un bel commento alla « Spe Salvi », Paolo è presente…come sempre

dal sito:

http://digilander.libero.it/fiudacs/documenti/enciclica%20Spes%20salvi.pdf

«Spe salvi facti sumus» – nella speranza siamo stati salvati. Dopo la celebrazione dell’amore nella “Deus caritas est”, adesso tocca alla speranza. Questo il tema della seconda enciclica di papa Benedetto XVI nel terzo anno del suo pontificato. Ancora un approfondimento su una virtù teologale che l’articolo 2090 del Catechismo della Chiesa Cattolica definisce come « l’attesa fiduciosa della benedizione divina e della beata visione di Dio ». Una virtù, la speranza, che si proietta verso una futura realtà ultraterrena, che riguarda, in una prospettiva di fede, il nostro destino post mortem. Ma anche una “dote” necessaria per affrontare il presente il quale “può essere vissuto e accettato – si legge nell’introduzione all’enciclica – se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino”. L’enciclica parte da una considerazione: la speranza suggerisce la redenzione, la annuncia, la prevede, la rende certa. La speranza è una caratteristica distintiva dei cristiani. L’avvento di Gesù, la sua morte in croce e, sopra ogni cosa la sua resurrezione, hanno spalancato la porta oscura del futuro. Benedetto XVI porta l’esempio della santa africana Giuseppina Bakhita, della sua traumatica esperienza di schiava testimoniata “sulla sua pelle” da 144 cicatrici, di come la conoscenza di Cristo l’avesse fortificata nella consapevolezza di essere definitivamente amata e attesa “alla destra di Dio Padre”. Bakhita, diventata poi suora Canossiana, sentiva come la speranza in Cristo fosse più forte delle sofferenze della schiavitù, avvertiva come il cielo non fosse vuoto, che la morte non fosse il capolinea della vita, che “la vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore”. Nel determinare come non campata in aria la nostra speranza Benedetto XVI mette sotto osservazione una frase tratta dal capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei dove si dice che la fede è sostanza delle cose che si sperano; prova delle cose che non si vedono. Ciò significa che la fede non è da intendere come la tensione del credente verso un futuro di cui non si hanno riscontri nel presente bensì scrive il papa “la fede attira dentro il presente il futuro”. L’eternità non è un “poi” che si spalanca un attimo dopo il nostro funerale, ma è qui, ora, adesso. «E’ attesa delle cose future a partire da un presente già donato… E’ attesa alla presenza di Cristo, col Cristo presente…». Ma, si domanda il papa: «La fede cristiana è anche per noi oggi una speranza che trasforma e sorregge la nostra vita?». Oppure è solo un insieme di informazioni che si aggiungono e si sovrappongono alle altre senza che si maturi una consapevole e fattiva adesione? Se così fosse il Battesimo non è più il placet sacramentale alla vita eterna bensì un’occasione per socializzare, per rispettare il cliché comunitario del perfetto cristiano. Quante volte la liturgia che guida i sacramenti si rimpalla sui nostri visi senza che ci “perfori” nell’intimo”. Quelle parole intrise dell’amore di Dio che fluttuano a mezz’aria in chiese vecchie e nuove di cui nessuno sembra impossessarsi. Papa Ratzinger in un passaggio tra i più significativi dell’enciclica – come se fosse sceso tra le borgate di Roma a sentire il polso della gente – si chiede chi di noi voglia ancora vivere eternamente. «Forse oggi – scrive il papa – molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile». Una sorta di Paradisofobia. Meglio non pensarci. Più saggio vivere il presente, aggredirlo come si fa con un melograno maturo. Che beatitudine impiastricciarsi la bocca, godendosi l’attimo fin che dura. Discutere “sul sempre” chiude lo stomaco. Parlare di “eternità” contorce le viscere. Benedetto XVI tenta di recuperare quella tensione verso un’eternità che non si conosce nei dettagli, nelle “rifiniture”, ma della quale, se schiudiamo le dighe del cuore, avvertiamo l’attrazione. E’ quella che Sant’Agostino chiama “docta ignorantia”. Non conosciamo come l’eternità sia “arredata”, ma sappiamo che qualcosa da arredare c’è. Anche se Benedetto XVI ammette che la parola “vita eterna” – la quale cerca di dare un nome a questo sconosciuto aldilà – necessariamente è un termine insufficiente che crea confusione. Scrive il Papa: «Eterno, infatti, suscita in noi l’idea dell’interminabile, e questo ci fa paura; vita ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e che non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l’altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l’eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia». L’Illuminismo, il Comunismo hanno cercato di declinare sulla terra la pretesa cristiana nel Paradiso. Sistemi filosofici che proponevano una ricetta per la felicità da imporre a tutti gli uomini dimenticando il primato della loro libertà. Fossimo marionette, il Marxismo avrebbe funzionato. Fossimo fantocci, con  l’espropriazione della classe dominante, il crollo politico e la socializzazione dei mezzi di produzione probabilmente avremmo realizzato la Nuova Gerusalemme. Ma il Paradiso non è solo una questione di economia da ritoccare o semmai rivoluzionare. Dal Rinascimento il pericolo che maggiormente mina la speranza cristiana è l’arroganza della tecnica, la tirannia di chi vuole svuotare il cielo per creare un Paradiso in terra. Così come una ragione che si specchia narcisisticamente in se stessa, che non si integra al discernimento tra bene e male, non può veicolare la speranza cristiana all’eternità. La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa. La scienza è utile, ma non redime l’uomo. «L’uomo – dice il papa – viene redento mediante l’amore».Un amore incondizionato, certo, dal quale “né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura” possa mai separarci. Quali sono oggi le isole felici della speranza cristiana, luoghi in cui la speranza si può apprendere ed esercitare? Il Papa indica in prima istanza la preghiera. «Se non c’è più nessuno che possa aiutarmi », Dio può farlo. E qui viene citata l’esperienza del cardinale vietnamita Van Thuan, 13 anni in carcere, di cui 9 in isolamento. Preghiera come esercizio del desiderio per dirla alla Sant’Agostino. Un allargamento e una preparazione del cuore umano a  contenere l’amore infinito di Dio. Una preghiera altruista, non banale. Una preghiera che non si sofferma sulla superficialità di beni effimeri. Una preghiera che non trascuri il bene della comunità. In secondo luogo papa Benedetto XVI focalizza l’attenzione sull’agire serio e retto dell’uomo definito come speranza in atto. «Lo è innanzitutto – scrive il Papa – nel senso che cerchiamo così di portare avanti le nostre speranze, più piccole o più grandi: risolvere questo o quell’altro compito che per l’ulteriore cammino della nostra vita è importante; col nostro impegno dare un contributo affinché il mondo diventi più luminoso e umano». Ma anche la sofferenza è un luogo di apprendimento della speranza, come insegna il martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin, morto nel 1857. Infine Benedetto XVI cita il Giudizio di Dio, ribadendo la dottrina sull’esistenza del purgatorio e dell’inferno. Non va da sé che il carnefice possa “banchettare” con la vittima. Anche se il Giudizio non è solo pura giustizia – in questo caso «potrebbe essere per tutti noi solo motivo di paura». Invece è anche grazia e questo «consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro ‘avvocato’».  

Bruno Silini, Segretario nazionale  

FIUDACS associa Unioni diocesane di Addetti al Culto/Sacristi dislocate in tutt’Italia.

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