Archive pour mars, 2009

di Sandro Magister: Il segreto della popolarità di Benedetto XVI. Nonostante tutto (omelia del Papa in Africa, San Paolo)

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1337717

Il segreto della popolarità di Benedetto XVI. Nonostante tutto

Pur tempestato dalle critiche, questo papa continua a riscuotere la fiducia delle grandi masse. Il viaggio in Africa e un’inchiesta in Italia lo provano. Il motivo è che parla di Dio a un’umanità in cerca d’orientamento

di Sandro Magister
 

ROMA, 27 marzo 2009 – Sull’aereo di ritorno dal Camerun e dall’Angola, Benedetto XVI ha detto ai giornalisti che, del viaggio, gli sono rimaste impresse nella memoria queste due cose:

« Da una parte la cordialità quasi esuberante, la gioia, di un’Africa in festa. Nel papa hanno visto la personificazione del fatto che siamo tutti figli e famiglia di Dio. Esiste questa famiglia e noi, con tutti i nostri limiti, siamo in questa famiglia e Dio è con noi.

« Dall’altra parte lo spirito di raccoglimento nelle liturgie, il forte senso del sacro: nelle liturgie non c’era autopresentazione dei gruppi, autoanimazione, ma la presenza del sacro, di Dio stesso. Anche i movimenti, le danze, erano sempre di rispetto e di consapevolezza della presenza divina ».

Popolarità e presenza di Dio. L’intreccio tra questi due elementi è il segreto del pontificato di Joseph Ratzinger.

***

Che Benedetto XVI sia un papa popolare sembrerebbe contraddetto dalla tempesta di critiche ostili che si abbattono quotidianamente su di lui, dai media di tutto il mondo. Nell’ultimo mese queste critiche hanno registrato un crescendo senza precedenti. Anche rappresentanti ufficiali di governi, ormai, non hanno remore a mettere sotto accusa il papa.

Ma se si guarda ai grandi numeri l’impressione che si ricava è diversa. Nei suoi viaggi, Benedetto XVI ha sempre registrato indici di popolarità superiori alle attese. Non solo in Africa ma anche su piazze difficili come gli Stati Uniti o la Francia. A Roma, all’Angelus della domenica mezzogiorno, piazza San Pietro è ogni volta gremita più che negli anni di Giovanni Paolo II.

Ciò non significa che queste medesime folle accettino e pratichino all’unisono gli insegnamenti del papa e della Chiesa. Innumerevoli indagini mettono in luce che sul matrimonio, la sessualità, l’aborto, l’eutanasia, la contraccezione i giudizi di un largo numero di persone sono più o meno distanti dal magistero cattolico.

Nello stesso tempo, tuttavia, molte di queste stesse persone manifestano un profondo rispetto per la figura del papa e per l’autorità della Chiesa.

Il caso dell’Italia è esemplare. Il 25 marzo su « la Repubblica » – cioè sul quotidiano progressista leader, molto caustico nel criticare Benedetto XVI – il sociologo Ilvo Diamanti ha fornito un’ennesima conferma dell’alto tasso di fiducia che gli italiani continuano a riporre nella Chiesa e nel papa, nonostante il diffuso dissenso su vari punti del suo insegnamento.

Ad esempio, richiesti di dire se fossero pro o contro l’affermazione del papa sul preservativo « che non risolve il problema dell’AIDS ma lo aggrava », ben tre su quattro si sono detti contrari.

Ma i medesimi intervistati, alla domanda se riponessero fiducia nella Chiesa, hanno risposto « molto » o « moltissimo » nella misura del 58,1 per cento. Ed è risultata ampia anche la fiducia riposta in Benedetto XVI, col 54,9 per cento.

Non solo. Dalla stessa indagine si ricava che la fiducia nella Chiesa e in Benedetto XVI non è in calo ma è in aumento rispetto a un anno fa.

Il professor Diamanti spiega così questo apparente contrasto:

« La Chiesa e il papa intervengono sui temi sensibili dell’etica pubblica e privata in modo aperto e diretto. Offrono risposte discutibili e spesso discusse, contestate da sinistra o da destra. Tuttavia, offrono certezze a una società insicura, alla ricerca di riferimenti e valori. Per questo 8 italiani su 10, tra i non praticanti, considerano importante dare ai figli una educazione cattolica e li iscrivono all’ora di religione. Per questo una larghissima maggioranza delle famiglie, vicina al 90 per cento, destina l’8 per mille della propria imposta sul reddito alla Chiesa cattolica ».

E per questo stesso motivo – si può aggiungere – il capo del governo italiano Silvio Berlusconi non si è unito nei giorni scorsi al coro di critiche al papa dei rappresentanti di Francia, Germania, Belgio, Spagna, eccetera. Anzi, si è espresso in direzione opposta.

Il 21 marzo ha detto che è doveroso rispettare la Chiesa e difendere la sua libertà di parola e di azione « anche quando si trova a proclamare principi e concetti difficili e impopolari, lontani da quelle che sono le opinioni di moda ». Con ciò Berlusconi ha semplicemente espresso quello che è il sentire comune di tantissimi italiani.

***

I dati sopra richiamati fanno quindi già intravvedere la sostanza della questione: che cioè la popolarità di Benedetto XVI ha la sua sorgente proprio nel modo in cui egli svolge la sua missione di successore di Pietro.

Questo papa è rispettato e ammirato per una ragione fondamentale. Perché ha posto in cima a tutto questa priorità, da lui formulata così nella lettera ai vescovi dello scorso 10 marzo, documento capitale del suo pontificato:

« Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr. Giovanni 13, 1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più ».

Domenica 15 marzo, due giorni prima di partire per l’Africa, Benedetto XVI non disse niente di diverso nello spiegare la finalità del suo viaggio, alla folla convenuta per l’Angelus in piazza San Pietro:

« Parto per l’Africa con la consapevolezza di non avere altro da proporre e donare a quanti incontrerò se non Cristo e la buona novella della sua Croce, mistero di amore supremo, di amore divino che vince ogni umana resistenza e rende possibile persino il perdono e l’amore per i nemici. Questa è la grazia del Vangelo capace di trasformare il mondo; questa è la grazia che può rinnovare anche l’Africa, perché genera una irresistibile forza di pace e di riconciliazione profonda e radicale. La Chiesa non persegue obiettivi economici, sociali e politici; la Chiesa annuncia Cristo, certa che il Vangelo può toccare i cuori di tutti e trasformarli, rinnovando in tal modo dal di dentro le persona e le società ».

In Camerun e in Angola, il cuore del messaggio del papa fu effettivamente questo. Non le denunce – pur da lui fatte con parole forti – dei mali del continente e delle responsabilità di chi li genera. Ma per prima cosa quello che fu l’annuncio di Pietro allo storpio, nel capitolo 3 degli Atti degli Apostoli: « Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina! ».

Tra i diciannove discorsi, messaggi, interviste, omelie pronunciati da Benedetto XVI nei sette giorni del suo viaggio in Camerun e in Angola sarebbe interessante ricavare un’antologia dei passi più significativi.

Ma per capire il senso profondo della sua missione basta riportare qui un solo testo emblematico: l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nella messa di sabato 21 marzo, a Luanda, nella chiesa di San Paolo.

Lo spirito di raccoglimento, il forte senso della presenza di Dio, rimasti impressi nella memoria del papa alla vista delle folle che seguivano la liturgia, come pure l’esuberante festosità con cui lo hanno accolto ed avvolto, hanno una loro spiegazione anche in questa omelia di papa Ratzinger in una remota chiesa dell’Africa:

« Affrettiamoci a conoscere il Signore »

di Benedetto XVI

Carissimi fratelli e sorelle, amati lavoratori della vigna del Signore, come abbiamo sentito, i figli d’Israele si dicevano l’un l’altro: « Affrettiamoci a conoscere il Signore » (Osea 6, 3). Essi si rincuoravano con queste parole, mentre si vedevano sommersi dalle tribolazioni. Queste erano cadute su di loro – spiega il profeta – perché vivevano nell’ignoranza di Dio; il loro cuore era povero d’amore. E il solo medico in grado di guarirlo era il Signore. Anzi, è stato proprio Lui, come buon medico, ad aprire la ferita, affinché la piaga guarisse. E il popolo si decide: « Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà » (Osea 6, 1). In questo modo hanno potuto incrociarsi la miseria umana e la misericordia divina, la quale null’altro desidera se non accogliere i miseri.

Lo vediamo nella pagina del Vangelo proclamata: « Due uomini salirono al tempio a pregare »; di là, uno « tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro » (Luca 18, 10.14). Quest’ultimo aveva esposto tutti i suoi meriti davanti a Dio, quasi facendo di Lui un suo debitore. In fondo, egli non sentiva il bisogno di Dio, anche se Lo ringraziava per avergli concesso di essere così perfetto e « non come questo pubblicano ». Eppure sarà proprio il pubblicano a scendere a casa sua giustificato. Consapevole dei suoi peccati, che lo fanno rimanere a testa bassa – in realtà però egli è tutto proteso verso il Cielo –, egli aspetta ogni cosa dal Signore: « O Dio, abbi pietà di me peccatore » (Luca 18, 13). Egli bussa alla porta della Misericordia, la quale si apre e lo giustifica, « perché – conclude Gesù – chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato » (Luca 18, 14).

Di questo Dio, ricco di misericordia, ci parla per esperienza personale san Paolo, patrono della città di Luanda e di questa stupenda chiesa, edificata quasi cinquant’anni fa. Ho voluto sottolineare il bimillenario della nascita di san Paolo con il giubileo paolino in corso, allo scopo di imparare da lui a conoscere meglio Gesù Cristo. Ecco la testimonianza che egli ci ha lasciato: « Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo io ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, affinché io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna » (1 Timoteo 1, 15-16). E, con il passare dei secoli, il numero dei raggiunti dalla grazia non ha cessato di aumentare. Tu ed io siamo di loro. Rendiamo grazie a Dio perché ci ha chiamati ad entrare in questa processione dei tempi per farci avanzare verso il futuro. Seguendo coloro che hanno seguito Gesù, con loro seguiamo lo stesso Cristo e così entriamo nella Luce. [...]

Fondamentale nella vita di Paolo è stato il suo incontro con Gesù, quando camminava per la strada verso Damasco: Cristo gli appare come luce abbagliante, gli parla, lo conquista. L’apostolo ha visto Gesù risorto, ossia l’uomo nella sua statura perfetta. Quindi si verifica in lui un’inversione di prospettiva, ed egli giunge a vedere ogni cosa a partire da questa statura finale dell’uomo in Gesù: ciò che prima gli sembrava essenziale e fondamentale, adesso per lui non vale più della « spazzatura »; non è più « guadagno » ma perdita, perché ora conta soltanto la vita in Cristo (cfr. Filippesi 3, 7-8). Non si tratta di semplice maturazione dell’io di Paolo, ma di morte a se stesso e di risurrezione in Cristo: è morta in lui una forma di esistenza; una forma nuova è nata in lui con Gesù risorto.

Miei fratelli e amici, « affrettiamoci a conoscere il Signore » risorto! Come sapete, Gesù, uomo perfetto, è anche il nostro vero Dio. In Lui, Dio è diventato visibile ai nostri occhi, per farci partecipi della sua vita divina. In questo modo, viene inaugurata con Lui una nuova dimensione dell’essere, della vita, nella quale viene integrata anche la materia e mediante la quale sorge un mondo nuovo. Ma questo salto di qualità della storia universale che Gesù ha compiuto al nostro posto e per noi, in concreto come raggiunge l’essere umano, permeando la sua vita e trascinandola verso l’alto? Raggiunge ciascuno di noi attraverso la fede e il Battesimo. Infatti, questo sacramento è morte e risurrezione, trasformazione in una vita nuova, a tal punto che la persona battezzata può affermare con Paolo: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Galati 2, 20). Vivo io, ma già non più io. In certo modo, mi viene tolto il mio io, e viene integrato in un Io più grande; ho ancora il mio io, ma trasformato e aperto agli altri mediante il mio inserimento nell’Altro: in Cristo, acquisto il mio nuovo spazio di vita. Che cosa è dunque avvenuto di noi? Risponde Paolo: Voi siete diventati uno in Cristo Gesù (cfr Galati 3, 28).

E, mediante questo nostro essere cristificato per opera e grazia dello Spirito di Dio, pian piano si va completando la gestazione del Corpo di Cristo lungo la storia. In questo momento, mi piace andare col pensiero indietro di cinquecento anni, ossia agli anni 1506 e seguenti, quando in queste terre, allora visitate dai portoghesi, venne costituito il primo regno cristiano sub-sahariano, grazie alla fede e alla determinazione del re Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga, che regnò dal menzionato anno 1506 fino al 1543, anno in cui morì; il regno rimase ufficialmente cattolico dal secolo XVI fino al XVIII, con un proprio ambasciatore in Roma. Vedete come due etnie tanto diverse – quella banta e quella lusiade – hanno potuto trovare nella religione cristiana una piattaforma d’intesa, e si sono impegnate poi perché quest’intesa durasse a lungo e le divergenze – ce ne sono state, e di gravi – non separassero i due regni! Di fatto, il Battesimo fa sì che tutti i credenti siano uno in Cristo.

Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Chi può recarsi da loro ad annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli oscuri poteri (cfr. Efesini 1, 19-23; 6, 10-12)? Qualcuno obietta: « Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità; e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità ». Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna.

Venerati e amati fratelli e sorelle, diciamo loro come il popolo israelita: « Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà ». Aiutiamo la miseria umana ad incontrarsi con la misericordia divina. Il Signore fa di noi i suoi amici, Egli si affida a noi, ci consegna il suo corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa. E allora dobbiamo essere davvero suoi amici, avere un solo sentire con Lui, volere ciò che Egli vuole e non volere ciò che Egli non vuole. Gesù stesso ha detto: « Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando » (Giovanni 15, 14). Sia questo il nostro impegno comune: fare, tutti insieme, la sua santa volontà: « Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura » (Marco 16, 15). Abbracciamo la sua volontà, come ha fatto san Paolo: « Predicare il Vangelo è un dovere per me: guai a me se non annuncio il Vangelo! » (1 Corinzi 9, 16).

Nell’oscurità che io veda, Paolo (preghiera mia)

Nell’oscurità che io veda, Paolo

cammino per le strade
che ti hanno conosciuto,
è un cammino faticoso,
che ti porta via l’anima,
quella che ancora desidera
stabilirsi, sedersi, sostare;

i passi non sono più i miei,
dolore conosciuto,
sconosciuta pena,
sul cammino delle orme,
che affanno seguirti! Paolo,
quanta dolcezza;

la sofferenza mi ha stordito,
eppure sono qui,
tutto sembra perduto,
i sogni dei giorni,
mi sembra di vedere i tuoi sandali,
cammino dietro te;

sostienimi, guidami,
nell’oscurità che io veda,
la croce, nel tuo corpo e nell’anima,
il Risorto, in te, che hai confidato,
fiducia nell’amore,
insegnami l’amore Paolo;

San Giovanni della Croce : « Cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090327

Meditazione del giorno
San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Cantico spirituale, strofa 1

« Cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso »

Dove ti sei nascosto, Amato?
Sola qui, gemente, mi hai lasciata!
Come il cervo fuggisti,
dopo avermi ferita;
gridando t’inseguii: eri sparito!

«Dove ti sei nascosto?»  È come se l’anima dicesse: «Verbo, Sposo mio, mostrami dove sei nascosto». Con queste parole gli chiede di manifestarle la sua essenza divina, perché il «luogo dove è nascosto» il Figlio di Dio è, come dice san Giovanni, «il seno del Padre» (Gv 1,18), cioè l’essenza divina, inaccessibile a ogni occhio mortale e nascosta a ogni umana comprensione. Per questo Isaia, parlando con Dio, si è espresso in questi termini: «Veramente tu sei un Dio nascosto» (Is 45,15).

Occorre dunque notare che, per quanto grandi siano le comunicazioni e le presenze di Dio nei confronti dell’anima e per quanto alte e sublimi siano le conoscenze che un’anima può avere di Dio in questa vita, tutto questo non è l’essenza di Dio, né ha a che vedere con lui. In verità, egli rimane ancora nascosto all’anima. Nonostante tutte le perfezioni che scopre di lui, l’anima deve considerarlo un Dio nascosto e mettersi alla sua ricerca, dicendo: «Dove ti sei nascosto?» Né l’alta comunicazione né la presenza sensibile di Dio sono, infatti, una prova certa della sua presenza, come non sono testimonianza della sua assenza nell’anima l’aridità e la mancanza di tali interventi. Per questo il profeta Giobbe afferma: «Mi passa vicino e non lo vedo, se ne va e di lui non m’accorgo» (Gb 9,11).

Da ciò si può dedurre che se l’anima sperimentasse grandi comunicazioni, conoscenze di Dio o qualsiasi altra sensazione spirituale, non per questo deve presumere che tutto ciò sia un possedere Dio o essere più dentro di lui, oppure quello che sente o intende sia essenzialmente Dio, per quanto grande sia tutto questo. D’altra parte, se tutte queste comunicazioni sensibili e spirituali venissero a mancare, non per questo deve pensare che le manchi Dio… L’intento principale dell’anima, quindi, in questo verso non è chiedere solo la devozione affettiva e sensibile, che non dà la certezza evidente che si possiede per grazia lo Sposo in questa vita. Domanda soprattutto la presenza e la chiara visione della sua essenza, di cui desidera avere la certezza e possedere la gioia nella gloria.

LEGGERE LA BIBBIA NELLA LITURGIA

dal sito:

http://www.rivistaliturgica.it/upload/2001/articolo6_869.asp#_ftn6

LEGGERE LA BIBBIA NELLA LITURGIA
 
Renato De Zan

In uno degli studi seri più recenti sul Lezionario domenicale[1] comparso in lingua inglese[2], che a sua volta però si rifà a uno studio precedente in lingua tedesca[3], viene tracciata una breve storia dei Lezionari. In queste poche pagine l’autore lega la liturgia della Parola della celebrazione cristiana alla tradizione liturgica ebraica sinagogale del sabato. Questa tesi ha molto del vero. Tuttavia bisogna affermare che la liturgia della Parola cristiana ha una sua storia e una sua teologia che la rende un unicum. Da questa storia e da questa teologia nasce l’ermeneutica liturgica dei testi biblici che compongono la liturgia della Parola, presente nella celebrazione sacramentale[4].

1. Alcune note sulla liturgia della parola fino al sec. vi

Sappiamo che nelle comunità paoline le lettere dell’Apostolo venivano lette (cf. 1Ts 5,27; 2Cor 1,13) quando la comunità si riuniva come ekklesia, cioè come comunità celebrante (cf. Col 4,15-16)[5]. Sappiamo anche il vangelo di Giovanni potrebbe essere oppure nascondere un Lezionario della Chiesa primitiva[6], mentre i Vangeli, a livello del loro stadio orale, potrebbero celare delle vere e proprie sequenze di testi orali[7]. Parlare di Lezionari orali non sembra proprio il caso, ma tener presente che ci potessero essere delle unità letterarie orali abbastanza ben identificate che venivano riprese nelle celebrazioni, è un’ipotesi non lontano dal vero[8].
La testimonianza diretta più antica sulla liturgia della Parola della messa si trova nella prima Apologia di san Giustino martire (metà del II sec. d.C.): «Si leggono le memorie degli apostoli e gli scritti dei profeti per quel tanto che il tempo lo permette» (Apologia I,1,67)[9]. Senz’altro, questa consuetudine liturgica ha dei legami con il culto sabbatico sinagogale[10]. Il programma rituale della shachrit sabbatica sinagogale (o liturgia mattutina) prevedeva una proclamazione della Scrittura, ritmata in una parashah (una pericope del Pentateuco) e in una aftarah (una pericope tratta dai profeti)[11], e un’omelia[12]. Nella liturgia cristiana del sec. II la lettura del Pentateuco è sostituita dalle «memorie degli apostoli», cioè dai Vangeli (Apologia 1,66), ma già con l’epoca di Tertulliano la Chiesa di Roma «mescola la legge e i profeti con i testi evangelici e apostolici»[13]. Bisogna, tuttavia, dire che ben presto la struttura sinagogale venne superata con arricchimenti di forme nuove[14].
Dobbiamo arrivare al sec. IV per avere, in ambito latino, una prima testimonianza sicura su quale tipo di lettura biblica venisse fatta durante la liturgia della Parola. Ambrogio (340-397) ci informa che durante la settimana santa nella Chiesa ambrosiana veniva letto il libro di Giobbe cui seguiva il libro di Giona[15]. Agostino (354-430) ci offre una notizia ancora più preziosa nel Prologo del commento all’epistola di san Giovanni ai Parti[16]: «Sono giunti quei giorni solenni e santi nei quali essendo nella Chiesa fissate particolari letture tratte dal vangelo e insostituibili in queste annuali ricorrenze, abbiamo dovuto sospendere la trattazione del programma iniziato» (cioè il commento al vangelo di Giovanni).
Accanto a queste notizie sull’ordinamento delle letture troviamo, nella seconda metà del sec. V, le prime notizie sui Lezionari. Sidonio Apollinare (430-489), vescovo di Clermont, redattore di un certo numero di prefazi[17], ci informa che il prete Claudiano, fratello del vescovo Claudio Mamerto di Vienne, aveva compilato una lista di pericopi bibliche come letture per la liturgia[18]. Gennadio (morto nel 505)[19], a sua volta, ci testimonia l’esistenza del (probabile) primo Lezionario annuale: si tratta del Lezionario composto da Museo di Marsiglia (morto nel 458) per ordine del suo vescovo Venerio (morto nel 452)[20]. Dai sermoni di Cesario di Arles (470-542)[21], infine, si può dedurre l’esistenza e l’identità del Lezionario della Chiesa di Arles. Allo stesso secolo di Cesario, il sec. VI, appartengono i primi testimoni diretti per la conoscenza dei Lezionari in lingua latina della liturgia occidentale: il Lezionario palinsesto di Wolfenbüttel (codice 4160 o Codex Weissenburgensis 76) e il Lezionario di Capua (ca. 546: Codex Bonifatianus I). Nessuno dei due è romano: il primo appartiene alla liturgia della Gallia merovingia, il secondo alla liturgia dell’Italia meridionale.
Queste notizie sono essenziali per comprendere come la ricchezza del Lezionario sia nata e poi sia esplosa in numerose forme, secondo i tempi, i luoghi e le famiglie liturgiche. Tuttavia, bisogna annotare un dato: non conosciamo i criteri con cui venivano letti i testi biblici nella celebrazione[22].

2. Una riflessione teologica previa[23]

La parola di Dio è «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12). Il termine «efficace» – soprattutto nella letteratura paolina e deuteropaolina – indica l’onnipotenza di Dio che abbraccia tutto nel suo operare (cf. 1Cor 12,2-4), anche quando si manifesta attraverso lo pneûma (cf. 1Cor 12,7-11)[24]. La parola di Dio, dunque, non fornisce informazioni soltanto, ma agisce, opera. La Parola è informazione e azione[25]. Con questa premessa si può comprendere il legame tra Parola e celebrazione sia nell’Antico sia nel Nuovo Testamento.

– Il testo biblico di Es 12,1-13,16 narra l’evento salvifico, la «Pasqua di Yhwh» (Es 12,11), che poi verrà celebrato «con rito perenne»[26]. Una lettura attenta del testo permette di dire che l’evento era fondamentalmente formato da un avvenimento divino (passaggio di Yhwh in mezzo alle case) e da un programma rituale proposto da Dio al popolo per mezzo di Mosè. Il passaggio di Yhwh è l’azione portatrice di morte per chi non esegue il programma rituale, mentre è portatrice di vita per chi adempie tale programma. La dimensione salvifica dell’azione divina è raggiungibile e fruibile solo per chi attua il programma rituale.
Quando il popolo di Dio, obbedendo al comando del Signore (vv. 14.24-25), darà inizio alle celebrazioni successive, assocerà al programma rituale (cf. Es 12,26-27) il racconto dell’azione divina. In altre parole, si potrebbe dire che all’origine ci fu l’evento (azione divina e programma rituale) e poi ci furono le celebrazioni successive (racconto e programma rituale), dove il racconto prese il posto dell’azione divina, ereditandone le caratteristiche di ricchezza ambivalente (racconto che porta morte e che porta vita). Il «dabar-azione» (azione divina) dell’evento è diventato nelle celebrazioni successive «dabar-racconto»[27]. Ciò che, comunque, farà accedere alla salvezza presente nel racconto (che comunque è Parola che agisce)[28], sarà ancora una volta il programma rituale.

– Il rapporto parola di Dio e culto nel Nuovo Testamento[29] ripete – con elementi più ampi e con caratteristiche definitive – gli stessi componenti riscontrati nel legame tra parola di Dio e culto nell’Antico Testamento.
Nell’evento della Pasqua ebraica l’avvenimento e il programma rituale vengono vissuti in sincronia. Nell’evento cristiano (mistero pasquale) l’azione divina (morte-risurrezione) avviene dopo l’esperienza del programma rituale (ultima cena), che ha anticipato profeticamente l’azione divina stessa. In questa diacronia sui generis notiamo la capacità ermeneutica del programma rituale nei confronti dell’azione divina (mistero pasquale)[30]. Questo stretto legame ermeneutico tra programma rituale e azione divina passa nelle celebrazioni successive. Ciò significa che nelle celebrazioni cristiane il racconto, che prende il posto dell’azione divina, viene «interpretato» dal programma rituale. Detto in altre parole e in modo sintetico: la Scrittura trova il suo massimo grado di comprensione, oltre che di attuazione[31], nella liturgia. Questo rapporto ermeneutico (Parola-Scrittura interpretata dal programma rituale) non deve far dimenticare un secondo rapporto ermeneutico che le celebrazioni cristiane ereditano da quelle veterotestamentarie: la celebrazione continua a essere sempre memoria ed ermeneutica dell’evento originario.
Mentre nelle primissime celebrazioni sembra che il racconto della passione-morte-risurrezione costituisse il racconto sostitutivo dell’azione divina[32], successivamente, man mano che i Vangeli si formarono, tutti i singoli testi (con le loro varie identità, origini e funzionalità) presero significato dal mistero pasquale. Ogni singolo testo evangelico in qualche modo esprime un anticipo, una sottolineatura, un legame con il mistero della passione-morte-risurrezione di Gesù. Ogni brano evangelico diventa il frammento dove è presente sempre tutto il mistero di Cristo[33]. Per questo motivo «La lettura del vangelo costituisce il culmine della stessa liturgia della Parola…»[34].

Questa breve riflessione sul rapporto tra evento (avvenimento + programma rituale) e celebrazione (racconto dell’avvenimento + programma rituale) pone in primo piano l’assoluto valore cristologico di ogni celebrazione. Da qui nasce il criterio ermeneutico principe che la liturgia adopera per proclamare e comprendere la Parola nella celebrazione. È la convinzione indiscussa sia del mondo biblico[35] che del mondo liturgico[36].

3. Alcuni elementi fondamentali di ermeneutica liturgica del testo biblico

Senza la pretesa della completezza, ma avendo come obiettivo una buona sintesi, si può dire che l’ermeneutica liturgica del testo biblico si fonda su alcuni dati essenziali.

– La liturgia accoglie tutto ciò che nella storia della Chiesa è stato strumento di comprensione della Scrittura, senza escludere nessun apporto sia esso di metodologie pregresse o di metodologie contemporanee. Tuttavia, la liturgia non fa proprio nessun metodo. Si serve di tutti i frammenti metodologici che permettono la lettura cristologica dei testi biblici.

– Fedele alla legge del «tutto» (il mistero pasquale) nel frammento (di ogni singola realtà biblica), la liturgia compie due azioni fondamentali: ritocca le pericopi bibliche e ricontestualizza le pericope bibliche.

La prima operazione, il ritocco delle pericopi bibliche, viene fatta con interventi che operano sull’incipit[37], sull’explicit[38] e sull’integrità del testo stesso[39]. Ciò sta a indicare che i testi biblico-liturgici del Lezionario non sono «esattamente» i corrispondenti testi biblici della Scrittura.

La seconda operazione, la ricontestualizzazione della pericope biblica, colloca il testo biblico-liturgico in un contesto letterario-teologico (formato da altre pericopi bibliche e dai testi eucologici) e pragmatico (programma rituale ricco di diversi codici[40]) diverso dal contesto che la pericope aveva quando si trovava nel suo sito biblico. Tutti conosciamo quanto sia importante il contesto[41] per comprendere un testo. Il cambio del contesto modifica i rapporti tematici all’interno della pericope stessa[42].

– La Liturgia, per la ragione teologica fondamentale della celebrazione (celebrare il mistero di Cristo), organizza la lettura dei testi biblico-liturgici del Lezionario secondo una gerarchia e secondo dei legami precisi.

La gerarchizzazione delle letture fatte dalla liturgia segue quattro principi: la priorità indiscussa del vangelo, la lettura cristologica della prima lettura, la relazione tra la prima lettura e il vangelo, la relazione tra la seconda lettura e il vangelo. Vediamone la fisionomia in modo più preciso.

* La gerarchizzazione dei testi biblico-liturgici è indicata nei POLM che danno al vangelo la posizione di assoluta preminenza:

«La lettura del vangelo costituisce il culmine della stessa liturgia della Parola; all’ascolto del vangelo l’assemblea viene preparata dalle altre letture, proclamate nel loro ordine tradizionale, prima cioè quelle dell’Antico Testamento e poi quelle del Nuovo» (n. 13).

Ogni brano evangelico, perciò, va compreso come un’esplicitazione e un’angolatura particolare attraverso le quali rileggere e comprendere il mistero pasquale di Gesù celebrato in quel momento liturgico. Poiché gli altri due testi biblico-liturgici sono essenzialmente orientati al vangelo, è chiaro che la loro lettura è condizionata sia dal tipo di legame che hanno con il vangelo sia dalla lettura fondamentalmente cristologica delle pericopi. In questa ottica ci potrebbe essere il pericolo di assolutizzare in modo così radicale il vangelo da riproporre una visione neomarcionita del testo biblico-liturgico. Per evitare questa assolutizzazione secondo la quale l’Antico Testamento non vale più niente di fronte al Nuovo, basti ricordare Lc 24,27.44, dove l’Antico Testamento viene presentato dal Risorto come essenziale per la comprensione del mistero di Cristo.

* La lettura cristologica – che è il criterio fondamentale con cui leggere ogni brano biblico-liturgico (compresi i testi per le messe della beata Maria Vergine) – va adoperato in modo particolare per la pericope dell’Antico Testamento. Questa prospettiva ermeneutica è presente sia in DV 15 sia in POLM 5[43]. La relazione tra la prima lettura[44] e il vangelo è normalmente di tipo tematico, secondo le indicazioni dei POLM 67.

«La migliore forma di concordanza tematica fra le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento è quella già presente nella Scrittura stessa, in quanto che gli insegnamenti e i fatti riferiti nei testi del Nuovo Testamento hanno una relazione più o meno esplicita con fatti e insegnamenti dell’Antico Testamento».

Questa relazione, denominata genericamente tematica, ha più fisionomie, secondo quanto viene determinato dal testo di DV 15[45]: il legame tematico può essere legame tematico-profetico (schema promessa-adempimento), legame tipologico (schema anticipo-pienezza) e legame pedagogico (schema culturale della mentalità, della sapienza, ecc.). Oltre a queste forme di legame tematico ne esiste una più elementare: è relazione suggerita direttamente dai titoli che sono preposti alle singole letture nello stesso Ordo Lectionum Missae[46].

* Si sa che nel tempo ordinario la seconda lettura del Lezionario domenicale-festivo viene fatta con il criterio della lectio semicontinua[47], criterio che secondo il parere di alcuni, ma non condiviso da altri, agli inizi della Chiesa era valido in quasi tutto l’arco dell’anno liturgico[48]. Per i tempi forti si hanno sufficienti indicazioni[49], che indicano nella seconda lettura una delle fonti migliori per tradurre autoritativamente l’aspetto del mistero pasquale celebrato in testimonianza di vita.

4. Quasi un epilogo: un discorso di contestualità

Rimanendo all’interno del contesto letterario-teologico in quanto quello pragmatico celebrativo necessiterebbe di una riflessione piuttosto ampia, almeno quanto la presente, bisogna dire che i testi biblico-liturgici del Lezionario possiedono tre contesti che non si possono tralasciare: il contesto eucologico, il contesto della liturgia delle Ore e il contesto del tempo liturgico.
Il contesto eucologico è il contesto letterario-celebrativo all’interno del quale si trova collocato il Lezionario di ogni messa. Tutto il formulario in qualche modo offre un orientamento di comprensione dei testi biblico-liturgici del Lezionario. In modo particolare tale contesto diventa più comprensibile se si prendono in esame le nuove collette del Messale in lingua nazionale.
Accanto al contesto eucologico è necessario esaminare il contesto fornito dalla liturgia della Ore: «La liturgia delle Ore estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico [...]. La celebrazione dell’eucaristia viene anche preparata ottimamente mediante la liturgia delle Ore…»[50].
Infine, bisogna ricordare che esiste anche il contesto del tempo liturgico. Le domeniche dei tempi forti sono, infatti, collocate come singoli elementi che costituiscono una grande unità corrispondente al ciclo nel suo insieme[51]. Questo contesto che si può chiamare temporale richiede di leggere ogni singolo vangelo all’interno dell’insieme di tutti i brani biblico-liturgici evangelici delle domeniche del ciclo. Lo stesso discorso vale per le altre letture. L’insieme dei testi biblico-liturgici contribuirà a comprendere le singole domeniche.
Questa veloce, sintetica e, ovviamente, non completa presentazione del modo con cui la liturgia legge il testo biblico-liturgico nella celebrazione offre al lettore una visione sufficiente per comprendere quante attenzioni siano necessarie per accostare il formulario delle letture del Lezionario. Peccato che i biblisti, che spesso commentano il Lezionario, non sempre le conoscano.

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[1] Questo articolo avrà come oggetto diretto di attenzione il Lezionario domenicale-festivo della messa. Per uno sviluppo più ampio si vedano i miei contributi in di M. Sodi-A.M. Triacca (edd.), Dizionario di omiletica, Ldc-Velar, Leumann-Bergamo 1998: Antico Testamento (pp. 73-81); Gesù Cristo omileta (pp. 620-623); e Nuovo Testamento (pp. 1004-1013).
[2]N.Bonneau, The Sunday Lectionary. Ritual Word, Paschal Shape, Collegeville (MN) 1996.
[3]E.Nübold, Entstehung und Bewertung der neuen Perikopenordnung des Römischen Ritus für die Messfeier an Sonn- und Festtagen, Paderbon 1986.
[4] Cf. P.R. Tragan, Culto e Scrittura: una dinamica ermeneutica, in A. Grillo-M. Perroni-P.R. Tragan (edd.), Corso di teologia sacramentaria. 1. Metodi e prospettive, Queriniana, Brescia 2000, pp. 197-226.
[5] Cf. P. Grelot, Introduzione al Nuovo Testamento. 9. La liturgia nel Nuovo Testamento, Borla, Roma 1992, pp. 22-29.31-38.
[6] Cf. A. Guilding, The Fourth Gospel and Jewish Worship, Oxford 1960.
[7] P. Perrier, Karozoutha. Annonce orale de la bonne nouvelle en arameen et evangils greco-latins, Paris 1986.
[8] Questa ipotesi può trovare in qualche modo una valida radice nel testo di At 20,7-12. Sotto il profilo celebrativo il testo dice che Paolo compie quattro azioni fondamentali: «conversava» (gr. dialegomai: v. 7), «spezzò il pane» (gr. klao ton arton: v. 11), «ne mangiò» (gr. geuomai: v. 11) e «aver parlato» (gr. omileo: v. 11). Le due azioni centrali (spezzare il pane e mangiare) sono indubbiamente liturgico-eucaristiche, le altre due fanno parte di una presa di parola. La prima (conversare – dialegomai) è una presa di parola simile a quella che veniva praticata normalmente nella sinagoga (At 17,2.17; 18,4.19; 19,8) ed eccezionalmente in altri ambiti (in una scuola: At 19,9; nel tempio: At 24,12; davanti a un rappresentante di Roma: At 24,25). Potrebbe trattarsi non dell’omelia sinagogale, ma piuttosto della discussione teologica fatta nella sinagoga il sabato pomeriggio (R.T.Beckwith, The daily and weekly worship of the primitive Church in relation to its Jewish antecedents, in «Evangelical Quarterly» 56 [1984] 65-80; 139-158). Potrebbe anche trattarsi di una vera e propria proclamazione dialogata in forma di didaché. La seconda presa di parola, quella espressa con il verbo greco omileo, compare nell’opera lucana solo quattro volte (Lc 24,14.15; At 20,11; 24,26): due volte riguardano la «conversazione» del Risorto con i discepoli di Emmaus, una appartiene al nostro brano e, infine, l’ultima è legata alla conversazione fatta da Paolo con Felice sulla fede in Cristo Gesù. Potrebbe indicare la predicazione liturgica legata alla Parola (cf. M. Lattke, homileo, homilia, in H. Balz-G. Schneider [edd.], Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, vol. 2°, Paideia, Brescia 1998, coll. 589-591).
[9] S. Justin, Première Apologie, Introd., texte critique, trad., com. et ind. par A. Wartelle (= Etudes Augustiniennes), Paris 1987, pp. 190-192.
[10] Dietro a questa consuetudine liturgica c’è lo sfondo del culto sinagogale, le cui prime testimonianze conosciute si trovano in testi cristiani (E. Kopciowski, I libri dei profeti e la Torah oggi, Marietti, Genova 1992, pp. 5-6): Lc 4,16-21 (proclamazione della propria missione fatta da Gesù nella sinagoga di Nazaret); At 13,14-43 (discorso di Paolo alla sinagoga di Antiochia di Pisidia); At 15,21 (conclusione dell’intervento di Giacomo all’assemblea apostolica di Gerusalemme).
[11] Per il problema delle letture bibliche nella liturgia sinagogale si veda il lavoro classico di C. Perrot, La lecture de la Bible dans la synagogue. Les anciennes lectures palestiniennes du Shabbat et des fêtes, Gerstenberg, Hildesheim 1973.
[12] Cf. Lc 4,21.
[13]Tertulliano, De praescriptione haereticorum, 36 (PL II,58).
[14] Cf. E. Bermejo Carera, La proclamación de la Escritura en la liturgia de Jerusalén. Estudio terminológico del «Itinerarium Egeriae» (= Sbf Collectio Maior, 37), Studium Biblicum Franciscanum, Jerusalem 1993.
[15] Epistula XX ad Marcellinum 14.25 (PL XVI, 1040.1044).
[16]Sant’Agostino, Commento all’epistola ai Parti di san Giovanni, intr., trad. G. Madurini, revis. L.Muscolino, indici F. Monteverde (Opera Omnia, vol. XXIV/2), Città Nuova, Roma 1968, pp. 1627-1855, in particolare p. 1637.
[17]Gregorio di Tours, Historia Francorum, II,22, in B. Krusch-W. Levison-R. Holtzmann (edd.), Monumenta Germaniae Historica. Scriptores rerum Merovingicarum, I,1, Hannover-Lipsia 1937-19512.
[18]Sidonio Apollinare, Epistulae. Liber IV, 11,6 (PL LVIII, 616).
[19]Gennadio, De viris illustribus, ed. E.C. Richardson), Leipzig 1896, p. 88.
[20] Il Lezionario è stato perso. Qualche studioso, però, penserebbe di identificarlo con il palinsesto di Wolfenbüttel (Codex Weissenburgensis 76). Cf. G. Morin, Le plus ancien monument qui existe de la liturgie gallicane, in «Ephemerides Liturgicae» 51 (1937) 3-12. L’ipotesi è stata ripresa nel 1959 da K. Gamber, Das Lectionar und Sakramentar des Musäus von Massilia, in «Revue bénédictine» 69 (1959) 118-215.
[21] G. Morin, S. Cesarii episcopi Arelatensis Opera omnia, 3 voll., Maredsous 1937-1942.
[22] Si trova ancora oggi un’opinione piuttosto diffusa secondo la quale nei primi secoli della Chiesa sarebbe stato usato nella celebrazione eucaristica la lectio continua o scriptura currens (cf. T. Federici, La Bibbia diventa Lezionario. Storia e criteri attuali, in R. Cecolin [ed.], Dall’esegesi all’ermeneutica attraverso la celebrazione. Bibbia e Liturgia I [= Caro salutis cardo. Contributi, 6], Edizioni Messaggero Padova, Padova 1991, pp. 192-222). Questa opinione si fonda su due Comes (Comes di Wurzbourg; Comes di Donaueschingen), i commenti omiletici di alcuni Padri e una affermazione di Cesario di Arles (Regula monachorum, 69). Purtroppo, nei Comes non si trova la lectio continua, ma quella eclogadica o lectio discontinua / semicontinua (Cf. A. Dold, Das Donaueschinger Comes-Fragment B.II.7., in «Jahrbuch für Liturgiewissenschaft» VI [1926] 16-53). I commenti omiletici dei Padri non sono tutti stati scritti per essere pronunciati: sono commenti al libro biblico e non al Lezionario. L’indicazione di Cesario, poi, non si riferisce alla celebrazione eucaristica. La prudenza, dunque, è d’obbligo: non sappiamo quale fosse l’ermeneutica dei testi liturgici nei primi secoli; al riguardo, prezioso può risultare il confronto con i numerosi contributi di area patristica presenti nel Dizionario di omiletica sopra citato.
[23] Per una trattazione meno schematica del tema si veda R.L. De Zan, Bibbia e Liturgia, in A.J. Chupungco (ed.), Scientia Liturgica. Manuale di Liturgia. I: Introduzione alla liturgia, Piemme, Casale M. 1998, pp. 48-66.
[24] «La parola di Dio è efficace; provoca l’efficacia di cui parla. Dio veglia sulla propria parola affinché essa avvenga (Is 55,11). Può essere fonte di salvezza o di perdizione, come mostra in modo esemplare la storia d’Israele» (A. Strobel, Der Brief an die Hebräer, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1991; tr. it. Paideia, Brescia 1997, p. 72). Cf. H. Paulsen, energéo – operare, in H. Balz-G. Schneider (edd.), Dizionario esegetico del Nuovo Testamento, vol. 1°, Paideia, Brescia 1995, coll. 1208-1210.
[25] La Scrittura è ricca di una forza divina di salvezza che supera la pura memoria e la pura interpretazione: la parola di Dio, infatti, è creatrice (cf. Gn 1,1-2,4a), non ritorna a Dio senza compiere ciò per cui Dio l’ha mandata (cf. Is 55,10-11) ed è – come già detto – efficace (cf. Eb 4,12).
[26] I commenti a questo testo sono numerosissimi, ma non tutti sono attenti al suo profondo valore liturgico. Per questo motivo si consiglia: B.S. Childs, Il libro dell’Esodo. Commentario critico-teologico, Piemme, Casale M. 1995, pp. 190-225; M. Noth, Esodo, Paideia, Brescia 1977, pp. 104-126.
[27] Per il valore di dabar come avvenimento, parola, cosa, ecc., si veda G. Gerlemann, Dabar-parola, in E. Jenni-C. Westermann (edd.), Dizionario teologico dell’Antico Testamento, vol. I, Marietti, Torino 1978, coll. 375-283.
[28] Il racconto della prima celebrazione (successiva all’evento) costituisce il primo anello della tradizione che diventerà Sacra Scrittura. Nel testo scritto, dunque, si troverà la memoria dell’evento originario, la sua interpretazione primigenia, le sue leggi celebrative fondamentali, le reinterpretazioni e le modifiche celebrative successive, la spiegazione essenziale dei vari legami: legame d’identità tra assemblea primigenia e assemblea successiva; legame d’identità tra l’evento e la prima celebrazione successiva; ecc.
[29] I testi da prendere in esame sono diversi: l’ultima cena (1Cor 11,23-26; Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20), il mistero della passione-risurrezione e le varie confessioni di fede.
[30] Si ricordi che il cartiglio della croce indica nella morte di Gesù la fine di un facinoroso politico (re dei Giudei), mentre le beffe degli Ebrei, ai piedi della croce, indicano nella morte di Gesù la fine di un bestemmiatore e millantatore. Nell’ultima cena le parole eucaristiche danno il vero valore e significato del mistero di morte e risurrezione (cf. F.X.Durrwell, L’eucaristia, sacramento del mistero pasquale, Edizioni Paoline, Roma 1982).
[31] «In linea di massima, la liturgia, e specialmente la liturgia sacramentale, di cui la celebrazione eucaristica è il vertice, realizza l’attuazione perfetta dei testi biblici…» (Pontificia commissione biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, LEV, Città del Vaticano 1993, pp. 110-111).
[32] Sappiamo che la narrazione della passione-morte-risurrezione è la parte che per prima trovò la sua identità narrativa sia nei Sinottici sia in Giovanni, e che questa narrazione sia stata impiegata per l’anamnesi del Messia Gesù nel culto della comunità (cf. R. Pesch, Il vangelo di Marco. Parte seconda, Paideia, Brescia 1982, pp. 18-54).
[33] I singoli elementi evangelici esprimono sempre l’unica rivelazione di Gesù. Cf. il commento a Gv 6,63 di Schanckenburg: «Le parole [rémata] non sono altro che il discorso di rivelazione [lógos] di Gesù, visto nei suoi singoli enunciati» (R. Schanckenburg, Il vangelo di Giovani. Parte seconda, Paideia, Brescia 1977, p. 149).
[34] Praenotanda dell’Ordo Lectionum Missae (= POLM), del 1981 al n. 13.
[35] Cf. Dei Verbum (= DV) 15: «L’economia del Vecchio Testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunziare profeticamente [cf. Lc 24,44; Gv 5,39; 1Pt 1,10] e a significare con vari tipi [cf. 1Cor 10,11] l’avvento di Cristo redentore dell’universo e del regno messianico… Poiché, anche se Cristo ha fondato la nuova alleanza nel sangue suo [cf. Lc 22,20; 1Cor 11,25], tuttavia i libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento [cf. Mt 5,17; Lc 24,27; Rm 16,25-26; 2Cor 3,14-15], che essi illuminano e spiegano».
[36] Cf. POLM 5: «Di tutta la Scrittura, come di tutta la celebrazione liturgica, Cristo è il centro e la pienezza».
[37] L’incipit del testo biblico spesso è modificato. Il testo biblico-liturgico frequentemente incomincia con il classico: «In quel tempo». Ci sono casi in cui il ritocco è più consistente (cf. Mt 10,46-52; il testo biblico inizia in questo modo: «E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli…»; il testo biblico-liturgico, invece, ha il seguente incipit: «In quel tempo mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli…». È chiaro che ritocchi di questo genere modificano il significato del testo. Ciò che prima – ritornando all’esempio di Mt 10,46-52 – si collocava nel progressivo avvicinarsi di Gesù al compimento del disegno di salvezza (Gerusalemme), con la modifica dell’incipit l’episodio viene biblicamente decontestualizzato. Inoltre, bisogna osservare che l’incipit è rilevante nei confronti dell’explicit. Ritornando all’esempio, il testo biblico originale obbliga a leggere l’espressione finale («E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada») come l’indicazione di una sequela del discepolo che accompagna il Maestro verso il compimento del disegno di salvezza. L’incipit del testo biblico-liturgico induce a leggere l’explicit come l’indicazione di una sequela che assume la fisionomia della gratitudine.
[38] Per il testo di Mc 9,38-48 l’analisi letteraria indica che l’explicit della prima pericope si colloca al v. 41 («Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa»). La seconda pericope è compresa nei vv. 42-50 e ha per tema non più l’estraneo, ma lo scandalo. Il taglio innaturale del testo biblico-liturgico ha due effetti: toglie la difficoltà esegetica (Cf. POLM 76) dei due ultimi versetti (vv. 49-50) e obbliga alla lettura unitiva dei due temi (estraneo-scandalo), facendo diventare «scandaloso» il rifiuto dell’estraneo.
[39] Il testo biblico-liturgico con una certa frequenza viene impoverito di uno o più versetti. È il caso di At 13,14.43-52 dove si nota senza fatica la soppressione de vv. 15-42 (intervento omiletico di Paolo). L’effetto della congiunzione tra il v. 14 e il v. 43 è il seguente: «In quei giorni, Paolo e Barnaba, attraversando Perge arrivarono ad Antiochia di Pisidia ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato si sedettero. Molti Giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Barnaba…». Perché avrebbero dovuto seguirli? Mentre nel testo biblico originale si dice che, dopo l’omelia di Paolo molti Giudei e proseliti seguirono Paolo e Barnaba, nel testo biblico-liturgico la cattiva giuntura rende il testo non comprensibile.
[40] Cf. G. Bonaccorso, Celebrare la salvezza. Lineamenti di liturgia (= Strumenti di scienze religiose), Edizioni Messaggero Padova, Padova 1996, pp. 217-231; dello stesso autore cf., Id., Il rito e l’Altro. La liturgia come tempo, linguaggio e azione (= Monumenta Studia Instrumenta Liturgica, 13), LEV, Città del Vaticano 2001.
[41] Cf. W. Egger, Metodologia del Nuovo Testamento. Introduzione allo studio scientifico del Nuovo Testamento, EDB, Bologna 1989: per il contesto, in senso classico, cf. p. 56; per quello sintagmatico e paradigmatico, cf. pp. 118-119; per quello semantico globale, cf. pp. 222-223.
[42] Si veda la nota 7 in POLM 3 dove si afferma che «un solo e identico testo si può leggere e usare sotto diversi aspetti». L’esemplificazione fatta su Rm 6 e Rm 8 il cui uso si colloca «nei diversi tempi dell’anno liturgico e nelle diverse celebrazioni dei sacramenti e dei sacramentali» è quanto mai convincente sul ruolo del «contesto liturgico» nella comprensione dei testi biblici del Lezionario.
[43] Si vedano le citazioni per esteso alla fine del paragrafo 3 (Una riflessione teologica previa).
[44] Nelle domeniche di Pasqua si leggono come prima lettura pericopi tratte dagli Atti degli apostoli e non dall’Antico Testamento (cf. POLM 100).
[45] «L’economia del Vecchio Testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunciare profeticamente (cf. Lc 24,44; Gv 5,39; 1Pt 1,10) e a significare con vari tipi (cf. 1Cor 10,11) l’avvento di Cristo redentore dell’universo e del regno messianico. I libri poi del Vecchio Testamento, secondo la condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti la conoscenza di Dio e dell’uomo e il modo con cui Iddio giusto e misericordioso si comporta con gli uomini. I quali libri, sebbene contengano anche cose imperfette e temporanee, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina».
[46] Cf. POLM 106.
[47] Cf. POLM 107.
[48] T. Federici, La Bibbia diventa Lezionario. Storia e criteri attuali, in Cecolin (ed.), Dall’esegesi all’ermeneutica, cit., p. 192-222.
[49] I POLM hanno alcuni suggerimenti per ogni tempo forte. Per l’Avvento «le letture dell’Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo» (n. 93). Per il Natale le seconde letture «sono tratte in genere dalla tradizione romana e hanno una particolare connotazione per la festa della Santa Famiglia – virtù della vita familiare – e per l’Epifania – vocazione delle genti alla salvezza (n. 95). Per la Quaresima «le letture dell’Apostolo sono scelte con il criterio di farle concordare tematicamente con quelle del vangelo e dell’Antico Testamento e presentarle tutte nel più stretto rapporto possibile fra loro» (n. 97). Per il tempo di Pasqua, infine, «la seconda lettura, quella dell’Apostolo, si sofferma sul mistero pasquale, così come deve essere vissuto nella Chiesa» (n. 99).
[50] Ufficio Divino, Principi e norme per la Liturgia delle Ore, n. 12.
[51] Cf. POLM 93-100.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA STUDI |on 26 mars, 2009 |Pas de commentaires »

San Giovanni Crisostomo: « Se credereste a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090326

Meditazione del giorno
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), sacerdote a Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Discorsi sulla Genesi, 2

« Se credereste a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto »

Nei tempi antichi, il Signore che aveva creato l’uomo, parlava in prima persona all’uomo, in tale modo che questi poteva udirlo. Così egli conversava con Adamo…, come poi conversò con Noè e Abramo. E anche quando il genere umano era precipitato nell’abisso del peccato, Dio non ha spezzato tutte le relazioni con lui, anche se necessariamente queste erano meno familiari, perché gli uomimi se ne erano resi indegni. Egli dunque consentì a stabilire nuovamente con loro dei rapporti benevoli, con lettere però, come per intrattenersi con un amico assente; in questo modo egli poteva, nella sua bontà, legare nuovamente a sè tutto il genere umano; Mosè è il latore di queste lettere che Dio ci manda.

Apriamo queste lettere; quali sono le prime parole? «In principio Dio creò i cielo e la terra». Che meraviglia!… Mosè che è nato molti secoli dopo, è stato veramente ispirato dall’alto per raccontarci le meraviglie che Dio ha fatte alla creazione del mondo… Non sembra forse dirci chiaramente: «Sono forse gli uomini ad avermi insegnato ciò che sto per rivelarvi? No assolutamente, bensì il solo Creatore, che ha operato queste meraviglie. Guida lui la mia lingua perché io vi le insegni. Da allora, vi prego, imponete il silenzio ad ogni reclamo del ragionamento umano. Non ascoltate questo racconto come se fosse la parola del solo Mosè; Dio in persona vi parla; Mosè è soltanto il suo interprete»…

Fratelli, accogliamo dunque la Parola di Dio con un cuore grato e umile… Dio infatti ha creato tutto, e prepara tutte le cose e le dispone con sapienza… Egli conduce l’uomo con ciò che è visibile, per farlo giungere alla conoscenza del Creatore dell’universo… Egli insegna all’uomo a contemplare il Costruttore supremo nelle sue opere, cosicché sappia adorare il suo Creatore.

Annunciazione del Signore

Annunciazione del Signore dans immagini sacre

http://santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 25 mars, 2009 |Pas de commentaires »

Papa Giovanni Paolo II – Natività di Maria 1985 – (per oggi 25 marzo)

ho cercato qualche testo per oggi su Maria che si riferisse anche al pensiero di San Paolo, ho trovato questa omelia di Papa Giovanni Paolo II, riguarda la Natività di Maria e non l’Annunciazione, ma va bene lo stesso no? dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850908_liechtenstein_it.html

VISITA PASTORALE NEL LIECHTENSTEIN

CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA DELLA NATIVITÀ DI MARIA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II 

Eschen-Mauren (Liechtenstein)
Domenica, 8 settembre 1985
 

Cari fratelli e sorelle.

1. Come Chiesa di Cristo festosamente riunita celebriamo oggi la Natività della beata Vergine Maria. La liturgia ci invita a ringraziare la santissima Trinità per la nascita della Madre del nostro Salvatore, “la cui santa vita illumina l’intera Chiesa” (“Antifona di Terza”).

La nascita di Maria porta luce e speranza per tutte le comunità di Cristo e oggi in particolare per la Chiesa nel Liechtenstein. Questo mistero forma la cornice spirituale per la visita pastorale del successore di Pietro alla vostra Chiesa locale. In essa io saluto una parte dell’antica diocesi di Coira, le cui radici arrivano fino alla provincia romana della Retia. Voi onorate tra i primi padri della vostra fede i santi Lucio e Gallo, e attraverso la loro opera missionaria voi siete, fin dagli albori del cristianesimo, Chiesa di Cristo nell’area delle Alpi e nei pressi del Reno che collega i popoli. In molti modi, nel passato e nel presente, avete testimoniato di riconoscere Maria anche come Madre della vostra Chiesa locale, e di venerarla come Patrona del vostro Paese, come esempio e speranza della vostra fede, e di emularla nella sua “santa vita”.

2. Le Scritture della liturgia odierna ci inducono a considerare il mistero di Maria contemporaneamente da due visuali diverse. Il profeta Michea lo considera dalla distanza dell’antica alleanza.

La sua predizione annuncia la nascita del Messia e Unto: “. . . che deve essere il dominatore di Israele. Le sue origini sono dall’antichità” (Mi 5, 1). Con ciò si intende la parola eterna di Dio, che è il Figlio della stessa natura del Padre. Egli sarà il nostro “pastore nella potenza del Signore”; con lui noi vivremo “in sicurezza”; perché lui sarà la nostra “pace”.

Allo stesso tempo il profeta parla della donna, “che deve partorire” (Mi 5, 2). Una creatura, una donna è prescelta per svolgere un ruolo decisivo nell’opera salvifica di Dio; sarà lei la prima per la quale si adempirà la “sicurezza” e la “pace” messianica in modo concreto. Ella sarà benedetta tra tutte le donne; ella sarà un dono per tutta l’umanità, perché partorirà il Salvatore.

3. Al contrario, molto da vicino l’evangelista Matteo osserva l’odierno mistero. Qui ci troviamo già al centro di quell’avvenimento che il profeta Michea aveva potuto solamente delineare da lontano.

Maria entra nella luce del pubblico come donna incinta. In un primo momento, gli uomini sono sconcertati; sembra che ci si vergogni di lei. Poi però Giuseppe, suo marito, viene a conoscere l’importanza di questo bambino che si attende: esso è voluto in modo unico da Dio; esso è “dello Spirito Santo”. Il suo nome sarà “Gesù”, nome che indica il suo compito futuro: “Egli salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Sì, egli sarà un autentico “Emmanuele”: in lui “Dio è con noi”: e Giuseppe prese con sé la sua sposa (cf. Mt 1, 18-24). Così egli si dichiara per Maria e per il frutto del suo corpo; coraggiosamente egli si pone al fianco della Madre del Salvatore e sostiene così la grande prova della sua vita.

4. In questo modo le letture odierne ci inducono a considerare da due diverse visuali il grande mistero della parola eterna che si è fatta uomo e contemporaneamente il mistero della maternità di Maria.

Noi meditiamo su questo stretto legame tra i due misteri ogni anno, in particolare tra Natale e Capodanno, tra il giorno della nascita di Cristo e il giorno della maternità di Maria; particolare evidenza deve essere però conferita a questo legame nel corso della preparazione dell’ormai non lontana celebrazione dei duemila anni della nascita umana del nostro Redentore.

Dio ha scelto Maria per diventare la Madre di Gesù Cristo. Secondo la fede della Chiesa, tutta la persona e l’esistenza di Maria sono improntate a questa chiamata eccezionale. Questo è il motivo per cui noi guardiamo al suo ingresso in questo mondo, alla sua nascita, con venerazione e con riconoscenza; e anche se la data esatta di questa nascita non ci è nota, essa cade inequivocabilmente negli anni immediatamente precedenti quella santa notte di Betlemme.

5. La liturgia, oggi, non parla però solamente di avvenimenti passati. La lettura della Lettera di San Paolo ai Romani ci rammenta l’eterno piano di salvezza di Dio con il suo significato sempre attuale anche per il nostro tempo. Questo piano nasce direttamente dal divenire uomo del Figlio di Dio, “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8, 29).

È volontà di Dio che noi diventiamo fratelli e sorelle di Gesù e che “prendiamo parte alla sostanza e alla forma di suo Figlio”; in Gesù egli ha “reso giusti” e “glorificato” già tutti coloro che ha chiamato alla sua sequela. Meravigliose parole dell’apostolo, in cui la Chiesa riconosce la parola di Dio stesso! Sì, grandi cose il Signore ha fatto rendendoci membri della sua Chiesa. Una gioia e una riconoscenza spontanee devono sgorgare dal nostro cuore; la nostra risposta deve essere quella di amare Dio con il corpo e con l’anima, con il cuore e con la ragione, con tutte le nostre forze. Solo allora anche su di noi si potrà adempiere quanto la lettera di San Paolo afferma grandiosamente all’inizio: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (cf. Rm 8, 28-30). Come sono diventate vere queste parole per Gesù stesso, che attraverso il sacrificio della sua vita è divenuto il nostro Redentore; ma come sono diventate vere anche per Maria, la prima redenta, che per amore del Figlio è rimasta preservata dal peccato ed è quindi divenuta la Madre di tutti i redenti.

In questo modo Maria, attraverso la sua vocazione ad essere la Madre di Cristo, partecipa in misura particolare a quella chiamata comune, rivolta da Cristo a tutti gli uomini e che può essere realizzata in comunione con lui.

Se noi veneriamo il mistero della nascita di Maria con amore, ci renderemo conto sempre più chiaramente che mediante il suo “sì” e attraverso la sua maternità Dio è con noi. “Emmanuele” (Dio con noi): questo è il nome per il Figlio di Dio, che è venuto in questo mondo e che attraverso la sua presenza fraterna santifica ogni realtà umana e la apre a Dio.

6. Questo vale anche per quella primissima sorgente della comunità umana che noi chiamiamo famiglia. L’odierna festa della nascita di Maria e il mistero della nascita umana di Dio nel grembo della Sacra Famiglia guidano la nostra attenzione, nel corso di questa celebrazione eucaristica, proprio sulla famiglia.

Nel corso dell’udienza particolare per i pellegrini del Liechtenstein venuti a Roma due anni fa ebbi a dire, tra l’altro, riguardo alla famiglia e alla sua grande importanza per la vita naturale e soprannaturale del singolo e per la società: “La riconciliazione personale con Dio è la necessaria premessa perché la riconciliazione e la pace possano divenire realtà anche nella comunità umana. Ogni singolo è chiamato a portare il proprio contributo. Iniziate nello stretto ambito della famiglia! La Chiesa è convinta che il benessere della società e quello proprio siano strettamente legati al benessere della famiglia. Tutto quanto avviene per la guarigione e il rafforzamento della famiglia torna al vantaggio dell’intera comunità” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/2 [1983] 767). Allora ho anche caldamente ammonito: “L’umanità di oggi ha urgente bisogno di riconciliazione cristiana. Istituiamola e doniamola lì dove siamo in grado di procurarla agli altri: nelle nostre famiglie, nei nostri posti di lavoro, nella comunità, nella comunità di tutto il popolo!” (Ivi).

Proprio nella stretta cerchia familiare o nel vicinato ci troviamo a sperimentare, talora, la durezza del litigio e dell’intransigenza tra gli uomini in modo molto doloroso. Come cristiani dobbiamo essere sempre pronti a pronunciare una parola conciliante e a tendere la mano alla riconciliazione.

7. Un matrimonio che sia entrato in crisi; un matrimonio che dal punto di vista umano è prossimo alla rovina; un matrimonio appesantito dal vicendevole estraniarsi dei partner può essere salvato dai coniugi solo a condizione che essi sappiano perdonarsi a vicenda e operino con perseveranza verso una riconciliazione. Quanto è valido per il rapporto tra i coniugi, vale anche per il rapporto dei genitori con i figli e dei figli con i genitori. Quando in una famiglia nascono conflitti tra giovani e anziani, tra padre o madre e figlio o figlia, questi devono essere risolti nella vicendevole comprensione e nel vicendevole perdono. Ragazzi e adolescenti, padri e madri, non siate mai troppo orgogliosi o troppo testardi, tanto da non essere in grado di tendervi la mano per la riconciliazione, quando ha avuto luogo una discussione! Non siate ostinati e non portate rancore quando si tratta di risolvere una lite! È però parte essenziale di tutto ciò la riconciliazione con Dio mediante una buona confessione personale, dato che ogni offesa recata al nostro prossimo è anche un’offesa recata a Dio, di cui siamo tutti creature amate. Quindi, non escludete Dio nella riconciliazione tra gli uomini e afferrate quel mezzo di salvezza che si chiama confessione e che dona la pace interiore, che solo il Signore può dare!

Matrimonio e famiglia possono rispondere alla loro altissima chiamata cristiana solamente quando la pratica regolare della conversione e confessione personale e della riconciliazione attraverso la confessione hanno il loro posto fisso nella vita dei coniugi e dei membri della famiglia.

La missione popolare del Liechtenstein, che avrà inizio tra breve, mancherebbe a un suo compito essenziale, direi addirittura che non potrebbe dare il via all’“incontro con la vita” in Cristo, qualora rinunciasse a condurre i fedeli anche a una buona Confessione. Prego quindi vivamente i predicatori della missione di riservare a questo argomento la loro viva attenzione; in particolare suggerisco la celebrazione comunitaria del sacramento della Penitenza con la successiva Confessione personale e l’assoluzione di ogni singola persona.

“Incontro alla vita” – questo il leit-motiv della missione – è in primo luogo una liberazione dal peccato e dalla colpa, dalla mancanza di libertà e dall’egocentrismo, dall’errore e dalla confusione e quindi un cammino verso la santità e la santificazione della vita comunitaria. Maria, che nacque e visse senza la macchia del peccato, si pone davanti ai nostri occhi come il grande esempio di tale santità. Il suo esempio sia per noi luce e forza!

8. La famiglia come cellula della società e pietra viva della comunità ecclesiale è contemporaneamente anche il primo luogo della preghiera. Il Concilio Vaticano II dice: “Quando i genitori, mediante il loro esempio e la loro preghiera comune iniziano il loro cammino, anche i figli e tutti coloro che vivono in quella comunità familiare, riusciranno più facilmente a trovare questa via dell’autentica umanità, della salvezza e della santità. I coniugi però debbono, nella loro dignità e nel loro incarico di padre e di madre, assolvere accuratamente al dovere dell’educazione, soprattutto di quella religiosa, che è in particolare di loro competenza” (Gaudium et spes, 48). Allo stesso modo è però anche vero che i figli, come membri della famiglia donati da Dio, contribuiscono a modo loro alla santificazione dei genitori.

In questa diocesi, e quindi anche nel vostro Paese del Liechtenstein, alcuni anni fa è iniziata l’azione “Chiesa familiare”, che vorrebbe servire alla preghiera comune nella famiglia. Portate avanti questo importante compito e promuovetelo secondo le vostre forze! La preghiera comune a tavola non dovrebbe mancare in nessuna famiglia cristiana. Sono cosciente del fatto che per alcuni comporti un grande sforzo ricominciare con questa usanza. Mettete da parte ogni falsa vergogna religiosa e pregate insieme! “Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”, ci promette il Signore (Mt 18, 20).

A ragione possiamo pensare che la Madre del Signore sia nata in una famiglia religiosa e devota. Maria stessa prega molto. Nel Magnificat, famosa lode della potenza e gloria del Signore, essa ci insegna l’indirizzo principale di ogni preghiera: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Lc 1, 46-47). Cantate anche voi questa lode a Dio! Mostrate a Dio, mediante la fedele partecipazione alle celebrazioni eucaristiche della domenica e dei giorni feriali, che lo amate e onorate sopra ogni cosa e contemporaneamente siete pronti a dare a quest’amore un’espressione concreta e comunitaria! Andate al Signore eucaristico nel tabernacolo e pregate lì il Dio misteriosamente presente per voi stessi, per la vostra famiglia, per le vostre famiglie della vostra patria, per la famiglia dell’umanità e per la famiglia di Dio nella Chiesa! Esorto voi tutti, bambini, ragazzi e adulti, laici e sacerdoti, religiosi e religiose, sani e malati, impediti e attempati: pregate! Sì, mantenetevi fedeli alla preghiera quotidiana! La preghiera è la forza che veramente cambia e libera la nostra vita; nella preghiera avviene l’autentico “incontro con la vita”.

9. La famiglia è quindi un fondamentale rifugio e luogo d’esercizio per i valori e le qualità fondamentali che caratterizzano la singola persona. La famiglia è il terreno da cui trae nutrimento la coscienza della dignità della persona umana. L’ordine morale del matrimonio e della famiglia, come Dio lo ha fissato nel piano di creazione, viene oggigiorno frequentemente disturbato dal comportamento incosciente di molti, e non raramente viene addirittura distrutto. Ideologie disgregatrici che si ritengono moderne vogliono farci credere che quest’ordine sia superato e addirittura nemico dell’uomo. Così avviene già che molti cristiani si vergognano di impegnarsi con convinzione per quei principi morali fondamentali. Un simile atteggiamento dell’uomo non può portare alcuna benedizione, né per il singolo né per la società, la quale a sua volta è, in forte misura, determinata dalla qualità morale e religiosa del singolo e della sua famiglia.

La Chiesa cattolica non si stancherà di ripetere integralmente e senza limiti e di sottolineare sempre nuovamente quei principi che riguardano il male della convivenza extraconiugale, dell’infedeltà coniugale, della pratica divorzista sempre in aumento, del cattivo uso del matrimonio e dell’aborto. I compiti della famiglia cristiana nel mondo di oggi sono molteplici e importanti.

Ogni famiglia religiosamente e moralmente sana è contemporaneamente un prezioso fermento per l’intera comunità dei popoli. L’autentica famiglia cristiana è una benedizione per il mondo. Vorrei incoraggiare tutte le famiglie tra di voi a divenire sempre più famiglie veramente cristiane e ad affrontare il compito a ciò connesso nel tempo odierno con grande coraggio. L’umanità ha bisogno di questa testimonianza di fede nell’ora storica in cui viviamo. Non lasciatevi deviare da nessun contraccolpo, insuccesso, delusione o insicurezza e formate la vostra vita coniugale e familiare nello spirito di Cristo e della sua Chiesa!

10. Il cristiano convinto non si arrende mai! Egli prosegue fiducioso e con tenacia perché sa che c’è qualcuno che lo accompagna, che dà forza e fiducia proprio nei momenti di angoscia della vita. Questo esempio ce lo ha dato Maria, l’aurora della salvezza che ci ha partorito Cristo, il sole della giustizia (cf. “Prefazio della Festa”).

Essa ha percorso la via con il suo Figlio divino fin sotto la croce. Grazie alla fedeltà sofferta, in cui ha vissuto la sua non facile vocazione di Madre di Cristo, essa ha potuto conoscere per sé stessa ciò che Paolo afferma oggi nella seconda lettura: “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Possa la santa vita della Vergine Maria, la cui nascita la Chiesa celebra oggi in maniera così solenne nel principato del Liechtenstein con il successore di Pietro, diventare luce anche per la vostra vita di cristiani nelle vostre famiglie e nell’intera vostra comunità di popolo. Il suo esempio e il suo aiuto vi mettono in condizioni di vivere degnamente la vostra vocazione. Rimanete, soprattutto, una grande famiglia religiosamente e moralmente sana all’interno delle vostre frontiere, che si possono abbracciare con lo sguardo, di questo vostro bel Paese e vivete sempre nell’unione con la Chiesa universale e con il suo supremo pastore.

Dio vi benedica e vi protegga per l’intercessione di Nostra Signora del Liechtenstein, la Madre del nostro Redentore, che sotto la croce è divenuta anche la Madre di noi tutti. Amen.

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