Archive pour décembre, 2008

SAN PAOLO – SULLA CARITÀ (testo originale francese, traduzione mia, teologia)

testo originale francese, traduzione mia, dal sito: Biblio-domuni, percorso per il ritrovamento del testo:

corso di teologia,
Théologie morale : La Charité
Michel Labourdette op (année 1959 – 1960)
Seconde partie du cours concernant les vertus théologales affectives. Secunda-Secundae q. 23-46:

http://biblio.domuni.org/

Si tratta quindi di un corso di teologia già fatto, nel testo sono evidenti gli inserimenti discorsivi; io utilizzo la Bibbia Cei e la sua traduzione, il testo francese è leggermente differente, non è la « Bible de Jerusalem » che conosco, naturalmente le differenze sono di versione e non di sostanza; forse è bene guardare comunque al testo originale ed alla impostazione grafica, è utile perché -  per non prendere troppo « spazio » sul blog – io devo togliere gli « spazi » che ci sono nel testo e lo chiarificano, « spazi » tra una preposizione e l’altra;

B – SAN PAOLO – SULLA CARITÀ

Non ci sono epistole di Paolo che non abbiano parole sulla carità; ma nella maggior parte, la carità è una tema più o meno sviluppato, molte volte ripreso. Io noto solamente qualche grande punto caratteristico:
« del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo. » (Ts 11,3, cfr 5,6). Che cosa è questa carità?
1.
È soprattutto l’amore di cui Dio ci ama, amore che è al principio di tutta l’economia della salvezza, ossia di tutto il grande disegno che è stato rivelato pienamente in Cristo.
« Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti, con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,
per essere santi ed immacolati al suo cospetto nella carità,
predestinandoci a essere suoi figli adottivi
per opera di Gesù Cristo,
secondo il beneplacito della sua volontà.
E questo a lode e gloria della sua grazia
Che ci ha dati nel suo figlio diletto » (Ef 1,3-6)
Accanto a Dio, l’agape è il principio di una liberalità tutta gratuita, che si manifesta in tutti gli effetti della carità di Dio, fino al più eclatante: il Cristo, Figlio di Dio, liberato dalla morte per noi, è, per così dire, la prova obiettiva di questo amore, di cui, d’altronde, la garanzia ci è donata interiormente nello Spirito Santo:
« La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora a stento si trova che sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi: » (Rm 5, 5-8)
Questo Spirito, presenza attiva dell’amore di Dio in noi, ci assimila al Cristo, figli come lui ed eredi:
« E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio. » (Gal 4, 6-7).
2.
La carità è, dunque, anche, l’amore di cui noi amiamo Dio precisamente come un Padre. Perché se lo Spirito riempie i nostri cuori dell’amore del quale Dio ci ama, e realizza la sua presenza attiva nei nostri cuori, così suscita la nostra risposta: l’amore filiale che ci fa invocare il Padre e ci mette in comunicazione intima con lui, facendo, che in definitiva, tutto non può realizzare che il nostro bene:
« La scienza gonfia, mentre la carità edifica. Se qualcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto – in termini biblici: è amato da Dio, è conosciuto da lui come un amico (1Cor 8,1b-3)
Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Perché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli. » Rm 8, 28-29)3.
Ed ecco perché la stessa carità è anche l’amore con il quale amiamo i fratelli, amore che impara alla scuola di Dio:
« Riguardo l’amore fraterno, voi non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri » (1Ts 4,9)
Ed è bene, perché è ancora un grande mistero che questa carità fraterna, quella stessa della edificazione della Chiesa, cioè del Corpo di Cristo, di cui precisamente è il legame. Qui sarebbe necessario citare troppo; è, come voi sapete, uno degli apporti più personali di San Paolo, una delle pietre miliari del suo pensiero; là dove San Giovanni mette davanti l’esempio di Cristo e del suo comandamento nuovo, San Paolo invoca il mistero di Cristo e della Chiesa: Qualche testo è sufficiente ad ricordare questo tema particolarmente studiato oggi:
« Al contrario, vivendo  secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto  il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità. » (Ef 4, 15-16).
Ecco, una nuova città, è la città di Dio, che si costruisce così e che chiama ad avere dei rapporti completamente nuovi, un amore, un’amicizia, caratteristiche de quella società:
« Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo. » (Ef 2, 19-20).
Fino là, c’è il popolo di Dio, Israele e le Nazioni; ma il Cristo ha ucciso l’odio, superate queste divisioni, riunendo i due popoli in uno solo, cioè chiamando tutti gli uomini, Giudei, Greci e barbari (Ef 2, 14-17). Ed ecco la grande ed essenziale « cosa » essa è l’amore:
« Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma quello degli altri, Abbiate gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: » (Fil 2, 1-5). « Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo (Col 3, 14-15).
Io non mi fermo al grande testo, celebre, l’Inno alla carità (1Cor 13). Esso è troppo conosciuto perché parlarne in generale possa essere utile e uno studio dettagliato ci porterebbe troppo lontano; voi lo farete da soli, voi stessi, e, in tutti i casi, io lascio a voi l’esegesi. Voi sapete che  abbiamo discusso la questione di sapere se questo è altro che la carità fraterna. Si tratta di questa, sicuramente, direttamente; ma se si intende come una semplice attitudine morale, si resterebbe, evidentemente, molto al « di qua » del testo di Paolo; qui, ancora, si tratta del mistero della carità che è presente, proposto esplicitamente da uno dei suoi lati, ma che implica tutte le sue dimensioni e la sua profondità. Questa carità che sorpassa tutti i carismi, è il legame [lien in francese= legame, quello che unisce]  della perfezione, il legame di tutto il Corpo di Cristo, essa è la « via » (una via che sorpassa tutto – 1Cor 12,31) insegnato da Cristo e per il quale noi imitiamo Dio.
« Fatemi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. » (Ef 5, 1-2).
E questa idea di sacrificio a strappato a San Paolo una espressione che farà problema,   l’influenza di questa espressione è stata grande nella riflessione cristiana:
« Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne… » (Rm 9,3)
Ed infine, questa carità, nel suo ruolo d’unione e di assimilazione a Cristo, e con la comunione di tutti i fedeli, ha un sacramento:
« …e il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane noi , pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane » (1Cor 10, 16-17)

Publié dans:temi - la carità , teologia - morale |on 2 décembre, 2008 |Pas de commentaires »

Papa Benedetto – Omelia per i primi Vespri della I domenica di Avvento

dal sito:

http://www.zenit.org/article-16329?l=italian

Il Papa per i primi Vespri della prima Domenica di Avvento

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 30 novembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere sabato sera, nella Basilica Vaticana, la celebrazione dei primi Vespri della I Domenica di Avvento.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Con questa liturgia vespertina, iniziamo l’itinerario di un nuovo anno liturgico, entrando nel primo dei tempi che lo compongono: l’Avvento. Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo usa proprio questa parola: « venuta », che in greco è « parusia » e in latino « adventus » (1 Ts 5,23). Secondo la comune traduzione di questo testo, Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a conservarsi irreprensibili « per la venuta » del Signore. Ma nel testo originale si legge « nella venuta », quasi che l’avvento del Signore fosse, più che un punto futuro del tempo, un luogo spirituale in cui camminare già nel presente, durante l’attesa, e dentro il quale appunto essere custoditi perfettamente in ogni dimensione personale. In effetti, è proprio questo che noi viviamo nella liturgia: celebrando i tempi liturgici, attualizziamo il mistero – in questo caso la venuta del Signore – in modo tale da potere, per così dire, « camminare in essa » verso la sua piena realizzazione, alla fine dei tempi, ma attingendone già la virtù santificatrice, dal momento che i tempi ultimi sono già iniziati con la morte e risurrezione di Cristo.

La parola che riassume questo particolare stato, in cui si attende qualcosa che deve manifestarsi, ma che al tempo stesso si intravede e si pregusta, è « speranza ». L’Avvento è per eccellenza la stagione spirituale della speranza, e in esso la Chiesa intera è chiamata a diventare speranza, per se stessa e per il mondo. Tutto l’organismo spirituale del Corpo mistico assume, per così dire, il « colore » della speranza. Tutto il popolo di Dio si rimette in cammino attratto da questo mistero: che il nostro Dio è « il Dio che viene » e ci chiama ad andargli incontro. In che modo? Anzitutto in quella forma universale della speranza e dell’attesa che è la preghiera, che trova la sua espressione eminente nei Salmi, parole umane in cui Dio stesso ha posto e pone continuamente sulle labbra e nei cuori dei credenti l’invocazione della sua venuta. Soffermiamoci perciò qualche istante sui due Salmi che abbiamo pregato poco fa e che sono consecutivi anche nel Libro biblico: il 141 e il 142, secondo la numerazione ebraica.

« Signore, a te grido, accorri in mio aiuto; / ascolta la mia voce quando t’invoco. / Come incenso salga a te la mia preghiera, / le mie mani alzate come sacrificio della sera » (Sal 141,1-2). Così inizia il primo salmo dei primi Vespri della prima settimana del Salterio: parole che all’inizio dell’Avvento acquistano un nuovo « colore », perché lo Spirito Santo le fa risuonare in noi sempre nuovamente, nella Chiesa in cammino tra tempo di Dio e tempi degli uomini. « Signore … accorri in mio aiuto » (v. 1). E’ il grido di una persona che si sente in grave pericolo, ma è anche il grido della Chiesa fra le molteplici insidie che la circondano, che minacciano la sua santità, quell’integrità irreprensibile di cui parla l’apostolo Paolo, che deve invece essere conservata per la venuta del Signore. E in questa invocazione risuona anche il grido di tutti i giusti, di tutti coloro che vogliono resistere al male, alle seduzioni di un benessere iniquo, di piaceri offensivi della dignità umana e della condizione dei poveri. All’inizio dell’Avvento la liturgia della Chiesa fa proprio nuovamente questo grido, e lo innalza a Dio « come incenso » (v. 2). L’offerta vespertina dell’incenso è infatti simbolo della preghiera, dell’effusione dei cuori rivolti al Dio, all’Altissimo, come pure « le mani alzate come sacrificio della sera » (v. 2). Nella Chiesa non si offrono più sacrifici materiali, come avveniva anche nel tempio di Gerusalemme, ma si eleva l’offerta spirituale della preghiera, in unione a quella di Gesù Cristo, che è al tempo stesso Sacrificio e Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza. Nel grido del Corpo mistico, riconosciamo la voce stessa del Capo: il Figlio di Dio che ha preso su di sé le nostre prove e le nostre tentazioni, per donarci la grazia della sua vittoria.

Questa identificazione di Cristo con il Salmista è particolarmente evidente nel secondo Salmo (142). Qui, ogni parola, ogni invocazione fa pensare a Gesù nella passione, in particolare alla sua preghiera al Padre nel Getsemani. Nella sua prima venuta, con l’incarnazione, il Figlio di Dio ha voluto condividere pienamente la nostra condizione umana. Naturalmente non ha condiviso il peccato, ma per la nostra salvezza ne ha patito tutte le conseguenze. Pregando il Salmo 142, la Chiesa rivive ogni volta la grazia di questa com-passione, di questa « venuta » del Figlio di Dio nell’angoscia umana fino a toccarne il fondo. Il grido di speranza dell’Avvento esprime allora, fin dall’inizio e nel modo più forte, tutta la gravità del nostro stato, il nostro estremo bisogno di salvezza. Come dire: noi aspettiamo il Signore non alla stregua di una bella decorazione su un mondo già salvo, ma come unica via di liberazione da un pericolo mortale. E noi sappiamo che Lui stesso, il Liberatore, ha dovuto patire e morire per farci uscire da questa prigione (cfr v. 8).

Insomma, questi due Salmi ci mettono al riparo da qualsiasi tentazione di evasione e di fuga dalla realtà; ci preservano da una falsa speranza, che forse vorrebbe entrare nell’Avvento e andare verso il Natale dimenticando la drammaticità della nostra esistenza personale e collettiva. In effetti, una speranza affidabile, non ingannevole, non può che essere una speranza « pasquale », come ci ricorda ogni sabato sera il cantico della Lettera ai Filippesi, con il quale lodiamo Cristo incarnato, crocifisso, risorto e Signore universale. A Lui volgiamo lo sguardo e il cuore, in unione spirituale con la Vergine Maria, Nostra Signora dell’Avvento. Mettiamo la nostra mano nella sua ed entriamo con gioia in questo nuovo tempo di grazia che Dio regala alla sua Chiesa, per il bene dell’intera umanità. Come Maria e con il suo materno aiuto, rendiamoci docili all’azione dello Spirito Santo, perché il Dio della pace ci santifichi pienamente, e la Chiesa diventi segno e strumento di speranza per tutti gli uomini. Amen!

Papa Benedetto: Angelus 30 novembre 2008, prima domenica di Avvento

dal sito:

http://tuespetrus.wordpress.com/2008/11/30/angelus-del-30-novembre-2008-lavvento-ci-invita-a-risvegliare-l%E2%80%99attesa-del-ritorno-glorioso-di-cristo/

Angelus del 30 novembre 2008 -

L’Avvento ci invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo
Pubblicato il 30 Novembre 2008 di gianni80

Cari fratelli e sorelle!

Iniziamo oggi, con la prima Domenica di Avvento, un nuovo Anno liturgico. Questo fatto ci invita a riflettere sulla dimensione del tempo, che esercita sempre su di noi un grande fascino. Sull’esempio di quanto amava fare Gesù, desidererei tuttavia partire da una constatazione molto concreta: tutti diciamo che « ci manca il tempo », perché il ritmo della vita quotidiana è diventato per tutti frenetico. Anche a tale riguardo la Chiesa ha una « buona notizia » da portare: Dio ci dona il suo tempo. Noi abbiamo sempre poco tempo; specialmente per il Signore non sappiamo o, talvolta, non vogliamo trovarlo. Ebbene, Dio ha tempo per noi! Questa è la prima cosa che l’inizio di un anno liturgico ci fa riscoprire con meraviglia sempre nuova. Sì: Dio ci dona il suo tempo, perché è entrato nella storia con la sua parola e le sue opere di salvezza, per aprirla all’eterno, per farla diventare storia di alleanza. In questa prospettiva, il tempo è già in se stesso un segno fondamentale dell’amore di Dio: un dono che l’uomo, come ogni altra cosa, è in grado di valorizzare o, al contrario, di sciupare; di cogliere nel suo significato, o di trascurare con ottusa superficialità.
Tre poi sono i grandi « cardini » del tempo, che scandiscono la storia della salvezza: all’inizio la creazione, al centro l’incarnazione-redenzione e al termine la « parusia », la venuta finale che comprende anche il giudizio universale. Questi tre momenti però non sono da intendersi semplicemente in successione cronologica. Infatti, la creazione è sì all’origine di tutto, ma è anche continua e si attua lungo l’intero arco del divenire cosmico, fino alla fine dei tempi. Così pure l’incarnazione-redenzione, se è avvenuta in un determinato momento storico, il periodo del passaggio di Gesù sulla terra, tuttavia estende il suo raggio d’azione a tutto il tempo precedente e a tutto quello seguente. E a loro volta l’ultima venuta e il giudizio finale, che proprio nella Croce di Cristo hanno avuto un decisivo anticipo, esercitano il loro influsso sulla condotta degli uomini di ogni epoca.
Il tempo liturgico dell’Avvento celebra la venuta di Dio, nei suoi due momenti: dapprima ci invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo; quindi, avvicinandosi il Natale, ci chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la nostra salvezza. Ma il Signore viene continuamente nella nostra vita. Quanto mai opportuno è quindi l’appello di Gesù, che in questa prima Domenica ci viene riproposto con forza: « Vegliate! » (Mc 13,33.35.37). E’ rivolto ai discepoli, ma anche « a tutti », perché ciascuno, nell’ora che solo Dio conosce, sarà chiamato a rendere conto della propria esistenza. Questo comporta un giusto distacco dai beni terreni, un sincero pentimento dei propri errori, una carità operosa verso il prossimo e soprattutto un umile e fiducioso affidamento alle mani di Dio, nostro Padre tenero e misericordioso. Icona dell’Avvento è la Vergine Maria, la Madre di Gesù. InvochiamoLa perché aiuti anche noi a diventare un prolungamento di umanità per il Signore che viene.
 [Testo originale: Italiano]

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