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MERCOLEDÌ 25 FEBBRAIO 2009 – MERCOLEDì DELLE CENERI 2009

MERCOLEDÌ 25 FEBBRAIO 2009 – MERCOLEDì DELLE CENERI 2009

per tutte le letture della messa:

http://www.maranatha.it/Festiv2/quaresB/CeneriPage.htm

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   2 Cor 5,20-6,2
Fratelli, noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio. 
E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: « Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso ». 
Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla Lettera ai Corinzi di san Clemente I, papa
(Cap. 7, 4-8, 3; 8, 5-9, 1; 13, 1-4; 19, 2; Funk 1, 71-73. 77-78, 87)

Fate penitenza
Teniamo fissi gli occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso davanti a Dio suo Padre: fu versato per la nostra salvezza e portò al mondo intero la grazia della penitenza.
Passiamo in rassegna tutte le epoche del mondo e constateremo come in ogni generazione il Signore abbia concesso modo e tempo di pentirsi a tutti coloro che furono disposti a ritornare a lui.
Noè fu l’araldo della penitenza e coloro che lo ascoltarono furono salvi.
Giona predicò la rovina ai Niniviti e questi, espiando i loro peccati, placarono Dio con le preghiere e conseguirono la salvezza. Eppure non appartenevano al popolo di Dio.
Non mancarono mai ministri della grazia divina che, ispirati dallo Spirito Santo, predicassero la penitenza. Lo stesso Signore di tutte le cose parlò della penitenza impegnandosi con giuramento: Com’è vero ch’io vivo — oracolo del Signore — non godo della morte del peccatore, ma piuttosto della sua penitenza.
Aggiunse ancora parole piene di bontà: Allontànati, o casa di Israele, dai tuoi peccati. Dì ai figli del mio popolo: Anche se i vostri peccati dalla terra arrivassero a toccare il cielo, fossero più rossi dello scarlatto e più neri del silicio, basta che vi convertiate di tutto cuore e mi chiamate «Padre», ed io vi tratterò come un popolo santo ed esaudirò la vostra preghiera.
Volendo far godere i beni della conversione a quelli che ama, pose la sua volontà onnipotente a sigillo della sua parola.
Obbediamo perciò alla sua magnifica e gloriosa volontà. Prostriamoci davanti al Signore supplicando di essere misericordioso e benigno. Convertiamoci sinceramente al suo amore. Ripudiamo ogni opera di male, ogni specie di discordia e gelosia, causa di morte. Siamo dunque umili di spirito, o fratelli. Rigettiamo ogni sciocca vanteria, la superbia, il folle orgoglio e la collera. Mettiamo in pratica ciò che sta scritto. Dice, infatti, lo Spirito Santo: Non si vanti il saggio della sua saggezza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze, ma chi vuol gloriarsi si vanti nel Signore, ricercandolo e praticando il diritto e la giustizia (cfr. Ger 9, 23-24; 1 Cor 1, 31, ecc.).
Ricordiamo soprattutto le parole del Signore Gesù quando esortava alla mitezza e alla pazienza: Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate, perché anche a voi sia perdonato; come trattate gli altri, così sarete trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; non giudicate, e non sarete giudicati; siate benevoli, e sperimenterete la benevolenza; con la medesima misura con cui avrete misurato gli altri, sarete misurati anche voi (cfr. Mt 5, 7; 6, 14; 7, 1. 2. 12 ecc.).
Stiamo saldi in questa linea e aderiamo a questi comandamenti. Camminiamo sempre con tutta umiltà nell’obbedienza alle sante parole. Dice infatti un testo sacro: Su chi si posa il mio sguardo se non su chi è umile e pacifico e teme le mie parole? (cfr. Is 66, 2).
Perciò avendo vissuto grandi e illustri eventi corriamo verso la meta della pace, preparata per noi fin da principio. Fissiamo fermamente lo sguardo sul Padre e Creatore di tutto il mondo, e aspiriamo vivamente ai suoi doni meravigliosi e ai suoi benefici incomparabili.

VESPRI

Lettura Breve   Fil 2, 12b-15
Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore. E’ Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni. Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo.

MARTEDÌ 24 FEBBRAIO – VII SETTIMANA DEL T.O.

MARTEDÌ 24  FEBBRAIO  – VII SETTIMANA DEL T.O.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sull’Ecclesiaste» di san Gregorio di Nissa, vescovo
(Om 6; PG 44, 702-705)

Tempo di nascere e tempo di morire
«Vi è un tempo per nascere», dice «e un tempo per morire» (Qo 3, 2). Voglia il cielo che sia concesso anche a me di nascere al tempo giusto e di morire al momento più opportuno.
Noi infatti siamo in certo modo padri di noi stessi, quando per mezzo delle buone disposizioni di animo e del libero arbitrio, formiamo, generiamo, diamo alla luce noi stessi.
Questo poi lo realizziamo quando accogliamo Dio in noi stessi e diveniamo figli suoi, figli della virtù e figli dell’Altissimo. Mentre invece rimaniamo imperfetti e immaturi, finché non si è formata in noi, come dice l’Apostolo, «l’immagine di Cristo». E’ necessario però che l’uomo di Dio sia integro e perfetto. Ecco la vera nascita nostra.
 
«C’è un tempo per morire». Per san Paolo ogni tempo era adatto per una buona morte. Grida infatti nei suoi scritti: «Ogni giorno io affronto la morte» (1 Cor 15, 31) e ancora: «Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno» (Rm 8, 36). E proprio in noi stessi portiamo la sentenza di morte. E’ chiaro poi in che modo Paolo muoia ogni giorno, egli che non vive per il peccato, ma mortifica il suo corpo e porta sempre in se stesso la mortificazione del corpo di Cristo, ed è sempre crocifisso con Cristo, lui che non vive mai per se stesso, ma porta in sé il Cristo vivente. Questa, secondo me, è stata la morte opportuna che ha dato la vera vita. Infatti dice: Io farò morire e darò la vita (cfr. Dt 32, 39) perché ci si persuada veramente che è un dono di Dio esser morti al peccato e vivificati nello spirito. La parola di Dio, infatti, promette la vita proprio come effetto della morte.

VESPRI

Lettura Breve   Rm 12, 9-12
La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera.

Omelia per mercoledì delle ceneri: Teshuva! Il ritorno

dal sito:

http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20090225.shtml

Omelia (25-02-2009) 

padre Mimmo Castiglione
Teshuva! (Il ritorno!)

Ritornare al Benevolo,
lacerandosi l’orgoglio della mente,
infrangendo le ostilità del cuore: rifiuti, rancori, livori.
Tempo a disposizione: quaranta giorni!
Il tempo che ci vuole!
Ritornare al Pietoso, a chi prova fitte nelle viscere
per quanti sono lontani ed impediti
nel cammino del ritorno!
Rincasare nella dimora cara
dove non si patisce fame e non si teme sete.
Rientrare a casa nudi
e dopo l’immersione riprendere vesti note.
E banchettare! Dopo tanta fatica e pena, spasimo ed abbandono!
Partecipare al pranzo dello Sposo per tanti dì, per sette giorni,
per recuperare quanto nel tempo passato fu strazio e assai dolore.

Nella buona e bella notizia di oggi, Gesù invita i suoi discepoli
a vivere nella verità e senza ipocrisia le opere buone,
in particolare la preghiera, il digiuno e l’elemosina.

Liberi dalla preoccupazione di non riuscire ad essere i primi della classe.
Liberi dall’ansia di dimostrare d’essere buoni e bravi.

Fare l’elemosina per condividere e non per vanagloria.
Pregare perché ne abbiamo bisogno e non per ostentare.
Digiunare per mantenerci sobri e non per dimagrire.

Mi ascolto.
Penso a quante volte ho strumentalizzato queste opere,
praticandole per essere ammirato dagli altri,
per ottenere consenso e stima.
Quale ricompensa aspettarmi?! Altro che segreto!
Ho fatto sfoggio, non superando la giustizia degli ipocriti,
che ho sempre giudicato con disprezzo.

PREGHIERA

Benedetto Gesù Maestro, che m’indichi il Volto del Padre nell’indigente,
e m’insegni a rendergli il vero culto nel servizio ai bisognosi.

Pietà di me o Padre, incapace di scorgere il tuo Volto nel povero,
nell’orfano e nella vedova, nell’oppresso e nel forestiero,
nel debole e nel perseguitato, nell’afflitto e nell’abbandonato,
nel disperato e nell’emarginato, nel misero e nel peccatore.

Egoista rivolgo il mio sguardo altrove, quasi sempre al cielo,
illudendomi di vederti, e dove invece incontro solo aria, la mia vanità.

Educami tu o Dio compassionevole e buono alla gratuità.
Abbi pietà di me, per tutte quelle volte che
ho pregato, digiunato e fatto l’elemosina (del mio superfluo)
per propiziarmi la tua benevolenza,
per tenerti a bada e carpire i tuoi favori.

Pietà di me o Dio, ho fatto di te “il Faraone d’Egitto”:
un esattore di tangenti da temere ed un tiranno di cui avere paura.

Possa la consapevolezza della fragilità della mia condizione umana,
farmi prendere coscienza del tuo essere diverso da me,
e riconoscere che tu sei fatto di un’altra pasta,
della quale non posso astenermi facendone beneficenza.

O Dio Benevolo e Pietoso, compatisci!
Al vituperio ed alla derisione non espormi. 

Publié dans:FESTE, OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 24 février, 2009 |Pas de commentaires »

mercoledì delle ceneri 2004 – omelia del Card. Jozef Tomko

dal sito:

http://www.vatican.edu/roman_curia/secretariat_state/2004/documents/rc_seg-st_20040225_ash-wednesday-tomko_it.html

STAZIONE QUARESIMALE
NELLA BASILICA DI SANTA SABINA ALL’AVENTINO

OMELIA DEL CARDINALE JOZEF TOMKO

Mercoledì delle Ceneri, 25 febbraio 2004 

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, entriamo nella Quaresima, durante la quale ricorderemo la Passione e la morte del nostro Signore Gesù Cristo e ci prepareremo alla festa della sua Risurrezione. Entriamo nella Quaresima con decisione, da credenti che intendono seguire seriamente il Signore nel suo cammino di sofferenza nella speranza di risorgere con lui nella gloria.

La Chiesa ci guida su questa strada per mezzo della sua liturgia che oggi è particolarmente austera nei simboli e nella Parola di Dio che ci istruisce. L’imposizione delle ceneri non è un gesto teatrale, né una formalità anche se sacra. È un sacramentale che ci aiuta a raggiungere la salvezza. Dalla ricchezza dei testi e dei gesti scegliamo le parole della Scrittura che accompagnano il rito più significativo dell’odierna liturgia e cioè due possibili frasi con le quali il sacerdote rende ancor più espressiva la imposizione delle ceneri. Sono due frasi che si possono usare una o l’altra, ma ambedue dense di significato.

« Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai! »

Queste parole sono risuonate per la prima volta nel paradiso. Le ha rivolte il Creatore ad Adamo, il nostro progenitore, come conseguenza del suo peccato. Il Padre lo aveva creato dalla polvere, gli ha donato una vita senza fine nella felicità del paradiso, ma l’uomo ha voluto sostituirsi a Dio, gli ha disubbidito ed ha autodistrutto la propria dignità e felicità. Così ha introdotto il peccato nel mondo e con il peccato, come conseguenza, la morte. L’uomo non può autosalvarsi, non può liberarsi da solo da questa situazione. L’uomo ha bisogno di un Salvatore.

Oggi la Chiesa ricorda ad ogni cristiano queste verità e queste realtà. Le ceneri, che sono la polvere, sono un segno molto eloquente della fragilità, del peccato e della mortalità dell’uomo.

Ricevendole sul nostro capo riconosciamo che il nostro corpo tornerà in polvere, che siamo creature fragili, limitate, e non solo per la lunghezza (o meglio, per brevità) della nostra esistenza terrena. Basta un nulla e noi partiamo e a nulla ci giovano la nostra ricchezza, scienza, gloria, potere, titoli, dignità, orgoglio. Dobbiamo riconoscere in umiltà con il salmista: « Signore, la mia esistenza è come un nulla davanti a te » (Salmo 38, 6).

Come Adamo, così anche noi abbiamo alzato la testa contro Dio. Abbiamo peccato e continuiamo a peccare. L’orgoglio, l’egoismo, la tentazione di voler decidere noi stessi che cosa è il bene e il male, l’esaltazione della nostra voglia di libertà al di sopra della volontà del Creatore vivono sempre nel nostro cuore, anche se non arriviamo a voler creare l’uomo – ma poco ci manca -, e neppure a negare Iddio con il filosofo che ha affermato: Se Dio esiste, io non sono libero. I nostri peccati sono più quotidiani, più concreti, più sottili, ma esistono. Sì, noi siamo peccatori e lo riconosciamo chinando il capo e ricevendo le ceneri in segno di umiltà e di espiazione per noi stessi e per i nostri fratelli attorno a noi. Come i peccatori dell’Antico Testamento, come Niniviti, come Davide ed altri.

« Sei polvere, e in polvere ritornerai ». Solo la storia sacra e la fede ci dicono che la morte è la conseguenza del peccato. Noi sappiamo che Dio ci ha creati per la gioia e per la vita eterna. Il peccato e la morte ci rattristano perché ci possono impedire il raggiungimento di questa gioia.

Tuttavia, se è vero che la disobbedienza del primo Adamo ha introdotto nel mondo il peccato e la morte, è anche vero che Gesù Cristo, il nuovo Adamo, con la sua passione e morte ha vinto il peccato e la morte e ci ha portato la salvezza e la vita eterna. La morte corporale rimane come passaggio cruciale nella vita eterna e come il momento del nostro personale giudizio davanti al tribunale di Dio. Come momento di rischio essa ci può fare paura. Ma ricordare questo momento, con cui si chiude l’esistenza terrena di ciascuno di noi, può essere salutare perché ci porta al pentimento dei nostri peccati e alla ricerca della salvezza nel Dio, ricco di misericordia. Così il simbolo della polvere ci fa rinnovare la nostra speranza di poter partecipare, per meriti della passione e morte di Gesù Cristo, alla sua gloriosa risurrezione.

La strada, tuttavia, è quella indicata dalla liturgia: è la via della penitenza, come c’insegna la seconda formula:

« Convertitevi, e credete al Vangelo »

Infatti, il sacerdote che impone le ceneri, può accompagnare il significativo gesto, a scelta, anche con quest’altra esortazione che è presa dal Vangelo. Si tratta delle prime parole con le quali Gesù stesso comincia, secondo l’evangelista Marco, la sua predicazione (Mc 1, 15). Esse sono un invito che ha due parti strettamente legate fra di loro: convertirsi e credere.

La conversione, la metànoia, è il cambiamento di rotta, cambiamento di cuore di mente. È un ritorno a Dio, al quale ci invita la prima lettura odierna con le parole del profeta Gioèle: « Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi i cuori e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio » (Gioè 2, 12-13). Ed è anche l’atto di riconciliazione con Dio, proposta con insistenza dall’Apostolo Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi (2 Cor 5, 20-21): « Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio ». Con questa densa frase l’Apostolo delle genti traccia in sintesi tutta la teologia della nostra salvezza e ci dà il motivo per la nostra conversione o riconciliazione con Dio.

La conversione può essere intesa in vari sensi. Vi è conversione alla fede che qui si suppone già. Vi è la conversione di carattere morale, cioè il ritorno del figliol prodigo alla casa del Padre, la riconciliazione di un peccatore con Dio. Ciò che è importante nella conversione è il pentimento, la contrizione del cuore che si manifesta nel cambiamento effettivo della vita secondo i dettami del Signore espressi particolarmente nel suo Vangelo.

Ora, anche abbracciando la fede, il credente rimane un uomo debole e fragile. Ogni giorno gli si attacca la polvere della strada e il suo cuore cede a varie debolezze del suo egoismo, orgoglio, mancanza di carità, di fedeltà ai propri doveri, di generosità, alle tentazioni dei sensi, alle varie imperfezioni. Ogni giorno anche il giusto pecca più volte, come dice la Scrittura, e pecca con le parole, con le opere, con le omissioni. Ciascuno ha bisogno di convertirsi, di pentirsi e di riconciliarsi pienamente con Dio di mettere a fuoco il suo orientamento verso Dio.

Accogliendo le ceneri sul capo, noi riconosciamo questa nostra fondamentale debolezza e necessità di perdono. Accogliamo l’invito dell’Apostolo Paolo: « Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio… Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza » (2 Cor 6, 1). Perciò volgiamo il nostro sguardo verso il Vangelo e verso chi lo annuncia, il nostro Salvatore che ci invita tutti: « Convertitevi, e credete al Vangelo ».

Mezzi per la conversione continua

Il Vangelo odierno ci mostra la strada per mantenere il nostro spirito in stato di continua conversione, di perseverante e vigilante disponibilità alla piena riconciliazione con l’amore infinito del Padre. Gesù ci chiede particolarmente in questo tempo forte dell’anno liturgico le tre cose della classica triade quaresimale, l’elemosina, la preghiera, il digiuno. L’elemosina come espressione di una più attenta generosità e di quella carità che « copre la moltitudine dei peccati ». La preghiera che sgorga dal cuore più che dalle labbra. Il digiuno che è sacrificio talvolta del corpo ma che oggi può assumere tante altre forme moderne di rinuncia alle cose non necessarie o persino nocive, tale può essere il digiuno da alcuni programmi televisivi, da qualche piacere, da una amicizia dannosa o rischiosa e simili. Osservando il volto di Gesù crocifisso, la nostra coscienza ci dirà in ogni momento, come dobbiamo credere al suo amore e come amarlo nei fratelli.

Cari fratelli e sorelle, ricevendo oggi l’austero segno delle ceneri, noi iniziamo a seguito di Gesù Cristo il nostro itinerario quaresimale, con il quale vogliamo arrivare completamente rinnovati a celebrare con gioia la Pasqua del Signore.

Perché Gesù dice ai suoi discepoli di non giudicare?

dal sito:

http://www.taize.fr/it_article4029.html

Perché Gesù dice ai suoi discepoli di non giudicare?

«Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37). È possibile mettere in pratica questa parola del Vangelo? Non è forse necessario giudicare, se non ci si vuole arrendere di fronte a ciò che non va? Ma questo appello di Gesù si è profondamente inciso nei cuori. Gli apostoli Giacomo e Paolo, del resto così diversi, vi fanno eco quasi con le stesse parole. Giacomo scrive: «Chi sei tu che ti fai giudice del tuo prossimo?» (Giacomo 4,12). E Paolo: «Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?» (Romani 14,4).

Né Gesù né gli apostoli hanno cercato d’abolire i tribunali. Il loro appello concerne la vita quotidiana. Se i discepoli di Gesù scelgono d’amare, continuano tuttavia a commettere errori dalle conseguenze più o meno gravi. La reazione spontanea è allora di giudicare colui che – per sua negligenza, le sue debolezze o dimenticanze – causa dei torti o fallimenti. Certo noi abbiamo eccellenti ragioni per giudicare il nostro prossimo: è per il suo bene, affinché impari e progredisca…

Gesù, che conosce il cuore umano, non è vittima delle motivazioni più nascoste. Dice: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?» (Luca 6,41). Posso servirmi degli errori degli altri per rassicurarmi delle mie qualità. Le ragioni per giudicare il mio prossimo lusingano il mio amor proprio (vedi Luca 18,9-14). Ma se spio il più piccolo errore del mio prossimo, non è forse per dispensarmi dall’affrontare i miei problemi? I mille errori che trovo in lui non provano ancora che io valgo di più. La severità del mio giudizio forse non fa altro che nascondere la mia stessa insicurezza e la mia paura d’essere giudicato.

A due riprese Gesù parla dell’occhio «malato» o «cattivo» (Matteo 6,23 e 20,15). Nomina così lo sguardo torbido per la gelosia. L’occhio malato ammira, invidia e giudica il prossimo nel medesimo tempo. Quando ammiro il mio prossimo per le sue qualità ma, allo stesso tempo, mi rende geloso, il mio occhio diventa cattivo. Non vedo più la realtà così com’è, e può anche succedermi di giudicare un altro per un male immaginario che non ha mai fatto.

È ancora un desiderio di dominio che può incitare al giudizio. Per questo, nel passo già citato, Paolo scrive: « Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?». Chi giudica il suo prossimo si eleva a maestro, e usurpa, di fatto, il posto di Dio. Ora noi siamo chiamati a «considerare gli altri superiori a se stesso» (Filippesi 2,3). Non si tratta di non tenersi in considerazione, ma di mettersi a servizio degli altri piuttosto di giudicarli.

Rinunciare di giudicare porta all’indifferenza e alla passività?
In una stessa frase, l’apostolo Paolo usa la parola giudicare con due significati diversi: «Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate (giudicate) invece a non esser causa d’inciampo o di scandalo al fratello» (Romani 14,13). Smettere di giudicarsi reciprocamente non porta alla passività, ma è una condizione per un’attività e dei comportamenti giusti.

Gesù non invita a chiudere gli occhi e a lasciar correre le cose. Poiché subito dopo aver detto di non giudicare, continua: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?» (Luca 6,39). Gesù desidera che i ciechi siano aiutati a trovare la strada. Ma denuncia le guide incapaci. Queste guide un po’ ridicole sono, secondo il contesto, coro che giudicano e condannano. Senza rinunciare a giudicare, è impossibile veder chiaro per portare altri sulla buona strada.

Ecco un esempio tratto da Barsanufio e Giovanni, due monaci di Gaza del 6° secolo. Dopo aver biasimato un fratello per la sua negligenza, Giovanni è dispiaciuto vederlo triste. È ancora ferito quando a sua volta si sente giudicato dai suoi fratelli. Per trovare la calma, decide allora di non fare più rimproveri a nessuno e di occuparsi unicamente di ciò di cui sarebbe responsabile. Ma Barsanufio gli fa capire che la pace del Cristo non sta nel chiudersi in se stesso. Gli cita più volte una parola dell’apostolo Paolo: «Ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2 Timoteo 4,2).

Lasciare gli altri tranquilli, può essere ancora una forma sottile di giudicare. Se voglio occuparmi solo di me stesso, è forse perché considero gli altri non degni della mia attenzione e dei miei sforzi? Giovanni di Gaza decide di non più riprendere nessun suo fratello, ma Barsanufio comprende che in effetti egli continua a giudicarli nel suo cuore. Gli scrive: «Non giudicare e non condannare nessuno, ma avvertili come veri fratelli» (Lettera 21), È rinunciando ai giudizi che Giovanni diventerà capace di una vera preoccupazione per gli altri.

«Non vogliate giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore» (1 Corinzi 4,5): Paolo raccomanda il più grande ritegno nel giudizio. Allo stesso tempo, chiede con insistenza di preoccuparsi degli altri: «Correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti» (1 Tessalonicesi 5,14). Per esperienza sapeva che riprendere senza giudicare poteva costare: «Per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi» (Atti 20,31). Solo la carità è capace di un simile servizio.

San Gregorio di Nissa : Il saggio ha gli occhi in fronte

 UFFICIO DELLE LETTURE – 23 FEBBRAIO 2009 – LETTURA DAL TEMPO ORDINARIO

Dalle « Omelie sull`Ecclesiaste » di san Gregorio di Nissa, vescovo

Il saggio ha gli occhi in fronte

Se l`anima solleverà gli occhi verso il suo capo, che è Cristo, come dichiara Paolo, dovrà ritenersi felice per la potenziata acutezza della sua vista, perché terrà fissi gli occhi là dove non vi è l`oscurità del male.
Il grande apostolo Paolo, e altri grandi come lui, avevano « gli occhi in fronte » e così pure tutti coloro che vivono, che si muovono e sono in Cristo.
Colui che si trova nella luce non vede tenebre, così colui che ha il suo occhio fisso in Cristo, non può contemplare che splendore. Con l`espressione « occhi in fronte », dunque, intendiamo la mira puntata sul principio di tutto, su Cristo, virtù assoluta e perfetta in ogni sua parte, e quindi sulla verità, sulla giustizia, sull`integrità; su ogni forma di bene. Il saggio dunque ha gli occhi in fronte, ma lo stolto cammina nel buio (Qo 2, 14). Chi non pone la lucerna sul candelabro, ma sotto il letto, fa sì che per lui la luce divenga tenebra. Quanti si dilettano di realtà perenni e di valori autentici sono ritenuti sciocchi da chi non ha la vera sapienza. E` in questo senso che Paolo si diceva stolto per Cristo. Egli nella sua santità e sapienza non si occupava di nessuna di quelle vanità, da cui noi spesso siamo posseduti interamente. Dice infatti: Noi stolti a causa di Cristo (1 Cor 4, 10) come per dire: Noi siamo ciechi di fronte a tutte quelle cose che riguardano al caducità della vita, perché fissiamo l`occhio verso le cose di lassù. Per questo egli era un senza tetto, non aveva una sua mensa, era povero, errabondo, nudo, provato dalla fame e dalla sete.
Chi non lo avrebbe ritenuto un miserabile, vedendolo in catene, percosso o oltraggiato? Egli era un naufrago trascinato dai flutti in alto mare e portato da un luogo all`altro, incatenato. Però, benché apparisse tale agli uomini, non distolse mai i suoi occhi da Cristo, ma li tenne sempre rivolti al capo dicendo: Chi ci separerà dalla carità che è in Cristo Gesù? Forse la tribolazione, l`angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (cfr. Rm 8, 35). Vale a dire: Chi mi strapperà gli occhi dalla testa? Chi mi costringerà a guardare ciò che è vile e spregevole?
Anche a noi comanda di fare altrettanto quando prescrive di gustare le cose di lassù (cfr. Col 3, 1-2) cioè di tenere gli occhi sul capo, vale a dire su Cristo.

Santa Teresa d’Avila: « Credo, aiutami nella mia incredulità »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=readings&localdate=20090223

Meditazione del giorno
Santa Teresa d’Avila (1515-1582), carmelitana, dottore della Chiesa
Castello Interiore, seste mansoni, cap. 4

« Credo, aiutami nella mia incredulità »

Certe verità riguardanti la grandezza di Dio rimangono nell’anima così scolpite, che quand’anche non vi fosse la fede a dirle chi Egli sia, e a imporle di riconoscerlo per suo Dio, l’adorerebbe come tale fin da quel momento, come fece Giacobbe dopo aver veduto la scala (Gen 28,12). In quella visione egli dovette intendere molti altri segreti che poi non seppe manifestare… Non so se in quello che dico do nel segno: l’ho udito raccontare e nemmeno so se mi ricordo bene. Neppur Mosé seppe dire tutto quello che vide nel roveto: disse soltanto quello che Dio gli permise. Certo che se il Signore non gli avesse mostrato dei segreti, e con tale certezza da fargli credere e vedere che Egli era Dio, mai Mosè si sarebbe gettato in tanti e così gravi travagli. Sotto le spine del roveto dovette intendere grandi cose che gli dettero coraggio per tutto quello che poi fece in favore del popolo d’Israele.

Perciò, sorelle, dobbiamo guardarci dal voler intendere le cose occulte di Dio e dai cercarne le ragioni. Come crediamo che Egli è onnipotente, dobbiamo pur credere che vermiciattóli di così poca capacità come noi non possono comprendere le sue grandezze. Lodiamolo molto, affinché si compiaccia di farcene intendere qualcuna.

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