Archive pour janvier, 2009

San Vincenzo de’Paoli : San Vincenzo de’Paoli

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=01/30/2009#

San Vincenzo de’Paoli (1581-1660), sacerdote, fondatore di comunità religiose
Colloqui ; avvisi a A. Durand, 1656

« A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio ? »
Non abbiate questa passione di voler apparire come superiore o come il maestro. Non sono d’accordo con una persona che mi diceva, pochi giorni fa, che per condurre bene e mantenere la propria autorità, uno doveva fare vedere che era il superiore. O mio Dio! Il nostro Signore Gesù Cristo non ha parlato così ; ci ha insegnato tutto il contrario, con la sua parola e il suo esempio, dicendoci che egli era venuto non per essere servito ma per servire gli altri, e che colui che vuole essere il maestro deve essere il servo di tutti (Mc 10,44-45)…

Con lo scopo di parlare secondo lo Spirito di Gesù, riconoscendo che la vostra dottrina non è vostra ma quella del Vangelo, imitate la semplicità  delle parole e delle similitudini del nostro Signore quando parlava al popolo. Quante meraviglie egli poteva insegnare ! Quanti segreti aveva scoperto ! Perché lui, in persona, era la Sapienza eterna del Padre suo. Eppure, vedete come parla di una maniera intelligibile, come utilizza delle similitudini familiari : un aratore, un vignaiolo, un campo, una vigna, una rete, un granello di senape. Questo è il modo con il quale dovete parlare se volete farvi capire da coloro ai quali annuncerete la parola di Dio.

Dovete anche essere molto attenti a stare in una posizione di dipendenza riguardo alla condotta del Figlio di Dio… Quando vi occorrerà agire, domandatevi : « Questo è conforme alla maniera del Figlio di Dio ? » Se troverete che così é, dite : « Facciamo pure così ! » Invece se è tutto l’opposto, dite : « Non mi comporterò certo così! » E quando si tratterà di agire, dite al Figlio di Dio : « Signore, se tu fossi al mio posto, come faresti in questo caso ? Come istruiresti quella gente ? Come verresti in aiuto a quel malato nello  spirito o nel corpo ? » … Cerchiamo di fare in modo che Gesù Cristo regni dentro di noi

SU PAOLO C’È TANTO LAVORO DA FARE E TANTO DA RIFLETTERE E DA CONVERTIRSI…

non è semplice « lavorare » su un Blog dedicato a San Paolo, non solo c’è tanto materiale – ho dei testi molto belli in francese ancora da tradurre; PDF da passare a word,  sono in arretrato da lunedì 26 per la liturgia del giorno, domani vedo di farla per non arrivare a domenica – ma, anche, vedo per l’esperienza che sto facendo, che passo spesso da uno stato d’animo all’altro, ossia non si rimane mai indifferenti; a volte sono piena di pace, a volte mi sento impotente di fronte a tanto lavoro; non si sa da che parte cominciare, come andare avanti, se va bene quello che si fa ecc; poi, spesso accade che sento come un tremito, qualcosa che mi fa stare male, mi vedo in tutta la mia poca fede, poco amore, poco…di tutto e, domandare, pregare, anche questo è difficile, è vero che « non sappiamo che cosa sia conveniente domandare », anche chiedere, come ho fatto, un pezzettino solo, del cuore di Paolo sembra troppo, quasi sembra che sia meglio tacere e far parlare l’Apostolo, ascoltarlo, mettere in pratica, non lo so…è un lavoro straordinario, bello e sofferto insieme quello che sto facendo;

Rinuncia alla violenza in Rom 12,14-21 (Marcello Buscemi – 2004)

P. PROF. MARCELLO BUSCEMI – DA PDF –

SBF – CORSO DI AGGIORNAMENTO BIBLICO-TEOLOGICO Il cristiano di fronte alla violenza — Gerusalemme, 13-16 aprile 2004

Rinuncia alla violenza in Rom 12,14-21 (Marcello Buscemi)

Il tema della non-violenza, che attraversa tutto l’arco degli scritti del NT è un tema sempre attuale; d’altronde esso fa eco e in qualche modo si ispira alla letteratura veterotestamentaria. La storia degli uomini è stata sempre segnata dalla violenza e il nostro tempo, che parla tanto di pace, vive tale realtà di fondo in un’ambiguità spaventosa. Anzi, si è arrivati al paradosso che per eliminare la violenza si usa o, così polticamente si dice, si è costretti ad usare la violenza. Così, in Kosovo, in Afganistan, in Iraq e, per non andare troppo lontani, anche in Israele. Non che gli sforzi della comunità internazionale per la pace siano pochi e incosistenti. Ci sono persone e organizzazioni realmente “pacifiche” nel senso proprio del termine: “costruttori di pace”, sia che esse ricevano o no il “Premio Nobel per la pace”. Tali sforzi sono notevoli, ma per un cristiano sono insufficienti, come spesso ha notato Papa Giovanni Paolo II nei suoi discorsi, sia in riferimento all’attuale crisi tra Israeliani e Palestinesi, sia in riferimento alla guerra in Iraq. Ed è proprio il Magistero pontificio che ci invita a rileggere il tema della non-violenza alla luce della Parola di Dio: “«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Come potrebbe questa parola, che invita a operare nell’immenso campo della pace, trovare così intense risonanze nel cuore umno, se non corrispondesse ad un anelito e ad una speranza che vivono in noi indistruttibili? E per quale altro motivo gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio, se non perché Egli per sua natura è il Dio della pace? Proprio per questo, nell’annuncio di salvezza che la Chiesa diffonde nel mondo, vi sono elementi dottrinali di fondamentale importanza per l’elaborazione dei principi necessari ad una pacifica convivenza tra le Nazioni” (1). “Noi crediamo che Gesù Cristo, con il dono della sua vita sulla croce, è diventato la nostra Pace: egli ha abbattuto il muro di odio, che separava i fratelli nemici (cfr Ef 2,14). … I più fedeli discepoli di Cristo sono stati operatori di pace, fino a perdonare ai loro nemici, fino ad offrire talvolta la propria vita per essi” (2).
Tenuto conto di tale invito del Papa, interroghiamo i testi del NT sul tema della non-violenza, che guardano in prospettiva la “costruzione della pace”. I testi sono parecchi e se ne potrebbe fare anche una lettura globale, anche se mi sembra difficile inquadrali in una trattazione unica e con uno spazio temporale ridotto, in quanto perderebbero molto della loro specificità. Per questo, ho scelto di presentarli brevemente e poi di concentrarmi
sul testo di Rom 12,14-21, che, se l’attuale cronologia degli scritti neotestamentari è esatta, risulta insieme a 1Tess 5,15 una testimonianza tra le più antiche della predicazione di Gesù sulla non-violenza.

1) Un detto di Gesù sul non-vendicarsi: Mt 5,38-48; Lc 6,27-36

È proprio da Gesù, nostra pace, che bisogna partire. Dal suo insegnamento e dal suo esempio. “Avete inteso che fu detto agli antichi: .Non uccidere’, chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della geenna” (Mt 5,21-22). “Avete inteso che fu detto: .occhio per occhio e dente per dente’; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi vuole chiamarti in giudizio per toglierti la tunica, tu lasciagli anche il mantello” (Mat 5,38-40). “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.

Al di là della evidente schematizzazione, questi detti di Gesù, sia nella versione matteana del Discorso della montagna (5,11-12.21-26.38-48) che in quella lucana del Discorso della pianura (Lc 6,22-23.27-36) hanno uno scopo catechetico ben preciso: mostrare Gesù come il nuovo Mosè che insegna ai suoi discepoli una giustizia superiore a quella degli scribi e farisei e che permette di entrare nel Regno dei cieli (Mt 5,20). Per questo, egli può affermare: “Fu detto agli antichi…, ma io vi dico”. Non abolisce quello che fu detto agli antichi, ma stabilisce le premesse per superare una giustizia fredda, senza amore, esterna all’uomo. Per Gesù, invece, la giustizia di Dio deve raggiungere il cuore dell’uomo, le profondità del suo sentire e operare: “Dal cuore vengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15,19). “Perché pensate cose cattive nel vostro cuore?” (Mt 9,4). Non basta “non uccidere”, e al limite neppure non chiamare stupido o pazzo il proprio fratello, ma c’è bisogno di cambiare il proprio cuore. Togliere la “durezza di cuore”, di cui si lamenta Gesù in Mt 13,15 citando Is 6,9-10, e soprattutto di imparare da lui, di essere come lui “miti e umili di cuore” (Mt 11,29). Solo in questa trasformazione radicale del cuore la legge potrà trovare il suo qelal più profondo ed essenziale, cioè quella norma interiore che riassume tutti i precetti della legge e che conquista il cuore dell’uomo: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,37-39). Forse, a qualcuno sembra che tutto ciò basti. No! Per superare “la giustizia degli scribi e dei farisei”, di ieri e di oggi, a volte camuffati anche da cristiani, non basta. Gesù infatti afferma con vigore: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”. L’amore del cristiano non ha limiti razziali, culturali o religiosi: il “prossimo” per lui non è il connazionale o colui che condivide il mio modo di vedere o di fare. Il mio prossimo è quel povero “samaritano” (Lc 10,29-37) che sulla via della vita quotidiana ha bisogno di me, del mio aiuto, del mio intervento fraterno per sentirsi uomo, donna, figlio e figlia di Dio. Il suo cuore può ancora soffrire della “durezza di cuore”, che lo rende “nemico”, estraneo alla giustizia e alla pace, ma che il mio cuore conquistato dalla mitezza e umiltà del cuore di Gesù vorrà conquistarlo al progetto di
amore di Cristo e di Dio. La strada è difficile, tutta in salita, ed è possibile che lungo la via questo fratello che soffre di “durezza di cuore” possa avere pretese ingiuste (pretendere la veste non sua) o che possa compiere gesti insani di cattiveria (colpire la guancia, usare violenza). Lungo tale strada il cristiano deve “imparare la mitezza” di Gesù (Mt 11,29), deve saper cedere per amore (Mt 5,43-48; Lc 6,32-36), pregare perché Dio spezzi quell’indurimento e penetri nel cuore del fratello (Mt 5,44; Lc 6,27-28), perdonare come Gesù perché questo fratello indurito non sa quello che fa (Lc 23,34; At 7,60), offrire la propria vita (Rom 5,6-11; 22Cor 5,18-20; cfr anche Gv 15,12-17) per spezzare quella logica nefasta “dell’occhio per occhio e dente per dente”.
Tale insegnamento di Gesù è divenuto il centro portante dell’insegnamento cristiano, il distintivo che lo caratterizza rispetto sia al giudaismo sia al paganesimo. Per questo, gli echi di tale messaggio non sono affatto rari nella letteratura parenetica del NT e il messaggio della non-violenza e dell’amore al proprio nemico sono spesso coniugati insieme. In un ambiente ostile, come quello in cui vivevono i primi cristiani, il comandamento di Gesù assumeva una duplice valenza etica: una interna alla comunità e una esterna alla comunità. All’interno della comunità, nonostante l’entusiamo dei neofiti e tutta la buona volontà, continuavano a persistere certi atteggiamenti di “durezza di cuore” che non sempre erano in linea con il comondamento dell’amore, dato da Gesù. Così, Paolo esorta i Galati: “Qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi, gli spirituali, correggetelo con spirito di mitezza. E vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione” (Gal 6,1). Principio questo difficile a praticarsi, tanto che Matteo nel Discorso della comunità ci offre una catechesi illustrativa di esso: “Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolto sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assembea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano” (Mt 18,13-17). È chiaro che le cose non erano sempre semplici o facili a risolvere, come nel caso, prospettato da 1Cor 6,1, di quei cristiani che, non avendo ottenuto ragione all’interno della comunità, si rivolgevano ai tribunali pagani. Paolo dà una risposta simile a quella di Mt 5,38-42, “Un fratello viene chiamato in giudizio da un altro fratello e per di più davanti ad infedeli. È già per voi una sconfitta avere liti vicendevoli! Perché non subire piuttosto l’ingiustizia? Perché non lasciarvi privare di ciò che vi appartiene?” (1Cor 6,7). Ma c’è di più: “Quante volte devo perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? … Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,21-22). Ma molto significativa è la conclusione della parabola dei due debitori di Mt 18,23-34, perché ancora una volta punta sul “rinnovamento del cuore”: “Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello” (Mt 18,35). Certo, nelle comunità, di ieri e di oggi, vi sono o ci possono essere degli “indisciplinati”, ma anche in questi casi bisogna ascoltare la voce dello Spirito: “Vi esortiamo, fratelli, vivete in pace tra voi; correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. … Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male” (1Tess 5,13b-22). A volte, Gesù, Paolo, Giovanni, hanno dovuto lanciare degli “anatema”, ma sempre con l’intenzione che “gli indisciplinati” “potessero ottenere la salvezza nel giorno del Signore”. “Se la mia lettera vi ha rattristati, non mi dispiace, … perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi” (2Cor 7,8-9).
Ma i casi più incresciosi si registravano fuori della comunità, dato che i primi cristiani si trovavano tra due fuochi: da una parte l’incomprensione dei giudei che li consideravano minim o nozrim, cioè eretici, e dall’altra il disprezzo dei pagani che consideravano la sequela di un uomo crocifisso come una stoltezza (cfr 1Cor 1,23-24). E non sempre l’incomprensione o il disprezzo si limitava alle parole minacciose, ma a volte diveniva “castigo con flagellazione”, vera e propria scomunica con pesanti conseguenze per la vita quotidiana, persecuzione.
“Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. … E sarete odiati da tutti, ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato (Mt 10,17-18.22). Come reagire? “E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mat 10,17-20). Lo Spirito Santo è la forza del cristiano, che gli farà comprendere che “un servo non è più grande del suo padrone; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20; Mt 10,24-25); ma nello stesso tempo gli darà il coraggio di dire la verità a tutti gli uomini, senza temere “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”. In tal clima si inquadrano le dure parole di Stefano contro i giudei di Gerusalemme: “O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora sieti divenuti traditori e uccisori” (At 7,51-52); di Paolo contro i giudei della diaspora: “Voi, fratelli, siete diventati imitatori delle chiese di Dio in Gesù Cristo, che sono in Giudea, perché avete sofferto anche voi da parte dei vostri connazionali come loro da parte dei giudei, i quali hanno perfino messo a morte il Signore Gesù e i profeti e hanno perseguitato anche noi. Essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati! Ma ormai l’ira è arrivata al colmo sul loro capo” (1Tess 2,14-16). Certo le dure parole di Stefano e di Paolo possono impressionare, ma esse non sono un atto di condanna di Israele, quanto un invito molto forte alla conversione del cuore. Stefano, infatti, non chiede vendetta a Dio, ma “Signore, non imputar loro questo peccato” (At 7,60). E Paolo gli fa eco: “Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consaguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanza, la legge, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen” (Rom 9,1-5). Altrettanto dure possono risultare le accuse di Paolo contro i vizi dei pagani in Rom 1,18-32 e riassunte in Ef 4,17-19: “Vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro e per la durezza del loro cuore. Diventati così insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile”. A tale condanna, però, fa subito seguito l’invito accorato di Paolo: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20), “deponete l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici, rinnovatevi nello spirito della vostra mente, rivestite l’uomo nuovo, creato nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,20-3). Pertanto, le accuse di Gesù, di Paolo e di altri apostoli non sono una forma di rivalsa orale, ma un invito a tutti a rivedere la propria condotta e ad abbandonare la “durezza del cuore”. La regola del cristiano è “mentre abbiamo l’occasione, facciamo il bene verso tutti” (Gal 6,10); “e se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno nella sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia” (1Pt 2,19-23).

2) Rom 12,17-21: un midrash su un detto di Gesù sul non vendicarsi

Una risposta più articolata a tale problema della non violenza e del non vendicarsi la si trova in Rom 12,14-21, che lo si può ritenere un midrash su un detto di Gesù riguardante il non vendicarsi”. Senza la pretesa di farne un’esegesi completa, vedremo brevemente alcuni problemi del testo, la sua struttura e la parenesi che ne scaturisce.

Il testo di Rom 12,14-17

Rom 12,14-21 è inserita nella parenesi sulla “carità senza finzioni” di Rom 12,9-13,10, che è svolta in 4 momenti: 12,9-13: le caratteristiche fondamentali dell’amore cristiano verso tutti; 12,14-21: l’esercizio della carità nella vita quotidiana; 13,1-7: la carità in rapporto all’autorità costituita; Rom 13,8-10: il comandamento dell’amore al prossimo come principio base della vita cristiana. Tale struttura generale della parenesi sull’«amore senza finzioni» è molto significativa, in quanto ci mostra che l’amore al prossimo non fa distizioni tra amico e nemico: tutti sono figli di Dio, tutti sono “prossimo”; l’esercizio dell’amore non fa differenza se l’offesa viene da un membro della comunità o da un nemico della comunità, in quanto la risposta è unica: fare il bene a tutti senza vendicarsi. Se poi isoliamo Rom 12,14-21 e ne guardiamo la struttura letteraria, ci accorgiamo come tale parenesi ha come due momenti: uno comunitario (12,14-16) e uno personale (12,17-21); queste due parti, poi, sono legate ad un detto di Gesù, simile a quello di Mt 5,44 e Lc 6,28: “benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite” (12,14), che viene ripreso anche con il detto: “Non rendete a nessuno male per male” (12,17). L’impostazione di questa parenesi è interessante e ci permette di considerare Rom 12,14-21 come un “midrash cristiano sul non vendicarsi”. La struttura letteraria è semplice:

1)12,14: un detto di Gesù sul non vendicarsi

2) 12,15-16: risposta comunitaria

- v.15: immedesimarsi nella situazione dell’altro

- 12,16: l’unità nel sentire

3) Rom 12,17-21: risposta personale

A. v. 17: Ripresa del detto di Gesù

B. vv. 18-20: diversi modi di reagire al male con il bene.

1. v 18: Vivere in pace con tutti

2. v.19: lasciare a Dio la vendetta

3. v. 20: fare il bene anche al proprio nemico

A’ v. 21 Conclusione generale

La struttura midrashica di Rom 12,14-21, invece, la si può rilevare dai seguenti elementi:

1º) si parte da un testo biblico ritenuto mormativo: “benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite”; il detto non lo si trova letteralmente né in Mt né in Lc, ma è come una fusione di Mt 5,44: “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”, e di Lc 6,28: “benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano”. Non sappiamo quale è il detto originale di Gesù, e non è neppure importante ricostruirlo. Importante è che il detto fa parte di un discorso programmatico e normativo di Gesù, del “discorso della montagna” o del “discorso della pianura”, in cui Gesù annuncia le esigenze richieste per entrare nel Regno di Dio. D’altra parte, Gesù ha ripreso il comandamento di Lev 19,17: “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello” e ne fa una rilettura positiva e radicale alla luce proprio del precetto dell’“amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lev 19,18; Mt 5,43; Rom 13,8-9; Gal 5,14) o come dirà Paolo di una “carità senza finzioni” (Rom 12,9), determinando un superamento qualitativo rispetto all’antica legge.
2º) l’uso della Scrittura per commentare il detto normativo. Così, nel giro di 8 versetti abbiamo sette allusioni a testi biblici: Rom 12,15 allude a Sir 7,34 (LXX), Rom 12,16 a Prov 3,5-7; Sir 15,5-8 e Is 5,21; Rom 12,17 allude a Es 23,4-5 e a Prov 20,22; 25,21; e in Rom 12,19 due citazioni esplicite di Dt 32,31 e Prov 25,21 e fa riferimento esplicito al comando di Lev 19,18. Il riferimento ai testi normativi di Esodo e Deuteronomio sono determinanti nella parenesi che Paolo svolge, mentre i testi di Proverbi, Siracide ed Isaia sono un invito
ad una riflessione sapienziale, che deve far penetrare il messaggio dell’amore nel profondo del cuore.
3º) l’applicazione attualizzante: in Rom 12,16: bisogna condividere la gioia e il dolore senza porsi al di sopra del proprio prossimo; in Rom 12,18: nei limiti del possibile vivere in pace con tutti; in Rom 12,19: l’esortazione a rifiutare la logica della vendetta; in 12,21: l’esortazione a vincere il male con il bene.

2) La parenesi della non violenza in Rom 12,14-21

Il punto di partenza è l’insegnamento di Gesù: “benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite”. È un insegnamento duro e sconcertante. Forse, ci sembra più ragionevole l’insegnamento di Lev 19,17: “Non coverai odio contro il tuo fratello” e gli insegnamenti di Es. 23,4-5 di aiutare il proprio nemico a trarre fuori il bue caduto in un fosso. In fondo, è più facile e anche più pratico ignorare le persone che ci hanno fatto del male e, teoricamente parlando, accettare in maniera eccezionale che in qualche occasione di emergenza si possa venire incontro anche ad un nostro nemico. In fondo, il comandamento di “non odiare” è ben poca cosa rispetto a quello che ci chiede Gesù, sia che il verbo “benedire” lo si interpreti come “dire bene di qualcuno” o come “invocare la benedizione su qualcuno”. Il comando, infatti, non è più negativo: basta non pensare più al nemico, ma è positivo: bisogna pensare a lui e “dire bene di lui” e “invocare la benedizione su di lui”. Non ci si può equivocare, perché Paolo secondo il suo stile continua: “benedite e non maledite”. Riconosciamolo: è difficile. Ma è ciò che chiede una “carità senza finzioni”. Paolo lo ha scritto anche 1Cor 13,4-7: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Dinanzi a tale esigenze dell’amore si resta senza parole. Ci sentiamo piccoli piccoli. Ma ciò avviene perché continuiamo a pensare con categorie umane e non con la logica di Cristo. Non basta, però, accettare le sue parole e al limite sforzarsi di metterle in pratica, ma bisogna spogliarsi dell’uomo vecchio, rinunciare al cuore indurito e rivestirsi di Cristo, al punto che “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”.  Bisogna che le parole di Paolo in 2Cor 5,17 divengano una realtà esistenziale nuova: “Chi è in Cristo, questi è nuova creazione. Le cose vecchie sono passate, ecco sono sorte quelle nuove”. La prima risposta alla violenza e all’ingiustizia deve venire da una comunità unita, che sa immedesimarsi nel problema di chi subisce la violenza e l’ingiustizia e che cerca una soluzione comune al problema. In primo luogo, il cristiano deve “gioire con chi gioisce, piangere con chi piange”. Non si tratta di organizzare feste o sedute di lutto, ma piuttosto di fare propri la gioia o il dolore del fratello, in una parola di immedesimarsi nella sua situazione concreta e di fare sentire la propria presenza nei momenti più forti dell’esistenza umana. Una presenza che condivide, che pensa e sente all’unisono con il fratello. Non una condivisione esterna di dolore, ma una vera “com-passione” che nasce da un cuore rinnovato dalla grazia di Cristo e dall’azione feconda dello Spirito, che nasce dalla consapevolezza che “se un membro soffre, tutto il corpo soffre; e se un membro è onorato, tutto il corpo ne gioisce. Siamo corpo di Cristo e sua membra” (1Cor 12,26). Proprio per questo, i cristiani “devono avere gli stessi sentimenti gli uni verso gli altri”. Ciò può avvenire solo quando partecipiamo alla gioia e al dolore del fratello non con aria di superiorità, ma con quella carità umile che ascolta non con le orecchie, ma con il cuore; che non detta leggi di comportamento, ma che si pone vicino al fratello e cammina con lui; soffre se egli sbaglia, consiglia con prudenza, gioisce se egli si rialza. In altre parole, si riveste dei sentimenti di Cristo (Fil 2,5) e insieme a lui “ama e consegna se stesso” per il proprio fratello, “perché non c’è un amore più grande di questo: dare la propria vita per il proprio fratello” (Gv 15,13). La seconda risposta è personale. Non individuale, ma personale, perché essa cerca l’interazione, il rapporto
con il fratello. Proprio per questo, il primo compito della “carità senza finzioni” è quello di “fuggire il male con orrore, di attaccarsi al bene” (Rom 12,9) e in conseguenza di “non rendere a nessuno male per male” (Rom 12,17), ma di “essere in pace con tutti” (Rom 12,10). L’accento cade ancora sull’aspetto positivo della parenesi e sulla dinamicità dell’amore cristiano, che crea un crescendo nella relazione: parte da un profondo sentimento di avversione verso il male che è il primo passo per liberarsi dalla “durezza del cuore”, si lascia afferrare totalmente da “tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode” (Fil 4,8), fino a divenire un modo connaturale di pensare e di agire. Allora, diverrà una realtà ciò che si legge in Fil 4,5-7: “La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste con preghiere e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”. Il cuore, allora, sarà liberato dal desiderio di vendetta e i pensieri coltiveranno la pace e l’amore, doni dello Spirito che ci permettono di guardare con rispetto al fratello, anche quando sbaglia nel suo comportamento. Non è dell’uomo vendicarsi o stabilire piani di vendetta, per stabilire la giustizia o la pace. La giustizia e la pace sono dono di Dio, la vendetta per il male è riservata a lui, all’uomo rimane solo l’adempimento del comand-mento di amare il prossimo, non solo “non lasciandosi vincere dal male e vincendo il male con il bene”, ma soprattutto ad imitazione di Cristo di intercedere per il proprio fratello dal cuore duro e offrendo tutto se stesso per la sua salvezza. Dobbiamo fare nostro il realismo del papa: “Le difficoltà che incontriamo nel cammino verso la pace, sono legate in parte alla nostra debolezza di creature, i cui passi sono necessariamente lenti e graduali; sono aggravate dai nostri egoismi, dai nostri peccati di ogni genere, dopo quel peccato di origine, che ha segnato una rottura con Dio, determinando una rottura anche tra i fratelli. Ma noi crediamo che Gesù Cristo, con il dono della sua vita sulla croce, è diventato la nostra Pace: egli ha abbattuto il muro di odio, che separava i fratelli nemici (cfr. Ef 2,14). Risuscitato ed entrato nella gloria del Padre, egli ci associa misteriosamente alla sua vita: riconciliandoci con Dio, egli ripara le ferite del peccato e della divisione e ci rende capaci di inscrivere nelle nostre società un abbozzo di quell’unità che ristabilisce in noi. I più fedeli discepoli di Cristo sono stati operatori di pace, fino a perdonare ai loro nemici, fino ad offrire talvolta la propria vita per essi. Il loro esempio traccia la via per un’umanità nuova, che non si accontenta più di compromessi provvisori, ma realizza la più profonda fraternità” (3).
———
NOTE

1 “Un impegno sempre attuale: educare alla pace”, 9 , (Messaggio di Giovanni Paolo II per la celebrazione della giornata mondiale della pace – 1 Gennaio 2004).
2 “Per giungere alla pace, educare alla pace”, n. 16, (Messaggio di Giovanni Paolo II per la XII Giornata della Pace).
3 “Per giungere alla pace, educare alla pace”, n. 16, (Messaggio di Giovanni Paolo II per la XII Giornata della Pace).

Beato Guerrico d’Igny: « Sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto »

dal sito:

http://www.vangelodelgiorno.org/www/main.php?language=IT&localTime=01/28/2009#

Beato Guerrico d’Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
Discorso per Natale, 5; SC 166, 227

« Sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto »
Certamente, «è sicura e degna di essere da tutti accolta» (1 Tm 1,15), la tua Parola onnipotente, Signore! Disceso in un profondo silenzio dall’alto dal trono regale del Padre (Sap 18,14), fino in una mangiatoia, ci parla meglio, per il momento, con il suo silenzio. «Chi ha orecchi per intendere intenda» ciò che dice il santo e misterioso silenzio del Verbo eterno.

C’è qualcosa infatti che inculchi la regola del silenzio con più peso e autorità, che reprima il male inquieto della lingua e le tempeste della parola… quanto la Parola di Dio silenziosa fra gli uomini? «La mia parola non è ancora sulla lingua» (Sal 138,4) sembra proclamare la Parola onnipotente quando si sottomette a sua madre. E noi, con quale follia diciamo: «Per la nostra lingua siamo forti; ci difendiamo con le nootre labbra: chi sarà nostro padrone» (Sal 11,5). Quanto mi sarebbe dolce, se questo mi fosse permesso, osservare il silenzio, ritirarmi e tacere, anche a proposito del bene, per poter prestare un orecchio più attento, più raccolto, alle parole segrete e ai significati sacri di questo divino silenzio. Quanto mi sarebbe buono imparare dal Verbo, per lo stesso tempo durante il quale anche lui ha osservato il silenzio, imparando da sua madre…

«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Poniamo tutta la nostra devozione, fratelli, nel meditare su Cristo avvolto nelle fasce di cui sua madre l’ha coperto, per poter vedere, nella gioia eterna del Regno, la gloria e la bellezza di cui suo Padre l’avrà rivestito.

27 gennaio, giornata della memoria

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Pavel Sonnenschein

Pavel was born on April 9, 1931.  He was deported to Terezin from Brno on April 8, 1942.  He was sent to Auschwitz on October 23, 1944, where he perished.

Publié dans:immagini varie |on 27 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

Omelia di Benedetto XVI durante la celebrazione della conversione di San Paolo Apostolo

Omelia di Benedetto XVI durante la celebrazione della conversione di San Paolo Apostolo

Cari fratelli e sorelle,

è grande ogni volta la gioia di ritrovarci presso il sepolcro dell’apostolo Paolo, nella memoria liturgica della sua Conversione, per concludere la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Vi saluto tutti con affetto. In modo particolare saluto il Cardinale Cordero Lanza di Montezemolo, l’Abate e la Comunità dei monaci che ci ospitano. Saluto pure il Cardinale Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Con lui saluto i Signori Cardinali presenti, i Vescovi e i Pastori delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, qui convenuti stasera. Una parola di speciale riconoscenza va a quanti hanno collaborato nella preparazione dei sussidi per la preghiera, vivendo in prima persona l’esercizio del riflettere e confrontarsi nell’ascolto gli uni degli altri e, tutti insieme, della Parola di Dio.

La conversione di san Paolo ci offre il modello e ci indica la via per andare verso la piena unità. L’unità infatti richiede una conversione: dalla divisione alla comunione, dall’unità ferita a quella risanata e piena. Questa conversione è dono di Cristo risorto, come avvenne per san Paolo. Lo abbiamo sentito dalle stesse parole dell’Apostolo nella lettura poc’anzi proclamata:

“Per grazia di Dio sono quello che sono” (1 Cor 15,10). Lo stesso Signore, che chiamò Saulo sulla via di Damasco, si rivolge ai membri della sua Chiesa – che è una e santa – e chiamando ciascuno per nome domanda: perché mi hai diviso? perché hai ferito l’unità del mio corpo? La conversione implica due dimensioni. Nel primo passo si conoscono e riconoscono nella luce di Cristo le colpe, e questo riconoscimento diventa dolore e pentimento, desiderio di un nuovo inizio. Nel secondo passo si riconosce che questo nuovo cammino non può venire da noi stessi. Consiste nel farsi conquistare da Cristo. Come dice san Paolo: “ … mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo” (Fil 3,12). La conversiones esige il nostro sì, il mio “correre”; non è ultimamente un’attività mia, ma dono, un lasciarsi formare da Cristo; è morte e risurrezione. Perciò san Paolo non dice: “Mi sono convertito”, ma dice “sono morto” (Gal 2,19), sono una nuova creatura. In realtà, la conversione di san Paolo non fu un passaggio dall’immoralità alla moralità, da una fede sbagliata ad una fede corretta, ma fu l’essere conquistato dall’amore di Cristo: la rinuncia alla propria perfezione, fu l’umiltà di chi si mette senza riserva al servizio di Cristo per i fratelli. E solo in questa rinuncia a noi stessi, in questa conformità con Cristo siamo uniti anche tra di noi, diventiamo “uno” in Cristo. E’ la comunione col Cristo risorto che ci dona l’unità.

Possiamo osservare un’interessante analogia con la dinamica della conversione di san Paolo anche meditando sul testo biblico del profeta Ezechiele (37,15-28) prescelto quest’anno come base della nostra preghiera. In esso, infatti, viene presentato il gesto simbolico dei due Leoni riuniti in uno nella mano del profeta, che con questo gesto rappresenta l’azione futura di Dio. E’ la seconda parte del capitolo 37, che nella prima parte contiene la celebre visione delle ossa aride e della risurrezione d’Israele, operata dallo Spirito di Dio. Come non notare che il segno profetico della riunificazione del popolo d’Israele viene posto dopo il grande simbolo delle ossa aride vivificate dallo Spirito? Ne deriva uno schema teologico analogo a quello della conversiones di san Paolo: al primo posto sta la potenza di Dio, che col suo Spirito opera la risurrezione come una nuova creazione. Questo Dio, che è il Creatore ed è in grado di risuscitare i morti, è anche capace di ricondurre all’unità il popolo diviso in due. Paolo – come e più di Ezechiele – diventa strumento eletto della predicazione dell’unità conquistata da Gesù mediante la croce e la risurrezione: l’unità tra i giudei e i pagani, per formare un solo popolo nuovo. La risurrezione di Cristo estende il perimetro dell’unità: non solo unità delle tribù di Israele, ma unità di ebrei e pagani (cfr Ef 2; Gv 10,16); unificazione dell’umanità dispersa dal peccato e ancor più unità di tutti i credenti in Cristo.

La scelta di questo brano del profeta Ezechiele la dobbiamo ai fratelli della Corea, i quali si sono sentiti fortemente interpellati da questa pagina biblica, sia in quanto coreani, sia in quanto cristiani. Nella divisione del popolo ebreo in due regni si sono rispecchiati come figli di un’unica terra, che le vicende politiche hanno separato, parte al nord e parte al sud. E questa loro esperienza umana li ha aiutati a comprendere meglio il dramma della divisione tra cristiani. Ora, alla luce di questa Parola di Dio che i nostri fratelli coreani hanno scelto e proposto a tutti, emerge una verità piena di speranza: Dio promette al suo popolo una nuova unità, che debe essere segno e strumento di riconciliazione e di pace anche sul piano storico, per tutte le nazioni.

L’unità che Dio dona alla sua Chiesa, e per la quale noi preghiamo, è naturalmente la comuniones in senso spirituale, nella fede e nella carità; ma noi sappiamo che questa unità in Cristo è fermento di fraternità anche sul piano sociale, nei rapporti tra le nazioni e per l’intera famiglia umana. E’ il lievito del Regno di Dio che fa crescere tutta la pasta (cfr Mt 13,33). In questo senso, la preghiera che eleviamo in questi giorni, riferendosi alla profezia di Ezechiele, si è fatta anche intercessione per le diverse situazioni di conflitto che al presente affliggono l’umanità. Là dove le parole umane diventano impotenti, perché prevale il tragico rumore della violenza e delle armi, la forza profetica della Parola di Dio non viene meno e ci ripete che la pace è possibile, e che dobbiamo essere noi strumenti di riconciliazione e di pace. Perciò la nostra preghiera per l’unità e per la pace chiede sempre di essere comprovata da gesti coraggiosi di riconciliazione tra noi cristiani. Penso ancora alla Terra Santa: quanto è importante che i fedeli che vivono là, come pure i pellegrini che vi si recano, offrano a tutti la testimonianza che la diversità dei riti e delle tradizioni non dovrebbe costituire un ostacolo al mutuo rispetto e alla carità fraterna. Nelle diversità legittime di posizioni diverse dobbiamo cercare l’unità nella fede, nel nostro “sì” fondamentale a Cristo e alla sua unica Chiesa. E così le diversità non saranno più ostacolo che ci separa, ma ricchezza nella molteplicità delle espressioni della fede comune.

Vorrei concludere questa mia riflessione facendo riferimento ad un avvenimento che i più anziani tra noi certamente non dimenticano. Il 25 gennaio del 1959, esattamente cinquant’anni or sono, il beato Papa Giovanni XXIII manifestò per la prima volta in questo luogo la sua volontà di convocare “un Concilio ecumenico per la Chiesa universale” (AAS LI [1959], p. 68).

Fece questo annuncio ai Padri Cardinali, nella Sala capitolare del Monastero di San Paolo, dopo aver celebrato la Messa solenne nella Basilica. Da quella provvida decisione, suggerita al mio venerato Predecessore, secondo la sua ferma convinzione, dallo Spirito Santo, è derivato anche un fondamentale contributo all’ecumenismo, condensato nel Decreto Unitatis redintegratio. In esso, tra l’altro, si legge: “Ecumenismo vero non c’è senza interiore conversione; poiché il desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento della mente (cfr Ef 4,23), dall’abnegazione di se stesso e dalla liberissima effusione della carità” (n. 7). L’atteggiamento di conversiones interiore in Cristo, di rinnovamento spirituale, di accresciuta carità verso gli altri cristiani ha dato luogo ad una nuova situazione nelle relazioni ecumeniche. I frutti dei dialoghi teologici, con le loro convergenze e con la più precisa identificazione delle divergenze che ancora permangono, spingono a proseguire coraggiosamente in due direzioni: nella ricezione di quanto positivamente è stato raggiunto e in un rinnovato impegno verso il futuro. Opportunamente il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che ringrazio per il servizio che rende alla causa dell’unità di tutti i discepoli del Signore, ha recentemente riflettuto sulla ricezione e sul futuro del dialogo ecumenico. Tale riflessione, se da una parte vuole giustamente valorizzare quanto è stato acquisito, dall’altra intende trovare nuove vie per la continuazione delle relazioni fra le Chiese e Comunità ecclesiali nel contesto attuale. Rimane aperto davanti a noi l’orizzonte della piena unità. Si tratta di un compito arduo, ma entusiasmante per i cristiani che vogliono vivere in sintonia con la preghiera del Signore: “che tutti siano uno, affinché il mondo creda” (Gv 17,21). Il Concilio Vaticano II ci ha prospettato che “il santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità della Chiesa di Cristo, una e unica, supera le forze e le doti umane” (UR, 24).

Facendo affidamento sulla preghiera del Signore Gesù Cristo, e incoraggiati dai significativi passi compiuti dal movimento ecumenico, invochiamo con fede lo Spirito Santo perché continui ad illuminare e guidare il nostro cammino. Ci sproni e ci assista dal cielo l’apostolo Paolo, che tanto ha faticato e sofferto per l’unità del corpo mistico di Cristo; ci accompagni e ci sostenga la Beata Vergine Maria, Madre dell’unità della Chiesa.

da www.revistaecclesia.com

Publié dans:PAPA BENEDETTO XVI E SAN PAOLO |on 27 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

La spiritualità ebraica (metto questo articolo per la giornata della memoria)

metto questo articolo, tra tanti belli di questo sito per la giornata della memoria:

http://www.nostreradici.it/spiritualita-ebraica.htm

Marco Morselli

Università di Modena e Reggio Emilia

La spiritualità ebraica

«Quanta gente è perplessa riguardo alla comprensione della Torah. Non ne percepiscono le verità segrete. La Torah li invita amorosamente ogni giorno, ma loro non ci badano. È proprio come ho detto prima: la Torah mette avanti una parola misteriosa, rivelandosi in questo modo, e poi subito si ritira. Ma questo essa non lo fa che per quelli che la amano e la studiano».(1)

1. La spiritualità ebraica è vita nella Toràh. Il primo versetto della Torah è «Bereshìt barà Eloqìm et ha-shammàyim we-et ha-àretz». Dunque la Torah inizia con una bet, la seconda lettera dell’alfabeto, che ha valore numerico 2. Alef indica l’assoluta unità divina, il Creatore. Ciò che viene creato è invece sotto il segno della dualità, delle opposizioni.

«All’inizio, in principio creò…» abbiamo poi uno dei due Nomi che nella Bibbia indicano il Santo, benedetto Egli sia. Uno è un plurale, l’altro è una sigla impronunciabile. Uno indica l’attributo della sua Giustizia, l’altro della sua Misericordia.

Questi Nomi, come tutti i nomi, sono intraducibili. Nelle circa 2000 traduzioni della Bibbia esistenti, sono invece stati tradotti, facendo ricorso ai nomi delle diverse divinità locali, di modo che il libro che avrebbe dovuto portare al mondo la conoscenza dell’Unità del molteplice è divenuto il ricettacolo di tutte le divinità.(2)

Dunque, che cosa creò il Signore? Lo sanno tutti: i cieli e la terra. Ma nell’originale ebraico prima di queste parole troviamo la particella et, che indica che ciò che segue è un complemento oggetto. Et è formato da una alef e da una taw, che sono la prima e l’ultima delle lettere dell’alfabeto. Che cosa ha creato allora il Santo innanzi tutto? Egli, che è infinito, ha creto l’inizio e la fine.

Eppure no: la prima cosa creata è stata la luce (come Es 20,11 conferma). Rashì (XI sec., il principale commentatore della Torah) scrive: «Questo testo non dice altro che: Interpretami!». I vv. 1-2-3 sono inseparabili, costituiscono un tutt’uno: Al principio della creazione dei cieli e della terra, la terra era turbamento, vuoto e tenebre, il Signore disse: «Sia la luce!».

Questo è solo un piccolo esempio di esegesi ebraica delle Scritture. È significativo anzi che in ebraico non si parli di Scritture, ma di Miqrà, che vuol dire lettura. La Parola del Signore ha infiniti significati, la sua lettura è infinita.

Occorre inoltre tenere presente che non vi è solo la Torah scritta, vi è anche la Torah orale, che precede e accompagna la Torah scritta. In una situazione di estremo pericolo per l’esistenza stessa del popolo ebraico(3) la Torah orale venne messa per iscritto, e abbiamo così la Mishnàh. I commenti alla Mishnah costituiscono il Talmùd. Abbiamo poi ancora il Midràsh e la Qabbalàh.

Elie Wiesel ha definito il Talmud «un oceano vasto, turbolento eppure confortante, che suggerisce l’infinita dimensione dell’esistenza e l’amore per la vita, oltre che il mistero della morte e dell’istante che la precede».

Il Talmud fa parte della storia degli Ebrei da millenni, se consideriamo la sua storia dalle tradizioni orali alla Mishnah, alla discussione della Mishnah, al Talmud orale, al Talmud manoscritto, poi stampato, poi su Internet. Al suo interno, il qui e l’ora sono intimamente connessi con altri tempi e altri luoghi, i Maestri del I secolo discutono con i Maestri del XX secolo, i Rabbini babilonesi con quelli francesi. Più che un libro, è un approccio all’esistenza, nel quale la ricerca e la discussione collegano le realtà di questo mondo alle realtà del mondo a venire.(4)

Quello che il Talmud è per la Mishnah, il Midrash è per la Torah. Il termine deriva da darash, ricercare. Vi sono moltissimi punti oscuri nella Bibbia, incomprensibili senza il riferimento a una tradizione esegetica che precede, accompagna e segue il testo.(5)

La Qabbalah è la mistica ebraica. La realtà è un’unità in cui il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito si compenetrano. Il progressivo disvelamento della Qabbalah ha valenze escatologiche. Vi sono dei momenti privilegiati del passaggio dei segreti dalla sfera esoterica a quella essoterica.

Nell’anno 1240, corrispondente all’anno 5000 nella datazione ebraica, ha avuto inizio il sesto millennio, e ha fatto la sua comparsa lo Zohar, il principale testo cabbalistico. Altra data importante è il 1840, corrispondente al 5600. Siamo ora nell’anno 5766, in un’epoca in cui la preparazione messianica si intensifica.(6)

2. Per millenni l’ebraismo è stato accusato di essere una religione particolaristica. Rav Elia Benamozegh (Livorno 1823-1900) è tra coloro che più si sono adoperati per dimostrare l’infondatezza di tale accusa. Come sarebbe mai stato possibile che da tale particolarismo scaturissero due religioni universali (o meglio: aspiranti all’universalità) come il cristianesimo e l’islamismo? Vi è nell’ebraismo una duplice struttura, articolata in mosaismo e noachismo. L’alleanza con Noè non è in nulla inferiore all’alleanza con Mosè. Colui che si convertiva doveva presentarsi davanti a tre rabbini e dichiarare di voler appartenere alla religione noachide. È probabile che la conversione fosse accompagnata dal battesimo, ossia dall’immersione nelle acque del miqweh. Il noachide si impegna a rispettare sette comandamenti: 1) istituzione di tribunali (= ogni società umana ha bisogno di giustizia); 2) divieto di blasfemia; 3) divieto di idolatria; 4) divieto di adulterio; 5) divieto di omicidio; 6) divieto di furto; 7) divieto di mangiare una parte di un animale vivo (= divieto di crudeltà nei confronti degli animali). Rispettando tali comandamenti il noachide entrerà nel mondo a venire, ossia avrà parte alla vita eterna.(7)

La Torah è dunque un libro da fare: 613 mitzwot per gli Ebrei e per chi voglia entrare nell’alleanza di Mosè, 7 mitzwot per chi voglia entrare nell’alleanza di Noè, con la libertà di osservare, volendo, anche un certo numero delle restanti.

Il Santo, benedetto Egli sia, nella sua trascendenza è assolutamente inconoscibile. Di Lui possiamo conoscere ciò che Lui ha voluto rivelarci: la sua volontà. Aderendo alla sua volontà noi ci avviciniamo a Lui. Come Lui è santo, così noi cerchiamo di santificarci, anche nelle minute attività della nostra vita quotidiana.

Ciò che la Torah ci indica, più che una ortodossia, è una ortoprassi. Il primato dell’etica non è un rifiuto della Rivelazione, ma proprio il contenuto della Rivelazione, con il quale la teologia dovrebbe confrontarsi.

3. So per esperienza che non è facile parlare davanti a un uditorio cristiano dell’antiebraismo cristiano, e dunque non lo farò. Posso rinviare ad alcuni testi che consentono di avviare una riflessione su questo aspetto delle relazioni ebraico-cristiane.(8) Posso anche aggiungere che l’importanza dell’argomento è tale che ne dipende la Redenzione. Posso infine cedere la parola a due cristiani.

Il primo è il Cardinale Jean-Marie Lustiger: «Il massacro e la persecuzione d’Israele ad opera dei pagani [cioè dei goyim] – bisognerebbe dire dei pagano-cristiani – sono la prova della loro menzogna o della loro presunta adorazione di Cristo. […] L’atteggiamento concreto dei pagano-cristiani verso il popolo d’Israele è il sintomo della loro reale infedeltà a Cristo o della loro menzogna nella loro pseudo-fedeltà a Cristo. È la confessione involontaria del loro paganesimo e del loro peccato».(9)

Il secondo è il Pastore Martin Cunz: «Auschwitz è la negazione più assoluta dell’uomo, o più precisamente dell’uomo al cospetto di D. come ce lo presenta il popolo ebraico. E la negazione del popolo ebraico è la negazione più assoluta del D. d’Israele. Se i non ebrei battezzati avessero avuto la minima idea del D. d’Israele e il minimo amore per lui, non avrebbero lasciato morire gli ebrei».(10)

4. A partire dal Concilio Vaticano II ha avuto inizio il percorso di teshuvah dei cattolici (e più o meno contemporaneamente dei cristiani di altre confessioni). Possa questo cammino dell’abbandono della teologia della sostituzione e dell’insegnamento del disprezzo proseguire, nella sequela di Rav Yeshua ben Yosef (= Gesù), fino a raggiungere il monte Sion, il luogo in cui viene imbandito il banchetto messianico: «Sul monte Sion il Signore dell’universo preparerà per tutte le nazioni del mondo un banchetto imbandito di ricche vivande e di vini pregiati. All’improvviso farà sparire su questo monte il velo che copriva tutti i popoli» (Is 25,6-7).
_____________________

(1) Zohar, in S. Avisar, Tremila anni di letteratura ebraica, Carucci 1980, vol. I, p. 555. Per una prima introduzione: L. Sestieri, La spiritualità ebraica, Studium 1986; Ead., Gli ebrei nella storia di tre millenni, Carucci 1986.

(2) Su questo si veda: A. Chouraqui, Mosè, Marietti 1996.

(3) Mi riferisco a quelle che i Romani chiamarono la I e la II Guerra Giudaica. Durante la I venne distrutto il Tempio di Gerusalemme e, riferisce Flavio Giuseppe, non vi erano più alberi in Israele perché centinaia di migliaia di Ebrei erano stati crocifissi dalle truppe di occupazione romane. «Secondo i dati forniti indipendentemente da Giuseppe e da Tacito, oltre 600.000 Ebrei avrebbero trovato la morte nel corso delle operazioni militari, circa il 25% della popolazione, e molti altri vennero fatti prigionieri e venduti come schiavi. Con ciò sembra possibile che qualcosa come la metà della popolazione ebraica sia stata eliminata fisicamente» (J. A. Soggin, Storia d’Israele, Paideia 1984, p. 485). Nel 135 i morti furono 850.000 (Soggin p. 492).

(4) E. Wiesel, Sei riflessioni sul Talmud, Bompiani 2000; Id., Celebrazione talmudica, Lulav 2002; A. Steinsaltz, Cos’è il Talmud?, Giuntina 2004.

(5) G. Stemberger, Il Midrash, Dehoniane 1992.

(6) A. Safran, Saggezza della Cabbalà, Giuntina 1998; Id., Tradizione esoterica ebraica, Giuntina 1999; A. Steinsaltz, La rosa dai tredici petali, Giuntina 2000; G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Einaudi 1993.

(7) E. Benamozegh, Israele e l’umanità, Marietti 1990; A. Pallière, Il Santuario sconosciuto, Marietti 2005.

(8) J. Isaac, Gesù e Israele, Marietti 2001; L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, 5 voll., La Nuova Italia 1974-96 (Sansoni 2004).

(9) J.-M. Lustiger, La Promessa, Marcianum 2005, p. 67.

(10) M. Cunz, Il silenzio ad Auschwitz. Gli interrogativi dopo Auschwitz, in «Sefer», 1990 n. 52, p. 3.

Publié dans:EBRAISMO |on 27 janvier, 2009 |Pas de commentaires »
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