LE SOFFERENZE DI UN APOSTOLO (2COR 1,12-2,17)

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LE SOFFERENZE DI UN APOSTOLO (2COR 1,12-2,17)
 
Rota Scalabrini P.

Dopo l’introduzione con il saluto e la benedizione, la lettura della seconda lettera ai Corinzi ci fa addentrare in alcuni passaggi di non agevole comprensione ed esegeticamente assai controversi, nei quali Paolo affronta i problemi sorti tra lui e la comunità di Corinto e acuitisi a causa della promessa non mantenuta di una sua visita alla comunità stessa, impegno a cui egli non aveva potuto (o meglio voluto) dare seguito. Leggendo questi passi della lettera, si è costretti inevitabilmente a muoversi tra congetture e ipotesi non sempre suffragate da dati certi. È necessario allora cercare di riordinare i fatti e le interpretazioni che sembrano all’origine delle gravi incomprensioni nate tra l’apostolo e la comunità di Corinto, per chiarire il senso delle spiegazioni date da Paolo ai propri interlocutori per via epistolare.

1. Incomprensioni (1,12-14)

In 1Cor 16,5-7 Paolo aveva espresso l’intenzione di fare una visita ai corinzi con una lunga permanenza nella loro comunità: «Verrò da voi dopo aver attraversato la Macedonia, poiché la Macedonia intendo solo attraversarla; ma forse mi fermerò da voi o anche passerò l’inverno, perché siate voi a predisporre il necessario per dove andrò. Non voglio vedervi solo di passaggio, ma spero di trascorrere un po’ di tempo con voi, se il Signore lo permetterà».
Il progetto venne attuato però soltanto in parte poiché, al principio dell’estate, Paolo riuscì a visitare i corinzi solo per un tempo limitato (cf. 2Cor 2,1); a tale visita intermedia sembra fare riferimento anche 2Cor 12,14; 13,1-2. Ebbene, in quell’occasione egli avrebbe promesso di ritornare da loro per un periodo più prolungato (2Cor 1,16). Ma, durante il breve soggiorno a Corinto, erano sopravvenute, nei rapporti con la comunità, difficoltà che verosimilmente avevano indotto Paolo a non ritornare nuovamente nella città, sostituendo la visita programmata con l’invio di una «lettera nelle lacrime»(2Cor 2,4). Questo non deve essere bastato ai corinzi, anzi deve aver alimentato i malumori contro l’apostolo, che con il cosiddetto «fronte corinzio» aveva ampiamente polemizzato e discusso.
Proprio il fatto di non aver mantenuto quel progetto diventò il pretesto per critiche malevoli da parte di membri della comunità, che adducevano tale comportamento quale prova del carattere volubile, ondivago dell’apostolo. E non si limitavano a muovergli critiche nell’ambito riguardante la sfera psicologica e quindi, in definitiva, coinvolgente soltanto il piano delle simpatie e delle idiosincrasie, ma portavano l’attacco a Paolo ben oltre, fino a mettere in discussione la stessa credibilità del suo operato apostolico. I suoi detrattori, partendo dall’episodio della mancata visita, avevano inferito sulla scarsa affidabilità di Paolo quale annunciatore del Vangelo, ed erano giunti addirittura a prospettare un’inattendibilità del suo ministero, compromesso da una debolezza di carattere che lo voleva compiacente verso le attese immediate dei suoi ascoltatori. In questo senso Paolo si sarebbe palesato come un «sì e no», cioè quale persona indecisa, insicura, instabile.
È inoltre verosimile che a tale critica si associasse anche un confronto con i superapostoli, a tutto scapito dell’apostolo Paolo. Si intuisce come nella problematica dell’affidabilità dell’apostolosia in gioco anche la problematica del vero apostolo con il vero vangelo: sull’orizzonte si profila il rischio non solo di mostrare ingratitudine e disistima verso il fondatore della comunità, ma in definitiva quello di passare a un altro Gesù o a un altro Spirito (cf. 2Cor 11,4), espressione sul cui significato possiamo sottoscrivere la conclusione di J.-N. Aletti: «Con “un Gesù diverso” bisogna senza dubbio intendere un Gesù di cui si tacerebbe la morte scandalosa».[1]
Del resto, tale accusa di debolezza di carattere rivolta a Paolo da parte di alcuni membri della comunità di Corinto, coesisteva con una così grande considerazione e venerazione verso ministri dotati di pretesi doni carismatici e di tratti marcati di leaderismo, che essi giungevano al punto permettere loro di tutto, perfino il ricorso a comportamenti «violenti»: «Voi sopportate chi vi riduce in servitù, chi vi divora, chi vi sfrutta, chi è arrogante, chi vi colpisce in faccia» (2Cor 11,20).
Ecco, dunque, quanto ora preoccupa maggiormente l’apostolo: non tanto la mancanza di stima umana verso di lui quanto il fatto che, mossi da questa sfiducia nei suoi riguardi, i detrattori giungano a screditare persino l’evangelo da lui annunziato. Di fronte a tutto ciò, Paolo ritiene di dover argomentare su vari piani, da quello più umano, nel quale chiarisce il motivo della sua mancata visita a Corinto, fino al piano più teologico, in riferimento alla natura del proprio ministero e del proprio annunzio.

2. Chiarimenti personali (2Cor 1,15-17.23-24; 2,1-2)

Nella sua risposta Paolo afferma anzitutto che intende scrivere in modo chiaro e comprensibile e chiede, a sua volta, attenzione e comprensione nella lettura della missiva: «Non vi scriviamo in maniera diversa da quello che potete leggere o comprendere; spero che comprenderete sino alla fine» (2Cor 1,13). In altre parole, i corinzi dovranno cercare di capire in profondità le motivazioni di Paolo senza sovrapporre interpretazioni personali, che risulterebbero essere dei pregiudizi, fonte cioè di ulteriori incomprensioni.
L’apostolo fa allora appello innanzitutto alla testimonianza della propria coscienza, la quale non ha nulla da rimproverargli (2Cor 1,12): «Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio». Si potrebbe obiettare che tale appello alla propria coscienza si presta a diventare un frettoloso e comodo alibi dietro cui giustificarsi: riservare questo compito di giudizio alla propria coscienza potrebbe essere in definitiva un atto d’orgoglio, di sovrastima di se stesso. Ebbene, Paolo fa capire subito come il tribunale ultimo ed esclusivo a cui egli si riferisce non sia l’attestazione della sua coscienza, ma piuttosto il giudizio di Dio. È quanto s’intuisce già al v. 12, allorché egli afferma di essersi comportato verso i corinzi con la «generosità e la sincerità di Dio» e risulta parallelo a quanto scriveva già in 1Cor 4,4 quando anteponeva al tribunale della propria coscienza, che potrebbe anche essere distorta, il giudizio del Signore: «Perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!».
La sua coscienza è serena e limpida, perciò non si rivela fonte di rimorsi, ma piuttosto di un legittimo vanto nel Signore, il cui senso è proprio il frutto del suo faticoso lavoro apostolico e coincide con l’esistenza della comunità di Corinto; corrispettivamente, per i corinzi sarà motivo di giusto vanto proprio l’avere avuto Paolo come annunciatore del vangelo e come fondatore della comunità. Tale vanto diverrà manifesto nella sua piena verità nel giorno escatologico, nel «giorno del Signore Gesù Cristo».
Tuttavia, anche se la sua coscienza con tutta rettitudine non gli rimprovera nulla, egli deve spiegare la ragione per cui ha rinunciato alla programmata visita alla comunità dell’Istmo. All’inizio egli, infatti, pensava di poter ripetere la visita alla comunità, al ritorno dalla Macedonia, perché era convinto della reciprocità di affetti esistente tra lui e i corinzi. Purtroppo, al ritorno Paolo non è passato per Corinto non per leggerezza o volubilità di carattere (il che equivarrebbe a un «ragionamento carnale»), ma piuttosto per un’attenzione caritatevole verso i corinzi stessi.

3. Una visita tramite lettera (2Cor 2,2-4)

La ragione del cambiamento di piani è seria e viene esplicitata al v. 23: «Io chiamo Dio a testimone sulla mia vita, che solo per risparmiarvi non sono più venuto a Corinto».
Paolo afferma qui che non intende ritornare a Corinto poiché vuole evitare di ripetere la precedente esperienza, dolorosa per sé e per i corinzi. Ma di quale esperienza si tratta? Per capire questa vicenda, che coincide con la cosiddetta «visita intermedia», bisogna subito riconoscere che un’accurata ricostruzione storica dei fatti risulta particolarmente difficoltosa, anche perché tale visita intermedia non viene affatto menzionata negli Atti e le nostre conoscenze si devono perciò limitare ai pochi accenni di 2Cor 1,23; 2,5-11; 7,8-12. Da questi passi e dai vari accenni alla cosiddetta«lettera nelle lacrime» dobbiamo dedurre che la «visita intermedia» di Paolo deve essere stata piuttosto burrascosa.
A causa di quanto avvenne in quell’occasione, subito dopo tale visita Paolo ha probabilmente spedito la «lettera di lacrime»e anche ora preferisce continuare a intrattenere con i corinzi un rapporto limitato alla via epistolare. Non è qui il caso di entrare nella questione se la lettera scritta tra molte lacrime sia conservata in 2Cor 10-13. Osservando con cura i pochi indizi presenti in 2Cor, si può concordare con quegli esegeti che hanno dedotto che Paolo è stato probabilmente insultato da uno o più individui durante una riunione della comunità. Non c’è dato però di sapere la natura delle contestazioni rivolte a Paolo, e le proposte degli esegeti restano comunque congetture, sia che si pensi alla contestazione della sua autorità personale, o addirittura alle accuse di una ricerca di profitto economico nel ministero. Tuttavia, ciò che presumibilmente ha fatto maggiormente soffrire Paolo non sembra sia stata l’aggressività di alcuni nei suoi confronti, quanto la mancanza di un’immediata presa di posizione in suo favore da parte della maggioranza dell’assemblea dei corinzi.
Ecco perché l’apostolo deve essersi rapidamente allontanato da Corinto, scrivendo però subito alla comunità una lettera, nella quale esprimeva la sua delusione, aggravata dal fatto che egli nutriva un affetto quasi genitoriale verso i corinzi, che per lui erano come dei figli (1Cor 4,14-15). La «lettera di lacrime» forse è tale proprio perché viene scritta dall’apostolo con grande dolore e perché, a sua volta, essa è causa di dolore per i corinzi. Eppure anche in questa missiva Paolo non aveva affatto voluto dare sfogo alla propria collera, ma aveva tentato di esprimere il profondo affetto che lo legava alla comunità; lo scopo doveva essere dunque quello di sgombrare il campo da equivoci e di confermare i corinzi nella consapevolezza dell’amore grandissimo che Paolo aveva per loro.
La situazione dei rapporti tra Paolo e la comunità corinzia era pertanto gravemente compromessa e l’apostolo ha certamente pensato che l’attuazione della programmata visita alla medesima Chiesa avrebbe comportato anche la replica della dolorosa esperienza subita. Non era tanto la prospettiva del proprio dolore personale che lo preoccupava, quanto il pensiero di quello che avrebbe arrecato ai corinzi.
È dunque il desiderio di risparmiare una sofferenza ai fratelli di Corinto il motivo profondo del cambiamento di programma da parte di Paolo. A ciò si aggiungono altre ragioni di carattere teologico e cioè il fatto che l’apostolo, colui che li ha portati alla fede, non è comunque il padrone dispotico della loro fede, ma soltanto un aiuto per la loro gioia: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi» (v. 25).
Ebbene proprio questo compito di confermare i suoi fratelli nella gioia della vita in Cristo induce Paolo a ritenere che una visita a Corinto, con i prevedibili rimproveri e reprimende verso la comunità, contribuirebbe paradossalmente non a suscitare la gioia, ma a rendere difficile lo scambio necessario ad alimentare quella gioia evangelica, di cui hanno tanto bisogno sia l’apostolo che i corinzi, a motivo delle pesanti prove in cui essi si trovano (2Cor 2,1-2).

4. Il fondamento della fiducia di Paolo (1Cor 1,18-22)

Come dunque appare da questa sezione della 2Cor, i problemi tra Paolo e i corinzi non si sono appianati né con la prima lettera alla comunità, né con la seconda visita, né con la «lettera delle lacrime», anzi si sono acuiti ulteriormente fino al profilarsi di un’opposizione decisa al suo stesso apostolato. Egli non è dunque preoccupato soltanto di difendere se stesso, ma molto più di evitare che le accuse mossegli si traducano in fattori compromettenti lo stesso cammino di fede dei corinzi.
Nonostante questa grave minaccia, Paolo nutre fiducia nella possibilità di perseveranza e di crescita della comunità, fiducia che non è basata tanto sulla sua capacità di chiarire loro le proprie intenzioni e le proprie scelte, quanto su un ben più solido fondamento. Ecco perché l’apostolo chiama a testimone della propria sincerità e attendibilità non soltanto la coscienza, ma il Dio fedele, la cui credibilità si è manifestata proprio in Gesù crocifisso, di cui Paolo è l’annunciatore. Gesù è l’Amen di Dio, in lui c’è stato il «sì»di Dio all’umanità. Ed è un «sì» il cui effetto dura integro tuttora, come indica il perfetto greco geghonen («c’è stato»). In lui si compiono tutte le promesse di Dio nella storia e anche l’assenso di fede della comunità che vive in lui, appunto il suo «Amen».
È la fedeltà di Cristo che nella fede viene partecipata all’apostolo e alla comunità, e che permette a Paolo di guardare con fiducia il futuro del cammino di fede dei corinzi, nonostante il momento travagliato nei loro rapporti. La fedeltà di Cristo li ha «cristificati» (così sarebbe da rendere il gioco verbale del greco), cioè ha conferito loro l’unzione. I credenti in quanto «unti» dalla fede sono perciò degli altri Cristi (cf. 2Cor 4,10). Al tema dell’unzione si accompagna quello del sigillo e della caparra (cf. Ef 1,14 e Rm 8,23), cioè la promessa, già in parte realizzata, del futuro compimento.
Bisogna notare la connessione di queste affermazioni con una chiara asserzione trinitaria. È il Padre che «unge» i credenti e li rende altri Cristi, li inserisce donando loro lo Spirito e li introduce nella dimensione escatologica. Ormai gli angusti limiti della controversia che vede contrapposti Paolo e la comunità di Corinto sono trascesi, poiché lo sguardo va all’azione della grazia che opera nella comunità dei credenti, confermandola nella fede battesimale e nella sua adesione a Cristo e sostenendo l’apostolo nel suo impegno missionario. Al di là delle difficoltà contingenti e delle incomprensioni, la costante decisiva è sempre la fedeltà divina rivelatasi nel mistero pasquale di Cristo!

5. L’eccedenza del perdono

Quando è ormai assodata l’intenzione benevola dell’apostolo che, non attuando il piano previsto, ha voluto semplicemente risparmiare alla comunità un altro momento di conflitto e di dolore, Paolo può permettersi una fugace retrospettiva sulla sua precedente visita burrascosa e, ancor più, una considerazione sulle modalità pastorali necessarie per superarne le conseguenze, essendo ormai divenuto chiaro che quanto era accaduto nella comunità aveva costituito un motivo di dolore non soltanto per l’apostolo, ma anche per moltissimi fratelli di Corinto.
Paolo si mostra preoccupato dalle conseguenze dei provvedimenti presi da coloro (o colui) che l’avevano offeso. Gli preme infatti che le decisioni dalla maggioranza della comunità non si risolvano in grave danno per i colpevoli. Qui Paolo mostra ancora una volta il suo profondo animo di pastore, al quale interessa di trovare nella comunità vie di riconciliazione, apportatrici di beneficio allo stesso colpevole. Già il non menzionare i colpevoli per nome appare un segno di delicatezza verso costoro; ma ciò che più importa è rivolgere un appello accorato ai corinzi perché perdonino quei fratelli e non cessino di mostrare amore verso di loro. Se la punizione diventasse eccessiva, perderebbe il carattere medicinale e potrebbe indurre i colpevoli ad allontanarsi dalla comunità e quindi, in definitiva, a estraniarsi dall’esperienza della vita in Cristo.
Paolo propone allora un paradossale antidoto: l’eccesso del perdono, che diventa capacità di farsi prossimi, portatori di conforto per i colpevoli. Ecco dunque in quale modo l’apostolo vuole che la comunità manifesti obbedienza piena (2Cor 2,8) alla sua autorità apostolica: non con un rispetto formale, ma piuttosto con la prontezza nel perdono e con la disponibilità a imitare lo stesso esempio di Paolo che per primo ha perdonato, davanti a Cristo, coloro che lo hanno offeso. Di questa disponibilità di Paolo al perdono è indizio significativo anche il fatto che egli non afferma categoricamente di essere stato offeso, ma si limita a parlarne quasi ipoteticamente («Se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me soltanto…», v. 5). In definitiva, il criterio che dovrà regnare nei rapporti comunitari è la carità. In effetti ciò che maggiormente interessa l’apostolo è l’atteggiamento della comunità, lo stile della carità che deve guidare le relazioni. Ne è prova il fatto che è qui assente ogni cenno alla verifica dell’effettivo pentimento dei colpevoli.
Il venir meno nella carità esporrebbe invece la comunità agli assalti di satana, facendola soccombere sotto le sue macchinazioni diaboliche. La mancanza di perdono genera infatti divisione, alimenta sospetti, rende problematico il cammino di fede e così la comunità diventa vulnerabile agli assalti ostili delle forze del nemico di Dio (v. 11).

6. Un ministero sofferto, ma autentico (2,14-17)

Il secondo capitolo di 2Cor si conclude con alcuni versetti (vv. 14-17) il cui legame con quanto precede non è agevolmente percepibile, se si ignora il fatto che Paolo non procede sempre per nessi logici, ma spesso anche per associazioni di pensieri. La menzione della Macedonia richiama forse alla mente dell’apostolo il suo ministero che era all’origine delle comunità macedoni (Filippi e Tessalonica). Ministero fecondo, perché inserito nell’azione escatologica di Dio in Cristo, la quale fa dell’avvenimento della diffusione del vangelo un evento di significato universale. In esso si manifesta il trionfo di Dio in Cristo, in cui Paolo stesso è ben lieto di essere trascinato come suo prigioniero (più che un esservi associato come trionfatore, come rende invece la trazione CEI). L’altra immagine con cui descrive il senso del proprio ministero è tratta dal linguaggio sacrificale. L’odore del sacrificio consumato sull’altare attestava ai sacrificanti l’avvenuta offerta; così l’apostolato di Paolo fa conoscere il sacrificio della croce di Cristo e pone le persone nella situazione di poterne accettare o rifiutare il significato salvifico, decidendo così di camminare sulla via della salvezza o della perdizione.
L’apostolato è, dunque, un altissimo e terribile compito che trascende – e Paolo ne è pienamente cosciente! – le capacità umane e che richiede all’apostolo di non essere un kápelos, cioè come un oste di infimo livello che offre vino adulterato. Al contrario, egli è davvero autentico apostolo, che non opera alcuna contraffazione della parola di Dio perché mosso da sincerità, da parte di Dio e che sempre agisce alla presenza divina, in comunione costante con Cristo (v. 17). Qui si radica la fecondità del suo ministero, il suo spandere dappertutto il buon profumo della conoscenza di Cristo
.

Publié dans : Lettera ai Corinti - seconda |le 12 mars, 2009 |Pas de Commentaires »

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