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GIOVEDÌ 19 FEBBRAIO 2009 – IV SETTIMANA DEL T.O.

GIOVEDÌ 19 FEBBRAIO 2009 – IV SETTIMANA DEL T.O.

UFFICIO DELLE LETTTURE

Seconda Lettura
Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo
(Sal 36, 65-66; CSEL 64, 123-125)

Apri la tua bocca alla parola di Dio
Sia sempre nel nostro cuore e sulla nostra bocca la meditazione della sapienza e la nostra lingua esprima la giustizia. La legge del nostro Dio sia nel nostro cuore (cfr. Sal 36, 30). Per questo la Scrittura ci dice: «Parlerai di queste quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Dt 6, 7). Parliamo dunque del Signore Gesù, perché egli è la Sapienza, egli è la Parola, è la Parola di Dio. Infatti è stato scritto anche questo: Apri la tua bocca alla parola di Dio.
Chi riecheggia i suoi discorsi e medita le sue parole la diffonde. Parliamo sempre di lui. Quando parliamo della sapienza, è lui colui di cui parliamo, così quando parliamo della virtù, quando parliamo della giustizia, quando parliamo della pace, quando parliamo della verità, della vita, della redenzione, è di lui che parliamo.
Apri la tua bocca alla parola di Dio, sta scritto. Tu la apri, egli parla. Per questo Davide ha detto: Ascolterò che cosa dice in me il Signore (cfr. Sal 84, 9) e lo stesso Figlio di Dio dice: «Apri la tua bocca, la voglio riempire» (Sal 80, 11). Ma non tutti possono ricevere la perfezione della sapienza come Salomone e come Daniele. A tutti però viene infuso lo spirito della sapienza secondo la capacità di ciascuno, perché tutti abbiano la fede. Se credi, hai lo spirito di sapienza.
Perciò medita sempre, parla sempre delle cose di Dio, «quando sarai seduto in casa tua» (Dt 6, 7). Per casa possiamo intendere la chiesa, possiamo intendere il nostro intimo, per parlare all’interno di noi stessi. Parla con saggezza per sfuggire al peccato e per non cadere con il troppo parlare. Quando stai seduto parla con te stesso, quasi come dovessi giudicarti. Parla per strada, per non essere mai ozioso. Tu parli per strada se parli secondo Cristo, perché Cristo è la via. In cammino parla a te stesso, parla a Cristo. Senti come devi parlargli: «Voglio, dice, che gli uomini preghino dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese» (1 Tm 2, 8). Parla, o uomo, quando ti corichi affinché non ti sorprenda il sonno di morte. Senti come potrai parlare sul punto di addormentarti: «Non concederò sonno ai miei occhi né riposo alle mie palpebre, finché non trovi una sede per il Signore, una dimora per il Potente di Giacobbe» (Sal 131, 4-5).
Quando ti alzi, parlagli per eseguire ciò che ti è comandato. Senti come Cristo ti sveglia. La tua anima dice: «Un rumore! E’ il mio diletto che bussa» (Ct 5, 2) e Cristo dice: «Aprimi, sorella mia, mia amica» (Ivi). Senti come tu devi svegliare Cristo. L’anima dice: «Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, svegliate, ridestate l’amore» (Ct 3, 5). L’amore è Cristo.

Responsorio    Cfr. 1 Cor 1, 30-31; Gv 1, 16
R. Cristo Gesù è diventato per noi sapienza e giustizia, santificazione e redenzione. Come sta scritto: *
Chi si vanta, si vanti nel Signore.
V. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia.
R. Chi si vanta, si vanti nel Signore.

LODI

Lettura Breve   Rm 14, 17-19
Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole.

MARTEDÌ 17 FEBBRAIO 2009 – VI SETTIMANA DEL T.O.

MARTEDÌ 17 FEBBRAIO 2009 – VI SETTIMANA DEL T.O.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi contro gli Ariani» di sant’Atanasio, vescovo
(Disc. 2, 78. 81-82; PG 26, 311. 319)

La conoscenza del Padre ci viene
per mezzo della Sapienza creatrice e incarnata
La Sapienza unigenita di Dio è creatrice e autrice di tutte le cose. Perciò è detto: Hai fatto tutte le cose nella tua sapienza e anche: La terra è stata riempita dalla tua creazione (cfr. Sal 103, 24). Ora perché le cose create non solo esistessero, ma esistessero ordinatamente, piacque a Dio di commisurare se stesso alle cose create con la sua Sapienza, per imprimere in tutte e in ciascuna di esse una certa impronta e sembianza della sua immagine e fosse così ben manifesto che le cose create erano state adornate dalla Sapienza, e che le opere costruite erano degne di Dio.
Come infatti la nostra parola è immagine del Verbo, che è Figlio di Dio, così in noi la sapienza è fatta ad immagine del medesimo Verbo, che è la Sapienza stessa. Il dono della sapienza ci dà la facoltà di apprendere e di conoscere, ci rende capaci di accogliere la Sapienza creatrice, e di poter conoscere, per mezzo di essa, lo stesso Padre. Infatti chi possiede il Figlio, possiede anche il Padre (cfr. 1 Gv 2, 23) e ancora: «Chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40). Poiché dunque l’immagine di questa stessa Sapienza è stata creata in noi e in tutte le cose, giustamente la vera Sapienza, quella creatrice, attribuendo a se stessa le proprietà che appartengono alla sua immagine, afferma: Il Signore mi ha creato nelle sue opere».
Ma «poiché nel disegno sapiente di Dio», come abbiamo spiegato, «il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1 Cor 1, 21). Dio non ha più voluto essere conosciuto come nei tempi passati, attraverso l’immagine e l’ombra della sapienza. Volle che la stessa vera Sapienza assumesse la carne, si facesse uomo, e sopportasse la morte di croce, perché attraverso la fede, che in lei si fonda, tutti i credenti potessero di nuovo essere salvi.
La Sapienza di Dio manifestava se stessa e il Padre attraverso la propria immagine, impressa nelle cose create. Per questo fatto si dice che viene creata. In seguito, quella stessa Sapienza, che è il Verbo, si è fatta carne, come afferma san Giovanni. Distrutta la morte e liberato il genere umano, manifestò se stessa più chiaramente e, per mezzo suo, il Padre; donde queste sue parole: Concedi loro «che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).
Dunque la terra intera è ripiena della sua conoscenza. Poiché una sola è la conoscenza del Padre per mezzo del Figlio e del Figlio da parte del Padre. Della stessa gioia di cui si compiacque il Padre, gioisce pure il Figlio nel Padre, come risulta da questa espressione: Ero io colui del quale si compiaceva. Ogni giorno mi dilettavo al suo cospetto (cfr. Pro 8, 3).

Responsorio    Cfr. Col 2, 6. 9; Mt 23, 10
R. Camminate nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto. * Abita in lui corporalmente la pienezza di Dio.
V. Un solo è il vostro Maestro, il Cristo.
R. Abita in lui corporalmente la pienezza di Dio.

LODI

Lettura Breve   1 Ts 5, 4-5
Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che il giorno del Signore possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre.

VESPRI

Lettura Breve   Rm 3, 23-25a
Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia.

LUNEDÌ 16 FEBBRAIO 2009 – VI SETTIMANA DEL T.O.

LUNEDÌ 16 FEBBRAIO 2009 – VI SETTIMANA DEL T.O.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate
(Disc. «De diversis», 15; PL 183, 577-579)

Cercare la sapienza
Procuriamoci un cibo che non perisce, compiamo l’opera della nostra salvezza. lavoriamo nella vigna del Signore, perché possiamo meritarci il nostro denaro quotidiano. Agiamo alla luce della sapienza che dice: Colui che compie le sue opere alla mia luce, non peccherà (cfr. Sir 24, 21). «Il campo è il mondo» (Mt 13, 38), dice la Verità. Scaviamo in esso e vi troveremo il tesoro nascosto. Tiriamolo fuori. Infatti è la stessa sapienza che si estrae dal nascondiglio. Tutti la cerchiamo, tutti la desideriamo.
Dice: «Se cercate, cercate davvero; convertitevi e venite!» (Is 21, 12). Mi chiedi da che cosa convertirti? Distogliti dalle tue voglie. E se non la trovo nelle mie voglie, dove la posso trovare questa sapienza? L’anima mia infatti la desidera ardentemente. Se la desideri certo la troverai. Però non basta averla trovata. Una volta trovatala occorre versarla nel cuore in misura buona, pigiata, scossa e traboccante (cfr. Lc 6, 38). Ed è giusto che sia così. Infatti: Beato l’uomo che trova la sapienza e ha in abbondanza la prudenza (cfr. Pro 3, 13). Cercala dunque mentre la puoi trovare, e mentre ti è vicina, invocala. Vuoi sentire quanto ti è vicina? Vicina a te è la parola nel tuo cuore e nella tua bocca (cfr. Rm 10, 8), ma solamente se tu la cerchi con cuore retto. Così infatti troverai nel cuore la sapienza e sarai colmo di prudenza nella tua bocca; ma bada che affluisca a te, non defluisca o venga respinta.
Certo hai trovato il miele, se hai trovato la sapienza. Soltanto non mangiarne troppo, perché non abbia a rigettarlo dopo di esserti saziato. Mangiane in modo da averne sempre fame. Infatti la sapienza dice: «Quanti si nutrono di me avranno ancora fame» (Sir 24, 20). non far troppo conto di quello che hai. Non mangiare a sazietà per non rigettare e perché quanto credi di avere, non ti sia strappato, poiché hai tralasciato prima del tempo di cercare. Infatti non si deve desistere dal ricercare o dall’invocare la sapienza, mentre la si può trovare, mentre è vicina. Diversamente, al dire dello stesso Salomone, come chi mangia molto miele ne riceve danno, così colui che vuole scrutare la maestà divina è schiacciato dalla sua gloria (cfr. Pro 25, 27). Come poi è beato l’uomo che trova la sapienza, così è beato pure, o anche più beato ancora, colui che dimora nella sapienza. Questo infatti riguarda forse la sua abbondanza.
Certo in questi tre casi sulla tua bocca c’è l’abbondanza di sapienza e di prudenza: se sulla bocca hai la confessione della tua iniquità, se hai il ringraziamento e il canto di lode, se infine hai anche una conversazione edificante. In realtà «con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza» (Rm 10, 10). Come pure: Il giusto si fa suo accusatore fin dal principio del suo dire (cfr. Pro 18, 12), nel bel mezzo deve magnificare Dio e in un terzo momento deve essere ripieno di sapienza in modo da edificare il prossimo.

VESPRI

Lettura breve   1 Ts 2, 13
Noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

San Leone Magno: « Prenda la sua croce e mi segua»

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=readings&localdate=20090220

Meditazione del giorno
San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorsi, 8 sulla Passione del Signore, 4-6

« Prenda la sua croce e mi segua»

Il Signore venne abbandonato alla volontà dei crocifissori e, per schernire la sua dignità regale, gli fu imposto di portare lo strumento del suo supplizio; questo accadde perché si compisse ciò che il profeta Isaia aveva predetto, dicendo: «Sulle sue spalle è il segno della sovranità» (Is 9,5). Quando il Signore portava il legno della croce, che si sarebbe poi mutato nel simbolo della sua sovranità, era per lui un grande ludibrio agli occhi degli empi; ma ai fedeli veniva revelato un grande mistero. Infatti il gloriosissimo vincitore del demonio, il potentissimo trionfatore delle potenze infernali, portava con dolce umiltà il segno del suo trionfo sulle spalle della sua invitta pazienza: strumento di salvezza, degno di adorazione da parte di tutti i popoli. Ed era proprio come se volesse, col suo esempio, rendere forti tutti i suoi imitatori, dicendo: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,38).

Mentre la folla saliva con Gesù verso il luogo del supplizio, si imbatterono in un tale, chiamato Simeone di Cirene, al quale fecero portare la croce del Signore. Anche questo fatto era un segno premonitorio della fede dei pagani, ai quali la croce di Cristo non avrebbe arrecato vergogna, ma gloria.

PER COMPRENDERE LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO: II. GERUSALEMME (GLI STUDI E LA PREGHIERA)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/jeremias_comprendere_paolo2.htm

JOACHIM JEREMIAS


PER COMPRENDERE LA TEOLOGIA DELL’APOSTOLO PAOLO

MORCELLIANA 1973
Titolo originale dell’opera: Der Schlüssel zur Theologie des Apostels Paulus
trad. di Guido Stella


II. GERUSALEMME (GLI STUDI E LA PREGHIERA)

I. TARSO     

(gli altri studi: III. ANTIOCHIA IV. DAMASCO)

Paolo proviene da una pia famiglia ebrea. Era un dovere per i genitori israeliti ammaestrare i loro figli fin dall’ età di cinque anni nella lettura della Sacra Scrittura (10). L’eccellente scienza biblica dell’ Apostolo, il quale (come occasionali divergenze dal tenore del testo fanno trasparire) ha attinto dalla memoria le sue numerose citazioni bibliche, rende molto probabile il fatto che suo padre abbia adempiuto al proprio dovere e lo abbia educato sin da piccolo nella lettura e nella conoscenza della Sacra Scrittura. Da ciò deriva anche un’ulteriore osservazione. Paolo cita l’A. T. il più delle volte secondo la traduzione greca (Settanta). Ciò è molto strano in quanto egli, nella sua comprensione della Scrittura, e principalmente (come possiamo accertarcene) nel suo metodo esegetico, era legato alla scuola scuola teologica palestinese, non a quella ellenistica.

Il prendere in considerazione solo la sua comunità che parlava il greco non spiega affatto la sua preferenza per i Settanta, perché la conoscenza d’essi per questo è in lui troppo profonda. La familiarità di Paolo con il testo greco della Bibbia dovette piuttosto essergli procurata fin da piccolo dalla famiglia e dalla Sinagoga ellenistica (11).
Benché i genitori appartenessero alla diaspora ebraica, essi si preoccuparono che il figlio, accanto alla lingua .greca, imparasse anche quella dei suoi antenati, l’ebraico; lo afferma espressamente Paolo quando si dichiara (Fil 3, 5): « ebreo, discendente da ebrei ». Concorda con ciò il fatto che le citazioni bibliche dell’ Apostolo fanno vedere come egli fosse in possesso di più lingue: accanto all’uso dei Settanta, esse rivelano spesso la conoscenza del testo originale.

Nella sua famiglia, si pregava. Egli menziona spesso la preghiera prima e dopo i pasti come qualcosa di assolutamente naturale per lui (1 Cor 10, 30; Rom 14, 6; 1 Tim 3, 4 s.). E quando assicura le sue comunità che egli « continuamente» ringrazia Dio a loro riguardo (1 Tess 1, 2; 2 Tess 1, 3; 2, 13; 1 Cor 1, 4; Filem 4; Col 1, 3; cfr. 2 Tess 1, 11; Rom 1, 10; Fil 1, 4), «incessantemente» facendo menzione di loro a Dio (1 Tess 1, 2 s.; 2, 13; Rom 1, 9), con questo non afferma, poniamo, (come occasionalmente si è frainteso) che tutta la sua vita è un’incessante intercessione, ma egli parla invece dell’intercessione che compie nelle sue preghiere regolari. Sin da piccoli, i ragazzi delle famiglie farisee venivano educati a recitare ,tre volte al giorno – al mattino dopo essersi alzati dal letto, nel pomeriggio alle tre, all’ora del sacrificio quotidiano nel tempio, ed alla sera prima di coricarsi – la grande preghiera di lode (chiamata in seguito la preghiera delle 18 benedizioni), che comincia con le parole: «Sii lodato, Signore, nostro Dio e Dio dei nostri padri, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe » e Paolo, anche da cristiano, con altissima probabilità, ha sottolineato la pratica dei tre momenti di preghiera. La « Dottrina degli Apostoli» (Didaché), un breve ordinamento della comunità primitiva cristiana che risale nel suo nucleo fondamentale al primo secolo, prescrive che sia recitato tre volte al giorno il Padre Nostro (Didaché, 8,3). Anche Paolo può essersi comportato cosi, immettendo un’ nuovo contenuto nell’uso antico.

L’educazione alla preghiera non fu la sola eredità spirituale di cui Paolo dovette ringraziare i suoi genitori. Sul piano religioso, Paolo ha ricevuto dalla sua famiglia la fede biblica in un Dio personale, la consapevolezza dell’onnipotenza sovrana di Dio (Rom 9-11), della serietà delle esigenze poste da lui e del suo giudizio (1, 18-3, 20), l’importanza fondamentale dell’ adorazione di Dio (4, 20), questa e molte altre cose.
Quando Paolo in Gerusalemme si aggregò ai Farisei (Fil 3, 5), su questa decisione aveva influito, accanto all’esempio del suo maestro Gamaliele, l’esempio della casa paterna; secondo gli Atti degli Apostoli (23, 6) già suo padre e il nonno erano stati Farisei. Questi ultimi costituivano una associazione di pii laici studiosi della Bibbia, i cui membri si impegnavano solennemente, alla fine di un periodo di prova, ad adempiere nel modo più scrupolo so il precetto delle decime e quello della purità legale, spesso trascurati dal popolo. Il loro numero, relativamente ristretto – 6000 secondo Giuseppe Flavio – fa comprendere che la severità degli impegni allontanava molti. Paolo invece è stato attratto ai Farisei proprio da essa; nessuno doveva superarlo in coscienziosità (Gal 1, 14).
Dopo aver scelto la sua strada, ciò che secondo noi avvenne nella sua prima giovinezza (12), Paolo si risolse per lo studio della teologia. Secondo la relazione degli Atti (22, 3), egli scelse il suo maestro nella persona di Gamaliele I, il quale «era amato da tutto il popolo» (At 5, 34) ed al quale i posteri elevarono un monumento ideale con questo giudizio: «Con la morte di Gamaliele venne meno la venerazione per la Sacra Scrittura, e vennero meno la purezza e la sobrietà» (13). Secondo la sua tendenza teologica, Gamaliele era discepolo di Hillel, il famoso dottore di teologia del tempo immediatamente prima di Cristo, il cui insegnamento si situa all’incirca vent’anni prima di Gesù, anche lui molto venerato dal popolo, perché il suo grande sapere si accompagnava ad una bontà e pazienza addirittura proverbiali.

La conclusione normale dello studio era l’ordinazione, che aveva luogo verso i 25-30 anni (14). Che Paolo fosse ordinato, lo precisano gli Atti, quando narrano che era stato inviato a Damasco con i pieni poteri del Sinedrio (9, 1 s; 22, 5; 26, 10); sappiamo che questi inviati con l’autorizzazione della più alta autorità giudaica erano persone di alto rango.

Le lettere dell’ Apostolo completano la testimonianze degli Atti sulla formazione e cultura teologica di Paolo. Mostrano come in esse la penna sia guidata da una persona che possiede in maniera sovrana il metodo esegetico della teologia giudaica di allora; nelle sue lettere troviamo così delle sottigliezze come « la collana di perle» (Rom 15, 9-12: abbiamo una serie di passi biblici sulla base di un termine di richiamo, in questo caso «pagani ») e la « spiegazione a catena» ( 15) (di Dt 30, 12-14 in Rom 10, 6-9), l’esegesi tipologica ( 16) (1 Cor 10, 1 ss.; Gal 4, 21-31; Rom 9, 13) e quella allegorica ( 17) (1 Cor 9, 9 s.) dell’Antico Testamento; inoltre il ricorso al silenzio della Scrittura (argumentum e silentio: per esempio, Rom 4, 6 sine operibus è aggiunto per il fatto che nella citazione del versetto 7 non si parla di opere) come pure anche l’argumentum e contrario,. il quale da un passo scritturistico fa emergere la proposizione antitetica. Ecco due esempi a questo riguardo:all’affermazione della Bibbia « ogni uomo è un mentitore» (Salmo 116, 11), Paolo contrappone la affermazione «Dio è veritiero» (Rom 3, 4); la parola del profeta Isaia che Dio parlerà « in altra lingua », senza trovare fede (ls 28, 11 s.), offre a Paolo la possibilità di affermare l’inverso: secondo la Scrittura, il dono delle lingue è un segno non per quelli che credono, ma per gli increduli; la profezia invece non è per gli increduli, ma per quelli che credono (1 Cor 14, 22), un aspro richiamo per gli entusiasti di Corinto a non sovraesaltare la glossolalia.
Le lettere dell’ Apostolo non fanno soltanto sapere che il loro autore possiede magistralmente il metodo dell’ esegesi biblica giudaica, ma anche che egli era formato nella teologia del rabbi Hillel; abbiamo qui una luminosa conferma dell’ affermazione contenuta negli Atti, che Gamaliele scolaro di Hillel era il suo maestro (At 22, 3). Dal numeroso materiale (18), ricaviamo soltanto un esempio: le norme esegetiche. L’importanza di Hillel consiste non per ultimo nel fatto che egli ha stabilito su di una nuova base tutta l’interpretazione della Bibbia, perché egli ha fissato sette norme per 1′esegesi. Queste norme godevano di tale considerazione che sono state accolte, aumentate a tredici (19), con tutta serietà in parecchi punti, nella preghiera quotidiana del mattino.

Di queste norme di Hillel, in Paolo ne troviamo non meno di cinque. Ricordo le prime due. La prima norma consisteva nell’argomentazione dal minore al maggiore (a minori ad maius), il cui uso a mo’ di formula fissa è ancora del tutto sconosciuto nell’Antico Testamento. Paolo se ne serve ripetutamente (Rom 5, 15.17; 11, 12; 2 Cor 3, 7 s. 9.11). Ma Hillel non aveva compreso sotto questa regola soltanto l’argomentazione a minori ad maius ma anche quella del passaggio a maiori ad minus. Ritroviamo anche questa in san Paolo: la sua argomentazione contenuta in Rom 5, 6-9.10; 8, 32; 11, 24; 1 Cor 6, 2 s. si comprende quando ci si rende conto che Paolo non segue il procedimento a minori ad maius, ma il contrario. Prendiamo l’esempio di Rom 5,6-10. Dio ci ha donato, afferma Paolo, un amore semplicemente incomprensibile: Cristo ha dato la sua vita per noi, sebbene fossimo dei peccatori e senza Dio. Non è forse una luminosa evidenza che noi, in quanto resi giusti e riconciliati con Dio, saremo salvati da Lui nell’ultimo giudizio?
La seconda norma consisteva nella deduzione per analogia. La regola si esprime così: quando un termine compare più volte nella Bibbia, allora un passo biblico illumina l’altro. In Rom 4, 1-2 Paolo si serve in un contesto importante della deduzione per analogia. Egli vuole dimostrare che la giustificazione dipende soltanto dalla fede e non ha nulla a che vedere con le opere e si richiama al passo di Gn 15,6: «Abramo credette a Jahvè che glielo imputò come giustizia ». Che cosa significa, domanda Paolo, «Dio imputa (a giustizia) la fede»? La risposta, afferma Paolo, deriva dal fatto che il termine «imputare» appare di nuovo in un altro contesto della Sacra Scrittura, nel Salmo 32, al versetto 1 ss.:

Felice quegli cui è rimessa la colpa,
coperto il peccato!
Felice l’uomo cui non imputa
Jahvé delitto.

In questa espressione del Salmo, il vocabolo « imputare» è usato nel senso di perdonare. La deduzione per analogia insegna in tal modo che « imputazione della fede» (Gn 15, 6) equivale a «non imputazione del peccato» (Salmo 32, 1 s.). In altri termini. giustificazione significa perdono, nient’ altro che perdono. Una nozione di fondamentale importanza, anche se raggiunta con l’ausilio di un metodo esegetico per noi inusitato.
Vediamo come la vita interiore di Paolo e tutta quanta la sua teologia siano profondamente radicate nella pietà e nella teologia giudaiche. È, evidente che non possiamo pensare a lui senza tener conto della sua appartenenza al giudaismo. Ma però anche Gerusalemme non è la chiave per la teologia paolina. Dopo tutto, Paolo era cristiano!

[10] «Con 5 anni per la (Sacra) Scrittura », Sentenze dei Padri (Pirqé Avoth) 5, 21.
[11] Le sinagoghe servivano anche come edifici scolastici. Inoltre era d’uso ed era titolo di merito il portare con sé i fanciulli ai servizi di culto della Sinagoga. Non solo nella Sinagoga di Tarso, ma anche a Gerusalemme, Paolo ha studiato i Settanta. Infatti, molto parla in favore dell’ipotesi che a Gerusalemme i genitori si siano aggregati alla Sinagoga ellenistica, ricordata dagli Atti (6,9) nel contesto della narrazione su Stefano, e le cui fondamenta, secondo la testimonianza di un’epigrafe in greco sono state trovate sull’Ofel, quindi a sud della piazza del tempio. Da un lato cioè sappiamo che i giudei della diaspora immigrati dalla Cilicia appartenevano a questa Sinagoga (At 6,9); dall’altro forse anche il passo di Atti 7,58 allude a rapporti di Paolo con questa Sinagoga che anche Stefano frequentava. H. LIETZMANN si esprime con molta fiducia: «Un uomo…, che apparteneva alla Sinagoga della Cilicia [in Gerusalemme] e che era cittadino romano, noi lo conosciamo: Paolo di Tarso» («Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaft» 20, 1921, p. 172).
[12] «Con 10 anni per la Mishna (= per lo studio del diritto tradizionale), con 15 anni per il Talmud (= per la discussione sopra la Mishnà) », Sentenze dei Padri, 5, 21.
[13] Trattato della Mishna sull’adultera (Sota), 9, 15.
[14] Cosi era comunque per gli Esseni: «Giudice della comunità… nell’età dai 25 anni fino ai 60 anni» (Scritto di Damascò, 10, 4-7). «E quando ha raggiunto l’età di 30 anni, può accedere al tribunale, dirigere un processo e pronunciare sentenze e prendere posto… tra i giudici ed i capi del popolo »(I QSa 1, 13-15).
[15] Spiegazione continuata del testo.
[16] Interpretazione del testo che, negli avvenimenti della storia sacra, vede rappresentazioni anticipate Ci ciò che accadrà alla fine dei tempi. L’esegesi tipologica era praticata soprattutto in Palestina.
[17] Il significato letterale del passo biblico viene fatto retrocedere a favore di un significato più profondo. L’interpretazione allegorica, che era molto praticata nelle scuole giudeo ellenistiche, in Paolo ricorre solo in questo testo.
[18] Per una trattazione più vasta, cfr. J. JEREMIAS, Paulus als Hillelit, Neotestamentica et Semitica, Festschrift für M. Black, Edinburgh 1969, pp. 88-94.
[19] H. L. STRACK, Einleitung in Talmud und Midrasch, München 1921 (5), p. 99.

San Cirillo di Gerusalemme: « Pietro prese Gesù in disparte, e si mise a rimproverarlo »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=readings&localdate=20090219

Meditazione del giorno
San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa
Catechesi, n° 13, 3.6.23

« Pietro prese Gesù in disparte, e si mise a rimproverarlo »

Dobbiamo gloriarci piuttosto che vergognarci della croce del Salvatore, perché parlare di croce è «scandalo per i giudei e pazzia per i greci» , ma per noi è annunzio di salvezza. La croce, follia per quanti vanno alla perdizione, per noi che da essa abbiamo la salvezza è potenza di Dio (1 Cor 1,18-24), in quanto come detto chi su di essa morì era il Figlio di Dio, Dio fatto uomo e non un semplice uomo. Se ai tempi di Mosè un agnello poté allontanare l’angelo sterminatore (Es 12,23), logicamente e molto più efficacemente l’Agnello di Dio poté addossarsi i peccati del mondo per liberarlo dalle sue colpe (Gv 1,23).

Non rinunziò alla vita perché costretto, non fu neppure immolato da altri ma fu lui a volersi immolare. Ascolta le sue parole: «Ho il potere di lasciare la vita e il potere di riprenderla» (Gv 10,18)…  Andò quindi incontro alla passione per sua libera scelta, lieto di realizzare il suo sublime progetto, gioioso per la corona che a lui era proposta e soddisfatto per la salvezza che offriva agli uomini. Non si vergognò della croce salvezza del mondo, perché non era un uomo da nulla a patire ma Dio fatto uomo e perciò capace di meritare il premio della pazienza.

Ma guardati dal rinnegarlo in tempo di persecuzione, non gioire della croce solo in tempo di pace ma abbi la medesima fede in tempo di persecuzione; non essere amico di Gesù in tempo di pace e suo nemico in tempo di guerra. Riceverai il perdono dei peccati e i carismi regali che elargirà al tuo spirito, dovrai combattere generosamente per il tuo Re quando si scatenerà la guerra. Gesù innocente è stato crocifisso… Sei tu che ne ricevi la grazia, non gliela fai tu, o piuttosto gliela fai ma solo in quanto è cosa a lui gradita che tu contraccambi il dono di essersi fatto crocifiggere per te sul Golgota.

« Gesù mise le mani sugli occhi del cieco »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=readings&localdate=20090218

Meditazione del giorno
Omelia attribuita a  San Fulgenzio di Ruspe (467-532), vescovo

« Gesù mise le mani sugli occhi del cieco »

Lo specchio passa; lo specchio cancella. Infatti colui che «viene nel mondo e illumina ogni uomo» (Gv 1,9) è il vero specchio del Padre. Cristo passa, in quanto specchio del Padre (Eb 1,3), e scaccia la cecità dagli occhi di coloro che non vedono. Cristo che viene dal cielo passa affinché ogni uomo lo veda, secondo la parola profetica del santo vegliardo Simeone, che prese tra le braccia il Verbo bambino e lo contemplò con esultanza dicendo: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi han visto la tua salvezza» (Lc 2,29-30).

Il cieco era solo a  non poter vedere Cristo, specchio del Padre. Quale allora era la veracità delle parole annunciate dai profeti: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto» (Is 35,5-6). Cristo ha aperto gli occhi del cieco, il quale ha visto in Cristo lo specchio del Padre. Meraviglioso rimedio contro natura!…

Il primo uomo era stato creato luminoso, si è trovato cieco quando ha lasciato il serpente: questo cieco ha ricominciato a rinascere quando ha cominciato a credere. Il suo corpo infatti era infermo, ma anche la sua natura era corrotta. Aveva doppiamente bisogno di luce… L’artigiano, suo Creatore, è passato e ha riflesso nello specchio questa immagine dell’uomo decaduto, vedendo la miseria del cieco. Miracolo della forza di Dio, che guarisce ciò che vede e illumina ciò che visita.

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