Rinuncia alla violenza in Rom 12,14-21 (Marcello Buscemi – 2004)

P. PROF. MARCELLO BUSCEMI – DA PDF –

SBF – CORSO DI AGGIORNAMENTO BIBLICO-TEOLOGICO Il cristiano di fronte alla violenza — Gerusalemme, 13-16 aprile 2004

Rinuncia alla violenza in Rom 12,14-21 (Marcello Buscemi)

Il tema della non-violenza, che attraversa tutto l’arco degli scritti del NT è un tema sempre attuale; d’altronde esso fa eco e in qualche modo si ispira alla letteratura veterotestamentaria. La storia degli uomini è stata sempre segnata dalla violenza e il nostro tempo, che parla tanto di pace, vive tale realtà di fondo in un’ambiguità spaventosa. Anzi, si è arrivati al paradosso che per eliminare la violenza si usa o, così polticamente si dice, si è costretti ad usare la violenza. Così, in Kosovo, in Afganistan, in Iraq e, per non andare troppo lontani, anche in Israele. Non che gli sforzi della comunità internazionale per la pace siano pochi e incosistenti. Ci sono persone e organizzazioni realmente “pacifiche” nel senso proprio del termine: “costruttori di pace”, sia che esse ricevano o no il “Premio Nobel per la pace”. Tali sforzi sono notevoli, ma per un cristiano sono insufficienti, come spesso ha notato Papa Giovanni Paolo II nei suoi discorsi, sia in riferimento all’attuale crisi tra Israeliani e Palestinesi, sia in riferimento alla guerra in Iraq. Ed è proprio il Magistero pontificio che ci invita a rileggere il tema della non-violenza alla luce della Parola di Dio: “«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Come potrebbe questa parola, che invita a operare nell’immenso campo della pace, trovare così intense risonanze nel cuore umno, se non corrispondesse ad un anelito e ad una speranza che vivono in noi indistruttibili? E per quale altro motivo gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio, se non perché Egli per sua natura è il Dio della pace? Proprio per questo, nell’annuncio di salvezza che la Chiesa diffonde nel mondo, vi sono elementi dottrinali di fondamentale importanza per l’elaborazione dei principi necessari ad una pacifica convivenza tra le Nazioni” (1). “Noi crediamo che Gesù Cristo, con il dono della sua vita sulla croce, è diventato la nostra Pace: egli ha abbattuto il muro di odio, che separava i fratelli nemici (cfr Ef 2,14). … I più fedeli discepoli di Cristo sono stati operatori di pace, fino a perdonare ai loro nemici, fino ad offrire talvolta la propria vita per essi” (2).
Tenuto conto di tale invito del Papa, interroghiamo i testi del NT sul tema della non-violenza, che guardano in prospettiva la “costruzione della pace”. I testi sono parecchi e se ne potrebbe fare anche una lettura globale, anche se mi sembra difficile inquadrali in una trattazione unica e con uno spazio temporale ridotto, in quanto perderebbero molto della loro specificità. Per questo, ho scelto di presentarli brevemente e poi di concentrarmi
sul testo di Rom 12,14-21, che, se l’attuale cronologia degli scritti neotestamentari è esatta, risulta insieme a 1Tess 5,15 una testimonianza tra le più antiche della predicazione di Gesù sulla non-violenza.

1) Un detto di Gesù sul non-vendicarsi: Mt 5,38-48; Lc 6,27-36

È proprio da Gesù, nostra pace, che bisogna partire. Dal suo insegnamento e dal suo esempio. “Avete inteso che fu detto agli antichi: .Non uccidere’, chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della geenna” (Mt 5,21-22). “Avete inteso che fu detto: .occhio per occhio e dente per dente’; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi vuole chiamarti in giudizio per toglierti la tunica, tu lasciagli anche il mantello” (Mat 5,38-40). “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.

Al di là della evidente schematizzazione, questi detti di Gesù, sia nella versione matteana del Discorso della montagna (5,11-12.21-26.38-48) che in quella lucana del Discorso della pianura (Lc 6,22-23.27-36) hanno uno scopo catechetico ben preciso: mostrare Gesù come il nuovo Mosè che insegna ai suoi discepoli una giustizia superiore a quella degli scribi e farisei e che permette di entrare nel Regno dei cieli (Mt 5,20). Per questo, egli può affermare: “Fu detto agli antichi…, ma io vi dico”. Non abolisce quello che fu detto agli antichi, ma stabilisce le premesse per superare una giustizia fredda, senza amore, esterna all’uomo. Per Gesù, invece, la giustizia di Dio deve raggiungere il cuore dell’uomo, le profondità del suo sentire e operare: “Dal cuore vengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15,19). “Perché pensate cose cattive nel vostro cuore?” (Mt 9,4). Non basta “non uccidere”, e al limite neppure non chiamare stupido o pazzo il proprio fratello, ma c’è bisogno di cambiare il proprio cuore. Togliere la “durezza di cuore”, di cui si lamenta Gesù in Mt 13,15 citando Is 6,9-10, e soprattutto di imparare da lui, di essere come lui “miti e umili di cuore” (Mt 11,29). Solo in questa trasformazione radicale del cuore la legge potrà trovare il suo qelal più profondo ed essenziale, cioè quella norma interiore che riassume tutti i precetti della legge e che conquista il cuore dell’uomo: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,37-39). Forse, a qualcuno sembra che tutto ciò basti. No! Per superare “la giustizia degli scribi e dei farisei”, di ieri e di oggi, a volte camuffati anche da cristiani, non basta. Gesù infatti afferma con vigore: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”. L’amore del cristiano non ha limiti razziali, culturali o religiosi: il “prossimo” per lui non è il connazionale o colui che condivide il mio modo di vedere o di fare. Il mio prossimo è quel povero “samaritano” (Lc 10,29-37) che sulla via della vita quotidiana ha bisogno di me, del mio aiuto, del mio intervento fraterno per sentirsi uomo, donna, figlio e figlia di Dio. Il suo cuore può ancora soffrire della “durezza di cuore”, che lo rende “nemico”, estraneo alla giustizia e alla pace, ma che il mio cuore conquistato dalla mitezza e umiltà del cuore di Gesù vorrà conquistarlo al progetto di
amore di Cristo e di Dio. La strada è difficile, tutta in salita, ed è possibile che lungo la via questo fratello che soffre di “durezza di cuore” possa avere pretese ingiuste (pretendere la veste non sua) o che possa compiere gesti insani di cattiveria (colpire la guancia, usare violenza). Lungo tale strada il cristiano deve “imparare la mitezza” di Gesù (Mt 11,29), deve saper cedere per amore (Mt 5,43-48; Lc 6,32-36), pregare perché Dio spezzi quell’indurimento e penetri nel cuore del fratello (Mt 5,44; Lc 6,27-28), perdonare come Gesù perché questo fratello indurito non sa quello che fa (Lc 23,34; At 7,60), offrire la propria vita (Rom 5,6-11; 22Cor 5,18-20; cfr anche Gv 15,12-17) per spezzare quella logica nefasta “dell’occhio per occhio e dente per dente”.
Tale insegnamento di Gesù è divenuto il centro portante dell’insegnamento cristiano, il distintivo che lo caratterizza rispetto sia al giudaismo sia al paganesimo. Per questo, gli echi di tale messaggio non sono affatto rari nella letteratura parenetica del NT e il messaggio della non-violenza e dell’amore al proprio nemico sono spesso coniugati insieme. In un ambiente ostile, come quello in cui vivevono i primi cristiani, il comandamento di Gesù assumeva una duplice valenza etica: una interna alla comunità e una esterna alla comunità. All’interno della comunità, nonostante l’entusiamo dei neofiti e tutta la buona volontà, continuavano a persistere certi atteggiamenti di “durezza di cuore” che non sempre erano in linea con il comondamento dell’amore, dato da Gesù. Così, Paolo esorta i Galati: “Qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi, gli spirituali, correggetelo con spirito di mitezza. E vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione” (Gal 6,1). Principio questo difficile a praticarsi, tanto che Matteo nel Discorso della comunità ci offre una catechesi illustrativa di esso: “Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolto sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assembea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano” (Mt 18,13-17). È chiaro che le cose non erano sempre semplici o facili a risolvere, come nel caso, prospettato da 1Cor 6,1, di quei cristiani che, non avendo ottenuto ragione all’interno della comunità, si rivolgevano ai tribunali pagani. Paolo dà una risposta simile a quella di Mt 5,38-42, “Un fratello viene chiamato in giudizio da un altro fratello e per di più davanti ad infedeli. È già per voi una sconfitta avere liti vicendevoli! Perché non subire piuttosto l’ingiustizia? Perché non lasciarvi privare di ciò che vi appartiene?” (1Cor 6,7). Ma c’è di più: “Quante volte devo perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? … Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,21-22). Ma molto significativa è la conclusione della parabola dei due debitori di Mt 18,23-34, perché ancora una volta punta sul “rinnovamento del cuore”: “Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello” (Mt 18,35). Certo, nelle comunità, di ieri e di oggi, vi sono o ci possono essere degli “indisciplinati”, ma anche in questi casi bisogna ascoltare la voce dello Spirito: “Vi esortiamo, fratelli, vivete in pace tra voi; correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. … Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male” (1Tess 5,13b-22). A volte, Gesù, Paolo, Giovanni, hanno dovuto lanciare degli “anatema”, ma sempre con l’intenzione che “gli indisciplinati” “potessero ottenere la salvezza nel giorno del Signore”. “Se la mia lettera vi ha rattristati, non mi dispiace, … perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi” (2Cor 7,8-9).
Ma i casi più incresciosi si registravano fuori della comunità, dato che i primi cristiani si trovavano tra due fuochi: da una parte l’incomprensione dei giudei che li consideravano minim o nozrim, cioè eretici, e dall’altra il disprezzo dei pagani che consideravano la sequela di un uomo crocifisso come una stoltezza (cfr 1Cor 1,23-24). E non sempre l’incomprensione o il disprezzo si limitava alle parole minacciose, ma a volte diveniva “castigo con flagellazione”, vera e propria scomunica con pesanti conseguenze per la vita quotidiana, persecuzione.
“Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. … E sarete odiati da tutti, ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato (Mt 10,17-18.22). Come reagire? “E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mat 10,17-20). Lo Spirito Santo è la forza del cristiano, che gli farà comprendere che “un servo non è più grande del suo padrone; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20; Mt 10,24-25); ma nello stesso tempo gli darà il coraggio di dire la verità a tutti gli uomini, senza temere “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”. In tal clima si inquadrano le dure parole di Stefano contro i giudei di Gerusalemme: “O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora sieti divenuti traditori e uccisori” (At 7,51-52); di Paolo contro i giudei della diaspora: “Voi, fratelli, siete diventati imitatori delle chiese di Dio in Gesù Cristo, che sono in Giudea, perché avete sofferto anche voi da parte dei vostri connazionali come loro da parte dei giudei, i quali hanno perfino messo a morte il Signore Gesù e i profeti e hanno perseguitato anche noi. Essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati! Ma ormai l’ira è arrivata al colmo sul loro capo” (1Tess 2,14-16). Certo le dure parole di Stefano e di Paolo possono impressionare, ma esse non sono un atto di condanna di Israele, quanto un invito molto forte alla conversione del cuore. Stefano, infatti, non chiede vendetta a Dio, ma “Signore, non imputar loro questo peccato” (At 7,60). E Paolo gli fa eco: “Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consaguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanza, la legge, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen” (Rom 9,1-5). Altrettanto dure possono risultare le accuse di Paolo contro i vizi dei pagani in Rom 1,18-32 e riassunte in Ef 4,17-19: “Vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro e per la durezza del loro cuore. Diventati così insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile”. A tale condanna, però, fa subito seguito l’invito accorato di Paolo: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20), “deponete l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici, rinnovatevi nello spirito della vostra mente, rivestite l’uomo nuovo, creato nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,20-3). Pertanto, le accuse di Gesù, di Paolo e di altri apostoli non sono una forma di rivalsa orale, ma un invito a tutti a rivedere la propria condotta e ad abbandonare la “durezza del cuore”. La regola del cristiano è “mentre abbiamo l’occasione, facciamo il bene verso tutti” (Gal 6,10); “e se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno nella sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia” (1Pt 2,19-23).

2) Rom 12,17-21: un midrash su un detto di Gesù sul non vendicarsi

Una risposta più articolata a tale problema della non violenza e del non vendicarsi la si trova in Rom 12,14-21, che lo si può ritenere un midrash su un detto di Gesù riguardante il non vendicarsi”. Senza la pretesa di farne un’esegesi completa, vedremo brevemente alcuni problemi del testo, la sua struttura e la parenesi che ne scaturisce.

Il testo di Rom 12,14-17

Rom 12,14-21 è inserita nella parenesi sulla “carità senza finzioni” di Rom 12,9-13,10, che è svolta in 4 momenti: 12,9-13: le caratteristiche fondamentali dell’amore cristiano verso tutti; 12,14-21: l’esercizio della carità nella vita quotidiana; 13,1-7: la carità in rapporto all’autorità costituita; Rom 13,8-10: il comandamento dell’amore al prossimo come principio base della vita cristiana. Tale struttura generale della parenesi sull’«amore senza finzioni» è molto significativa, in quanto ci mostra che l’amore al prossimo non fa distizioni tra amico e nemico: tutti sono figli di Dio, tutti sono “prossimo”; l’esercizio dell’amore non fa differenza se l’offesa viene da un membro della comunità o da un nemico della comunità, in quanto la risposta è unica: fare il bene a tutti senza vendicarsi. Se poi isoliamo Rom 12,14-21 e ne guardiamo la struttura letteraria, ci accorgiamo come tale parenesi ha come due momenti: uno comunitario (12,14-16) e uno personale (12,17-21); queste due parti, poi, sono legate ad un detto di Gesù, simile a quello di Mt 5,44 e Lc 6,28: “benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite” (12,14), che viene ripreso anche con il detto: “Non rendete a nessuno male per male” (12,17). L’impostazione di questa parenesi è interessante e ci permette di considerare Rom 12,14-21 come un “midrash cristiano sul non vendicarsi”. La struttura letteraria è semplice:

1)12,14: un detto di Gesù sul non vendicarsi

2) 12,15-16: risposta comunitaria

- v.15: immedesimarsi nella situazione dell’altro

- 12,16: l’unità nel sentire

3) Rom 12,17-21: risposta personale

A. v. 17: Ripresa del detto di Gesù

B. vv. 18-20: diversi modi di reagire al male con il bene.

1. v 18: Vivere in pace con tutti

2. v.19: lasciare a Dio la vendetta

3. v. 20: fare il bene anche al proprio nemico

A’ v. 21 Conclusione generale

La struttura midrashica di Rom 12,14-21, invece, la si può rilevare dai seguenti elementi:

1º) si parte da un testo biblico ritenuto mormativo: “benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite”; il detto non lo si trova letteralmente né in Mt né in Lc, ma è come una fusione di Mt 5,44: “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”, e di Lc 6,28: “benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano”. Non sappiamo quale è il detto originale di Gesù, e non è neppure importante ricostruirlo. Importante è che il detto fa parte di un discorso programmatico e normativo di Gesù, del “discorso della montagna” o del “discorso della pianura”, in cui Gesù annuncia le esigenze richieste per entrare nel Regno di Dio. D’altra parte, Gesù ha ripreso il comandamento di Lev 19,17: “Non coverai nel tuo cuore odio contro tuo fratello” e ne fa una rilettura positiva e radicale alla luce proprio del precetto dell’“amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lev 19,18; Mt 5,43; Rom 13,8-9; Gal 5,14) o come dirà Paolo di una “carità senza finzioni” (Rom 12,9), determinando un superamento qualitativo rispetto all’antica legge.
2º) l’uso della Scrittura per commentare il detto normativo. Così, nel giro di 8 versetti abbiamo sette allusioni a testi biblici: Rom 12,15 allude a Sir 7,34 (LXX), Rom 12,16 a Prov 3,5-7; Sir 15,5-8 e Is 5,21; Rom 12,17 allude a Es 23,4-5 e a Prov 20,22; 25,21; e in Rom 12,19 due citazioni esplicite di Dt 32,31 e Prov 25,21 e fa riferimento esplicito al comando di Lev 19,18. Il riferimento ai testi normativi di Esodo e Deuteronomio sono determinanti nella parenesi che Paolo svolge, mentre i testi di Proverbi, Siracide ed Isaia sono un invito
ad una riflessione sapienziale, che deve far penetrare il messaggio dell’amore nel profondo del cuore.
3º) l’applicazione attualizzante: in Rom 12,16: bisogna condividere la gioia e il dolore senza porsi al di sopra del proprio prossimo; in Rom 12,18: nei limiti del possibile vivere in pace con tutti; in Rom 12,19: l’esortazione a rifiutare la logica della vendetta; in 12,21: l’esortazione a vincere il male con il bene.

2) La parenesi della non violenza in Rom 12,14-21

Il punto di partenza è l’insegnamento di Gesù: “benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite”. È un insegnamento duro e sconcertante. Forse, ci sembra più ragionevole l’insegnamento di Lev 19,17: “Non coverai odio contro il tuo fratello” e gli insegnamenti di Es. 23,4-5 di aiutare il proprio nemico a trarre fuori il bue caduto in un fosso. In fondo, è più facile e anche più pratico ignorare le persone che ci hanno fatto del male e, teoricamente parlando, accettare in maniera eccezionale che in qualche occasione di emergenza si possa venire incontro anche ad un nostro nemico. In fondo, il comandamento di “non odiare” è ben poca cosa rispetto a quello che ci chiede Gesù, sia che il verbo “benedire” lo si interpreti come “dire bene di qualcuno” o come “invocare la benedizione su qualcuno”. Il comando, infatti, non è più negativo: basta non pensare più al nemico, ma è positivo: bisogna pensare a lui e “dire bene di lui” e “invocare la benedizione su di lui”. Non ci si può equivocare, perché Paolo secondo il suo stile continua: “benedite e non maledite”. Riconosciamolo: è difficile. Ma è ciò che chiede una “carità senza finzioni”. Paolo lo ha scritto anche 1Cor 13,4-7: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Dinanzi a tale esigenze dell’amore si resta senza parole. Ci sentiamo piccoli piccoli. Ma ciò avviene perché continuiamo a pensare con categorie umane e non con la logica di Cristo. Non basta, però, accettare le sue parole e al limite sforzarsi di metterle in pratica, ma bisogna spogliarsi dell’uomo vecchio, rinunciare al cuore indurito e rivestirsi di Cristo, al punto che “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”.  Bisogna che le parole di Paolo in 2Cor 5,17 divengano una realtà esistenziale nuova: “Chi è in Cristo, questi è nuova creazione. Le cose vecchie sono passate, ecco sono sorte quelle nuove”. La prima risposta alla violenza e all’ingiustizia deve venire da una comunità unita, che sa immedesimarsi nel problema di chi subisce la violenza e l’ingiustizia e che cerca una soluzione comune al problema. In primo luogo, il cristiano deve “gioire con chi gioisce, piangere con chi piange”. Non si tratta di organizzare feste o sedute di lutto, ma piuttosto di fare propri la gioia o il dolore del fratello, in una parola di immedesimarsi nella sua situazione concreta e di fare sentire la propria presenza nei momenti più forti dell’esistenza umana. Una presenza che condivide, che pensa e sente all’unisono con il fratello. Non una condivisione esterna di dolore, ma una vera “com-passione” che nasce da un cuore rinnovato dalla grazia di Cristo e dall’azione feconda dello Spirito, che nasce dalla consapevolezza che “se un membro soffre, tutto il corpo soffre; e se un membro è onorato, tutto il corpo ne gioisce. Siamo corpo di Cristo e sua membra” (1Cor 12,26). Proprio per questo, i cristiani “devono avere gli stessi sentimenti gli uni verso gli altri”. Ciò può avvenire solo quando partecipiamo alla gioia e al dolore del fratello non con aria di superiorità, ma con quella carità umile che ascolta non con le orecchie, ma con il cuore; che non detta leggi di comportamento, ma che si pone vicino al fratello e cammina con lui; soffre se egli sbaglia, consiglia con prudenza, gioisce se egli si rialza. In altre parole, si riveste dei sentimenti di Cristo (Fil 2,5) e insieme a lui “ama e consegna se stesso” per il proprio fratello, “perché non c’è un amore più grande di questo: dare la propria vita per il proprio fratello” (Gv 15,13). La seconda risposta è personale. Non individuale, ma personale, perché essa cerca l’interazione, il rapporto
con il fratello. Proprio per questo, il primo compito della “carità senza finzioni” è quello di “fuggire il male con orrore, di attaccarsi al bene” (Rom 12,9) e in conseguenza di “non rendere a nessuno male per male” (Rom 12,17), ma di “essere in pace con tutti” (Rom 12,10). L’accento cade ancora sull’aspetto positivo della parenesi e sulla dinamicità dell’amore cristiano, che crea un crescendo nella relazione: parte da un profondo sentimento di avversione verso il male che è il primo passo per liberarsi dalla “durezza del cuore”, si lascia afferrare totalmente da “tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode” (Fil 4,8), fino a divenire un modo connaturale di pensare e di agire. Allora, diverrà una realtà ciò che si legge in Fil 4,5-7: “La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste con preghiere e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”. Il cuore, allora, sarà liberato dal desiderio di vendetta e i pensieri coltiveranno la pace e l’amore, doni dello Spirito che ci permettono di guardare con rispetto al fratello, anche quando sbaglia nel suo comportamento. Non è dell’uomo vendicarsi o stabilire piani di vendetta, per stabilire la giustizia o la pace. La giustizia e la pace sono dono di Dio, la vendetta per il male è riservata a lui, all’uomo rimane solo l’adempimento del comand-mento di amare il prossimo, non solo “non lasciandosi vincere dal male e vincendo il male con il bene”, ma soprattutto ad imitazione di Cristo di intercedere per il proprio fratello dal cuore duro e offrendo tutto se stesso per la sua salvezza. Dobbiamo fare nostro il realismo del papa: “Le difficoltà che incontriamo nel cammino verso la pace, sono legate in parte alla nostra debolezza di creature, i cui passi sono necessariamente lenti e graduali; sono aggravate dai nostri egoismi, dai nostri peccati di ogni genere, dopo quel peccato di origine, che ha segnato una rottura con Dio, determinando una rottura anche tra i fratelli. Ma noi crediamo che Gesù Cristo, con il dono della sua vita sulla croce, è diventato la nostra Pace: egli ha abbattuto il muro di odio, che separava i fratelli nemici (cfr. Ef 2,14). Risuscitato ed entrato nella gloria del Padre, egli ci associa misteriosamente alla sua vita: riconciliandoci con Dio, egli ripara le ferite del peccato e della divisione e ci rende capaci di inscrivere nelle nostre società un abbozzo di quell’unità che ristabilisce in noi. I più fedeli discepoli di Cristo sono stati operatori di pace, fino a perdonare ai loro nemici, fino ad offrire talvolta la propria vita per essi. Il loro esempio traccia la via per un’umanità nuova, che non si accontenta più di compromessi provvisori, ma realizza la più profonda fraternità” (3).
———
NOTE

1 “Un impegno sempre attuale: educare alla pace”, 9 , (Messaggio di Giovanni Paolo II per la celebrazione della giornata mondiale della pace – 1 Gennaio 2004).
2 “Per giungere alla pace, educare alla pace”, n. 16, (Messaggio di Giovanni Paolo II per la XII Giornata della Pace).
3 “Per giungere alla pace, educare alla pace”, n. 16, (Messaggio di Giovanni Paolo II per la XII Giornata della Pace).

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