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DOMENICA 29 MARZO 2009 – V DI QUARESIMA

DOMENICA 29 MARZO 2009 - V DI QUARESIMA dans BIBLE SERVICE (sito francese) 08-18%20IVORY%20CRUCIFIX

Ivory Crucifix Images of Religious and Theological Iconography

http://www.artbible.net/3JC/-Mat-27,32_Crucifixion/index.html

DOMENICA 29 MARZO 2009 – V DI QUARESIMA

MESSA DEL GIORNO

LINK ALLE LETTURE:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresB/QuarB5Page.htm

Seconda Lettura  Eb 5,7-9

Imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna.

Dalla lettera agli Ebrei

Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

DAL SITO BIBLE-SERVICE:

http://www.bible-service.net/site/179.html

Hébreux 5,7-9

Dans un registre de vocabulaire sacerdotal, l’épître aux Hébreux médite sur la mort-résurrection du Christ, grand prêtre parfait dans l’offrande de sa vie. Ce court extrait est un commentaire de sa prière  » Père, délivre-moi de cette heure « , dans l’Évangile qui suit.

En évoquant le grand cri, les larmes, la prière et la supplication de Jésus, l’auteur redit à sa manière ce que les Synoptiques avaient retenu de la scène de Gethsémani. La prière de Jésus a été exaucée en raison de  » sa soumission « , c’est-à-dire de son abandon à la volonté du Père. Nous entraînant sur ce chemin, il est alors pour nous  » cause du salut éternel « .

Ebrei 5, 7-9

In un registro di vocabolario sacerdotale la Lettera agli Ebrei medita sulla morte-resurrezione di Cristo, gran sacerdote, perfetto, nella offerta della sua vita. Questo breve estratto è un commento della preghiera di Gesù: « Padre, salvami da quest’ora » nel vangelo che segue.

Evocando il grande grido, le lacrime, la preghiera e la supplica di Gesù, l’autore ripete a suo modo quello che i sinottici avevano conservato della scena del Getsemani. La preghiera di Gesù è stata esaudita in ragione della « sua obbedienza » ossia del suo abbandono alla volontà del Padre. Ci persuade su questo cammino, esso è allora per noi « causa di salvezza eterna ».

OMELIA (29-03-2009) 
Monaci Benedettini Silvestrini:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090329.shtml

Il chicco di grano

Il messaggio centrale dell’odierna liturgia potrebbe essere quello dell’avvenuta nostra riconciliazione con Dio. Già nella prima lettura, il profeta Geremia ci annuncia una nuova alleanza, un nuovo patto di amicizia tra Dio e il suo popolo. Nuova alleanza o patto di amicizia, che sarà fondato non più su una legge esteriore, ma interiore, sulla legge dello Spirito. Questa nuova alleanza sarà caratterizzata dalla misericordia e della longanimità di Dio. Tutto questo si realizza pienamente in virtù del sacrificio di Cristo. Cristo stesso lo ricorderà esplicitamente nell’istituzione dell’Eucaristia, sacramento e memoriale perenne del suo sacrificio. La lettera agli Ebrei descrive tutto il dramma dell’umanità di Cristo, con estrema chiarezza, il destino della passione e della morte in croce. E’ toccante questo aspetto dell’umanità di Gesù, e ce lo fa sentire così vicino e simile a noi, quando siamo stretti del dolore e delle prove della vita. E nello stesso tempo ci appare immensamente lontano da noi per la sua perfetta obbedienza al Padre e totale abbandono alla sua volontà. Ciò che sostiene Gesù e lo conforta nell’affrontare la prova suprema, da un lato è la chiara consapevolezza che la croce è la via segnata dal Padre, via che condurrà alla glorificazione sua e del Padre stesso; d’altro lato, è la chiara consapevolezza che il suo sacrificio non sarà vano, anzi sarà ricco di frutti per l’umanità. A ragione l’autore della lettera agli Ebrei a dire che “Cristo divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono”. E poi Gesù stesso nel Vangelo ce lo dice: “se il chicco di grano no muore, rimane solo, se invece muore porta molto frutto”. Gesù è il chicco di grano che muore e porterà molto frutto. E attirerà tutti a sé. Nel suo discorso, c’è una parte che riguarda anche il discepolo, e quindi ciascuno di noi che lo seguiamo. “Se uno mi vuole servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo”. Il discepolo deve seguire le orme di Cristo, la via del Calvario, per portare con Cristo la sua croce e giungere poi alla gloria. Ma deve essere anche accanto ad ogni fratello che soffre. Il discepolo di Gesù di conseguenza, è colui che crede nel valore e nella fecondità del sacrificio, del donarsi per amore, del perdersi per ritrovarsi, del morire per vivere e comunicare la vita. La croce è il vero volto di Cristo; non esiste un Cristo senza la croce. La croce è un cammino, certamente, non una mèta; ma un cammino che ci porta alla vita eterna. Del resto questa è anche l’esperienza che fa ciascuno di noi nel suo piccolo mondo: in famiglia, nel lavoro, nella vita civile. Non dobbiamo seguire la strada dell’orgoglio, della superbia, del successo, dell’egoismo, bensì seguire la strada contraria, aspra ma feconda, del sacrificio e della rinuncia, del rinnegamento di sé, del donarsi e di spendersi per amore. Ognuno di noi, cioè ogni discepolo di Cristo, deve farsi come chicco di grano che muore per portare frutto; muore o cerca di far morire in sé tutto ciò che è disordinato e tutto ciò che non piace al Signore. Inoltre il cristiano deve saper anteporre e preferire innanzitutto la gloria di Dio e il bene dei fratelli. 


UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera agli Ebrei 1, 1 – 2, 4

Il Figlio erede dell’universo, esaltato al di sopra degli angeli
Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato? (Sal 2,7).
E ancora:
Io sarò per lui padre
ed egli sarà per me figlio? (2 Sam 7, 14).
E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice:
Lo adorino tutti gli angeli di Dio (Sal 96, 7).
E mentre degli angeli dice:
Egli fa i suoi angeli pari ai venti,
e i suoi ministri come fiamma di fuoco (Sal 103, 4),
del Figlio invece afferma:
Il tuo trono, Dio, sta in eterno
e:
Scettro d’equità è lo scettro del tuo regno;
hai amato la giustizia e odiato l’iniquità,
perciò ti unse Dio, il tuo Dio,
con olio di esultanza più dei tuoi compagni (Sal 44, 7-8).
E ancora:
Tu, Signore, da principio hai fondato la terra
e opera delle tue mani sono i cieli.
Essi periranno, ma tu rimani;
invecchieranno tutti come un vestito.
Come un mantello li avvolgerai,
come un abito,
e saranno cambiati;
ma tu rimarrai lo stesso,
e gli anni tuoi non avranno fine (Sal 101, 26-28).
A quale degli angeli poi ha mai detto:
Siedi alla mia destra,
finché io non abbia posto i tuoi nemici
come sgabello dei tuoi piedi? (Sal 109, 1).
Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?
Proprio per questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno a quelle cose che abbiamo udito, per non andare fuori strada. Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto giusta punizione, come potremo scampare noi se trascuriamo una salvezza così grande? Questa infatti, dopo essere stata promulgata all’inizio dal Signore, è stata confermata in mezzo a noi da quelli che l’avevano udita, mentre Dio testimoniava nello stesso tempo con segni e prodigi e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà.

Responsorio    Cfr. Eb 1, 3; 12, 2
R. Cristo Gesù, che è irradiazione della gloria del Padre e impronta della sua sostanza, sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, * ora siede alla destra di Dio nell’alto dei cieli.
V. Autore e perfezionatore della fede, egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce;
R. ora siede alla destra di Dio nell’alto dei cieli.

Seconda Lettura
Dalle «Lettere pasquali» di sant’Atanasio, vescovo
(Lett. 14, 1-2; PG 26, 1419-1420)

Celebriamo la vicina festa del Signore con autenticità di fede
Il Verbo, Cristo Signore, datosi a noi interamente ci fa dono della sua visita. Egli promette di restarci ininterrottamente vicino. Per questo dice: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Egli è pastore, sommo sacerdote, via e porta e come tale si rende presente nella celebrazione della solennità. Viene fra noi colui che era
atteso, colui del quale san Paolo dice: «Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato» (1 Cor 5, 7). Si verifica anche ciò che dice il salmista: O mia esultanza, liberami da coloro che mi circondano (cfr. Sal 31, 7). Vera esultanza e vera solennità è quella che libera dai mali. Per conseguire questo bene ognuno si comporti santamente e dentro di sé mediti nella pace e nel timore di Dio.
Così facevano anche i santi. Mentre erano in vita si sentivano nella gioia come in una continua festa. Uno di essi, il beato Davide, si alzava di notte non una volta sola ma sette volte e con la preghiera si rendeva propizio Dio. Un altro, il grande Mosè, esultava con inni, cantava lodi per la vittoria riportata sul faraone e su coloro che avevano oppresso gli Ebrei. E altri ancora, con gioia incessante attendevano al culto sacro, come Samuele ed il profeta Elia.
Per questo loro stile di vita essi raggiunsero la libertà e ora fanno festa in cielo. Ripensano con gioia al loro pellegrinaggio terreno, capaci ormai di distinguere ciò che era figura e ciò che è divenuto finalmente realtà.
Per prepararci, come si conviene, alla grande solennità che cosa dobbiamo fare? Chi dobbiamo seguire come guida? Nessun altro certamente, o miei cari, se non colui che voi stessi chiamate, come me, «Nostro Signore Gesù Cristo». Egli per l’appunto dice: «Io sono la via» (Gv 14, 6). Egli è colui che, al dire di san Giovanni, «toglie il peccato del mondo «(Gv 1, 29). Egli purifica le nostre anime, come afferma il profeta Geremia: «Fermatevi nelle strade e guardate, e state attenti a quale sia la via buona, e in essa troverete la rigenerazione delle vostre anime» (cfr. Ger 6, 16).
Un tempo era il sangue dei capri e la cenere di un vitello ad aspergere quanti erano immondi. Serviva però solo a purificare il corpo. Ora invece, per la grazia del Verbo di Dio, ognuno viene purificato in modo completo nello spirito.
Se seguiremo Cristo potremo sentirci già ora negli altri della Gerusalemme celeste e anticipare e pregustare anche la festa eterna. Così fecero gli
apostoli, costituiti maestri della grazia per i loro coetanei ed anche per noi. Essi non fecero che seguire il Salvatore: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19, 27).
Seguiamo anche noi il Signore, cioè imitiamolo, e così avremo trovato il modo di celebrare la festa non soltanto esteriormente, ma nella maniera più fattiva, cioè non solo con le parole, ma anche con le opere.

Responsorio    Cfr. Eb 6, 20; Gv 1, 29
R. L’agnello senza macchia è entrato per noi come precursore, * divenuto sommo sacerdote per sempre al modo di Melchisedek, rimane sacerdote in eterno.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve   At 13, 26-30a
Fratelli, a noi è stata mandata questa parola di salvezza. Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e condannandolo hanno adempiuto le parole dei profeti che si leggono ogni sabato; e, pur non avendo trovato in lui nessun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso. Dopo aver compiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti.

MERCOLEDÌ 25 MARZO 2009 – ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE (S)

MERCOLEDÌ 25 MARZO 2009 – ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE (S)

MESSA DEL GIORNO

LINK ALLE LETTURE:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0325Page.htm

Seconda Lettura  Eb 10,4-10
Di me sta scritto nel rotolo del libro che io compia, o Dio, la tua volontà.

Dalla lettera agli Ebrei 
Fratelli, è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:  Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: « Ecco, io vengo — poiché di me sta scritto nel rotolo del libro — per fare, o Dio, la tua volontà ».
Dopo aver detto « Non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato », cose tutte che vengono offerte secondo la legge, soggiunge: « Ecco, io vengo a fare la tua volontà ». 
Con ciò stesso egli abolisce il primo sacrificio per stabilirne uno nuovo. Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.  

MARTEDÌ 24 MARZO 2009 – IV SETTIMANA DI QUARESIMA

MARTEDÌ 24 MARZO 2009 – IV SETTIMANA DI QUARESIMA

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 10 sulla Quar., 3-5; PL 54, 299-301)

Il bene della carità
Nel vangelo di Giovanni il Signore dice: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). E nelle lettere del medesimo apostolo si legge: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio; chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1 Gv 4, 7-8).
Si scuotano perciò le anime dei fedeli, e con sincero esame giudichino gli intimi affetti del proprio cuore. E se nelle loro coscienze troveranno qualche frutto di carità non dubitino della presenza di Dio in loro. Se poi vogliono trovarsi maggiormente disposti a ricevere un ospite così illustre, dilatino sempre più l’ambito del loro spirito con le opere di misericordia.
Se infatti Dio è amore, la carità non deve avere confini, perché la divinità non può essere rinchiusa entro alcun limite.
Carissimi, è vero che per esercitare il bene della carità ogni tempo è appropriato. Questi giorni tuttavia lo sono in modo speciale. Quanti desiderano arrivare alla Pasqua del Signore con la santità dell’anima e del corpo si sforzino al massimo di acquistare quella virtù nella quale sono incluse tutte le altre in sommo grado, e dalla quale è coperta la moltitudine dei peccati. Mentre stiamo per celebrare il mistero più alto di tutti, il mistero del sangue di Gesù Cristo che ha cancellato le nostre iniquità, facciamolo con i sacrifici della misericordia. Ciò che la bontà divina ha elargito a noi, diamolo anche noi a coloro che ci hanno offeso.
La nostra generosità sia più larga verso i poveri e i sofferenti perché siano rese grazie a Dio dalle voci di molti. Il nutrimento di chi ha bisogno sia sostenuto dai nostri digiuni. Al Signore infatti nessun’altra devozione dei fedeli piace più di quella rivolta ai suoi poveri, e dove trova una misericordia premurosa là riconosce il segno della sua bontà.
Non si abbia timore, in queste donazioni di diminuire i propri beni, perché la benevolenza stessa è già un gran bene, né può mancare lo spazio alla generosità, dove Cristo sfama ed è sfamato. In tutte queste opere interviene quella mano, che spezzando il pane lo fa crescere e distribuendolo agli altri lo moltiplica.
Colui che fa l’elemosina la faccia con gioia. Sia certo che avrà il massimo guadagno, quando avrà tenuto per sé il minimo, come dice il beato apostolo Paolo: «Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, somministrerà e moltiplicherà anche la vostra semente, e farà crescere i frutti della vostra giustizia» (2 Cor 9, 10), in Cristo Gesù nostro Signore, che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

L’AMORE «TEOLOGALE» DEL PROSSIMO (1Cor 13)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/lyonnet_meditare_con_paolo5.htm

STANISLAO LYONNET (1Cor 13)

L’AMORE «TEOLOGALE» DEL PROSSIMO

Nell’analisi della descrizione dell’amore del prossimo fatta da Paolo nell’ «inno alla carità» (1Cor. 13) ci siamo attenuti principalmente all’ aspetto esteriore. Vale la pena ora di approfondirne la natura, e precisamente di esaminare ciò che distingue questo da ogni amore «naturale», facendone una «virtù teologale». È chiaro infatti che l’amore descritto nei vv. 4-7 non può esser diverso da quello del quale parla in tutto l’inno e che mette accanto alla fede e alla speranza, o meglio al di sopra di esse (v. 13) (1).
Per San Paolo, come per il Nuovo Testamento in generale, l’amore del prossimo è anzitutto ed essenzialmente un riflesso dell’amore che Dio stesso porta a noi, del quale Cristo è l’espressione perfetta. Ci si spiegano pertanto quelle formule così caratteristiche che ritornano di continuo sotto la sua dettatura.

Mostratevi buoni e compassionevoli gli uni verso gli altri, perdonando vi reciprocamente, come Dio ha perdonato a voi. Siate dunque imitatori di Dio, quali figlioli amatissimi. Vivete nell’amore, dietro l’esempio di Cristo, il quale vi ha amato e si è donato per voi (Ef. 4,32 fino a 5,2).
Portate la mia gioia al colmo con la concordia dei vostri sentimenti: abbiate lo stesso amore, un’anima sola, un solo sentimento, non fate concessioni alla vanagloria…; non cercate il vostro tornaconto, ma ognuno pensi piuttosto a quello degli altri: siate di fatto animati dagli stessi sentimenti di Cristo Gesù, il quale, essendo di condizione divina… si annichilò… si umiliò, obbedendo fino alla morte e alla morte su una croce (Fil. 2,2-8).
È nostro dovere non cercare quel che piace a noi. Ognuno piaccia al suo prossimo… Infatti Cristo ha cercato quel che piaceva a lui (Rom. 15,1-3).
Uomini, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la chiesa e si è donato per essa, per santificarla (Ef. 5, 25-26).

Era, questa, la lezione chiarissima del discorso del monte: «Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto» (Mt. 5,48), lezione che Luca non teme di precisare, scrivendo: «Siate misericordiosi, come il vostro Padre celeste è misericordioso» (Lc. 6,36). Era, anche, la lezione di San Giovanni: «Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri» (Giov.13,34).
Se il nostro amar del prossimo è un riflesso dell’amore che Dio e Cristo portano a noi, nessuna meraviglia che ne riproduca tutte le caratteristiche e che all’uno e all’altro siano attribuite le medesime qualità; l’abbiam già visto per la longanimità, la bontà, la benignità, il disinteresse. Ma lo stesso si può dire, per esempio, della misericordia, della compassione, della fedeltà, ecc. (2).
Ora, imitare Dio o Cristo non è come imitare un santo. Di questo non possiamo riprodurre se non gli atteggiamenti o i sentimenti; ma egli rimane sempre esterno a noi. Dio invece, come dice Sant’Agostino, «è interno a noi più di noi stessi». Ogni cristiano è entrato col battesimo a partecipare della vita stessa di Cristo risuscitato (Rom. 6,4); con Cristo è divenuto un solo essere (v. 5), tanto che Paolo non teme di dire: «Vivo, ma non più io; bensì è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20). Proprio perché vive della vita stessa di Cristo il cristiano può rivolgersi al Padre col medesimo appellativo di cui si serviva il Figlio unico, l’appellativo di abbà (Padre), preso nel senso speciale che esso aveva presso gli Ebrei (Gal. 4,6; Rom. 8,15) (3). «Battezzati in Cristo, noi formiamo un tutt’uno con lui» (Gal. 3,27-28): non una cosa sola, ma un solo essere vivente; infatti l’Apostolo usa il maschile, non il neutro: «come una sola persona mistica» (4). È ben per questo che Dio Padre ci ama, nello Spirito, dello stesso amore con il quale ama il proprio Figlio (5). Con questo stesso amore, che è la vita di Cristo, noi a nostra volta amiamo, nello Spirito, non solo il Padre, ma tutti quelli che ama lui: tutti gli uomini, i nostri «fratelli».
È chiaro che nulla si può pensare che ci unisca a Dio in maniera più intima e più immediata, secondo la definizione che San Tommaso dà della virtù «teologale», proprio quando spiega il passo di 1Cor. 13, 13: «Queste tre virtù ci uniscono a Dio immediatamente; le altre ci uniscono a Dio solo mediante queste tre». Più ancora, l’amore così intenso non solo ci unisce immediatamente a Dio, ma – potremmo dire – ci unisce a ciò che in Dio è Dio nel massimo grado, poiché, secondo la rivelazione cristiana, «Dio è amore» (6).
Assai istruttivo è, a questo proposito, un passo di San Gregorio Nazianzeno. Gregorio, fine letterato com’era, sapeva bene che l’ideale religioso del greco era di assimilarsi a Dio, di ottenere la «divinizzazione» fuggendo ogni contatto con il mondo sensibile della materia e dandosi al puro esercizio dell’intelligenza. A questo ideale, pur tanto elevato, Gregorio oppone l’ideale cristiano utilizzando a bello studio lo stesso vocabolario e, ricordando che l’uomo è stato creato a immagine di Dio, esclama: «Pensa, o uomo divino, di chi sei creatura… Imita pertanto la ‘filantropia’ di Dio. Nulla nell’uomo è più divino che il far del bene. Tu dunque hai la possibilità di diventare Dio senza grande sforzo: non lasciar passare questa occasione di ‘divinizzazione’» (7).

Ma l’amore del prossimo è «teologale» anche in quanto per San Paolo amare il prossimo è lo stesso che amare Cristo, poiché tutti gli uomini uniti a Cristo – e tutti son chiamati ad esserlo – formano con Cristo risuscitato «un unico vivente», secondo l’espressione così energica di Gal. 3,48 ricordata sopra; poiché, in altre parole e per dirla con un’immagine cara all’ Apostolo non meno che ai suoi contemporanei, sono tutti «membra di Cristo» e formano il suo «corpo» (8). Questa dottrina è al centro della teologia di San Paolo e non è che l’eco dell’insegnamento del Maestro e della sua parola «l’avete fatto a me» (Mt. 25,40); essa consacra quella sovreminente dignità della persona umana che ogni morale cristiana si sforzerà sempre di promuovere e che si esprime nel principio che l’uomo è «figlio di Dio» perché è un «altro Cristo».
È risaputo quale posto essa occupasse nella predicazione dei Padri e con quale profondità i cristiani la vissero, un tempo più che ai nostri giorni. Ne fu fede l’aneddoto che Gilberte Périer narra nella vita del fratello Blaise Pascal. Questi, malato, desiderava ardentemente di comunicarsi; ma, vedendo l’opposizione dei medici alla sua aspirazione, non osò più parlarne; semplicemente disse: «Dal momento che non mi si vuole accordare questa grazia, vorrei almeno sostituirvi qualche opera buona e, non potendo comunicarmi col capo vorrei almeno comunicarmi nelle sue membra; per questo ho pensato di aver qua dentro un povero malato, al quale si renderanno gli stessi servigi che si rendono a me». Sempre rifacendosi allo stesso insegnamento il Padre Muckermann, per esempio, giustificava così la sua resistenza a Hitler: «Ogni volta che constatiamo un’ingiustizia verso chicchessia, fosse pure il più povero e il più umile degli uomini, è come se vedessimo vibrare un pugno al volto di Cristo».
È ancora questa dottrina che spiega come il cristiano possa amare Dio non solo con un amore di semplice ammirazione, ma con amore effettivo, quello di un amico che vuole il bene del suo amico e si sforza di procurarglielo: non si contenta di ricevere, ma passa al dono. Tra Dio e l’uomo sembra che un tale scambio di beni – nel quale consiste la vera amicizia – sia decisamente escluso. Da Dio, cosi pare, l’uomo non può che ricevere e perciò sembra dover esser privo della beatitudine, che secondo il detto di Cristo riferito da Paolo, consiste «più nel donare che nel ricevere» (Atti 20,35). Ma ecco che il mistero dell’incarnazione opererà questo prodigio inaudito, poiché Dio, l’infinito, senza perder nulla della sua trascendenza, si fa uomo, finito, e pertanto capace di «ricevere» qualcosa dalle sue creature. Per quanto stupefacente e blasfema possa apparire la cosa, Dio ha voluto «aver bisogno dell’uomo». Noi lo vediamo fin dall’Antico Testamento entrare in qualche modo nella storia del suo popolo e vediamo i profeti, a partire da Osea, compiacersi nel descrivere l’amor di Dio per Israele sotto la immagine dell’ amore appassionato di un uomo per la sua sposa, un uomo che non sa fare a meno di amarla nonostante le sue infedeltà. La Bibbia non teme nemmeno di parlare della «gelosia di Dio», segno indubitabile dell’amore, ma di un amore deluso, che soffre di esserlo.
Ma con la rivelazione del mistero dell’incarnazione comprendiamo fino a quel punto Dio ha voluto associarsi alla nostra condizione umana e farsi uno di noi. Nel corso della sua vita mortale, infatti, Cristo non si è limitato a «passare facendo del bene» (Atti 10,38), ma, da uomo autentico, ha avuto bisogno di altri; ha dato, ma ha pure ricevuto e quando, seduto sull’orlo del pozzo di Giacobbe, chiedeva un po’ d’acqua per calmar la sete, non intendeva certo parlare per celia con la donna di Samaria (Giov. 4,7).
Ora l’incarnazione continua. Cristo ha voluto restar presente tra gli uomini, nell’Eucarestia e nelle membra del suo Corpo: due presenze delle quali San Paolo nota espressamente la connessione: un solo pane eucaristico, un solo corpo di Cristo (1Cor. 10, 16-17). Anche questa dottrina è ripresa instancabilmente dai Padri, per esempio dal papa San Leone Magno, uno dei grandi «dottori dell’incarnazione», che non esita a stabilire un parallelo tra queste due presenze. Cosi egli ricorda ai cristiani che «comunicandosi si nutrono del corpo e del sangue di Cristo», ma anche che «distribuendo ai poveri vestiti e cibarie nutrono e vestono Cristo nei poveri»; e, con un ardire al quale non siamo abituati conclude: «Vero Dio e vero uomo, dunque, Cristo è unico, ricco nelle sue ricchezze, povero nelle nostre miserie, in atto di ricevere le nostre offerte (nella persona dei poveri) e di distribuire i suoi doni (nell’Eucarestia), di partecipare alla nostra condizione mortale e di dare la vita ai morti». In un altro passo egli celebra la meravigliosa condiscendenza di Cristo, che ha saputo «conciliare il mistero della sua umiltà con quello della sua gloria, casi che a Colui che noi adoriamo come nostro re e maestro nella maestà del Padre, dessimo pure da mangiare nella persona dei suoi poveri» (9).
Così stando le cose, nessuno si meraviglierà che San Paolo concepisca la vita cristiana, interamente imperniata sulla carità, come il culto per eccellenza che noi dobbiamo rendere a Dio, culto chiamato «spirituale» in opposizione ai sacrifici della legge antica (Rom. 12,1). La sua morale, che si riassume nell’amore del prossimo, non per questo è meno essenzialmente ordinata a Dio: è una morale eminentemente religiosa. Se l’Apostolo ricorda solo il «secondo» comandamento: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gal. 5,13; Rom. 13,9) – come fa del resto Cristo in Mt. 7,12 (cfr. 25,31-46) e in Giov. 13,35 – ciò non significa certamente che egli dimentichi il «primo»: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore». La ragione sta in questo: che per lui il «secondo» include il «primo» e ne è come l’autentica espressione concreta. L’opposizione, oggetto di tante controversie, tra una morale «teocentrica» e una morale «antropocentrica» è superata; in lui non ha più senso. Ogni azione ordinata al vero «bene dell’uomo», che consiste nel compiere il suo destino, cioè nel «ritornare a Dio», non può non essere ordinata al «bene di Dio», poiché proprio per questo fine Dio l’ha creato e Cristo l’ha riscattato col suo sangue.
«Se la visione di Dio è la vita dell’uomo, la gloria di Dio consiste nel dar la vita all’uomo» (S. Ireneo).
Tutto questo aveva mirabilmente compreso Santa Teresa del Bambin Gesù. Nell’atto di offerta all’amore misericordioso composto due anni avanti la morte, atto che portava sempre con sé, dapprima aveva scritto spontaneamente: «Voglio lavorare solo per amar vostro, all’unico fine di farvi piacere, di consolare il vostro Sacro Cuore salvando vi delle anime che vi amino eternamente». Spaventata, forse, della sua audacia o consigliata da qualcuno, si sa che, nel copiare l’atto di offerta per la sorella, introdusse un leggero cambiamento scrivendo: «… all’unico fine… di consolare il vostro Sacro Cuore e di salvar delle anime…». Ritengo che nel suo pensiero la «salvezza delle anime» rappresenta il mezzo non solo privilegiato, ma unico di «consolare» veramente il Cuore di Gesù; ma la nuova redazione, quella che fu stampata e diffusa, permetteva una dissociazione, che probabilmente molti lettori han fatto con non minore spontaneità.

[1]. Si veda pure L. LOCHET, Charité fraternelle et vie trinitaire: «Nouvelle Revue Théologique» 38 (1956) 113-134.
[2]. Ecco alcuni dei richiami più caratteristici:
-longanimità: 1Cor. 13,4; Gal.5,22; e Rom. 2,4; 9,12.
- bontà e benignità: 1Cor. 13,4; Gal. 5,22; Col. 3,12; Ef.4,32 e Rom. 2,4; 11,22; Ef. 2,7; Tit. 3,4.
- disinteresse: 1Cor. 10,24.33;  13,5; Fil. 2,3.21 e Rom. 5,6-8; 15,1-3; cfr. Mt. 5,48; Lc. 6,35.
- misericordia: Rom. 12,8 e Tito 3,5; cfr. Ef.4,32; Le. 6.36. – compassione: Col. 3,12 e Rom. 12,1.
- fedeltà: Gal. 5,22 e 1Cor. 1,9; Rom. 3,3.
[3]. Vedi sopra p. 34.
[4]. S. TOMMASO, Summa Theologica III, q.48, a.2.
[5]. Rom. 5,5; 8,16; cfr. Giov. 17,26.
[6]. 1Giov. 4,8; si veda tutto il contesto dei vv.7-9.
[7]. Discorso I7, n.9 (P.G.35,976).
[8]. 1Cor. 6,I5; 10,17; 12,I2.27; Rom. I2,5; Col. 1,18, ecc.; Ef. 1,23, ecc.
[9]. S. LEONE MAGNO, Sermoni 91 e 9 (PL 54.452-453.163). Il Padre Peyriguère, apostolo di El Khab nel Marocco, ha vissuto questo mistero con un’intensità particolare: «La contemplazione è l’esperienza della presenza. Qui, nel prendermi cura dei fanciulli, io Lo vedo, Lo tocco, ho l’impressione quasi fisica di toccare il corpo di Cristo. È una grazia straordinaria… I fanciulli ai quali metto una camicia sono il corpo di Cristo, che io adorno. A forza di viverla (questa presenza), ne viene un rinnovamento della mia messa…». Caduto gravemente malato, egli rinviò la partenza per poter attendere ancora a una distribuzione di abiti. Alla suora che gli domanda perché mai non sia disceso più presto a Casablanca per farsi curare, risponde con tutta semplicità: «Ma, sorella, non avrei avuto la gioia di veder Cristo vestito a nuovo» (G. GORRÉE, Le Père Peyriguère, pp. 54 e 70).

SAN PAOLO E L’AMORE DEL PROSSIMO (1Cor 13, 4-7)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/lyonnet_meditare_con_paolo4.htm

STANISLAO LYONNET

SAN PAOLO E L’AMORE DEL PROSSIMO
(1Corinti 13.4-7)

Se, nelle sue lettere, San Paolo ritorna con particolare insistenza dell’importanza della preghiera, bisogna dire almeno altrettanto della carità.
Basta, per rendersene conto, sfogliare le lettere fermandosi di preferenza sulla parte detta sovente «morale», nella quale l’Apostolo moltiplica i consigli pratici di vita cristiana, e notare di volta in volta tutto ciò che vi ha attinenza con il precetto dell’amore. Non vi è lettera in cui esso non occupi un posto rimarchevole; talvolta occupa interamente la parte morale, e sotto la forma più comune, più umile, che è quella dell’amor del prossimo.
Si potrebbe constatare senza fatica che è questo il precetto al quale Paolo riconduce tutti gli altri perché esso li contiene tutti quanti (cfr. Gal. 5,14; Rom. 13,8-10). Ma se vogliamo comprendere esattamente che cosa egli intenda per «amare il prossimo», niente ci aiuterà tanto, quanto un’attenta lettura della descrizione che ce ne offre nell’«inno alla carità», nel capo 13 della prima ai Corinti (vv.4-7):

La carità è longanime, la carità è servizievole, non è gelosa; la carità non è fanfarona, non si dà arie; non prova vergogna; non cerca il proprio tornaconto; non si irrita, non tien conto del male; non si rallegra dell’ingiustizia, ma ripone la sua gioia nella verità. Scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto.

Ai Corinti, i quali mettevano il loro ideale di perfezione nel possesso dei doni spirituali più appariscenti, San Paolo propone «una via che supera tutte le altre». Questa via, sublime e semplice ad un tempo, è la via dell’amore, di quell’amore che si esprime e si realizza nei più umili gesti della vita quotidiana: atteggiamento esterno, ma che sia il riflesso di un comportamento interiore (cfr. v. 3), amore autentico, «senza infìngimenti» (Rom. 12,9), ma che appunto, se è autentico, non può non esprimersi in gesti ben concreti, perché i gesti si conformano all’attitudine interiore di amore, quali che possano essere le resistenze della sensibilità, perché l’amore vero è essenzialmente «volontà del bene altrui».

La carità è longanime, servizievole

La prima caratteristica dell’amore – e sarà anche l’ultima – è quella longanimità in cui la Bibbia riconosce uno degli attributi più frequentemente dati a Dio e di cui Israele ha così spesso fatto l’esperienza nella sua storia: «lento alla collera», instancabilmente paziente nei riguardi di quel popolo «di dura cervice» (1). L’uomo caritatevole è egli pure pieno di bontà, di benignità, simile anche in questo a Dio (2), di quella stessa benignità di cui Paolo ci dice che apparve con la nascita del Dio fatto uomo (Tito 3,4). La parola greca usata dall’Apostolo consente anche la traduzione ‘servizievole’ (3), e difatti il cristiano che fa professione di carità non solo non rifiuta i «servizi» di cui può venir richiesto, quando non vi si opponga un «servizio» più grande, ma «si mette al servizio degli altri» (4), cioè prende un atteggiamento tale che per gli altri è un invito a chiedergli effettivamente dei servizi; in breve, è qualcuno «di cui ci si può servire» (5).

La carità non è gelosa, non è fanfarona, non si dà arie

Gelosia e invidia le sono evidentemente sconosciute. E come potrebbe, colui che ama, rattristarsi della felicità che per definizione «vuole» per gli altri? Ma egli non cede nemmeno alla iattanza o all’arroganza, respingendo anche quell’orgoglio segreto che ci spinge a compiacerci della nostra buona azione e a crederci al di sopra degli altri, forse per la sola ragione che abbiamo coscienza di esser caritatevoli. Per San Paolo l’umiltà è in effetti la prima condizione della vera carità: chi intende amare il prossimo deve per prima cosa «non sopravvalutare se stesso» (Rom. 12,3); più ancora, deve «ritenere gli altri superiori a lui» (Fil. 2,3), mettersi lealmente in atteggiamento di «servizio» e quindi al di sotto di essi, come Cristo, il quale, essendo «di condizione divina, non tenne per sé, ‘con animo geloso, il grado che lo faceva eguale a Dio, ma si annientò prendendo la condizione di schiavo… e si umiliò ancor di più, obbedendo fino alla morte e alla morte su una croce» (vv.6-8) (6).

La carità non prova vergogna

Questo è il senso in cui i Padri greci prendono solitamente il termine usato da S. Paolo, termine che spesso viene invece tradotto con «non ricorre a mezzi cattivi» o «non fa nulla di sconveniente» (7). Il cristiano non si accontenta di non «rendere male per male» (Rom. 12,17), ma ricambia il male con il bene, «dà da mangiare al suo nemico se ha fame e da bere se ha sete» (v. 20), volendo «vincere il male col bene» (v. 21); colui che «insultato non sa che benedire», «perseguitato non sa che sopportare», «calunniato non sa che consolare» (1Cor. 12-13), un uomo siffatto, messo in una società – alla quale la nostra incomincia stranamente a rassomigliare – per cui la «grandezza d’animo» consisteva precisamente, come dice Aristotele, nel «non sopportare», non poteva riscuoterne che il disprezzo.

La carità non cerca il proprio tornaconto

Al centro della descrizione l’Apostolo mette la nota che a suo avviso caratterizza meglio di ogni altra l’amore di Dio e di Cristo per noi: la gratuità, il disinteresse 8. Sotto la sua dettatura la formula ritorna a più riprese (9). Una simile esigenza, tuttavia, è parsa eccessiva e ben presto alcuni copisti tentarono, sia pure con le migliori intenzioni, di edulcolare, almeno qui, l’espressione con una correzione leggerissima (10); con l’aggiunta delle due sole lettere della negazione me (non), attribuirono a San Paolo un’affermazione perfettamente ortodossa («la carità non cerca quel che non è suo»), ma tale che riduce la carità alla giustizia. Non v’è dubbio che la carità abbracci inizialmente la giustizia, e nessuno l’ha affermato tanto esplicitamente quanto Paolo: «La carità- egli dice – non reca torto al prossimo» (Rom. 13, 10); essa tuttavia la sorpassa di tanto, si può dire, quanta è la distanza che separa Dio dall’uomo, che separa un mondo semplicemente «naturale» da uno elevato all’ordine «soprannaturale». In nome della giustizia il cristiano rivendica il diritto altrui, ma anche il proprio; in nome della carità sa rinunciare al suo diritto quando non sia in causa quello degli altri: si rifiuta di «farsi giustizia da sé» (Rom. 12, 19).
È per questo che nella stessa lettera, poco più sopra (1Cor. 6), San Paolo rimprovera i cristiani di Corinto non solo perché sottoponevano le loro questioni a magistrati pagani mentre potevano risolverle amichevolmente tra di loro, e commettevano cosi un vero crimine di lesa maestà della dignità cristiana, ma osa riprendere questi neofiti appena usciti da un paganesimo singolarmente rozzo (vv. 9-11) per il semplice motivo che si intentano dei processi; orbene, questo suppone due cose egualmente biasimevoli: primo, che ci sono dei fratelli che hanno commesso delle ingiustizie contro altri fratelli, il che esclude dal regno di Dio; secondo, che le vittime non hanno preferito «soffrire l’ingiustizia» e «lasciarsi spogliare» (v.7), e questo, se non è proprio un peccato o un delitto (come supporrebbe la traduzione delictum della Volgata), è pure sempre una «sconfitta» (ettema) dell’ideale cristiano. L’ideale del discorso del monte: «Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, mostragli anche l’altra» (Mt. 5,39) è preso da Paolo sul serio, a condizione, s’intende, che questo atteggiamento non rappresenti una mancanza di carità riguardo al prossimo, condizione da cui si vede che il solo limite alla carità viene dalla carità stessa. Così Cristo non ha «tenuto per sé, con animo geloso, l’eguaglianza con Dio, ma si è annientato» (Fil. 2,6-7); «da ricco si è fatto povero, per arricchirei con la sua povertà» (2Cor. 8,9).
Un amore disinteressato e gratuito è di sua natura universale (Rom. 12,14-21), proprio come l’amore di Dio, il quale «non fa accettazione di persona» (11) e «vuole la salvezza di tutti gli uomini» (1Tim. 2,4). Le preferenze del cristiano, se ne ha, andranno agli umili (Rom. 12,16), a quelli da cui non ci si può atattender nulla in contraccambio (12), e se gli vien comandato in modo specialissimo di amare i nemici (13), la ragione è questa: che nessun amore è più di questo gratuito e disinteressato, più simile a quello di Dio stesso e di Cristo, i quali «ci hanno amati quando noi eravamo ancora empi, peccatori», cioè «nemici» (Rom. 5,6-10).

La carità non si irrita, non tien conto del male, non si rallegra dell’ingiustizia, ma ripone la sua gioia nella verità

Una volta toccata la cima, San Paolo, come temendo qualche illusione, si affretta a ridiscendere ai particolari della vita d’ogni giorno, nella quale il disinteresse autentico deve esercitarsi ed aver la sua verifica. La carità non si irrita, non agisce mai sotto l’impulso di sentimenti irriflessi, dei quali il più abituale è «l’accesso di collera». Essa insegna a tenere a freno parole e gesti inconsulti; in una parola, insegna a ristabilire al più presto possibile il dominio della ragione sull’istinto, o – come Paolo dice in un altro passo – a non permettere che «il sole tramonti sulla nostra collera» (Ef. 4,26).
La carità non tien conto del male, «non lo fissa – come dice il P. Huby – sul registro della memoria». Non contenta di perdonare, essa arriva perfino a dimenticare.
La carità non si rallegra dell’ingiustizia, del male che può ravvisare in altri, quasi «a prendersi la rivincita con la soddisfazione di un confronto che riesce a vantaggio suo (Allo); e sarebbe invero strano che colui che ama potesse esser felice di scoprire qualche male in coloro che sono oggetto del suo amore!
Più ancora, la carità – e questo è più difficile, come osserva finalmente San Giovanni Crisostomo – ripone la sua gioia nella verità, dovunque questa si trovi, fosse pure nei suoi nemici.

La carità scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto

La descrizione si chiude con quattro note distintive. La carità scusa tutto; questo, almeno, è il senso più probabile del termine greco, che però può esser tradotto anche, insieme con la Volgata, con soffre tutto, il che equivale a quanto dirà l’ultima qualità. Non che rimanga cieca sui difetti del prossimo; ma essa sa che tali difetti sono sovente il prezzo di buone qualità ancora più grandi. E se distingue una pagliuzza nell’occhio del fratello, essa però non trascura di guardare anche la trave che, magari, si trova nel suo (Mt. 7,3). Soprattutto si guarda bene dal giudicare le intenzioni, le quali spesso sono molto meno malvagie di quanto si sospetti (14) e sono conosciute solo da Dio (cfr. 1Cor. 4,5). La carità fa questo ricordandosi del precetto di Cristo: «Non giudicate (gli altri) per non esser giudicati (da Dio), poiché la misura che userete sarà usata per voi» (Mt. 7.1-2). La carità crede tutto. Il suo primo moto non è una spontanea reazione di diffidenza; al contrario, essa «fa credito al prossimo prima ancora di esser sicura che esso lo meriti» (Allo). Posto anche che non lo meriti lì per li, la carità è ottimista per l’avvenire: spera tutto, convinta com’è che anche il più miserabile degli uomini ha delle possibilità di bene illimitate, giacché è amato da Dio fino al punto che anche Cristo ha accettato di morire per lui. Che se la speranza tarda a realizzarsi, nell’attesa sopporta tutto: ben lungi dal «lasciarsi vincere dal male», adottando il metodo messo in atto con lei, «trionfa sul male con il bene» (Rom. 12,21).

[1]. Cfr. Rom. 2,4; 9,12.
[2]. Cfr. Rom. 2,4; 11,22; Ef. 2,7.
[3]. Cfr. Bibbia di Gerusalemme.
[4]. Gal. 5,13. Si noti l’impiego del verbo greco che significa una vera «schiavitù».
[5]. Il termine greco chrestos deriva la chresthai, «servirsi».
[6]. Cfr. Giov. 13,1-16.34. 7. Cfr. Bibbia di Gerusalemme.
[8]. Cfr. Rom. 5,6-8; 15.1-3; Mt.5,48; Lc. 6,35-36
[9]. Cosi 1Cor. 10,24 e 33; Fil. 2,3-21.
[10]. Essa appare già nel più antico papiro che possediamo, il papiro Chester-Beatty, cosi chiamato dal nome del proprietario e datante dal sec. III.
[11]. Rom.2,11; Gal. 2,6; Cfr. Mt. 5,45.
[12]. Cfr. Lc. 14,13-14.
[13]. 1Cor. 4,I2; Rom. 12,20-21; Mt. 5,44-48; Lc. 6, 27-36.
[14]. Si legga a questo proposito l’incantevole aneddoto di Santa Teresa del Bambin Gesù: Histoire d’une ame, ch.9 (Manuscrits autobiographiques, ms. C.), pp. 266-267.

San Teofilo di Antiochia: « Nacque dissenso tra la gente riguardo a lui »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090328

Meditazione del giorno
San Teofilo di Antiochia (? – circa 186), vescovo
Libro ad Autòlico,1, 2.7 ; SC 20, 58

« Nacque dissenso tra la gente riguardo a lui »

Quelli che vedono con gli occhi del corpo, percepiscono ciò che si svolge in questa vista terrena e distinguono le cose differenti tra di loro: la luce e le tenebre, il bianco e il nero, il brutto e il bello… La stessa cosa si può dire di quanto riguarda le orecchie e cioè i suoni acuti, i gravi e i dolci. Allo stesso modo si comportano gli orecchi del cuore e gli occhi dell’anima in ordine alla percezione di Dio.

Dio infatti, viene visto da coloro che lo possono vedere, cioè da quelli che hanno gli occhi. Ma alcuni li hanno annebbiati e non vedono la luce del sole. Tuttavia per il fatto che i ciechi non vedono, non si può concludere che la luce del sole non brilla. Giustamente perciò essi attribuiscono la loro oscurità a se stessi e ai loro occhi. Tu hai gli occhi dell’anima annebbiati per i tuoi peccati e per le tue cattive azioni… Quando il peccato ha preso possesso dell’uomo, egli non può più vedere Dio…

Ma se vuoi, puoi essere guarito. Affidati al medico ed egli opererà gli occhi della tua anima a del tuo cuore. Chi è questo medico? È Dio, il quale per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita. Dio per mezzo del Verbo e della sapienza, ha creato tutte le cose… Se capisci queste cose, o uomo, e se vivi in purezza, santità e giustizia, puoi vedere Dio. Ma prima di tutto vadano innanzi nel tuo cuore la fede e il timore di Dio e allora comprenderai tutto questo. Quando avrai deposto la tua mortalità e ti sarai rivestito dell’immortalità (1 Cor 15,53), allora vedrai Dio secondo i tuoi meriti; egli infatti fa risuscitare insieme con l’anima anche la tua carne, rendendola immortale e allora, se ora credi in lui, divenuto immortale, vedrai l’Immortale.

Paul s Epistles and Letters Images of his theology and portraits

Paul s Epistles and Letters Images of his theology and portraits  dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 18%20MAULBERTSCH%20FRANZ%20ANTON%20ST%20PAUL

Paul s Epistles and Letters Images of his theology and portraits – MAULBERTSCH FRANZ

http://www.artbible.net/Jesuschrist_fr.htm

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