima enciclica « Deus caritas est » ci diceva: « La Chiesa è la famiglia di Dio nel mondo. In questa famiglia non deve esserci nessuno che soffra per mancanza del necessario. Al contempo però la caritas-agape travalica le frontiere della Chiesa; la parabola del buon Samaritano rimane come criterio di misura, impone l’universalità dell’amore che si volge verso il bisognoso incontrato  » per caso  » (cfr Lc 10, 31), chiunque egli sia. Ferma restando questa universalità del comandamento dell’amore, vi è però anche un’esigenza specificamente ecclesiale – quella appunto che nella Chiesa stessa, in quanto famiglia, nessun membro soffra perché nel bisogno. In questo senso vale la parola della Lettera ai Galati:  » Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede  » (6, 10). » E cosa dire del nostro agire che, illuminato dalla speranza della Pasqua eterna e sostenuto dalla grazia, trasforma il mondo? Così ci ricorda il papa nella enciclica « Spe salvi »: « Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto. Lo è innanzitutto nel senso che cerchiamo così di portare avanti le nostre speranze, più piccole o più grandi: risolvere questo o quell’altro compito che per l’ulteriore cammino della nostra vita è importante; col nostro impegno dare un contributo affinché il mondo diventi un po’ più luminoso e umano e così si aprano anche le porte verso il futuro. » ( n.35)

Terza parte
« Comportatevi da cittadini degni del Vangelo »: il programma pastorale diocesano e l’impegno di rinnovamento quaresimale

7. Conversione e vita civile

Perché questo mio Messaggio per la Quaresima risulti utile e prezioso, aggiungo questa terza parte per porre in rilievo quanto il pensiero di Paolo incida fortemente sul tema della moralità pubblica e privata: un’esigenza oggi sentita da alte cariche dello Stato, da parte della classe politica e da un gran numero di cittadini.
Ci si accorge, un po’ in ritardo, che la morale non può essere la fata morgana o l’araba fenice (che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa) ma è imprescindibile dall’economia, dalla finanza, dalla politica e dalla vita sociale (se queste attività hanno l’uomo come punto di riferimento). La cosiddetta morale laica, nonostante le sue pretese e la fierezza con la quale i suoi sostenitori la rivendicano, risulta alla fine evanescente e senza fondamento, perché soggettiva e nichilista e, pertanto, non in grado di generare un universale o maggioritario consenso su valori condivisi. Altrettanto si può dire in merito ad una presunta religione civile, se questa prescinde dal riferimento a Dio, sia pure quale Creatore. Ben poca cosa la moralità di cui va fiero, ad esempio, Eugenio Scalfari nel suo « testamento spirituale », « L’uomo che non credeva in Dio ». Noi cristiani, pur non sottostimando lo sforzo e l’impegno dei non credenti o seguaci di altre religioni, tenendo presenti i semi del Verbo (semina Verbi) di cui parla S. Ireneo, che possono essere reperiti e presenti fuori dal cristianesimo, non sentiamo alcun complesso di inferiorità, anzi avvertiamo come omissione difficilmente giustificabile, se non prestiamo il nostro contributo di pensiero, di dottrina e di azione insieme con quanti sono disposti a battersi per il bene comune di tutti, inteso come bene integrale della persona umana.
San Paolo, a più riprese, esorta i cristiani a comportarsi in maniera tale da suscitare tra i non cristiani rispetto, stima, approvazione: « Comportatevi saggiamente con quelli di fuori, approfittate di ogni occasione. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno » (Col 4,5-6).

8. La vita morale in Paolo

Come è apparso evidente da cenni sia pure rapidi e incompleti del compendio della lettera ai Tessalonicesi, la vita morale quale si desume da tutte le lettere paoline, pur non esposta in maniera sistematica, quanto piuttosto come risposta a contingenze occasionali e immediate, appare fondata su solide basi, in nessun punto contrastanti con la moralità evangelica e con quella degli altri apostoli, anzi in più punti essa rivela un arricchimento ed un approfondimento degno del suo genio. Non è in contrasto, quanto piuttosto una prosecuzione rispetto al Primo Testamento, proprio come ha fatto Gesù, allorché nel discorso delle Beatitudini ricorda la Torah ed in particolare i dieci comandamenti, per aggiungere subito:  » Non pensate che io sia venuto per abolire la legge e i profeti, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra non passerà un iota o un segno della legge senza che tutto ciò sia compiuto » (Mt 5,17-18). Il Decalogo appartiene, per certi aspetti, a codici legislativi dell’antico vicino Oriente, ma, nello stesso tempo, si distingue nettamente almeno per il suo stile. Esso è presentato in modo diretto da Dio per Israele, senza intermediari: « Dio allora pronunziò tutte queste parole » (Es 20,1). A differenza di tutti i codici stranieri, appare chiaro che tutto il diritto è presentato come Carta dell’Alleanza. È introdotto dalle parole: « Io sono Jahwè, tuo Dio, che ti ha portato ».
Alla luce di questa dichiarazione devono essere interpretate le dieci Parole (piuttosto che dieci comandamenti). Dio parla ad un popolo liberato dalla sua servitù – ogni servitù – al quale viene presentata una nuova esigenza. Si può osservare, inoltre, che la forma grammaticale è l’indicativo, non l’imperativo. Esso inaugura un’era di libertà ed il compimento ultimo (cf. Ml 3,5). Questa scoperta sconvolgente è confermata dalla formulazione negativa di gran parte delle « parole ». Tale formulazione ha chiaramente la funzione di precisare i parametri dell’esistenza agli occhi di Dio. Piuttosto che dettare i termini della nuova libertà al popolo, Dio dice in quale momento quella libertà cesserebbe di esistere. La schiavitù non si identifica soltanto con i lavori forzati in Egitto, ma si può manifestare in mille modi: ateismo, idolatria, profanazione del tempo e della storia, il disprezzo delle autorità e delle memorie ancestrali, quello della vita umana, dell’amore e dei sentimenti profondi, della proprietà altrui, della giustizia , dell’altro, etc., perché la libertà non si può dettare, si fa. Maimonide (1135-1204) diceva: »Noi ebrei abbiamo ricevuto il comandamento di essere liberi ».
Il Decalogo è diventato principio fondamentale del diritto occidentale. Benché dato da Dio ad un popolo particolare, esso è universalmente riconosciuto come l’enunciazione di ciò che l’uomo veramente è.
San Paolo, da autentico giudeo rinnovato dalla luce del Vangelo, fa sintesi di tutto questo. Nel processo davanti a Festo ed Agrippa, sostiene che la risurrezione di Cristo e la risurrezione dai morti più in genere, non sono contro i profeti ma in accordo con essi. Rivolto ad Agrippa, forse con ironia, gli chiede: « Credi, o re Agrippa, nei profeti? So che ci credi ». E Agrippa a Paolo: « Per poco non mi convinci a farmi cristiano » (At 26,27-28). Paolo è cristiano, riconosce la novità del Cristo: è Lui che salva, non la Legge. Quella legge non viene disprezzata o accantonata, ma in Cristo viene perfezionata nell’amore.
In Quaresima ascolteremo il brano della Trasfigurazione del Signore, (Mc 9,2-13), che soprattutto nella versione secondo Luca ( 9, 28-35), ci presenta uno stupendo « affresco » ove accanto al Signore compaiono Mosè (la legge) ed Elia (i profeti) che parlano con Lui: è un brano che ci fa vedere come nella Chiesa primitiva fosse viva la convinzione che giudaismo (la vecchia legge) e cristianesimo potessero tranquillamente convivere, essendo l’uno proseguimento e sbocco naturale dell’altro. Gesù è venuto a portare a compimento l’antica legge, per questo egli in Mt 5-6 afferma la novità del vangelo, con l’espressione « Ma io vi dico ». Vero è che il Signore aggiunge un di più, e cioè:
- al divieto di uccidere (quinto comandamento) il perdono fraterno, la riconciliazione , stare in pace;
- al divieto di adulterio (sesto e nono comandamento) la proibizione anche di guardare una donna per desiderarla;
- al ricorso al ripudio (concesso da Mosé per la durezza del cuore) il divieto assoluto;
- al divieto del giuramento (secondo comandamento) il divieto assoluto dello stesso: « Sia il vostro parlare sì, sì, no, no, il di più viene dal maligno »;
- al divieto della vendetta (legge del taglione) la richiesta di non estremizzare anche la difesa legittima dei propri diritti;
- l’esclusione assoluto dell’odio verso i nemici: « Ma io vi dico amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori »;
e, soprattutto, interpretando Mosè e andando tuttavia oltre, dà il suo precetto (entolé) l’amore verso Dio e verso il prossimo, che non rappresenta una « ciliegina sulla torta », ma la trasformazione radicale del senso dei comandamenti, qualcosa di nuovo e di originale, la trasformazione in positivo di quanto era il senso e lo scopo del divieto. Per praticare la legge fa comprendere Gesù è necessario, basta amare.
Paolo lo ribadisce nelle sue lettere. La carità, prima che virtù morale è dono di grazia: « Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio » (Rm 8,14). La legge non basta più. Interviene la grazia, lo Spirito Santo, visto che « la carità di Cristo è stata effusa nei vostri cuori per mezzo dello Spirito santo. »(Rm 5,5).Non solo i singoli, ma la Chiesa intera è mossa e permeata dalla Spirito. Luca negli Atti (2,1-13), da buon discepolo e compagno di missione di Paolo, ci offre lo straordinario, grandioso evento della Pentecoste, come origine, inizio della Chiesa. La Pentecoste cristiana rievoca la teofania grandiosa del Sinai (Es 19,16-24; 20-24) in cui Dio che consegna a Mosè le tavole della Legge e fissa il Codice dell’Alleanza. 

9. Vita morale e vita civile

Tornando a San Paolo, la vita morale vi figura nella sia interezza sotto l’influsso e l’opera dello Spirito Santo. Pier Carlo Landucci, in un articolo sulla rivista teologica genovese Renovatio , cessata di esistere qualche anno dopo la morte del cardinal Siri, che ne fu l’ispiratore, ci offre una metafora che ci fa comprendere meglio la complessa opera della grazia, nelle sue articolazioni. La metafora è quella dei vascelli antichi, con la chiglia (grazia santificante), le armature (virtù teologali), le vele (i doni dello Spirito). Non sempre i manuali classici di teologia morale ci danno la sensazione esatta dello specifico cristiano, dell’originalità inimitabile della visione cristiana che non può prescindere da Dio e dalla Trinità, ma che ingloba la divina azione e ispirazione. L’uomo in grazia risulta, se così si può dire, il terminale dell’azione divina, senza che ciò costituisca il minimo attentato alla libertà ed all’autonomia dell’uomo.
La grazia non sopprime la natura, la perfeziona. In San Paolo le norme di virtù cristiana (i cataloghi delle virtù e dei vizi) vengono calate in stampi indirizzati non solo ai cristiani ma anche a pagani e convertiti: hanno valenza culturale, hanno trasformato una società indirizzandola su binari che gradualmente trasformano la convivenza, hanno fecondato per sempre culture modellate su criteri contrapposti, aberranti. Anche noi abbiamo motivo di ritornarci, in quest’anno pastorale in cui siamo chiamati a convertirci nel modo di vivere la nostra presenza civile nel mondo. Il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa ci ricorda questo impegno: « La speranza cristiana imprime un grande slancio all’impegno in campo sociale, infondendo fiducia nella possibilità di costruire un mondo migliore, nella consapevolezza che non può esistere un  » paradiso in terra « .1215 I cristiani, specialmente i fedeli laici, sono esortati a comportarsi in modo che  » la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale. Essi si dimostrano come figli della promessa se, forti nella fede e nella speranza, profittano del tempo presente (cfr. Ef 5,16; Col 4,5) e attendono con perseveranza la gloria futura (cfr. Rm 8,25). E non nascondano questa speranza nell’interiorità del loro animo, ma con la continua conversione e la battaglia « contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male » (Ef 6,12) la esprimano anche nelle strutture della vita secolare « .1216 Le motivazioni religiose di tale impegno possono non essere condivise, ma le convinzioni morali che ne discendono costituiscono un punto di incontro tra i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà. » (Compendio n.579)
Un motivo per riflettere… e agire!

Conclusione

Per concludere, ci poniamo sotto la protezione della Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra, particolarmente durante questa Quaresima.
Chiediamo a Dio, per la sua intercessione, di guidare i nostri passi verso ciò che sarà sua gloria e nostro bene e di elargirci la sua benevolenza e l’abbondanza delle sue grazie. Ci sia di guida l’esperienza di conversione e di apostolato di San Paolo.

PREGHIERA

Mi chiami per nome, Signore,
lungo la via di Damasco.
Mi precipiti a terra, perché
toccando il suolo, io possa risorgere.
Mi accechi con la tua luce, perché io
Ti possa vedere nei discepoli che perseguito.
Accetto che altri mi conducano,
mi impongano le mani per
essere colmato di Spirito Santo.
Ho vissuto l’esodo delle mie sicurezze.
Ora conosco solo te, o Cristo,
Signore crocefisso.
Che io ti possa vedere dopo aver portato
il tuo nome alle nazioni e aver assunto anch’io
la tua croce, scandalo per gli uomini,
segno della tua follia d’amore.
Amen.


Andria, il 25 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, dell’anno 2009.

+ Raffaele Calabro
Vescovo

I canoni bizantini nell’iconografia di san Paolo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-17297?l=italian

I canoni bizantini nell’iconografia di san Paolo

Come la tradizione orientale ha dipinto l’Apostolo

ROMA, lunedì, 23 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo di Giuseppe Lombardo e Mirella Roccasalva, dell’Associazione Russia Cristiana “San Vladimir” (Siracusa), apparso sull’ottavo numero della rivista « Paulus » (febbraio 2009), dedicato al tema della bellezza.

* * *

«Mentre il mio corpo era debilitato per il digiuno, a me che non dormivo ma ero in estasi essi apparvero insieme ad una persona che rassomigliava al beato apostolo Paolo, così come la pittura mostra chiaramente nelle immagini la figura di lui». Dalla citazione del breve passo di sant’Ambrogio nell’Epistola a tutta l’Italia, si evince la forza evocativa delle immagini; l’evocazione diventa più forte se si considera che sant’Ambrogio, citato da Giovanni Damasceno nel secondo discorso in “Difesa delle immagini sacre”, si riferisce a un’icona.

I canoni iconografici, dettati da Bisanzio, si individuano nelle raffigurazioni iconografiche dei vari personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento con l’intento di sollecitare alla contemplazione e alla preghiera e di accompagnare nella conoscenza del personaggio raffigurato, considerando che lo stesso viene proposto nel piano, proprio dell’icona, della raffigurazione visibile del Dio invisibile.

L’iconografia dell’apostolo Paolo entra a pieno titolo nel profondo linguaggio della pittura delle icone che non può prescindere dalla sua triplice genesi teologica, estetica e tecnica.

La tipologia raffigurativa, con la quale giunge a noi l’iconografia paolina, propone nei diversi modelli la figura di un uomo che ha acconsentito all’amore di Cristo di toccarlo per sempre. Un primo approccio, alla ricerca delle fonti, presenta pochi esempi di arte canonica dedicati all’Apostolo, ma uno studio più attento ne evidenzia le peculiari caratteristiche con le quali si può entrare in dialogo per penetrare aspetti singolari della profonda umanità di Paolo. Ogni tipologia iconografica, nel corso del tempo, ha conosciuto progressive trasformazioni dovute a cambiamenti epocali, evoluzioni artistiche, approfondimenti teologici.

Le raffigurazioni più antiche di san Paolo, con le quali lo studioso entra in relazione, sono quelle proposte dalle vetuste icone in avorio e smalto e dalla maestosità della rappresentazione musiva. Dallo studio delle varie fonti dell’iconografia paolina si può affermare che ci si trova di fronte a quattro tipologie figurative dominanti: il ritratto, la figura in piedi, l’abbraccio di Pietro e Paolo, alcune scene della vita.

Il ritratto presenta l’Apostolo con caratteristiche canoniche comuni alle varie interpretazioni degli artisti (fronte alta e stempiata, naso aquilino, barba lunga inanellata nella parte finale, collo robusto e ben visibile), ma con due caratteristiche espressive differenti. La prima è quella del pastore rigoroso, fermo nelle sue indicazioni, preoccupato per le comunità a lui affidate e la cui severità è sottolineata dal sopracciglio sinistro fortemente inarcato; un esempio è l’icona di Teofane il Greco. La seconda peculiarità espressiva è quella dell’uomo di Dio, del teologo profondamente immerso nel mistero della sua esistenza trasfigurata dall’amore di Dio. In questo ruolo è stupenda l’interpretazione iconografica di Andrej Rubl?v che ne rilegge i tratti e, si può anche asserire, ne reinterpreta i canoni più antichi.

Lo studioso Michail Alpatov, nel famoso saggio Le icone russe, offre un’interpretazione del linguaggio di Rubl?v degna di attenzione, soprattutto se la si legge nell’ottica della necessaria evoluzione di tipologie figurative più arcaiche: «L’originalità del San Paolo di Rubl?v non sta nel fatto che il volto è già espressivamente russo, che ha la carnagione meno olivastra e il naso meno aquilino di quello greco, che i suoi capelli non sono neri ma biondi: bisogna notare come sia stata raggiunta una felice congiunzione tra morbida modellatura della testa e rughe arrotondate sulla fronte e sulle guance. Questo dà un senso di rilievo e, contemporaneamente, la testa è ben strutturata sul corpo; i contorni sono disposti organicamente sul volto, tutta la testa si arrotonda a partire dalla fronte, le sopracciglia si innalzano, lo zigomo sporge, il naso è modellato, la vigorosa e morbida disposizione della testa corrisponde a quella del corpo, l’arrotondamento della testa all’arrotondamento della spalla. L’immagine si distingue per integrità del volume: il rapporto reciproco delle forme costituisce quel fascino, quell’armonia che emana dall’Apostolo di Rubl?v».

Il ritratto dell’Apostolo viene compreso con maggiore chiarezza se ci si ferma alla lettura del disegno di base delle varie icone. Infatti, il tratto essenziale del segno, madre di ogni opera d’arte che meriti questa definizione, assegna all’intera opera il tratto distintivo che viene completato dall’uso del colore. Riguardo a quest’ultimo elemento, l’iconografia bizantina raffigura l’Apostolo coperto da una veste di tonalità blu o blu-verde sulla quale vi è sempre un manto rosso. Esistono tuttavia delle varianti di colore proposte anche da grandi maestri, ma si può affermare che i colori canonici siano i primi.

Le icone che raffigurano san Paolo in piedi, lo presentano sempre nella bellezza della sua energia interiore e ogni gesto sembra accompagnare i passi del Santo verso la costruzione della Chiesa: le mani che stringono e ,nel contempo, propongono la Parola, le mani che ammoniscono o benedicono, i piedi sempre posti su due livelli diversi per indicare la dinamica dell’azione. Dal punto di vista della struttura del corpo si nota il rispetto dei canoni bizantini: il corpo umano viene raffigurato nella dimensione della trasfigurazione e quindi privato dalle imperfezioni cui in natura è soggetto; è questa la ragione per cui le icone non rispondono facilmente ai princìpi naturali e, pertanto, qualsiasi modello appare stilizzato. Sia nella raffigurazione del volto (frontale o a tre quarti) che in quella del corpo, ci si trova di fronte al canone bizantino per cui non esiste profondità prospettica. La grandezza della testa, anch’essa costruita su rigorosi canoni elaborati con il principio della concentricità dei cerchi o del movimento  degli stessi su assi inclinati secondo misure dettate dall’armonia dell’insieme, assegna al corpo (generalmente misurato in sette o otto teste) l’eleganza necessaria alla raffigurazione e caratterizza il disegno con la precisione di linee che servono a dare finezza al movimento dell’insieme. Regola inequivocabile per la rappresentazione dell’apostolo Paolo, come per tutta l’arte delle icone, è che le linee del disegno, accompagnate poi dalle lumeggiature e rifinite dai dettagli, creino un’armonia particolare dell’insieme, deputata a dichiarare la regalità  del personaggio.

Con la tipologia iconografica dell’Abbraccio di san Pietro e san Paolo, conosciuta anche con il titolo di Incontro tra Pietro e Paolo e più raramente con quello di Bacio tra Pietro e Paolo, si è di fronte a un tema di grande attualità nella vita delle comunità cristiane. È di notevole interesse la forza dell’abbraccio, la spinta dei corpi dei Santi che si legge facilmente anche nelle raffigurazioni dei particolari dei due volti. Sembra la tappa conclusiva di un cammino vissuto nella ricerca di una reciprocità che possa parlare ai cristiani per rivolgere loro l’invito giovanneo: «Perché siano una cosa sola, come noi» (Gv 17,11). Quest’immagine può essere considerata un invito all’unità dei cristiani. Lo slancio dei corpi, sempre presente nel modello dell’Abbraccio, diventa canone della raffigurazione stessa, perché non venga meno il senso della stessa.

La tradizione iconografica propone anche dei modelli che evocano scene della vita di san Paolo, di cui le più diffuse sono quelle del battesimo, della predicazione, del naufragio e del martirio, ma non mancano anche episodi poco noti come quello della visione della Gerusalemme Celeste. Ci si trova sempre di fronte alle caratteristiche precipue dell’arte bizantina: assenza prospettica, sostituita dal principio della prospettiva rovesciata o inversa, che ha la forza di condurre il personaggio o l’intera scena verso lo sguardo dello spettatore; luce sullo sfondo perché possa essere data una spinta maggiore all’insieme verso l’esterno; disegno netto e pulito che sappia giocare con le sue tre dimensioni: verticale, orizzontale e diagonale e con il dinamismo del segno sorretto dalla progressione e dal ritmo. Tutto è completato dal linguaggio del colore. Studi approfonditi hanno dimostrato che l’arte delle icone è l’arte della luce, pertanto viene meno l’idea di immagini buie e prive di luce.

L’intensità della policromia bizantina, che utilizza abilmente i contrasti cromatici, consente di trovare una vibrazione che, dal punto di vista tecnico, serve per affermare gli equilibri e le armonie necessarie all’arte bizantina, ma, dall’altro, è necessaria per toccare la sensibilità del fedele che ad essa si accosta. L’iconografia delle scene della vita dell’Apostolo, nel rispetto della tradizione bizantina, fa riferimento ai testi biblici, alle fonti liturgiche, alla tradizione della Chiesa, ma anche alla testimonianza dei vangeli apocrifi.  Dalla  nascita dell’arte delle icone, gli artisti si sono ispirati,  per esigenze date dall’elaborazione scenica dell’insieme, ai testi apocrifi.  Ciò non svilisce la verità stessa dell’icona.

Analizzando il percorso dell’iconografia paolina, si legge anche il cammino della comunità cristiana accompagnata dalla parola di Dio, si avverte la presenza dell’Apostolo delle genti, se ne gusta l’avventura umana e cristiana che ha ispirato la creatività degli artisti.

Discorso attribuito a Sant’Efrem Siro: Discorso attribuito a Sant’Efrem Siro

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090322

Meditazione del giorno
Discorso attribuito a Sant’Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Sulla penitenza

« Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. »

Quando il popolo peccò nel deserto (Num 21,5), Mosè, che era profeta, ordinò agli Israeliti di innalzare un serpente sopra una croce, cioè di mettere a morte il peccato… Dovevano guardare un serpente, perché i figli d’Israele erano stati colpiti dai serpenti per il loro castigo. E perché da serpenti? Perché avevano ripetuto la condotta dei nostri progenitori. Adamo e Eva infatti avevano peccato tutti e due mangiando dal frutto dell’albero; gli Israeliti avevano mormorato, per una questione di cibo. Proferire parole di lamentela perché mancavano di verdura, è il culmine della mormorazione. Questo afferma il salmo: «Mormorarono contro Dio nel deserto» (Sal 77,19). Ora anche nel paradiso, il serpente è stato all’origine della mormorazione.

I figli d’Israele dovevano così imparare che lo stesso serpente che aveva tramato la morte di Adamo, aveva procurato la morte anche a loro. Mosè dunque l’ha sospeso al legno, affinché guardandolo, tutti fossero condotti per similitudine, a ricordarsi dell’albero. Coloro infatti che lo guardavano erano salvi, non certo grazie al serpente, bensì grazie alla loro conversione. Guardavano il serpente e si ricordavano il loro peccato. Perché erano stati morsi, si pentivano e, una volta ancora, erano salvi. La loro conversione trasformava il deserto in dimora di Dio; il popolo peccatore diveniva con la penitenza un’assemblea ecclesiale e, anzi, suo malgrado, adorava la croce.

22 MARZO 2009 – IV DOMENICA DI QUARESIMA

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SAINT JEAN L’EVANGELISTE

http://www.artbible.net/2NT/-Portraits_John_Evangelist_Jean/index3.html

22 MARZO 2009 – IV DOMENICA DI QUARESIMA

MESSA DEL GIORNO

link alle letture del giorno:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresB/QuarB4Page.htm

Seconda Lettura  Ef 2,4-10
Morti per le colpe, siamo stati salvati per grazia.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati.
Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.
Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.

http://www.bible-service.net/site/377.html

Éphésiens 2,4-10

Tout l’Ancien Testament proclamait la miséricorde de Dieu. Paul reprend cette conviction, émerveillé par l’initiative de l’amour absolument gratuit de Dieu envers nous. Il en a fait l’expérience sur le chemin de Damas. Tout vient non pas de nous, mais de sa grâce (trois fois), de son grand amour, de sa bonté ; c’est le don de Dieu.
Pour exprimer la puissance d’amour capable de nous arracher à la mort pour nous faire renaître, il forge des mots qui contiennent le préfixe  » avec  » :  » Il nous a fait revivre avec le Christ… Il nous a ressuscités avec lui… Avec lui, il nous a fait régner.  »
L’homme est sauvé par grâce, le salut est gratuit. Voilà qui nous arrache à une relation mercantile avec Dieu et à la suffisance fondée sur nos œuvres.

Efesini 2,4-10

Tutto l’Antico Testamento proclama la misericordia di Dio. Paolo riprende questa convinzione, meravigliato dalla iniziativa dell’amore assolutamente gratuito di Dio verso di noi, Egli ne ha fatto esperienza sul cammino di Damasco. Tutto viene non da noi, ma dalla grazia di Dio (ripetuto tre volte), dal suo grande amore, dalla sua bontà; è il dono di Dio.
Per esprimere la potenza dell’amore capace di farci sradicare (elevare) dalla morte per farci rinascere, egli forgia l’espressione che contiene il prefisso « con »: « …ci ha fatti rivivere con Cristo… Con lui ci ha anche risuscitati …Con lui regneremo » (quest’ultima nel passo di Efesini non c’è, c’è in Timoteo 2,11, in un passo simile)
L’uomo è salvato per grazia, la salvezza è gratuita. Ecco che ci eleva (il termine è sempre sradicare da) da una relazione mercantile (si capisce!) con Dio e dalla arroganza fondata sulle nostre opere.

PRIMI VESPRI

Lettura Breve   Rm 2, 1-2
Sei inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose. Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio è secondo verità contro quelli che commettono tali cose.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera agli Ebrei 1, 1 – 2, 4

Il Figlio erede dell’universo, esaltato al di sopra degli angeli
Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato? (Sal 2,7).
E ancora:
Io sarò per lui padre
ed egli sarà per me figlio? (2 Sam 7, 14).
E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice:
Lo adorino tutti gli angeli di Dio (Sal 96, 7).
E mentre degli angeli dice:
Egli fa i suoi angeli pari ai venti,
e i suoi ministri come fiamma di fuoco (Sal 103, 4),
del Figlio invece afferma:
Il tuo trono, Dio, sta in eterno
e:
Scettro d’equità è lo scettro del tuo regno;
hai amato la giustizia e odiato l’iniquità,
perciò ti unse Dio, il tuo Dio,
con olio di esultanza più dei tuoi compagni (Sal 44, 7-8).
E ancora:
Tu, Signore, da principio hai fondato la terra
e opera delle tue mani sono i cieli.
Essi periranno, ma tu rimani;
invecchieranno tutti come un vestito.
Come un mantello li avvolgerai,
come un abito,
e saranno cambiati;
ma tu rimarrai lo stesso,
e gli anni tuoi non avranno fine (Sal 101, 26-28).
A quale degli angeli poi ha mai detto:
Siedi alla mia destra,
finché io non abbia posto i tuoi nemici
come sgabello dei tuoi piedi? (Sal 109, 1).
Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?
Proprio per questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno a quelle cose che abbiamo udito, per non andare fuori strada. Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto giusta punizione, come potremo scampare noi se trascuriamo una salvezza così grande? Questa infatti, dopo essere stata promulgata all’inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l’avevano udita, mentre Dio testimoniava nello stesso tempo con segni e prodigi e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà.

Responsorio    Cfr. Eb 1, 3; 12, 2
R. Cristo Gesù, che è irradiazione della gloria del Padre e impronta della sua sostanza, sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, * ora siede alla destra di Dio nell’alto dei cieli.
V. Autore e perfezionatore della fede, egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce;
R. ora siede alla destra di Dio nell’alto dei cieli.

Seconda Lettura
Dalle «Lettere pasquali» di sant’Atanasio, vescovo
(Lett. 14, 1-2; PG 26, 1419-1420)

Celebriamo la vicina festa del Signore con autenticità di fede
Il Verbo, Cristo Signore, datosi a noi interamente ci fa dono della sua visita. Egli promette di restarci ininterrottamente vicino. Per questo dice: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Egli è pastore, sommo sacerdote, via e porta e come tale si rende presente nella celebrazione della solennità. Viene fra noi colui che era
atteso, colui del quale san Paolo dice: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato» (1 Cor 5, 7). Si verifica anche ciò che dice il salmista: O mia esultanza, liberami da coloro che mi circondano (cfr. Sal 31, 7). Vera esultanza e vera solennità è quella che libera dai mali. Per conseguire questo bene ognuno si comporti santamente e dentro di sé mediti nella pace e nel timore di Dio.
Così facevano anche i santi. Mentre erano in vita si sentivano nella gioia come in una continua festa. Uno di essi, il beato Davide, si alzava di notte non una volta sola ma sette volte e con la preghiera si rendeva propizio Dio. Un altro, il grande Mosè, esultava con inni, cantava lodi per la vittoria riportata sul faraone e su coloro che avevano oppresso gli Ebrei. E altri ancora, con gioia incessante attendevano al culto sacro, come Samuele ed il profeta Elia.
Per questo loro stile di vita essi raggiunsero la libertà e ora fanno festa in cielo. Ripensano con gioia al loro pellegrinaggio terreno, capaci ormai di distinguere ciò che era figura e ciò che è divenuto finalmente realtà.
Per prepararci, come si conviene, alla grande solennità che cosa dobbiamo fare? Chi dobbiamo seguire come guida? Nessun altro certamente, o miei cari, se non colui che voi stessi chiamate, come me, «Nostro Signore Gesù Cristo». Egli per l’appunto dice: «Io sono la via» (Gv 14, 6). Egli è colui che, al dire di san Giovanni, «toglie il peccato del mondo «(Gv 1, 29). Egli purifica le nostre anime, come afferma il profeta Geremia: «Fermatevi nelle strade e guardate, e state attenti a quale sia la via buona, e in essa troverete la rigenerazione delle vostre anime» (cfr. Ger 6, 16).
Un tempo era il sangue dei capri e la cenere di un vitello ad aspergere quanti erano immondi. Serviva però solo a purificare il corpo. Ora invece, per la grazia del Verbo di Dio, ognuno viene purificato in modo completo nello spirito.
Se seguiremo Cristo potremo sentirci già ora negli altri della Gerusalemme celeste e anticipare e pregustare anche la festa eterna. Così fecero gli
apostoli, costituiti maestri della grazia per i loro coetanei ed anche per noi. Essi non fecero che seguire il Salvatore: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19, 27).
Seguiamo anche noi il Signore, cioè imitiamolo, e così avremo trovato il modo di celebrare la festa non soltanto esteriormente, ma nella maniera più fattiva, cioè non solo con le parole, ma anche con le opere.

Responsorio    Cfr. Eb 6, 20; Gv 1, 29
R. L’agnello senza macchia è entrato per noi come precursore, * divenuto sommo sacerdote per sempre al modo di Melchisedek, rimane sacerdote in eterno.
V. Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!
R. divenuto sommo sacerdote per sempre al modo di Melchisedek, rimane sacerdote in eterno.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve   Rm 6, 6-11
Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con Cristo, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato.
Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.

SABATO 21 MARZO 2009 – III SETTIMANA DI QUARESIMA

SABATO 21 MARZO 2009 – III SETTIMANA DI QUARESIMA

UFFICIO DELLE LETTURE

metto la lettura dall’Esodo perché Paolo ne parla in 1Cor 10, come si vede nel responsorio, un passo molto importante per la comprensione di di questo evento;

Prima Lettura
Dal libro dell’Esodo 40, 16-38

Erezione del santuario. La nube del Signore
In quei giorni: Mosè fece in tutto secondo quanto il Signore gli aveva ordinato. Così fece: nel secondo anno, nel primo giorno del primo mese fu eretta la Dimora. Mosè eresse la Dimora: pose le sue basi, dispose le assi, vi fissò le traverse e rizzò le colonne; poi stese la tenda sopra la Dimora e sopra ancora mise la copertura della tenda, come il Signore gli aveva ordinato.
Prese la Testimonianza, la pose dentro l’arca; mise le stanghe all’arca e pose il coperchio sull’arca; poi introdusse l’arca nella Dimora, collocò il velo che doveva far da cortina e lo tese davanti all’arca della Testimonianza, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
Nella tenda del convegno collocò la tavola, sul lato settentrionale della Dimora, al di fuori del velo. Dispose su di essa il pane in focacce sovrapposte alla presenza del Signore, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
Collocò inoltre il candelabro nella tenda del convegno, di fronte alla tavola sul lato meridionale della Dimora, e vi preparò sopra le lampade davanti al Signore, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
Collocò poi l’altare d’oro nella tenda del convegno, davanti al velo, e bruciò su di esso il profumo aromatico, come il Signore aveva ordinato a Mosè. Mise infine la cortina all’ingresso della Dimora. Poi collocò l’altare degli olocausti all’ingresso della Dimora, della tenda del convegno, e offrì su di esso l’olocausto e l’offerta, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
Collocò la conca fra la tenda del convegno e l’altare e vi mise dentro l’acqua per le abluzioni. Mosè, Aronne e i suoi figli si lavavano con essa le mani e i piedi: quando entravano nella tenda del convegno e quando si accostavano all’altare, essi si lavavano, come il Signore aveva ordinato a Mosè.
Infine eresse il recinto intorno alla Dimora e all’altare e mise la cortina alla porta del recinto. Così Mosè terminò l’opera.
Allora la nube coprì la tenda del convegno e la Gloria del Signore riempì la Dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno, perché la nube dimorava su di essa e la Gloria del Signore riempiva la Dimora.
Ad ogni tappa, quando la nube s’innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano l’accampamento. Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata. Perché la nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla Dimora e durante la notte vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d’Israele, per tutto il tempo del loro viaggio.

Responsorio   Cfr. 1 Cor 10, 1. 2; Es 40, 34. 35
R. I nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, * tutti in Mosè furono battezzati, nella nube e nel mare.
V. La gloria del Signore riempì la tenda del convegno, la nube la copriva tutta.
R. Tutti, in Mosè, furono battezzati, nella nube e nel mare.

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 14 sull’amore ai poveri, 38, 40; PG 35, 907. 910)

Serviamo Cristo nei poveri
Afferma la Scrittura: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7). La misericordia non ha l’ultimo posto nelle beatitudine. Osserva ancora: Beato l’uomo che ha cura del misero e del povero (cfr. Sal 40, 2) e parimenti: Buono è colui che è pietoso e dà in prestito (cfr. Sal 111, 5). In un altro luogo si legge ancora: Tutto il giorno il giusto ha compassione e dà in prestito (cfr. Sal 36, 26). Conquistiamoci la benedizione, facciamo in modo di essere chiamati comprensivi, cerchiamo di essere benevoli. Neppure la notte sospenda i tuoi doveri di misericordia. Non dire: «Ritornerò indietro e domani ti darò aiuto». Nessun intervallo si interponga fra il tuo proposito e l’opera di beneficenza. La beneficenza, infatti, non consente indugi. Spezza il tuo pane all’affamato e introduci i poveri e i senza tetto in casa tua (cfr. Is 58, 7) e questo fallo con animo lieto e premuroso. Te lo dice l’Apostolo: Quando fai opere di misericordia, compila con gioia (cfr. Rm 12, 8) e la grazia del beneficio che rechi ti sarà allora duplicata dalla sollecitudine e tempestività. Infatti ciò che si dona con animo triste e per costrizione non riesce gradito e non ha nulla di simpatico.
Quando pratichiamo le opere di misericordia, dobbiamo essere lieti e non piangere: «Se allontanerai da te la meschinità e le preferenze», cioè la grettezza e la discriminazione come pure le esitazioni e le critiche, la tua ricompensa sarà grande. «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora e la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58, 8). E chi è che non desideri la luce e la santità?
Perciò, o servi di Cristo, suoi fratelli e coeredi, se ritenete che la mia parola meriti qualche attenzione, ascoltatemi: finché ci è dato di farlo, visitiamo Cristo, curiamo Cristo, alimentiamo Cristo, vestiamo Cristo, ospitiamo Cristo, onoriamo Cristo non solo con la nostra tavola, come alcuni hanno fatto, né solo con gli ungenti, come Maria Maddalena, né soltanto con il sepolcro, come Giuseppe d’Arimatea, né con le cose che servono alla sepoltura, come Nicodemo, che amava Cristo solo per metà, e neppure infine con l’oro, l’incenso e la mirra, come fecero, già prima di questi nominati, i Magi. Ma, poiché il Signore di tutti vuole la misericordia e non il sacrificio, e poiché la misericordia vale più di migliaia di grassi agnelli, offriamogli appunto questa nei poveri e in coloro che oggi sono avviliti fino a terra. Così quando ce ne andremo di qui, verremo accolti negli eterni tabernacoli, nella comunione con Cristo Signore, al quale sia gloria nei secoli. Amen.

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