Archive pour janvier, 2009

I VIAGGI DI SAN PAOLO IN GRECIA (archeologia)

I VIAGGI DI SAN PAOLO IN GRECIA

da: In storia, Rivista on line di storia ed informazione:

http://www.instoria.it/home/index.htm

ricerca sotto « Periodi », « Storia antica »;

il greco è stato traslitterato in modo strano, con un programma che non riesco a leggere, comunque si può può prendere la Bibbia e andarsi a leggere il passo, è ovvio lo so, io ho fatto così;
I VIAGGI DI SAN PAOLO IN GRECIA

ASPETTI ARCHEOLOGICI – Parte I

di Maria Cristina Ricci

 http://www.instoria.it/home/viaggi_san_paolo_grecia_I.htm
 
 
I VIAGGI DI SAN PAOLO IN GRECIA

BEREA, ATENE, CORINTO, KENCHREAI – Parte II

di Maria Cristina Ricci

http://www.instoria.it/home/viaggi_san_paolo_grecia_II.htm

Sant’Agostino, Discorso 157, Dalle Parole dell’Apostolo (Rm 8, 24-25): « Nella speranza noi siamo stati salvati se ciò che si vede non è speranza »

dal sito:

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/index2.htm

SANT’AGOSTINO – DISCORSO 157

DALLE PAROLE DELL’APOSTOLO (ROM 8, 24-25):
 » NELLA SPERANZA NOI SIAMO STATI SALVATI
SE CIÒ CHE SI SPERA SI VEDE NON È SPERANZA  »
 

La speranza dei cristiani riguarda le realtà eterne. Si crede al mondo che inganna, non a Dio.

1. Fratelli carissimi, la Santità vostra ricorda come ha detto l’Apostolo: Siamo stati salvati nella speranza. Ma se ciò che si spera – egli dice – si vede, non è speranza, poiché come sperare quel che uno vede? Ma se non vediamo ciò che speriamo, attendiamo con perseveranza (1). Lo stesso Signore Dio nostro, cui si dice nel Salmo: Sei tu la mia speranza, la mia porzione nella terra dei viventi (2), ci spinge a rivolgervi in proposito un discorso che sia, insieme, di esortazione e di consolazione. Egli, ripeto, che è la nostra speranza nella terra dei viventi, ci comanda di parlarvi in questa terra di chi muore, perché non siate intenti a riguardare le cose che si vedono, ma quelle che non si vedono. Quelle che si vedono sono infatti temporali, quelle invece che non si vedono sono eterne (3). Perché appunto speriamo ciò che non vediamo, e lo attendiamo con perseveranza, a ragione ci viene detto nel Salmo: Non lasciar cadere la speranza nel Signore, sii forte, e si rinfranchi il tuo cuore, e attendi paziente il Signore (4). Le promesse del mondo ingannano sempre; le promesse di Dio, invece, non ingannano mai. Ma poiché il mondo sembra che darà quaggiù ciò che offre, cioè in questa terra di chi muore, nella quale ci troviamo, e Dio, invece, ci darà ciò che offre nella terra dei viventi, molti si stancano di attendere lui verace e non si vergognano di amare l’ingannatore. Di questi tali dice la Scrittura: Guai a quelli che hanno perduto la pazienza, hanno deviato verso cattive direzioni (5)
poiché i figli della morte eterna, vantando le loro gioie temporali, che per il momento dolcificano il loro palato e che in seguito troveranno certo più amare del fiele, non cessano d’insultare anche coloro che si comportano virilmente e, con il cuore rinfrancato, pazienti attendono Dio. Ci dicono infatti: Dov’è ciò che vi è promesso dopo questa vita? Chi è tornato di là ed ha reso noto che sono vere le cose che credete? Ecco, noi ci rallegriamo dell’abbondanza dei nostri godimenti, perché speriamo ciò che vediamo; voi, invece, vi torturate nei travagli della continenza, credendo ciò che non vedete. Quindi soggiungono quello che ha ricordato l’Apostolo: Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. Ma notate da che cosa egli ha avvertito ci si debba guardare: Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi; siate sobri, giusti, e non peccate (6).

Necessità della pazienza e della mansuetudine.

2. Perciò, fratelli, state in guardia affinché i vostri costumi non siano corrotti da tali incontri, non si rovesci la speranza, non si estenui la perseveranza e non deviate verso cattive direzioni. Al contrario, seguite inoltre costantemente, umili e buoni, le vie giuste che il Signore vi fa conoscere, delle quali parla il Salmo: Guiderà gli umili secondo giustizia, insegnerà ai docili le sue vie (7). Nessuno, nelle fatiche di questa vita, può davvero durare di continuo nella pazienza, senza la quale non può essere custodita la speranza nella vita futura, se non l’umile e il mansueto; chi non oppone resistenza alla volontà di Dio, il cui giogo è soave e il peso leggero per coloro, però, che credono a Dio e sperano in lui e lo amano. In tal modo veramente voi, umili e mansueti, amerete non solo le sue consolazioni, ma da buoni figli, saprete tollerare anche i suoi castighi, per essere in attesa con perseveranza, dal momento che non vedete ciò che sperate. Comportatevi così, andate avanti così. Voi infatti camminate in Cristo, che disse: Io sono la via (8) prendete come si debba camminare in lui non solo dalla sua parola, ma anche dal suo esempio. Il Padre infatti non ha risparmiato lui, il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi; egli non era certo contrario, né era per il rifiuto, ma in perfetto accordo di volontà; poiché una sola è la volontà del Padre e del Figlio, secondo l’uguaglianza della natura di Dio. Pur essendo in essa, il Figlio non ritenne un’appropriazione indebita l’essere uguale a Dio; ma, in obbedienza inaudita annientò se stesso, assumendo la condizione di servo (9) poiché egli ci ha amati e ha dato, per noi, se stesso, offerta e sacrificio di soave odore (10). Così dunque il Padre non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, perché anch’egli, il Figlio, donasse se stesso per noi.

Noi vediamo, in Colui che è nostro capo, ciò che speriamo.

3. Pertanto è stato consegnato lui, l’Eccelso, per mezzo del quale sono state create tutte le cose; consegnato per la forma di servo all’obbrobrio degli uomini, al disprezzo del popolo, al disonore, ai flagelli, alla morte di croce; mediante l’esempio della sua passione ci ha insegnato con quanta pazienza dobbiamo camminare in lui; mediante l’esempio della sua risurrezione ci ha assicurato che cosa dobbiamo sperare da lui con perseveranza. Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza (11). Noi speriamo quello che in verità non vediamo; siamo però nel corpo di quel capo, nel quale è già diventato perfetto ciò che speriamo. Di lui infatti è stato detto come egli sia il capo del corpo, la Chiesa, il primogenito, colui che ha il primato (12). E a nostro riguardo è stato detto: Ma voi siete il corpo di Cristo, e le membra (13). Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza, sicuri; poiché chi è risuscitato è il nostro capo, custodisce la nostra speranza. E per il fatto che prima di risorgere il nostro capo è stato flagellato, ha consolidato la nostra pazienza. E’ stato scritto infatti: Il Signore corregge colui che egli ama, e sferza chiunque riceve come figlio (14). Pertanto, non veniamo meno sotto la sferza per godere della risurrezione. E’ infatti così vero che egli sferza chiunque riceve come figlio, che neppure ha risparmiato il suo Unigenito, ma lo ha dato per tutti noi. Quindi, tenendo presente lui che senza colpa fu flagellato e morì per i nostri peccati ed è risuscitato per la nostra giustificazione, non abbiamo timore, per non tirarci indietro se sferzati, ma piuttosto abbiamo fiducia di essere ricevuti giustificati.

Neppure ora ci manca la gioia. Di breve durata le soddisfazioni che dà il peccato.

4. Sebbene non sia ancora giunta infatti la pienezza della nostra felicità, neppure al presente, tuttavia, siamo stati lasciati senza gioia; evidentemente siamo stati salvati nella speranza. Perciò, anche lo stesso Apostolo che afferma: Se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza (15), in un altro passo dice: Lieti nella speranza, pazienti nella tribolazione (16). Avendo quindi una tale speranza, ci comportiamo con molta sicurezza (17). E il nostro dire abbia sapore di sale nella grazia per comprendere come bisogna rispondere a ciascuno (18)! A coloro che, avendo perduto la pazienza, o non avendola mai avuta, hanno perfino l’ardire d’insultare noi che speriamo nel Signore (perché sperando ciò che non vediamo, lo attendiamo costanti) mentre dovrebbero imitare, dobbiamo proprio dire: Dove sono i vostri godimenti, per i quali seguite cattivi sentieri? Non diciamo dove saranno dopo questa vita, ma adesso dove sono? Quando l’oggi ha portato via il giorno di ieri, e il domani cancellerà l’oggi, quale, delle cose amate, non passa e non vola via? Cosa non fugge quasi prima che si colga, se non si può trattenere neppure una sola ora del giorno di oggi? In tal modo infatti l’ora seconda viene allontanata dalla terza, come l’ora di prima viene allontanata dalla seconda. Di una stessa sola ora, che sembra presente, niente è attuale: infatti tutte le sue parti e tutti i suoi attimi sono fuggevoli.

Vanità delle cose temporali.

5. Perché commette il peccato l’uomo, se quando pecca non è cieco? Almeno, dopo aver peccato, rifletta. Poteva notare che il piacere fuggevole si desidera senza discernimento; almeno una volta trascorso si pensa con pentimento. Ci deridete perché speriamo le realtà eterne, che non vediamo; mentre voi, soggetti alle cose temporali visibili, non sapete quale domani spunti per voi; spesso, sperandolo felice, trovate un brutto giorno; neppure, se è stato felice, potreste trattenerlo per non farlo scomparire. Vi burlate di noi perché speriamo le realtà eterne; queste, quando saranno venute, non passeranno, per quanto non siano esse a venire, ma sono senza fine immutabili. Siamo noi, invece, che andremo ad esse quando, muovendo sulla via del Signore, avremo oltrepassato queste cose transitorie. Quanto a voi, in realtà, le cose temporali sono oggetto di continua speranza, eppure le cose sperate v’ingannano ad ogni istante; non cessano d’infiammarvi, se previste; di corrompervi, se presenti; di tormentarvi, se passano. Non sono appunto quelle che, desiderate si accendono, possedute perdono di valore, perdute si dileguano? Serviamocene anche noi secondo la necessità di questa vita di pellegrini ma non fondiamo in esse le nostre gioie, per non essere scalzati dalla loro rovina. Usiamo appunto di questo mondo come non usandone (19), per giungere a Dio che ha fatto questo mondo, e restiamo in lui, godendo della sua eternità.

La certezza della nostra speranza.

6. Ora com’è che voi dite: Di là chi è tornato quaggiù, e chi ha fatto conoscere agli uomini che si fa negli inferi? Ma di qui vi ha chiuso la bocca colui che ha risuscitato il morto di quattro giorni (20), ed egli è risorto il terzo giorno per non più morire; e prima di morire, come colui al quale nulla è nascosto, anche nella parabola del povero nel riposo e del ricco che arde nel fuoco (21), narrò quale vita attende i morenti. Ma quelli che dicono: Chi è tornato quaggiù dall’al di là? non credono queste cose. Vogliono far intendere di essere disposti a credere se qualcuno dei loro antenati tornasse in vita. Ma è maledetto l’uomo che ripone la sua speranza nell’uomo (22). Proprio per questo Dio fatto uomo volle morire e risorgere, per dimostrare nella carne dell’uomo quello che anche per l’uomo si realizzerebbe in futuro e, nondimeno, ci si fidasse di Dio, non dell’uomo. E veramente è già davanti ai loro occhi la Chiesa dei fedeli diffusa in tutto il mondo. La leggano promessa, tanti secoli prima, ad un solo uomo, il quale credette contro ogni speranza che sarebbe diventato padre di molti popoli (23). Pertanto ciò che fu promesso al solo Abramo per la sua fede, lo vediamo già compiuto, e disperiamo che si realizzerà ciò che viene promesso al mondo intero che è nella fede? Continuino pure e dicano: Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo (24). Quelli dicono ancora che domani moriranno, ma quando dicono tali cose la verità li ha trovati già morti. Voi invece, fratelli, figli della risurrezione, concittadini dei santi angeli, eredi di Dio e coeredi di Cristo, guardatevi dall’imitare quelli che sperando muoiono domani ed oggi sono sepolti nell’intemperanza. Ma, come dice appunto l’Apostolo, perché le cattive compagnie non corrompano i vostri buoni costumi, siate sobri, giusti e non peccate (25), percorrendo la via stretta, ma sicura, che conduce alla pienezza della Gerusalemme del cielo, la nostra madre, che è eterna; indefettibilmente sperate ciò che non vedete, attendete nella perseveranza ciò che non avete ancora, perché con assoluta fiducia voi ritenete Cristo come colui che promette veracemente.

NOTE

1 – Rm 8, 24.
2 – Sal 141, 6.
3 – Cf. 2 Cor 4, 18.
4 – Sal 26, 14.
5 – Sir 2, 16.
6 – 1 Cor 15, 32-34.
7 – Sal 24, 9.
8 – Gv 14, 6.
9 – Cf. Fil 2, 6-7.
10 – Ef 5, 2.
11 – Rm 8, 25.
12 – Col 1, 18.
13 – 1 Cor 12, 27.
14 – Eb 12, 6.
15 – Rm 8, 25.
16 – Rm 12, 12.
17 – 2 Cor 3, 12.
18 – Col 4, 6.
19 – Cf. 1 Cor 7, 31.
20 – Cf. Gv 11, 39-44.
21 – Cf. Lc 16, 19-31.
22 – Ger 17, 5.
23 – Cf. Rm 4, 18.
24 – 1 Cor 15, 32.
25 – 1 Cor 15, 34.

Ruperto di Deutz : Lo Sposo è con loro »

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=01/19/2009#

Ruperto di Deutz (circa 1075-1130), monaco benedettino
Sulla Trintà e le sue opere, libro 42, Su Isaia, 2, 26

Lo Sposo è con loro »
«Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio» (Is 61,10)… La venuta, la presenza del Signore, di cui parla il profeta in questo versetto, è questo bacio che desiderava la sposa del Cantico dei cantici quando disse: «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,1). E questa sposa fedele, è la Chiesa: essa è nata nei patriarchi, si è fidanzata in Mosè,e nei profeti; dal desiderio ardente del suo cuore, sospirava perché venisse l’Amato… Piena di gioia ora che ha ricevuto questo bacio, esclama nella sua felicità: «Io gioisco pienamente nel Signore».

Partecipando di questa gioia, Giovanni Battista, l’illustre «amico dello sposo», il confidente dei segreti dello Sposo e della sposa, il testimone del loro amore vicendevole, dichiarava: «Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta» (Gv 3,29). Senz’alcun dubbio, colui che è stato il precursore dello Sposo nella sua nascita, il precursore anche della sua Passione, quando è disceso negli inferi, ha annunciato la Buona Novella alla Chiesa che stava là, in attesa…

Questo versetto si addice perfettamente alla Chiesa esultante, quando, nel soggiorno dei morti, si affretta già incontro allo Sposo: «Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio. Quale è dunque il motivo della mia gioia, della mia esultanza? È questo: ‘Mi ha rivestito delle vesti di salvezza’ (vs 11). In Adamo sono stata spogliata, ero stata costretta ad intrecciare foglie di fico per nascondere la mia nudità; miserabilmente coperta di tuniche di pelli, sono stata scacciata dal paradiso (Gen 3,7.11). Ma oggi, il mio Signore e Dio ha sostituito le foglie con le vesti di salvezza. A motivo della sua Passione nella nostra carne, mi ha rivestita di un primo abito, quello del battesimo e della remissione dei peccati; e in luogo della tunica di pelli della mortalità, mi ha avvolta in un secondo abito, quello della risurezzione e dell’immortalità.

SANTA PRISCA

SANTA PRISCA dans immagini sacre
http://santiebeati.it/

Publié dans:immagini sacre |on 18 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Santa Prisca (forse ha conosciuto Pietro, forse ha conosciuto Paolo)

dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/38250

Santa Prisca Martire

18 gennaio -sec. III

Subì il martirio sotto Claudio II, nel III secolo, venne sepolta sulla Via Ostiense e traslata sull’Aventino. E’ probabile che sia stata la fondatrice di un’antica chiesa sull’Aventino. Tutto ciò che si racconta su di lei, sono leggende, e le informazioni che si hanno sono contraddittorio e ci rimandano a tre persone diverse.

Etimologia: Prisca = primitiva, di un’altra età, dal latino

Emblema: Palma

Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di santa Prisca, nel cui nome è dedicata a Dio una basilica sull’Aventino.

per l’Aventino:

http://www.ave-roma.it/it/Codice/Argomento.aspx?articolo=Colle_Aventino.xml

http://www.maquettes-historiques.net/page5.html

E’ difficile stabilire la vera identità di questa martire romana, nonostante i numerosi documenti antichi, poiché le varie notizie che la riguardano si riferiscono probabilmente a tre persone diverse. La celebrazione odierna vuole comunque onorare la fondatrice della chiesa titolare sull’Aventino, alla quale si riferisce l’epigrafe funeraria del V secolo, conservata nel chiostro di S. Paolo fuori le mura. L’antica chiesa, cara a chi ama riscoprire gli angoli intatti dell’antica Roma, nell’ombra discreta e riposante delle sue navate, sorge sulle fondamenta di una grande casa romana del II secolo, come hanno provato recenti scavi archeologici.
Ma gli Acta S. Priscae, che ne fissano il martirio sotto Claudio II (268-270) e la sepoltura sulla via Ostiense, donde poi il suo corpo sarebbe stato portato sull’Aventino, non hanno maggiori titoli di credibilità della suggestiva leggenda, che colloca S. Prisca nell’epoca in cui S. Pietro svolse il suo lavoro missionario a Roma.
Secondo questa leggenda, la santa sarebbe stata battezzata all’età di tredici anni dallo stesso Principe degli apostoli e avrebbe coronato il suo amore a Cristo con la palma del martirio, stabilendo al tempo stesso un primato, suggerito anche dal nome romano, che significa « prima »: ella sarebbe stata infatti la prima donna in Occidente a testimoniare col martirio la sua fede in Cristo. La protomartire romana sarebbe stata decapitata durante la persecuzione di Claudio, verso la metà del primo secolo. Il corpo della giovinetta venne sepolto, sempre secondo questa tradizione, nelle catacombe di Priscilla, le più antiche di Roma.
Nel secolo VIII si cominciò ad identificare la martire romana con Prisca, moglie di Aquila, di cui parla S. Paolo: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Gesù Cristo, i quali hanno esposto la loro testa per salvarmi la vita. Ad essi devo rendere grazie non solo io, ma anche tutte le chiese dei gentili » (Rm 16,3). Si cominciò così a parlare del « titulus Aquilae et Priscae » modificando il primitivo titolo di cui si ha notizia già nel sinodo romano del 499. Il titolo cardinalizio con cui si è voluto onorare la chiesa di S. Prisca, una santa oggi quasi dimenticata dai calendari, sta a testimoniare la devozione che fin dai primi secoli di vita cristiana riscuoteva questa « primizia » dell’umile pescatore di Galilea. La chiesa di S. Prisca, sorta sul luogo di una casa romana che secondo la leggenda avrebbe ospitato S. Pietro, conserva nella cripta un capitello cavo, usato dallo stesso apostolo, per battezzare i catecumeni.

Autore: Piero Bargellini 

Giovanni Paolo II, mercoledì 22 novembre 2000: « Fede, Speranza, Carità in prospettiva ecumenica » (Lettura: Ef 4,1-6)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2000/documents/hf_jp-ii_aud_20001122_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 22 novembre 2000 

« Fede, Speranza, Carità in prospettiva ecumenica » (Lettura: Ef 4,1-6)

1. La fede, la speranza e la carità sono come tre stelle che s’accendono nel cielo della nostra vita spirituale per guidarci verso Dio. Sono, per eccellenza, le virtù ‘teologali’: ci mettono in comunione con Dio e ci conducono a Lui. Esse compongono un trittico che ha il suo vertice nella carità, l’agape, cantata egregiamente da Paolo in un inno della prima Lettera ai Corinzi. Esso è suggellato dalla seguente dichiarazione: ‘Queste sono le tre cose che permangono: la fede, la speranza, la carità. Ma di tutte più grande è la carità’ (13,13).

Nella misura in cui animano i discepoli di Cristo, le tre virtù teologali li spingono all’unità, secondo l’indicazione delle parole paoline ascoltate in apertura: ‘Un solo corpo’, una sola speranza’ un solo Signore, una sola fede’, un solo Dio Padre’ (Ef 4,4-6). Continuando a riflettere sulla prospettiva ecumenica affrontata nella precedente catechesi, vogliamo oggi approfondire il ruolo delle virtù teologali nel cammino che conduce alla piena comunione con Dio Trinità e con i fratelli.

2. Nel brano menzionato della Lettera agli Efesini l’Apostolo esalta innanzitutto l’unità della fede. Tale unità ha la sua sorgente nella parola di Dio, che tutte le Chiese e Comunità ecclesiali considerano come lampada per i propri passi nel cammino della loro storia (cfr Sal 119,105). Insieme le Chiese e Comunità ecclesiali professano la fede in ‘un solo Signore’, Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, e in ‘un solo Dio Padre di tutti’ (Ef 4,5.6). Questa unità fondamentale, insieme a quella costituita dall’unico battesimo, emerge chiaramente dai molteplici documenti del dialogo ecumenico, anche quando permangono su un punto o un altro motivi di riserva. Così si legge, ad esempio, in un documento del Consiglio Ecumenico delle Chiese: ‘I cristiani credono che l’’unico vero Dio’, che si è fatto conoscere ad Israele, si è rivelato in modo supremo in ‘colui che ha mandato’, Gesù Cristo (Gv 17,3); che in Cristo, Dio ha riconciliato a sé il mondo (2 Cor 5,19) e che, mediante il suo Santo Spirito, Dio porta nuova ed eterna vita a tutti coloro che per mezzo di Cristo si affidano a lui’ (CEC, Confessare una sola fede, 1992, n. 6).

Tutte insieme le Chiese e Comunità ecclesiali si riferiscono agli antichi Simboli della fede e alle definizioni dei primi Concili ecumenici. Rimangono, però, certe divergenze dottrinali da superare perché il cammino dell’unità della fede giunga alla pienezza additata dalla promessa di Cristo: ‘Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’ (Gv 10,16).

3. Paolo, nel testo della Lettera agli Efesini che abbiamo posto ad emblema del nostro incontro, parla anche di una sola speranza alla quale siamo stati chiamati (cfr 4,4). È una speranza che si esprime nell’impegno comune, attraverso la preghiera e l’operosa coerenza di vita, per l’avvento del Regno di Dio. All’interno di questo vasto orizzonte, il movimento ecumenico si è orientato verso mete fondamentali che s’intrecciano tra loro, come obiettivi di un’unica speranza: l’unità della Chiesa, l’evangelizzazione del mondo, la liberazione e la pace nella comunità umana. Il cammino ecumenico ha tratto vantaggi anche dal dialogo con le speranze terrene e umanistiche del nostro tempo, persino con la speranza nascosta, apparentemente sconfitta, dei ‘senza speranza’. Di fronte a queste molteplici espressioni della speranza nel nostro tempo, i cristiani, pur in tensione tra loro e provati dalla divisione, sono stati spinti a scoprire e testimoniare ‘una comune ragione di speranza’ (CEC, Commissione ‘Faith and Order’ Sharing in One Hope, Bangalore 1978), riconoscendone in Cristo il fondamento indistruttibile. Un poeta francese ha scritto: ‘Sperare è la cosa difficile’ la cosa facile è disperare ed è la grande tentazione’ (Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, ed. Pléiade, p. 538). Ma per noi cristiani rimane sempre valida l’esortazione di san Pietro a rendere ragione della speranza che è in noi (cfr 1Pt 3,15).

4. Al vertice delle tre virtù teologali c’è l’amore, che Paolo paragona quasi a un nodo d’oro che raccoglie in armonia perfetta tutta la comunità cristiana: ‘Sopra di tutto vi sia la carità, che è vincolo di perfezione’ (Col 3,14). Cristo, nella solenne preghiera per l’unità dei discepoli, ne rivela il substrato teologico profondo: ‘L’amore col quale tu, (o Padre), mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26). Proprio questo amore, accolto e fatto crescere, compone in un unico corpo la Chiesa, come ci indica ancora Paolo: ‘Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità’ (Ef 4,15-16).

5. L’approdo ecclesiale della carità, e al tempo stesso la sua sorgente inesauribile, è l’Eucaristia, comunione col corpo e sangue del Signore, anticipazione dell’intimità perfetta con Dio. Purtroppo, come ho ricordato nella precedente catechesi, nei rapporti fra i cristiani divisi, ‘a causa di divergenze che toccano la fede, non è ancora possibile concelebrare la stessa liturgia eucaristica. Eppure noi abbiamo il desiderio ardente di celebrare insieme l’unica Eucaristia del Signore, e questo desiderio diventa già una lode comune, una stessa implorazione. Insieme ci rivolgiamo al Padre e lo facciamo sempre di più con un cuore solo’ (Ut unum sint, 45). Il Concilio ci ha ricordato che ‘questo santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità della Chiesa di Cristo, una ed unica, supera le forze e le doti umane’. Dobbiamo pertanto riporre tutta la nostra speranza ‘nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella forza dello Spirito Santo’ (UR, 24).

18 GENNAIO 2009 – II DOMENICA DEL T.O.

18 GENNAIO 2009 - II DOMENICA DEL T.O. dans BIBLE SERVICE (sito francese) 14%20RICHES%20HEURES%20ENL%20SAINT%20JEAN%20BAPTISTE

RICHES HEURES ENL SAINT JEAN BAPTISTE

http://www.artbible.net/Jesuschrist_fr.htm

18 GENNAIO 2009 – II DOMENICA DEL T.O.

MESSA DEL GIORNO

letture della messa del giorno, link al sito Maranatha:

http://www.maranatha.it/Festiv2/ordinB/B02page.htm

Seconda Lettura  1 Cor 6, 13c-15, 17-20

Fratelli, il corpo non è per l’impurità, ma per il Signo­re, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.
Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impu­rità, pecca contro il proprio corpo.
Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!

DAL SITO FRANCESE BIBLE-SERVICE:

http://www.bible-service.net/site/179.html

1 Corinthiens 6,13…20  

Le retour du temps ordinaire amène chaque année la lecture continue de la première épître aux Corinthiens (année A chapitres 1 à 4, année B chapitres 6 à 10, année C chapitres 12 à 15). Cette année, elle est répartie sur cinq dimanches et sera suivie de la 2e épître aux Corinthiens pendant huit dimanches.

Le rappel par Paul du rôle du corps dans la vocation chrétienne apporte aujourd’hui réalisme et vigueur à l’appel du Seigneur. C’est l’occasion de corriger encore, si besoin était, une conception idéaliste et angélique de l’âme comme unique lieu de l’union à Dieu. L’œuvre du Christ est pour le corps de l’homme. La dignité du corps humain est d’être membre du Christ, appelé à entrer dans la gloire de Dieu. Peut-être que les chrétiens ne savent pas encore bien communiquer cela.

1 Cor 6,13…20


Il ritorno del tempo ordinario porta ogni anno la lettura continua della Prima Lettera ai Corinzi (anno A capitoli da 1 a 4, anno B capitoli da 6 a 10, anno C capitoli da 12 a 15). Quest’anno, queste letture sono ripartite in cinque domeniche e sarà seguita dalla seconda Lettera ai Corinzi per otto domeniche.

Il richiamo di Paolo al ruolo del corpo nella vocazione cristiana veicola, oggi, realismo e vigore alla chiamata del Signore. È l’occasione di correggere ancora, se è necessario, una concezione idealista e angelica dell’anima come unico luogo dell’unione con Dio. L’opera di Cristo è per il corpo umano.  La dignità del corpo umano è quella di essere membra di Cristo, chiamati a entrare nella gloria di Dio. Forse i cristiani non sanno ancora trasmettere ciò.

DAL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&ordo=&localTime=01/18/2009#

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Commento sul vangelo di Giovanni, n° 7

« Quel giorno si fermarono presso di lui »
«Giovanni stava là con due dei suoi discepoli». Giovanni era talmente «amico dello Sposo» che non cercava la propria gloria, ma rendeva testimonianza alla verità (Gv 3.29.26); cercò forse di trattenere presso di sé i suoi discepoli, impedendo loro di seguire il Signore? Egli stesso, anzi, indicò ai suoi discepoli colui che dovevano seguire… «Perché rivolgete a me la vostra attenzione? Io non sono l’Agnello: Ecco l’Agnello di Dio. Ecco colui che toglie il peccato del mondo.»

A queste parole, i due che erano con Giovanni, seguirono Gesù.«Gesù si voltò, vide che lo seguivano e dice loro: Che cosa cercate? E quelli gli dissero: Rabbi – che si traduce: maestro – dove abiti?». Essi non lo seguivano ancora con l’intenzione di unirsi a lui in modo definitivo, perché si sa che questo avvenne quando li chiamò… a lasciare le loro barche, dicendo: «Seguitemi, e vi farò pescatori di uomini» (Mt 4, 19). Da quel momento essi si unirono a lui per non lasciarlo più. Ora, volevano solo vedere dove abitava, realizzando ciò che sta scritto: «Il tuo piede logori la sua soglia; levati e va’ da lui con assiduità, e medita i suoi comandamenti» (Sir 6, 36-37). Cristo mostrò loro dove abitava; quelli andarono e rimasero con lui. Che giornata felice dovettero trascorrere, che notte beata! Chi ci può dire che cosa ascoltarono dal Signore? Mettiamoci anche noi a costruire nel nostro cuore una casa dove il Signore possa venire, e ci ammaestri, e si trattenga a parlare con noi.

PRIMI VESPRI

Lettura breve   Col 1, 2b-6
Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro. Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi, per le notizie ricevute circa la vostra fede in Cristo Gesù, e la carità che avete verso tutti i santi, in vista della speranza che vi attende nei cieli. Di questa speranza voi avete già udito l’annunzio dalla parola di verità del vangelo il quale è giunto a voi, come pure in tutto il mondo fruttifica e si sviluppa; così anche fra voi dal giorno in cui avete ascoltato e conosciuto la grazia di Dio nella verità.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve   2 Ts 2, 13-14
Noi dobbiamo rendere sempre grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità, chiamandovi a questo con il nostro vangelo, per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo.

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