Archive pour janvier, 2009

MARTEDÌ 20 GENNAIO 2009 – II SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 20 GENNAIO 2009

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura    Eb 6,10-20
Fratelli, Dio non è ingiusto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e rendete tuttora ai santi. Soltanto desideriamo che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine, e perché non diventiate pigri, ma piuttosto imitatori di coloro che con la fede e la perseveranza divengono eredi delle promesse.
Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso, dicendo: Ti benedirò e ti moltiplicherò molto. Così, avendo perseverato, Abramo conseguì la promessa. Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro e per loro il giuramento è una garanzia che pone fine ad ogni controversia. Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento perché grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi che abbiamo cercato rifugio in lui avessimo un grande incoraggiamento nell’afferrarci saldamente alla speranza che ci è stata offerta. In essa infatti noi abbiamo come un’àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell’interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore, essendo divenuto sommo sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
(Capp. 49-50; Funk 1, 123-125)

in questa lettura non c’è un riferimento specifico a San Paolo, io credo, e sembra, che San Clemente si richiami anche a San Paolo

Chi può spiegare il mistero della carità divina?
Colui che possiede la carità in Cristo mette in pratica i comandamenti di Cristo. Chi è capace di svelare l’infinito amore di Dio? Chi può esprimere la magnificenza della sua bellezza? L’altezza a cui conduce la carità, non si può dire a parole.
La carità ci congiunge intimamente a Dio, «la carità copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4, 8), la carità tutto sopporta, tutto prende in santa pace. Nulla di volgare nella carità, nulla di superbo. La carità non suscita scismi, la carità opera tutto nella concordia. Nella carità tutti gli eletti di Dio sono perfetti, mentre senza la carità niente è gradito a Dio.
Con la carità Dio ci ha attirati a sé. Per la carità che ebbe verso di noi il Signore nostro Gesù Cristo, secondo il divino volere, ha versato per noi il suo sangue e ha dato la sua carne per la nostra carne, la sua vita per la nostra vita.
Vedete, o carissimi, quanto è grande e meravigliosa la carità e come non si possa esprimere adeguatamente la sua perfezione. Chi è meritevole di trovarsi in essa, se non coloro che Dio ha voluto rendere degni? Preghiamo dunque e chiediamo dalla sua misericordia di essere trovati nella carità, liberi da ogni spirito di parte, irreprensibili.
Tutte le generazioni da Adamo fino al presente sono passate; coloro invece che per grazia di Dio sono trovati perfetti nella carità, restano, ottengono la dimora riservata ai buoni e saranno manifestati al sopraggiungere del regno di Cristo. Sta scritto infatti: Entrate nelle vostre stanze per un momento anche brevissimo fino a che non sia passata la mia ira e il mio furore. Allora mi ricorderò del giorno favorevole e vi farò sorgere dai vostri sepolcri (cfr. Is 26, 20; Ez 37, 12).
Beati noi, o carissimi, se praticheremo i comandamenti del Signore nella concordia della carità, perché per mezzo della carità ci siano rimessi i nostri peccati. E’ scritto infatti: Beati coloro ai quali sono state rimesse le colpe e perdonata ogni iniquità. Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male e sulla cui bocca non c’è inganno (cfr. Sal 31, 1). Questa proclamazione di beatitudine riguarda coloro che Dio ha eletto per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

LODI
Lettura Breve   1 Ts 5, 4-5
Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che il giorno del Signore possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre.

VESPRI

Lettura Breve   Rm 3, 23-25a
Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia.

LUNEDÌ 19 GENNAIO 2009 – II SETTIMANA DEL T.O.

LUNEDÌ 19 GENNAIO 2009

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   Eb 5, 1-10
Fratelli, ogni sommo sacerdote, scelto fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza, a motivo della quale deve offrire anche per se stesso sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo.
Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse: “Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato”. Come in un altro passo dice: “Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchisedek”.
Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalla «Lettera agli Efesini» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire
(Capp. 13 – 18, 1; Funk 1, 183-187)

Nella fede e nella carità di Cristo
Procurate di riunirvi più frequentemente per il rendimento di grazie e per la lode a Dio. Quando vi radunate spesso, le forze di Satana sono annientate e il male da lui prodotto viene distrutto nella concordia della vostra fede. Nulla è più prezioso della pace, che disarma ogni nemico terrestre e spirituale.
Nessuna di queste verità vi rimarrà nascosta se saranno perfetti la vostra fede e il vostro amore per Gesù Cristo. Queste due virtù sono il principio e il fine della vita: la fede è il principio, l’amore il fine. L’unione di tutte e due è Dio stesso, e le altre virtù che conducono l’uomo alla perfezione ne sono una conseguenza.
Chi professa la fede non commette il peccato e chi possiede l’amore non può odiare. «Dal frutto si conosce l’albero» (Mt 12, 33): così quelli che fanno professione di appartenere a Cristo si riconosceranno dalle loro opere. Ora non si tratta di fare una professione di fede a parole, ma di perseverare nella pratica della fede fino alla fine.
E’ meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo. E’ cosa buona insegnare, se chi parla pratica ciò che insegna. Uno solo è il maestro, il quale «parla e tutto è fatto» (Sal 32, 9), e anche le opere che egli fece nel silenzio sono degne del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù è in grado di capire anche il suo silenzio e di giungere così alla perfezione. Egli con la sua parola opererà e con il suo silenzio si farà conoscere.
Nulla è nascosto al Signore; anche i nostri segreti sono davanti al suo sguardo. Facciamo dunque ogni cosa nella consapevolezza che egli abita in noi, perché possiamo essere suo tempio e perché egli in noi sia il nostro Dio. Così è di fatto e lo vedremo con i nostri occhi se giustamente lo amiamo.
Non illudetevi, fratelli miei; coloro che corrompono le famiglie non erediteranno il regno di Dio (cfr. 1 Cor 6, 9-10). Se coloro che così fecero secondo la carne furono puniti con la morte, quanto più non dovrà essere punito colui che con perversa dottrina corrompe la fede divina, per la quale Gesù Cristo è stato crocifisso? Un uomo macchiatosi di un tale delitto andrà nel fuoco inestinguibile, e così pure chi lo ascolta.
Il Signore ha ricevuto sul suo corpo un’unzione preziosa, perché si diffondesse nella sua Chiesa il profumo dell’immortalità. Guardatevi dunque dalle pestifere esalazioni del principe di questo mondo, cioè dai suoi errori, perché non vi trascini in schiavitù, lontano dalla vita che vi aspetta. Perché non diventiamo tutti saggi, ricevendo la conoscenza di Dio, che è Gesù Cristo? Perché corriamo stoltamente alla rovina, per l’ignoranza del dono che il Signore ci ha benignamente concesso?
Il mio spirito non è che un nulla, ma è associato alla croce, la quale se è scandalo per gli increduli, per noi invece è salvezza e virtù eterna (cfr. 1 Cor 1, 20-23).

Responsorio    Col 3, 17; 1 Cor 10, 31
R. Tutto quello che fate in parole e in opere, si compia nel nome del Signore Gesù, * in rendimento di grazie a Dio Padre per mezzo di lui.
V. Fate tutto per la gloria di Dio,
R. in rendimento di grazie a Dio Padre per mezzo di lui.

VESPRI

Lettura breve   1 Ts 2, 13
Noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

Pontificia Commissione Biblica: 3.3.2. L’insegnamento morale di Paolo

PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA

BIBBIA E MORALE

RADICI BIBLICHE DELL’AGIRE CRISTIANO

aiuta la comprensione del testo la lettura della Prefazione e dell’Introduzione
indice generale e testi:

http://www.jesus.2000.years.de/roman_curia/congregations/cfaith/pcb_documents/rc_con_cfaith_doc_20080511_bibbia-e-morale_it.html 

3.3.2. L’insegnamento morale di Paolo

54. Nei suoi scritti Paolo insiste sul fatto che l’agire morale del credente è un effetto della grazia di Dio che lo ha reso giusto e che lo fa perseverare. Perché Dio ha perdonato a noi e ci ha resi giusti, egli gradisce il nostro agire morale che dà testimonianza della salvezza operante in noi. 

a. L’esperienza dell’amore di Dio come base della morale

55. Ciò che fa nascere la morale cristiana non è una norma esterna bensì l’esperienza dell’amore di Dio per ciascuno, una esperienza che l’apostolo vuol ricordare nelle sue lettere affinché le sue esortazioni possano essere comprese e accolte. Egli fonda i suoi consigli ed esortazioni sull’esperienza fatta in Cristo e nello Spirito senza imporre nulla dall’esterno. Se i credenti devono lasciarsi illuminare e guidare dall’interno e se le esortazioni e i consigli non possono far altro che chiedere loro di non dimenticare l’amore e il perdono ricevuti, la ragione consiste nel fatto che essi hanno sperimentato la  misericordia di Dio nei loro confronti, in Cristo, e che essi sono intimamente uniti a Cristo e hanno ricevuto il suo Spirito. Si potrebbe formulare il principio che guida le esortazioni di Paolo: quanto più i credenti sono guidati dallo Spirito tanto meno c’è bisogno di dare loro regole per l’agire.

Una conferma del procedimento di Paolo si presenta nel fatto che egli non inizia le sue lettere con esortazioni morali e non risponde direttamente ai problemi dei suoi destinatari. Mette sempre una distanza fra i problemi e le sue risposte. Riprende le grandi linee del suo Vangelo (per es. Rm 1-8) e mostra come i suoi destinatari devono sviluppare il loro modo di comprendere il Vangelo e poi arriva progressivamente a formulare i suoi consigli per le diverse difficoltà delle giovani chiese (per es. Rom 12-15).

È possibile domandarsi se Paolo anche oggi scriverebbe in questa maniera, se è vero che una maggioranza dei cristiani forse non ha mai fatto l’esperienza della generosità infinita di Dio nei loro confronti e si trovano piuttosto nella situazione di un cristianesimo puramente ‘sociologico’.

In questo contesto si pone pure un’altra domanda: se, cioè, nel passare dei secoli si sia creato un distacco troppo grande fra gli imperativi morali, presentati ai credenti, e le loro radici evangeliche. In ogni caso, è oggi importante formulare di nuovo il rapporto fra le norme e le loro motivazioni evangeliche, per far meglio comprendere come la presentazione delle norme morali dipende dalla presentazione del Vangelo. 

b. Il rapporto con Cristo come fondamento dell’agire del credente

56. Ciò che determina per Paolo l’agire morale non è una concezione antropologica, cioè una certa idea dell’uomo e della sua dignità, bensì il rapporto con Cristo. Se Dio giustifica ogni persona umana mediante la fede sola, senza le opere della Legge, ciò non avviene affinché tutti continuino a vivere nel peccato: “Noi, che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso?” (Rm 6,2). Ma la morte al peccato è una morte con Cristo. Troviamo qui una prima formulazione del fondamento cristologico dell’agire morale dei credenti, fondamento espresso come unione che implica una separazione: uniti a Cristo, i credenti sono ormai separati dal peccato. Importante è l’assimilazione dell’itinerario dei credenti a quello di Cristo. In altre parole: i principi dell’agire morale non sono astratti ma vengono piuttosto da un rapporto con Cristo che ci ha fatti morire insieme con lui al peccato: l’agire morale è direttamente fondato sulla unione con Cristo e sull’inabitazione dello Spirito, dal quale esso viene e di cui è espressione. Così, questo agire non è, fondamentalmente, dettato da norme esteriori, ma proviene dal forte rapporto che nello Spirito connette i credenti a Cristo e a Dio.

Paolo trae anche implicazioni morali dalla sua affermazione unica e caratteristica che la Chiesa è il “corpo di Cristo”. Per l’apostolo questo è più che una semplice metafora e raggiunge uno status quasi-metafisico. Siccome il cristiano è membro del corpo di Cristo, commettere fornicazione è attaccare il corpo della prostituta al corpo di Cristo (1 Cor 6,15-17); siccome i cristiani formano l’unico corpo di Cristo, la varietà dei doni dei membri deve essere usata in armonia e con mutuo rispetto e amore, dando speciale attenzione alle membra più vulnerabili (1 Cor 12-13); celebrando l’Eucaristia, i cristiani non debbono violare o trascurare il corpo di Cristo, arrecando offesa ai membri più poveri (1 Cor 11,17-34; cf. sotto, le implicazioni morali dell’Eucaristia, nn. 77-79). 

c. Comportamenti principali verso Cristo Signore

57. Dato che il rapporto con Cristo è tanto fondamentale per l’agire morale dei credenti, Paolo chiarisce quali sono i giusti comportamenti nei confronti del Signore.

Non frequentemente, ma in due testi conclusivi degli scritti paolini si dice che bisogna amare il Signore Gesù Cristo: “Se qualcuno non ama il Signore, sia maledetto!” (1 Cor 16,22) e “La grazia sia con tutti quelli che amano il nostro Signore Gesù Cristo con amore incorruttibile” (Ef 6,24).

È chiaro che questo amore non è un sentimento inoperante, bensì deve concretizzarsi in azioni. La concretizzazione può venire dal titolo più frequente di Cristo, quello di ‘Signore’. La denominazione ‘signore’ è opposta a quella di ‘schiavo’, al quale compete il servire. Sappiamo pure che ‘Signore’ è un titolo divino passato a Cristo. Difatti i cristiani sono chiamati a servire il Signore (Rm 12,11; 14,18; 16,18). Questo rapporto dei credenti con Cristo Signore influisce fortemente nei loro vicendevoli rapporti. Non è giusto comportarsi da giudice di un servo che appartiene a questo Signore (Rm 14,4.6-9). I rapporti fra quelli che, nella società antica, sono schiavi e sono signori, vengono relativizzati (1 Cor 7,22-23; Fm; cf. Col 4,1; Ef 6,5-9). A uno che è servo del Signore conviene, per amore di Gesù, servire quelli che appartengono a questo Signore (2 Cor 4,5).

Dato che con ‘Signore’ è passato un titolo divino a Cristo, possiamo osservare che gli atteggiamenti del credente anticotestamentario nei confronti di Dio passano pure a Cristo: in lui si crede (Rm 3,22.26; 10,14; Gal 2,16.20; 3,22.26; cf. Col 2,5-7; Ef 1,15); in lui si spera (Rm 15,12; 1 Cor 15,19); lui viene amato (1 Cor 16,22; cf. Ef 6,24); a lui si ubbidisce (2 Cor 10,5).

L’agire giusto che corrisponde a questi atteggiamenti nei confronti del Signore, si può desumere dalla sua volontà che si manifesta nelle sue parole ma specialmente nel suo esempio. 

d. L’esempio del Signore

58. Le istruzioni morali di Paolo sono di diverso genere. Egli dice con grande chiarezza e forza quali comportamenti sono perniciosi ed escludono dal regno di Dio (cf. Rm 1,18-32; 1 Cor 5,11; 6,9-10; Gal 5,14); si riferisce raramente alla legge mosaica come modello di comportamento (cf. Rm 13,8-10; Gal 5,14); non ignora i modelli morali degli stoici – ciò che gli uomini del suo tempo hanno considerato come buono e cattivo; inoltre trasmette alcune disposizioni di Cristo su problemi concreti (1 Cor 7,10; 9,14; 14,37); e si riferisce pure alla “legge di Cristo” che dice: “Portate i pesi gli uni degli altri!” (Gal 6,2).

Più frequenti sono i riferimenti all’esempio di Cristo che è da imitare e da seguire. In modo generale Paolo dice: “Diventate i miei imitatori come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11,1). Esortando all’umiltà e a non cercare solo il proprio interesse (2,4), ammonisce i Filippesi: “Abbiate fra di voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù!” (2,5) e descrive l’intero cammino dell’abbassamento e della glorificazione di Cristo (2,6-11). Presenta pure come esemplare la generosità di Cristo, che si fece povero per renderci ricchi (2 Cor 8,9), e la sua dolcezza e mansuetudine (2 Cor 10,1).

Paolo mette specialmente in rilievo la forza impegnativa dell’amore di Cristo, che raggiunge il suo compimento nella passione. “Poiché l’amore del Cristo ci sospinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor 5,14-15). Seguendo Gesù non è più possibile una “vita propria” secondo i propri progetti e desideri ma solo una vita in unione con Gesù. Paolo afferma per se stesso una tale vita: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Questo atteggiamento si trova anche nell’esortazione della lettera agli Efesini: “Camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio a lui gradito” (Ef 5,2; cf. Ef 3,17; 4,15-16). 

e. Il discernimento della coscienza guidato dallo Spirito

59. Anche se Paolo chiede poche volte ai credenti di discernere, lo fa in modo tale da far capire loro che tutte le decisioni devono essere prese con discernimento, come  dimostra l’inizio della parte esortativa della lettera ai Romani (Rm 12,2). I cristiani devono discernere, perché spesso le decisioni da prendere non sono affatto evidenti e palesi. Il discernimento consiste nell’esaminare, sotto la guida dello Spirito, ciò che è migliore e perfetto in ogni circostanza (cf. 1 Ts 5,21; Fil 1,10; Ef 5,10). Chiedendo ai credenti di discernere, l’apostolo li rende responsabili e sensibili alla voce discreta dello Spirito in loro. Paolo è convinto che lo Spirito che si manifesta nell’esempio di Cristo e che è vivo nei cristiani (cf. Gal 5,25; Rm 8,14), darà loro la capacità di decidere che cosa sia conveniente in ogni occasione.

Sant’Agostino: La vita si è manifestata nella carne

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=01/22/2009#

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi sulla prima lettera di Giovanni, 1,1

La vita si è manifestata nella carne
»Quello che era da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi e le nostre mani hanno toccato del Verbo di vita» (1 Gv 1, 1). Quegli che colle sue mani tocca il Verbo, può farlo unicamente perché «il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi» (Gv 1, 14). Questo Verbo fatto carne fino a potersi toccare con le mani, incominciò ad essere carne nel seno della Vergine Maria. Non fu invece a quel tempo che egli incominciò ad essere Verbo, perché Giovanni dice che il Verbo «era fin dall’inizio».

Qualcuno potrebbe riferire l’espressione «Verbo di vita» a qualche particolare modo di parlare del Cristo e non allo stesso suo corpo che fu toccato con le mani. Ma osservate le parole che seguono: «La vita stessa si è manifestata». Dunque Cristo è il Verbo di vita. Ma come si è manifestata? Essa era fin dall’inizio, ma ancora non si era manifestata agli uomini; s’era invece manifestata agli angeli che la contemplavano e se ne cibavano come del loro pane. Ma che cosa afferma la Scrittura? «L’uomo mangiò il pane degli angeli» (Sal 78, 25).

Dunque la vita stessa si è manifestata nella carne; perché si è manifestata affinché fosse visto anche dagli occhi ciò che solo il cuore può vedere e così i cuori avessero a guarire. Solo col cuore si vede il Verbo; cogli occhi del corpo invece si vede anche la carne. Noi potevamo vedere la carne, ma per vedere il Verbo non avevamo i mezzi. Allora il Verbo si è fatto carne e questa la potemmo vedere, onde ottenere la guarigione di quella vista interiore che sola ci può far vedere il Verbo.

L’OBBEDIENZA DI GESÙ NEL CONTESTO DELL’UMILTÀ DELL’INCARNAZIONE (Fil 2,6; Eb 5,8)

L’OBBEDIENZA DI GESÙ NEL CONTESTO DELL’UMILTÀ DELL’INCARNAZIONE

Stralcio dal libro: Battaglia V. Cristologia e Contemplazione, EDB, Bologna 1996

Ci sono alcune note, riguardano soprattutto il pensiero di Padri della chiesa e santi, non li metto per la ragione di rendere il testo « leggero » dato che questo è un Blog;

4.2.1. « Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio » ( Fil 2,6)

pagg. 107-108.

Il progetto esistenziale  appena descritto (NOTA 1) è stato svelato dall’uomo  dal Figlio di Dio Gesù Cristo, il quale l’ha messo in atto, lui per primo, con l’incarnazione e a partire dall’incarnazione. Come insegna l’inno contenuto nella Lettera ai Filippesi (2,6-11) egli, « pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio » (v.6): non ha tenuta gelosamente tutta per sé la sua condizione di Figlio unigenito, ma, mosso da un amore infinitamente generoso, ha voluto farne diventare partecipi gli uomini creati per amore e quindi voluti e amati da sempre. Per questo è venuto in mezzo a noi come uno di noi, per farci diventare figli di Dio e donarci quella « somiglianza » con Dio che egli solo possiede in pienezza e in modo unico, essendo il Figlio uguale al Padre e sua immagine perfetta. Assunta perciò volontariamente la condizione di servo, ha adottato un modo di esistenza umana che o ha reso veramente simile agli altri uomini: chiunque lo guardava e si accostava a lui, infatti, non lo trovava diverso da sé per quel che concerne la comune esistenza umana (v.7). Del resto come risulta da un’attenta analisi dei racconti evangelici, egli non ha mai inteso trarre alcun vantaggio dall’essere uguale a Dio, ma al contrario, avendo rinunciato volontariamente a tutte quelle prerogative divine che non gli avrebbero permesso di rendersi in tutto « simile » agli altri uomini che ha considerato veramente « suoi fratelli » (Eb 2,17), ha voluto insegnare all’uomo come si vive da uomo il rapporto con Dio. « Infatti proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova » (Eb 2,18). Quindi avendo fatto esperienza diretta di come si obbedisce nelle prove e nella sofferenza, ha rivelato davvero l’uomo all’uomo, e come questa rivelazione l’ha attuata anche con il farsi interprete e modello di come si vive autenticamente da creature. E lo ha fatto accettando di essere « provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato » (Eb 4,15; cfr. 2,18); le prove in questione, che sono reperibili nella trama storica tracciata dai testi evangelici, sono rappresentate emblematicamente, sotto forma di grande inclusione tematica, dall’episodio iniziale delle tentazioni subite nel deserto e dal grido di abbandono che ha rivolto al Padre prima di spirare sulla croce.
Così meditando a lungo sula vicenda terrena vissuta dal Figlio di Dio fatto uomo, si acquisisce quella sapienza che permette di mettere a fuoco con sempre maggiore lucidità l’essenza del peccato cui è stato accennato più sopra. Come insegna per esempio Riccardo di San Vittore:

certamente l’uomo bramò di salire fino alla somiglianza con Dio per la sua audacia di trasgressione, e come per una rapina. Perciò, perché il modo di riparare  corrispondesse a quello della colpa, la ragione esigeva che il salvatore della nostra rovina scendesse per l’annientamento della somiglianza con Dio a quella con il peccatore…Se inoltre osservate a cosa soprattutto l’uomo aspirava in quella rapina, troverete, e non c’è niente di strano, che quella bramosia era stata soprattutto un’offesa al Figlio: « Sarete come dei, che non conoscono il bene  e il male » (Gen 3,5), dice il serpente. E che cos’è il Figlio, se non la Sapienza di Dio (cfr. 1Cor 1,24). Quindi peccò soprattutto contro la Sapienza colui che voleva ottenere la scienza con la rapina. » (NOTA 2)

4.2.2. « Imparò l’obbedienza dalle cose che patì » (Eb 5,8)

Premesso che la passione rappresenta senza dubbio la prova per eccellenza, quella decisiva, nella quale si sono concentrate e assommate tutte le altre affrontate da Gesù « nei giorni della sua vita terrena » (Eb 5,7a), è dal tutto legittimo interpretare la natura e il significato delle prove ricorrendo al criterio dell’obbedienza che, vale la pena ricordarlo, rappresenta in sostanza la traduzione storico-terrena, visibile e comprensibile, della sua identità personale di Figlio unico del Dio unico, e, quindi, ne svela e ne invera perfettamente l’amore con il quale risponde all’amore che il Padre nutre per lui da sempre. « …Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato » (Gv 14,31). Per illustrare la natura e l’oggetto di queste « prove » si dovrebbero ripercorrere tutte le tappe che hanno scandito il cammino messianico, assolutamente originale, seguito sa Gesù e che lo ha condotto fino alla passione. M, dato l’obiettivo inerente alla riflessione che stiamo sviluppando, è sufficiente restringere l’indagine a un racconto assai emblematico quale è quello delle tentazioni affrontate da Gesù alla vigilia della vita pubblica. (NOTA 3) Innanzi tutto, però, va tenuto presente un criterio dottrinale di ordine generale: le prove hanno interessato, hanno coinvolto davvero il Figlio di Dio incarnato fino nelle fibre più recondite della sua persona. Egli ha dovuto prima immergersi nella prova, lasciare che quest’ultima lo investisse e lo coinvolgesse interamente, Ha dovuto adattarsi a esse, prenderne le misure, conoscerle, valutare la posta che era in gioco, e dopo è stato in grado di reagire nel modo più adeguato, cioè di smascherarne la perversità e di superarle. Ma ogni volta de veniva posto di fronte a una nuova prova, si è trovato a dover mettere in atto una reazione corrispondente a essa, che gli permettesse di continuare a esser pienamente fedele al Padre. Una reazione che non è mai stata facile, Né indolore, tanto meno epidermica: al contrario, siccome le prove, pur provenendo dall’esterno, si ripercuotevano dentro di lui, la reazione messa in atto gli è costata tutta una vita vissuta in piena coerenza al disegno del Padre: e se è diventato « l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo » ciò è accaduto perché è stato fedele « come figlio costituito sopra la sua casa (cfr. Eb 3, 1-6). Gli è costata il prezzo più alto, quello della vita: « siete stati comprati a caro prezzo » (1Cor 6,20), con il « sangue prezioso di Cristo » (1Pt 1,18-19).
D’altronde a ben analizzare tutta la storia evangelica, ci si rende conto, e con chiarezza, che Gesù di Nazareth, pur essendo confessato come il Cristo e il Figlio di Dio, non viene descritto come un superuomo che non ha fatto alcuna fatica a superare le difficoltà che ostacolavano la missione messianica. Ciò che emerge e risalta continuamente è la fedeltà a Dio, e non certo una forza sovrumana che avrebbe indotto senza mezzi termini « i suoi fratelli » a ritenerlo sempre troppo distante e diverso da loro. Una fedeltà esercitata a tutto campo: egli, cioè, non ha mai posto condizioni a Dio, ma si è comportato, in tutto e per tutto, da Figlio obbediente. Obbediente per amore, certamente. Così, « pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek » (Eb 5, 8-10). Siccome però ogni volta la risposta data da obbediente è stata diversa e nuova rispetto a quella data nella circostanza precedente, in quanto diversa e nuova era la difficoltà che gli si presentava dinnanzi, è sotto questo profilo che si deve intendere il verbo « imparò ». Non perché non sapesse come comportarsi di fronte agli avvenimenti, e, quindi, non sapesse o, addirittura, non fosse pronto ad obbedire; anzi non va mai dimenticato che egli conosceva lucidamente il volere del Padre perché, tra l’altro, l’intimità con lui era piena e perfetta, alimentata c’era dall’ascolto e dalla preghiera. Non perché avvertisse in sé una propensione a cedere paragonabile a quella prodotta nell’uomo dalla presenza del peccato: la verità della sua santità personale rimane sempre intatta e intangibile. La ragione va cercata in tutt’altra direzione: pur essendo Figlio, si è sottoposto volontariamente ai ritmi, alle leggi e ai condizionamenti insiti in una esistenza umana autentica ed integrale.
Una ragione del genere permette, tra l’altro, di sottrarre la riflessione che si sta facendo a qualsiasi impostazione riduttiva, sia a quella prospettata dall’eresia doceta, sia a quella insinuata da una esagerata accentuazione data in altri tempi alla perfezione inerente al’umanità assunta dal Verbo. Infatti « il problema della piena umanità di Gesù, nel corpo e nell’anima, riguarda la libera adesione della sua obbedienza e quindi anche il tratto umano della salvezza…Gesù non è un puro strumento salvifico nelle mani di Dio, ma è il mediatore personale della salvezza ». (NOTA 4)
Non c’è da dubitare sul fatto che egli, oltre a conoscere le ragioni per le quali doveva obbedire, sapesse anche scegliere il modo più conveniente per comportarsi secondo i disegni di Dio, che erano anche i suoi. A dire il vero, è questo perfetto « accordo » con il Padre che gli permetteva di muoversi con una libertà così straordinaria da renderlo davvero protagonista della sua vita. Ma, in fin dei conti, se era protagonista della sua vita, ciò era dovuto al fatto che era padrone di se stesso. Per cui egli dispone di sé come vuole, e dispone di offrirsi per la salvezza del mondo: « per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio » (Gv 10, 17-18). Nel caso contrario, non avremmo a disposizione alcuna base solida alla quale ancorare la confessione di fede relativa alla funzione di salvatore del mondo. Infatti, solo per la coincidenza in lui tra persona e missione -e, quindi, solo in ragione della verità che la funzione di Salvatore deriva ed è soggetta dalla sua persona di Verbo Incarnato – è giustificato assegnare all’obbedienza una precisa valenza salvifica (cfr. Rm 5, 19; Eb 5, 8-9). « Cristo per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il regno dei cieli e ce ne ha rivelato il mistero, e con la sua obbedienza ha operato la redenzione (LG 3; EV 1/286).
Contempliamo perciò in Gesù di Nazareth il Figlio di Dio che si dispone a vivere la propria identità divino-filiale da uomo – usufruendo, se così si può dire, di una volontà, di una intelligenza, di una libertà e di una attività pienamente umane – e, che per questo accetta il fatto di imparare a utilizzare l’intera gamma di cui si dispiega il linguaggio dell’esistenza umana, che va dalla sfera corporale a quella psicologica e spirituale. Sotto questo profilo è legittimo asserire che egli ha imparato l’obbedienza, nel senso che l’ha praticata facendone un’esperienza diretta che resta comunque unica ed irripetibile; e ha voluto esercitarla mettendosi proprio dalla parte dell’uomo, al fine di « essere in grado di venire in aiuto a coloro che subiscono la prova » (Eb 2,18b).

NOTE

1.
questo stralcio fa parte del capitolo secondo del libro: Gesù Cristo Salvatore dell’uomo, al punto 4 il sottocapitolo: « Gesù modello e maestro del rapporto con Dio »; al 4,1: « La disobbedienza dell’uomo generata dalla superbia »; poi il 4.2, di questi il primo e il secondo fanno riferimento a Paolo; poi 4.2.3 – che non metto – « La fedeltà a Dio rispecchiata dal racconto delle tentazioni messianiche. »
2.
Liber de Verbo Incarnato, 10,11, in Il Cristo, Volume V. Testi soteriologici e spirituali di San Vittore a Caterina da Siena, a cura di C. Leonardi, Mondadori, Milano 1992, 15-16.
3.
Battaglia fa riferimento alla parte 4.2.3., vedi nota 1.
4.
Kasper W., Gesù il Cristo, Queriniana, Brescia 1975, 291.

Elredo di Rievaulx : « Il signore del sabato »

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=01/20/2009#

Elredo di Rievaulx ( 1110-1167), monaco cistercense inglese
Specchio della carità, III, 3,4,6

« Il signore del sabato »
Quando l’uomo, sradicandosi dal vocìo esteriore, si è raccolto nel segreto del suo cuore, quando ha chiuso la sua porta alla folla rumorosa delle vanità, e ha passato in rassegna i suoi tesori, quando non c’è più in lui nessuna agitazione né disordine, nulla che lo tiranneggi, nulla che lo attanagli, quando tutto il piccolo mondo dei suoi pensieri, parole e azioni sorride all’anima, come si sorride al padre in una famiglia tutta unita e in pace, allora nasce nel cuore improvvisamente, una certezza meravigliosa. Da questa certezza nasce una gioia straordinaria, e da questa gioia zampilla un canto di esultanza che scoppia in lodi a Dio, tanto più ferventi, quanto più siamo coscienti che tutto il bene che vediamo in noi stessi è un puro dono di Dio.

Questo è la gioiosa celebrazione del sabato, che deve essere preceduto da sei altri giorni, cioè dal pieno compimento delle opere. Dobbiamo prima affaticarci nel fare opere buone, per poi riposarci nella pace della nostra coscienza… In questo sabato, l’anima gode quanto dolce è Gesù.

San Paolo, due belle immagini…le ho trovate ora per combinazione

San Paolo, due belle immagini...le ho trovate ora per combinazione dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) 164_PreachingToJews

St. Paul preaching to the Jews in the synagogue at Damascus, 12th c. mosaic

164_PaulSiconioTimothy dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA)

St. Paul with Siconius and Timothy

http://www.traditioninaction.org/SOD/j164sd_PaulToTimothy_1-24.shtml

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