LA TEMPESTA, IL VENTO, LO SPIRITO (su Atti, capitolo 27, è un commento bellissimo!)

dal sito:

http://www.indes.info/lectiodivina/2003-04_Atti_degli_Apostoli/05_aprile_2004_La_tempesta_il_vento_lo_spirito.pdf

LA TEMPESTA, IL VENTO, LO SPIRITO

di Pino Stancari S.J.

6 aprile 2004


nella miseria del mondo

Paolo, nella sua esperienza di carcerazione e di solitudine, scopre di essere sempre più disponibile ad accogliere la realtà degli uomini, la miseria del mondo, la storia con tutte le sue complessità e con tutte le sue contraddizioni. Il mistero della misericordia di Dio trova in Paolo una interlocutore sempre più docile, sempre più paziente, sempre più disponibile ad accogliere e ad offrire da parte sua quello che in totale gratuità gli viene donato. Paolo adesso è proprio lui ad essere abitato da quel mistero. E’ proprio lui che, indipendentemente da qualunque intenzione, da qualunque moralismo, da qualunque proposito di ordine pastorale, si configura come un sacramento vivente di quel mistero che si è rivelato a noi, nella incarnazione del Figlio, nella sua Pasqua di morte e resurrezione. Ecco, con potenza di Spirito Santo c’è un cristiano in mezzo a noi, un uomo con il cuore aperto per tutte le creature, comunque siano situate – in ambienti inquinati e addirittura inabitabili sulla scena del mondo – un cuore umano che si apre esprimendo una imprevedibile capacità di accoglienza, di benedizione, di misericordia, una disponibilità a comprendere sempre e ad interpretare tutto in una prospettiva di amore vero e gratuito. La situazione del nostro personaggio tende a raccogliersi in un contesto sempre più nascosto, sempre più meschino, sempre più periferico. E d’altra parte noi abbiamo constatato come per l’evangelista Luca, Paolo, in questo suo carcere a Cesarea, è un cristiano che è in grado, e non per una sua particolare virtù acquisita in base a qualche esercizio ascetico, ma proprio per come è coinvolto nel mistero di Dio e nel mistero del Signore Gesù, di accogliere il mondo, accogliere la storia degli uomini, è in grado di intrattenere ogni relazione con le creature di Dio nel tempo e nello spazio, in una dimensione di vero amore, un povero amore. D’altra parte, l’amore vero è sempre povero, non può essere vero l’amore se non è povero e nella povertà del nostro Paolo un amore sempre più autentico e aperto e libero e gratuito e universale. Gli casca nel cuore il mondo, sempre più sprofondato il nostro Paolo in quella zona oscura che lì per lì sembra dimostrare il suo fallimento irreparabile. In quel suo sprofondamento in fondo ad un abisso Paolo scopre che gli entra nel cuore, gli cade nel cuore, gli si incide nel cuore la realtà del mondo intero. A lui tutto è affidato in una gratuita responsabilità d’amore.

l’inizio del viaggio verso Roma

Cap. 27 Il viaggio di Paolo da Cesarea a Roma. Questo racconto ci presenta una teologia della vita cristiana. Paolo si è appellato al tribunale di Cesare, il procuratore romano ha dovuto accettare questa richiesta, anche se si è mostrato molto imbarazzato per non avere in mano una documentazione che dia motivo sufficiente a questo invio presso il tribunale di Cesare di un imputato che addirittura dovrebbe essere condannato a morte, stando alla richiesta dell’accusa. Non si riesce a determinare il contenuto di una imputazione convincente. In ogni caso Paolo deve essere rinviato. Anzi, in questo modo il procuratore romano pensa di eliminare un fastidio con il quale non vuole più fare i conti. Fino la v. 8 sembra che tutto si svolga secondo un programma logico, coerente, lineare. Nei vv. 912 cominciamo a percepire alcuni segni di incertezza che pregiudicano lo svolgimento del viaggio. « Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia ». Ritorna il pronome di prima persona plurale: noi. Lo abbiamo incontrato già precedentemente e ci siamo resi conto che quando Luca usa la prima persona plurale vuole conferire un particolare rilievo agli eventi che ci stanno narrando; sono momenti che dal suo punto di vista meritano una piena e generale partecipazione, nel senso di un coinvolgimento intenso, affettuoso, di coloro che come noi sono lettori del testo. Noi: si intende che c’è anche Luca tra coloro che adesso si imbarcano; accanto a Paolo c’è anche lui, e, se c’è lui, ci siamo anche noi. Noi, nel senso di lettori, siamo coinvolti personalmente in questa avventura di Paolo che ricapitola tutto il lungo viaggio. « Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio della coorte Augusta ». La partenza viene decisa da qualcun altro, Paolo non decide, non ha voce in capitolo, obbedisce alle autorità che fanno di lui secondo quanto è di loro gradimento. Paolo è imbarcato. C’è di mezzo un centurione, di nome Giulio. « Salimmo su una nave di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia e
salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalonica ». Di lui si è già parlato precedentemente, dunque sarebbe anche lui presente su quella nave, almeno per un tratto del viaggio. « Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone e Giulio, con gesto cortese verso Paolo, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure ». Giulio è un uomo buono (philantropos, in greco). E’ interessante vedete come ci sono altri prigionieri accanto a Paolo, ci sono anche alcuni più vicini a lui per altri motivi, Aristarco, forse Luca, ci siamo noi. Il viaggio, comunque, consente contatti che precedentemente erano impediti. Luca sa bene che Paolo nel suo carcere, per quanto abbia potuto muoversi, studiare, pregare, avere contatti con gli altri all’interno di quell’ambiente così ristretto, non ha avuto contatti con l’esterno. Magari avesse avuto contatti con l’esterno! Il procuratore romano si aspettava che qualcuno intervenisse per versare somme di denaro che egli avrebbe gradito non poco. Non è avvenuto questo. Ora Paolo è in viaggio e molti contatti sono resi possibili. Il nostro Luca segnala momenti di solidarietà, di immediata simpatia, attorno a Paolo: c’è gente buona, persone brave. Il centurione è un uomo sorridente che permette a Paolo di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. A Sidone c’è una comunità dei discepoli del Signore e Paolo può sbarcare, può sostare per qualche tempo, il tempo della sosta prevista, perché la nave è una nave che scarica e carica merci. Paolo può godere delle cure che quegli amici gli riservano. Il nostro Luca segnala questi momenti di sollievo dopo l’esperienza del carcere. Paolo è particolarmente gratificato per queste testimonianze di disponibilità positiva nei suoi confronti, di affettuosa comprensione, di servizievole devozione da parte di quelli che incontra. Le cose stanno così perché questi sono i fatti, ma stanno così, perché dopo l’esperienza del carcere, Paolo è più che mai predisposto a cogliere quei segnali. Se ne accorge. Paolo è lui predisposto, motivato interiormente ad intrattenere relazioni, ad aprire il dialogo, a riscontare un gesto cortese nel centurione, o a godere delle cure benevole con cui gli amici di Sidone si occupano di lui. Sono dei fatti, ma c’è una novità che è oramai una dimensione intrinseca del nostro personaggio, una sua sapienza interiore che gli consente di gustare con cuore aperto tutte le situazioni e i segnali di una positività gratuita.

I venti

Fatto sta che di nuovo: « Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari e, attraversato il mare della Cilicia e della Panfilia, giungemmo a Mira di Licia. Qui il centurione trovò una nave di Alessandria in partenza per l’Italia e ci fece salire a bordo. Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido.. il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone, e costeggiandola a fatica giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale era la città di Lasèa ». Per due volte è comparso il termine animos (vento). Ci sono venti contrari, soffiano in modo tale da determinare una certa deviazione nella rotta, un certo deviamento che esige ai naviganti, per quelle che sono le tecniche dell’epoca, di ricorrere a tutti gli accorgimenti necessari per poter ancora procedere. Tutto è possibile per arrivare finalmente ad un porto che consenta di svernare. Ci sono venti contrari che impongono misure nuove al programma. Siamo all’inizio del viaggio e già la situazione si sta inquadrando. C’è un programma, ma i venti soffiano in modo tale da imporre delle soluzioni alternative. Basta questa immagine perché noi troviamo modo di re-inquadrare tutto il percorso che Paolo ha compiuto lui, in prima persona, con il suo vissuto di cristiano, con la sua esperienza di evangelizzatore, lungo tutto quel cammino di conversione che ha consentito anche a noi di accompagnarlo. Adesso siamo insieme sulla stessa nave. Un particolare. Negli Atti per l’ultima volta è stato usato il termine pneuma, (spirito, soffio) nel cap. 21, esattamente vv. 4 e 11, in cui si descrive la situazione nella quale intervenivano gli amici che volevano intrattenere Paolo, deciso a salire a Gerusalemme. Poi Paolo è salito a Gerusalemme, qui è stato arrestato e così via. Dal cap. 21 in poi non succede niente. Tutto negli Atti è determinato da quella effusione di Spirito Santo che, promessa dal Signore risorto e asceso al cielo, poi si è manifestata in quella pienezza traboccante di cui Luca ci ha dato notizia nel racconto della Pentecoste. Tutto procede negli Atti in continuità con quella spinta, in obbedienza a quella corrente così energica e risoluta che oramai pervade la scena del mondo, che irrompe e raccoglie lo svolgimento della storia umana in relazione all’evento che si è compiuto una volta per tutte: la pasqua del Figlio di Dio, morto e risorto. Dal cap. 21 in poi non compare il termine spirito.

il mare e la nave

Dunque venti contrari e adesso noi ci accorgiamo che questo irrompere del vento diviene sempre più vorticoso, travolgente. Il mare viene spazzato dal vento, ci troveremo tra non molto in piena tempesta. Il mare è un’immagine che ricapitola la realtà della storia umana e sulla superficie del mare galleggia una nave. Anche questa è una immagine, è un pezzo di mondo, è il mondo, è l’umanità che procede nel suo viaggio, è la storia umana che espone questa realtà tutto sommato così fragile, anche se così geniale. Una nave in grado di affrontare un viaggio con prospettive grandiose: la traversata del mare, contatti, commerci, le tecnologie necessarie per costruire quella nave, per governarla, per renderla strumento valido al servizio di un complesso di contatti, di incontri, di scambi che raccolgono la partecipazione dell’umanità intera. La nave è l’umanità che affronta il grande viaggio. Venti. Venti che soffiano fuori programma, che soffiano contro il programma. E soffiano esprimendo il massimo delle contraddizioni. Adesso verremo a sapere che all’improvviso tutti i venti irrompono provocando uno sconvolgimento tale per cui la scena non è più oggetto di un discernimento sereno, coerente, costruttivo. La stessa nave diventa una espressione di quanto sia assurda la storia degli uomini abbandonata a se stessa. E li è Paolo. Non è più comparso il termine pneuma. Adesso siamo alle prese con una vicenda esemplare che conduce Paolo a ritrovarsi nell’occhio del ciclone, che è la storia degli uomini, là dove il vento soffia. Paolo è condotto, in obbedienza a un disegno provvidenziale da lui non programmato, nell’occhio di quel ciclone che fa di lui un uomo finalmente, pienamente carismatico, l’uomo che è in grado di discernere con piena e matura intelligenza interiore l’opera dello Spirito di Dio. La scena è il mondo e i contenuti di questa opera che lo Spirito di Dio sta realizzando nella gratuità della sua iniziativa, sono gli abitanti della nave, gli uomini, la storia umana. Là dove l’iniziativa umana è così tragicamente sconvolta, in questa evidenza epifania di cui Paolo sta contemplando il mistero, rivelazione della iniziativa di Dio, i venti soffiano.

leggendo il libro di Giona

vv. 9-12. La situazione comincia a diventare più preoccupante. « Essendo trascorso molto tempo ed essendo ormai pericolosa la navigazione poiché era già passata la festa dell’Espiazione ». Il Kippur, una festa autunnale, siamo in ottobre-novembre, siamo sulla soglia dell’inverno, è già inverno. Non è più consigliabile navigare. E’ vero che l’equilibrio climatico po’ variare da un anno a quell’altro, quindi bisogna intendersi di queste cose e scegliere con competenza. « Paolo li ammoniva dicendo: Vedo, o uomini, che la navigazione comincia a essere di gran rischio e di molto danno non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite ». Questo è l’oggetto della preoccupazione di Paolo: le nostre vite. Nostre, dal momento che siamo insieme sulla stessa nave, perché questa è un’unica storia, è l’unica storia umana, e siamo tutti insieme e su quella nave ci sono tutti: marinai, commercianti, soldati, centurione, Paolo, forse con lui c’è qualcuno dei suoi, o forse è solo, gli altri sono rimasti indietro. E’ un’unica storia e la vita di tutti è proprio questa nave, il campione rappresentativo dell’umanità intera. Non è un fatto nuovo nella rivelazione. Ci sono altri testi dell’AT che possiamo senz’altro interpretare alla luce di questa stessa immagine simbolica. Tanto per ricordarne uno il libro di Giona profeta e il viaggio di Giona su quella nave che si trova nella tempesta e che non può procedere nel suo viaggio, fino a quando Giona, proprio lui, scenderà dalla nave. E’ come se lo stesso Paolo stesse leggendo il libro di Giona, stesse facendo la sua lettura spirituale, stesse facendo la sua lettura biblica, quotidiana: mentre affronta il viaggio in nave, sta leggendo la storia di Giona profeta, che è la sua storia. Qui c’è il rischio che siano compromesse le nostre vite. E’ in questione la vita degli uomini, è in questione il senso complessivo e universale della storia umana. E per Paolo non c’è dubbio: il senso della storia umana si illumina in una prospettiva di salvezza. In questa prospettiva bisogna assumersi delle responsabilità, bisogna esercitare le proprie competenze, per la salvezza, in obbedienza a questo disegno. Paolo non ha alcun dubbio: è meglio non procedere nel viaggio perché si pregiudicherebbe la salvezza delle nostre vite. Fatto sta che invece, quelli che hanno potere di decidere in un caso come questo, stabiliscono un comportamento ben diverso.

la tempesta

« Il centurione però dava più ascolto al pilota e al capitano della nave che alle parole di Paolo. E
poiché quel porto era poco adatto a trascorrervi l’inverno, i più furono del parere di salpare di là nella speranza di andare a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale ». A sud-ovest, a riparo dai venti freddi, in un porto più accogliente. Compaiono i nomi dei venti: libeccio, maestrale. Nei vv. 13-26 siamo nel pieno della tempesta. « Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco convinti di potere ormai realizzare il progetto, levarono le ancore e costeggiavano da vicino Creta » Un vento meridionale discreto e gradevole, che consente dunque di muoversi lungo la costa sud di Creta, senza temere l’irruenza dei venti invernali, venti che vengono da nord. « Ma dopo non molto tempo si scatenò contro l’isola un vento d’uragano, detto allora Euroaquilone ». E’ la bora, è la tramontana, è vento da nord-est. Non c’è niente da fare, il vento vince l’iniziativa gestita con tanta meticolosa puntualità, energia, attenzione, lucidità da coloro che hanno armato la nave, l’hanno costruita, la sanno condurre, la sanno utilizzare. Il vento vince, un vento d’uragano detto allora Euroaquilone. « La nave fu travolta nel turbine e, non potendo più resistere al vento, abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva ». Siamo in piena tempesta, c’è il vento e poi le correnti, le onde, i flutti, i marosi. Non c’è niente da fare, non è più possibile controllare la nave, governarla, in nessun modo. Questa è la storia umana: dove va? L’iniziativa umana dove conduce il bastimento? Dove stiamo andando a finire? Appunto, è la fine, è il naufragio. Quale situazione si prospetta? Paolo ha detto fin dall’inizio che il senso di questa storia nostra è dato da una prospettiva di salvezza. Ma qui siamo alle prese con una situazione che incombe sempre più drammaticamente come premonizione di una tragedia irreparabile: il vento vince. « Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Càudas, a fatica riuscimmo a padroneggiare la scialuppa; la tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per fasciare di gòmene la nave. Quindi, per timore di finire incagliati nelle Sirti.. calarono il galleggiante e si andava così alla deriva ». Il galleggiante è una specie di freno che dovrebbe consentire alla nave di sostenere l’impatto con le onde, in ogni caso la nave non è più governabile. « Sbattuti violentemente dalla tempesta, il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico ». E’ il motivo per cui la nave è stata messa in grado di compiere il viaggio: per trasportare quel carico. Adesso il carico è abbandonato appunto perché si riduce all’essenziale: la sopravvivenza di coloro che sono raccolti, raggomitolati, rannicchiati su quella nave che orami è trascinata dal vento nel vortice di una tempesta indomabile. « Il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave ». Non solo il carico, ma anche l’attrezzatura. « Da vari giorni non comparivano più né sole, né stelle e la violenta tempesta continuava a infuriare, per cui ogni speranza di salvarci sembrava ormai perduta ». C’è una disperazione circa la salvezza, salvezza nel senso del viaggio e nel senso della storia umana. Paolo fin dall’inizio aveva detto la sua: guardate che qui è in questione la salvezza delle nostre vite; la vita umana è il senso della storia degli uomini. Non salvezza come obiettivo privilegiato riservato ad alcuni, ma il senso della storia umana, la storia di tutti, di tutti quelli che sono su quella nave, che è lo stesso bastimento in cui tutti sono coinvolti nella medesima vicenda. E li c’è Paolo! Paolo evangelizzatore, poi carcerato, adesso si trova coinvolto in questa vicenda sconcertante. Al di là di ogni programma, si rende conto di essere inserito nella storia degli uomini al punto di condividere la
medesima tragedia e la medesima sorte. Intanto il cielo è oscurato. Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle. Siamo al buio. Nei vv. 21-26, nel contesto di quella tempesta, là dove il vento è vincitore. Il vento. Si riparla di un soffio, di un fiato, di un sospiro, di una potenza che irrompe nella storia degli uomini. L’immagine è diventata una esperienza empirica: la superficie del mare è sconvolta dal vento. Se ne riparla dopo che per un pezzo avevamo perso la memoria dello Spirito di Dio. Ma dove è andato a finire lo Spirito?

lo Spirito che travolge e trascina

Lo Spirito di Dio soffia, irrompe, invade, trascina, travolge. La storia degli uomini nella tempesta precipita verso una fine disgraziata. Gli uomini, spaventati e disperati come sono, riescono soltanto a immaginare come tutto si concluderà in un naufragio infernale. C’è Paolo su quella nave e Paolo è in grado di interpretare il senso di quello che sta avvenendo. Paolo è profeta, evangelizzatore, non tanto perché elabora un certo messaggio e poi lo propone. Non soltanto questo. Paolo evangelizzatore si esprime con quel linguaggio profetico che nella maniera più immediata e diretta testimonia da parte sua qual è la interpretazione da dare a quella scena, a quel disegno, a quel complesso di eventi nel quale la nave è travolta. Là dove il vento soffia è l’opera di Dio che si compie, e l’opera di Dio si compie mentre così potentemente squalificata è l’iniziativa umana. In questo sconquasso generale niente resta più come prima, ma una novità che è in tutto e per tutto affidata all’iniziativa di Dio si sta manifestando. Di questo nessuno può parlare, a riguardo di queste cose nessuno può rendere testimonianza, se non Paolo. « Da molto tempo non si mangiava, quando Paolo, alzatosi in mezzo a loro, disse » Il fatto che non si mangi conferma lo stato di disperazione generale, sono tutti diventati anoressici e non c’è più il gusto del cibo, non c’è più un’istanza che motivi dall’interno la speranza di vivere. Paolo interviene e dice: « Sarebbe stato bene, o uomini, dar retta a me e non salpare da Creta.. .avreste evitato questo pericolo e questo danno. Tuttavia ora vi esorto a non perdervi di coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite in mezzo a voi, ma solo della nave ». Paolo insiste, e questa terminologia che già abbiamo riscontrato precedentemente, adesso viene ripresa quasi come un ritornello: non ci sarà alcuna perdita di vite in mezzo a voi, questa non è una storia per la perdizione, ma per la salvezza. Questa è storia di salvezza, proclama Paolo, intanto siamo in mezzo alla tempesta, i venti turbinano, la nave è derelitta come un guscio di noce esposto ai moti ondosi più incontrollabili. Questa è una storia di salvezza, dice Paolo. E spiega: non ci sarà perdita di vite ma solo della nave. Niente resta più come prima, è veramente un mondo quello che si prospetta. La nave si sta consumando, sbriciolando, è vero, ma tutto questo non in una prospettiva di perdizione per la vita degli uomini, ma di una salvezza per la vita umana, attorno alla quale è un mondo nuovo che si sta delineando. E’ una nuova creazione. Non è la prima volta che si parla del mare nella rivelazione divina. E’ come se questa esperienza del viaggio con la tempesta e con il naufragio, acquistasse nel racconto degli Atti degli apostoli, il significato del grande battesimo di Paolo, battesimo che in realtà è già avvenuto per lui fin dall’inizio della sua vita cristiana, ma è un battesimo che adesso lo riguarda nell’esercizio dell’evangelizzazione, nel momento in cui è coinvolto nell’unico disegno che coinvolge la sorte dell’umanità intera. Stiamo andando a fondo, stiamo facendo naufragio, stiamo morendo perché è l’opera di Dio che si compie. L’opera di Dio non è per lasciare alla morte l’ultima parola. E’ l’iniziativa umana che giunge a questo termine, ma l’opera di Dio si compie in modo tale da instaurare una novità che apre prospettive di vita oltre la morte. Questo vale per ogni singola creatura che oramai è battezzata in Cristo morto e risorto. Questo riguarda il senso della storia umana, il senso della grande tempesta. Il naufragio, cui non si sfugge, è il battesimo. « Mi è apparso infatti questa notte un angelo del Dio al quale appartengo e che servo, dicendomi: Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare ed ecco, Dio ti ha fatto grazia di tutti i tuoi compagni di navigazione ».

bisogna che

Siccome ci sei tu che devi andare fino a Roma, tutti gli altri verranno con te. C’è una necessità: « bisogna che ». Questo è un verbo usato a più riprese dal nostro evangelista Luca, « è necessario che »… questo è un disegno provvidenziale. Paolo deve arrivare a Roma: non c’è una prospettiva per te, non c’è una sorte per te, un disegno per te, una vocazione per te, che non sia la storia dell’umanità intera. E così come nel tuo battesimo, Paolo, tu sei condotto lungo un cammino di conversione per morire e risorgere in comunione con il Signore vivente, bene, vedi che questo è il senso della storia umana. Paolo sta realizzando in pienezza il suo ministero di evangelizzatore nel momento in cui, di per sé, sta condividendo il viaggio degli uomini che sono alle prese con una tempesta indomabile su quella stessa nave. Perciò dice Paolo: « Perciò non perdetevi di coraggio, uomini; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato annunziato. E’ inevitabile che andiamo a finire su qualche isola ». C’è una necessità, anche qui ritorna in greco quello stesso verbo: « è necessario che »… C’è una necessità per me, c’è una necessità per voi, un’unica necessità, un unico disegno di salvezza universale. Nei vv. 27-44, il naufragio. Il testo si suddivide in tre quadri. Primo quadro, vv. 27-32: la notte. Secondo quadro, vv. 33-38, l’alba. Terzo quadro, vv. 39-44, il giorno. E’ una sequenza che ci  rimanda immediatamente alle misure della Pasqua. Anche noi celebriamo il grande, unico evento in cui tutto si ricapitola, nel passaggio dalle notte fonda all’alba e al giorno.

la quattordicesima notte

Primo quadro, notte. « Come giunse la quattordicesima notte ».. Due settimane per dire che è sempre notte, è una notte permanente, una notte senza luna, è una totale immersione nei flutti della storia umana, sotto una cappa oscura che impedisce di contemplare orizzonti che siano nuovi e aperti rispetto a quell’angolo ristretto e oscuro nel quale ci si sta seppellendo. « Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. Gettato lo scandaglio, trovarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, trovarono quindici braccia. Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. Ma poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e già stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prora, Paolo disse al centurione e ai soldati: Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo ». Questa è la preoccupazione di Paolo: la salvezza di tutti su quella nave. I marinai non possono trovare una soluzione loro, privata, usando gli strumenti a loro disposizione, una scialuppa. « Allora i soldati recisero le gòmene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare ». La sorte è comune, nel buio della notte, nella condivisione della paura che è già un modo di realizzare un drammatico, ma intenso evento di comunione su quella nave.

l’alba .. e spezzò il pane

Secondo quadro, l’alba. « Finché non spuntò il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo ». All’alba Paolo incoraggia tutti a prendere cibo. Attenzione a questo « oggi »: questo è un avverbio di tempo molto caro a Luca. « Oggi » è nato per voi (Lc 2,11), « oggi » queste parole si compiono (Lc 4,11), « oggi » io mi fermo a casa tua (Lc 19,5), « oggi » con me in paradiso (Lc 23,43). Qui è Paolo che dice « oggi », e questo « oggi » è l’alba che spunta, dopo quella notte; è all’interno di quella notte che sorge questo giorno nuovo che si chiama « oggi »: « Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza prender nulla. Per questo vi esorto a prender cibo; è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto ». Un’affermazione che ricorre in Mt 10,30. Paolo incoraggia, in modo molto semplice e comprensibile. E’ gente affamata, allo sbando, disperata. Rifocillatevi. Ma guardate adesso il gesto che compie Paolo. « Ciò detto, prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare ». Paolo celebra l’eucarestia. Eucaristeo è un verbo molto forte, intenso, potente, teologicamente inconfondibile. E’ la grande preghiera di benedizione, è l’eucarestia. E’ la sua grande benedizione sul mondo. Il mondo più mondo di così non potrebbe essere per Paolo. E’ un mondo allo sbando, sull’orlo dell’abisso, esposto al naufragio, e di fatto il naufragio è in corso. Paolo celebra l’eucarestia sul mondo: spezzò, mangiò. Il gesto da lui compiuto, già diventa incoraggiamento per altri, che pure non sono in grado di interpretare il valore sacramentale dell’eucarestia celebrata da Paolo. « Tutti si sentirono rianimati, e anch’essi presero cibo ». Tutti vengono sollecitati dal gesto compiuto da Paolo, sono scossi nell’animo, percepiscono un impulso che li riconcilia con la speranza di una vita piena, di una vita nuova, vera. Presero cibo, di quello che avevano conservato. « Eravamo complessivamente sulla nave duecentosettantasei persone. Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave, gettando il frumento in mare ». Adesso non c’è più bisogno del cibo che avevano conservato, che tra l’altro avevano conservato rimanendo digiuni. Adesso hanno mangiato, perché Paolo all’alba, ha celebrato l’eucarestia, da solo, tutto solo, ma il gesto acquista una efficacia sacramentale che va al di là della comprensione a cui sono disponibili coloro che sono stati catechizzati, qualora su quella nave ci fossero già dei cristiani in grado di partecipare all’eucarestia. C’era lo stesso Luca? Ce lo chiedevamo fin dall’inizio. Paolo celebra l’eucarestia, è la grande preghiera di benedizione sul mondo, là dove oramai non c’è più dubbio. Lo sconquasso che è determinato dal vortice dei venti è opera di Spirito Santo, perché in questo sconquasso generale tutto viene travolto perché tutto sia trasformato in comunione con la novità unica e definitiva: il corpo glorioso del Signore Gesù che è risorto dai morti. Oggi tutto si consuma, si disintegra, viene meno, perché oggi tutto si rinnova in Cristo.

l’approdo

Terzo quadro. Adesso è il giorno fatto. « Fattosi giorno non riuscivano a riconoscere quella terra ». Adesso si vede la terra, la nave è ancorata, « ma notarono un’insenatura con spiaggia » E’ un kolpos: Questo termine nel NT compare in alcuni momenti strategici. Per esempio è usato da Giovanni quando parla di quel discepolo amico che appoggia il capo sul seno del maestro durante l’ultima cena (Gv 13,23). C’è un seno, uno spazio interiore, che allude a un certo gioco che la veste portata da questi antichi consentiva di trasformare il drappeggio in una specie di tasca. E’ un kolpos, uno spazio interiore, un grembo. E anche questa terra che appare all’orizzonte ha un kolpos, ha una spiaggia, un’insenatura, un grembo che ti accoglie. Noi stiamo naufragando e stiamo precipitando nel grembo di un mistero che ci chiama alla vita. « Decisero, se possibile, di spingere la nave verso di essa. Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare; al tempo stesso allentarono i legami dei timoni e spiegata al vento la vela maestra, mossero verso la spiaggia ». Di nuovo il vento, questa volta è una brezza che li per li, dopo la grande tempesta sembra ancora di potere controllare, per cui mettono in funzione la vela maestra e muovono verso la spiaggia. « Ma incapparono in una secca e la nave vi si incagliò; mentre la prua arenata rimaneva immobile, la poppa minacciava di sfasciarsi sotto la violenza delle onde ». Non c’è niente da fare, la nave non può arrivare fino a riva. « I soldati pensarono allora di uccidere i prigionieri, perché nessuno sfuggisse gettandosi a nuoto, ma il centurione, volendo salvare Paolo impedì loro di attuare questo progetto ». Per salvare Paolo, perché la salvezza di Paolo è inseparabile dalla salvezza degli altri. La vita di Paolo è la vita degli uomini, è la vita di tutti, è il senso della storia umana, è un battesimo in corso. E l’evangelizzazione cui Paolo è consacrato oramai da tanto tempo, è orientata a illustrare la definitiva pregnanza sacramentale di questo unico e immenso battesimo che coinvolge la storia di tutti gli uomini e tutte le creature di questo mondo, perché tutto sia riconciliato in Cristo, perché tutto sia convertito e trasformato, perché tutto sia redento, perché tutto sia filtrato in comunione con la sua morte e resurrezione. Adesso il centurione « diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiunsero la terra; poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra ».

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