Archive pour novembre, 2008

XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – VENERDÌ 7 NOVEMBRE 2008

XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

VENERDÌ 7 NOVEMBRE 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Fil 3, 17 – 4, 1
Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi!

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 7 per il fratello Cesare, 23-24; PG 35, 786-787)

E’ cosa veramente santa pregare per i morti
«Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi?» (Sal 8, 5). Qual nuovo e grande mistero avvolge la mia esistenza? Perché sono piccolo e insieme grande, umile eppure eccelso, mortale e immortale, terreno ma insieme celeste? La prima condizione viene dal mondo inferiore, l’altra da Dio; quella dalla sfera materiale, questa dallo spirito. E’ necessario che io sia sepolto con Cristo, che risorga con Cristo, che sia coerede di Cristo, che diventi figlio di Dio, anzi che diventi come lo stesso Dio. Ecco la profonda realtà che è racchiusa in questo nuovo e grande mistero. Dio ha assunto in pieno la nostra umanità ed è stato povero per far risorgere la carne, salvarne l’immagine primitiva e restaurare così l’uomo perché diventiamo una cosa sola con Cristo. Egli si è comunicato interamente a noi. Tutto ciò che egli è , è diventato completamente nostro. Sotto ogni aspetto noi siamo lui. Per lui portiamo in noi l’immagine di Dio dal quale e per il quale siamo stati creati. La fisionomia e l’impronta che ci caratterizza è quella di Dio. Perciò solo lui può riconoscerci per quel che siamo. Conseguentemente passano in seconda linea le differenze e le distinzioni fisiche e sociali, che pur certamente esistono fra gli uomini. Per questo si può dire che non c’è più né maschio né femmina, né barbaro né scita, né schiavo né libero (cfr. Col 3, 11). Dio voglia che anche nel futuro riusciamo a diventare quello che speriamo di essere e che l’amore di Dio ci ha preparato! Egli esige poco da noi, però ora e sempre fa grandi doni a coloro che lo amano. E allora, pieni di speranza in lui, soffriamo tutto e sopportiamo tutto lietamente. Abbiamo il coraggio di rendergli grazie sempre e dappertutto, nella gioia e nel dolore. Convinciamoci che le tribolazioni sono strumento di salvezza. E poi non dimentichiamoci di raccomandare al Signore le anime nostre e anche quelle di coloro che ci hanno preceduto nel comune viaggio verso la casa paterna. O Signore, sei tu che hai creato tutte le cose, tu che hai plasmato il mio essere. Tu sei Dio, Padre e guida di tutti gli uomini. Sei il sovrano della vita e della morte. Sei la difesa e la salvezza delle nostre anime. Sei tu che fai tutto. Sei tu che dirigi il progresso di tutte le cose, scegliendo le scadenze più opportune e ubbidendo alla tua infinita sapienza e provvidenza e sempre attraverso la tua parola. Accogli fra le tue braccia, o Signore, il mio fratello maggiore che ci ha lasciati. A suo tempo accogli anche noi, dopo che ci avrai guidati lungo il pellegrinaggio terreno fino alla meta da te stabilita. Fà che ci presentiamo a te ben preparati e sereni, non sconvolti dal timore, non in stato di inimicizia verso di te, almeno nell’ultimo giorno, quello della nostra dipartita. Fà che non ci sentiamo come strappati e sradicati per forza dal mondo e dalla vita e non ci mettiamo quindi contro voglia in cammino. Fà invece che veniamo sereni e ben disposti, come chi parte per la vita felice che non finisce mai, per quella vita che è in Cristo Gesù, Signore Nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

LODI

Lettura Breve
2 Cor 12, 9b-10
Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

I LUOGHI PAOLINI IN TURCHIA: DAL SITO WEB DELL’ANNO PAOLINO A TARSO, LINK AL SITO:

DAL SITO WEB DELL’ANNO PAOLINO A TARSO, LINK AL SITO:

http://www.anadolukatolikkilisesi.org/tarsus/it/luoghipaolini.asp#ANKARA

I LUOGHI PAOLINI IN TURCHIA

Ancira (oggi Ankara)

Antiochia sull’Oronte

Antiochia di Psidia

Attalia Colossi

Derbe Efeso

Iconio

Listra

Mileto Mira

Patara Perge

Seleucia di Pieria

Tarso

Troade

Paolo a Roma: Paolo e il cuore diviso dell’uomo (Lettera ai Romani)

dal sito:

http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=3922

Paolo a Roma: Paolo e il cuore diviso dell’uomo

di Don. Andrea Lonardo (Specializzazione in Sacra Scrittura)

«Io non riesco a capire ciò che io faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto» (Rm 7,15). L’esigenza che spinge Paolo ad annunciare il Vangelo fino a Roma nasce certamente dalla sua consapevolezza di essere stato fatto oggetto, nell’incontro sulla via di Damasco, della rivelazione della misericordia di Dio. Ma egli sa pure che di questo annunzio è l’uomo ad aver bisogno, perché, come afferma proprio nella Lettera ai Romani, l’uomo lasciato alle sole sue forze non compie il bene che pure vuole e desidera.

Come ha affermato con grande chiarezza il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, all’apparire di Cristo l’uomo comprende finalmente cosa sia l’amore e, al contempo, prende coscienza di non aver mai amato di quell’amore.

Paolo, preparando la sua venuta a Roma con l’invio della lettera ai cristiani della capitale dell’impero, si sofferma sul « mistero » dell’uomo. Egli ne vede le luci e le ombre ed invita a considerare alla luce di Cristo la dignità, ma anche le ferite che segnano il cuore dell’uomo.

L’apostolo ritiene l’uomo capace di riconoscere la presenza di Dio nel mondo. Infatti – afferma – «dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1,20).

Non solo. L’uomo è anche in grado di riconoscere il bene ed il male perché anche i pagani, che pure non hanno ricevuto il Decalogo, «dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono» (Rm 2,15).

In questa duplice relazione con Dio e con gli altri uomini, in questa ricerca di verità e di un retto operare sta tutta la grandezza dell’uomo. Ma Paolo, subito, ne vede anche le ombre. Gli uomini «pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa» (Rm 1,21), giungendo ad immaginare Dio come egli non è. «Essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore» (Rm 1,25). E questo ha portato con sé – prosegue la lettera ai Romani – uno stravolgimento delle relazioni umane: poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, essi sono diventati «colmi di cupidigia, di malizia, d’invidia, di rivalità, di frodi; diffamatori, maldicenti, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, non solo continuano a fare tali cose, ma anche approvano chi le fa» (cfr. Rm 1,29-32; e l’elenco dei vizi umani è molto più lungo nella lettera!).

Ecco il mistero dell’uomo. Socrate aveva affermato[b] che l’uomo fa il male solo perché non ne è consapevole. L’educazione filosofica consisteva precisamente, secondo la sua proposta, nel far prendere coscienza del male; egli era convinto che, attraverso questo processo, l’uomo avrebbe vinto da se stesso il male presente nel suo cuore.

[b]Paolo è più moderno e più profondo del pensatore greco. L’apostolo afferma, infatti: «Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio… Io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me» (Rm 7,18-19.21).

In un famoso passo il Concilio Vaticano II riprende questa tematica, presentando la divisione che esiste nel cuore umano. L’uomo anela ad una armonia, ad un cuore unificato, proteso verso il bene, ma si scopre anche capace di provare sentimenti di male e di renderli poi concreti nella vita. La Gaudium et spes afferma, infatti: «Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti l’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono. Così l’uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS, 13).

È questo uomo, così come esiste nella sua concretezza, per il quale Cristo è venuto. Ed è questo uomo che ha bisogno di Cristo per trovare in lui la forza di amare: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!»(Rm 7,24-25).

Per questo uomo, oltre che per amore del Signore, Paolo raggiungerà Roma.

21 ottobre 2008

Il trasporto sull’acqua in epoca romana

Il trasporto sull’acqua in epoca romana,

è uno studio molto interessante, come ho già scritto sulla categoria alla quale assegno questo post, non sono preparata e non sono in grando si aggiungere di più, sul sito, naturalmente, c’è il testo originale e le foto dove ho scritto « immagine », dal sito:

http://www.mercatorproject.eu/on-line-atlas/lazio/la-viabilita-commerciale-marittima/il-trasporto-su-acqua-1

Il trasporto su acqua

Il prevalente ricorso al trasporto marittimo e fluviale in epoca romana era determinato soprattutto dal minor costo rispetto al trasporto terrestre, anche se le diverse cause di naufragio (rovesciamento, incagliamento, collisioni, cedimenti strutturali, spiaggiamento) mostrano, d’altra parte, che anche la navigazione non era esente da difficoltà e rischi, strettamente legati alle condizioni meteomarine; da novembre a marzo era epoca di mare clausum ma anche la navigazione di cabotaggio, effettuata in vista della costa, dipendeva dalla visibilità degli elementi del paesaggio, naturali (come i promontori) o artificiali (come i fari), che costituivano importanti punti di riferimento.
IMMAGINE
Collisione tra navi nei pressi di un porto

Anche i viaggi per mare avevano bisogno, dunque, di un’ adeguata pianificazione, prevedendo le soste intermedie più appropriate o la possibilità di riparo all’avvicinarsi di una tempesta. Esistevano perciò i portolani, testi di riferimento utili per ogni genere di navigazione costiera, da quella delle grandi linee del commercio marittimo di lunga e media percorrenza, al piccolo cabotaggio, ai viaggi per mare, alle attività di pesca ed a quelle da diporto. Un esempio è la parte marittima dell’ Itinerarium Antonini Augusti (III sec d.C.). L’Itinerarium Maritimum delineva le rotte costiere consigliate, fornendo l’elenco dei porti, degli ancoraggi e delle altre possibilità di ridosso esitenti lungo il percorso.
Lo sviluppo dell’archeologia subacquea marittima, oltre al crescente interesse per gli ambienti acquatici interni, ha portato all’individuazione di un cospicuo numero di relitti di ogni epoca e tipologia e ha consentito l’individuazione di nuove strutture portuali.
La conoscenza delle tecniche di costruzione e della struttura delle antiche imbarcazioni è in genere legata alla parte inferiore dello scafo, meglio conservato dalla copertura del carico e a volte dall’insabbiamento, mentre poco sappiamo delle strutture superiori poiché ponte, alberi e velature, già danneggiate dal naufragio, erano i più esposti al deterioramento. Tuttavia l’integrazione tra le cospicue fonti letterarie, archeologiche e iconografiche fornisce una visione generale che consente una prima distinzione tra navi mercantili utilizzate su rotte, più corte e meno rischiose, di piccolo cabotaggio e navi destinate alla navigazione in mare aperto. Queste ultime potevano presentare caratteristiche determinate dal tipo di carico, come le naves lapidariae, a volte di dimensioni colossali per i trasporti eccezionali o quelle destinate al trasporto di bestiame per la guerra o per gli spettacoli pubblici, le bestiariae, che potevano presentare aperture sui fianchi per il passaggio degli animali più grandi.
IMMAGINE
Imbarco di animali e trasporto leoni

In generale, robusti mercantili (naves onerariae) di varie dimensioni si muovevano sfruttando venti e correnti, attraverso un abile e consolidato uso della vela.
Il notevole livello raggiunto nella tecnica di costruzione navale ha fatto presupporre che la realizzazione da parte di maestranze altamente specializzate (faber navalis) fosse preceduta da una fase preliminare di progettazione.
La parte strutturale più significativa della nave era la chiglia, costituita da un’unica trave disposta longitudinalmente da poppa a prua; l’ossatura dello scafo, formata dai madieri, sosteneva l’insieme delle tavole di legno che formavano il fasciame. Questa struttura era consolidata dal paramezzale che correva parallelo alla chiglia e si incastrava ai madieri. La parte dello scafo che andava in acqua (opera viva) era stagna e a volte protetta da lamine di piombo; la stagnatura avveniva mediante pece colata tra le assi o con un tessuto imbevuto di mastice e fissato con chiodi. Nonostante il calafataggio, le pompe di sentina (a mano o a pedali) dovevano aspirare l’acqua che comunque s’infiltrava nel fondo della stiva.
IMMAGINE
Stele funeraria del faber navalis Publio Longidieno

Il poco rimasto delle strutture superiori (opera morta), integrato dalle raffigurazioni e dalle fonti consente, a volte, di individuare il ponte, sostenuto dai bagli, che rinforzavano in senso trasversale lo scafo, la cabina, riservata al capitano e alle attività organizzative per la navigazione, la vita di bordo e la cambusa.
Abbastanza simili tra loro, i tipi di oneraria erano principalmente due, ben raffigurate nelle loro caratteristiche dal mosaico degli armatori di Syllectum nel Piazzale delle Corporazioni di Ostia. Mentre nella nave di sinistra la forma della prua è a profilo concavo, con uno sperone atto a proteggere la prua stessa e la chiglia quando l’imbarcazione attraccava al molo (oneraria), nella nave a destra la prua è convessa e attraccava tramite un asse sporgente (codicaria). Le principali vele, cioè quella dell’albero maestro e quella sostenuta da un secondo albero a prua, disposto obliquamente (artemo) avevano forma quadrata; invece il supparum, piccola vela sovrapposta alle altre, era triangolare. Rara la presenza di un terzo albero; il timone era laterale e formato da due parti indipendenti.
IMMAGINE
Mosaico degli armatori di Syllectum, dal Piazzale delle Corporazioni di Ostia (Pavolini)

Tra tutti gli oggetti riferibili all’attrezzatura di bordo sicuramente il più significativo è l’àncora, anche se i reperti sono spesso privi del contesto di appartenenza.
Utilizzata dai primordi della navigazione e attestata già nel III millennio a.C., inizialmente era costituita da una pietra, magari con un foro per legarvi la cima; l’esigenza di effettuare una certa presa sul fondale portò all’inserimento di elementi in legno.
IMMAGINE
Ancore primitive (da Coppola)

Tra VIII e VII secolo a.C. compare un nuovo tipo di ancora, costituito da un ceppo in pietra, il cui peso doveva consentire l’affondamento, saldato ad un elemento ligneo, con due marre fortemente ricurve, che doveva invece garantire la presa sul fondo.
Nel corso del IV secolo un ulteriore progresso tecnico porta alla sostituzione del ceppo in pietra con uno in piombo; i primi esemplari databili risalgono al III secolo a.C. Si cominciarono a fabbricare ancore di due tipi: con il ceppo di piombo fissato al fusto di legno durante la fusione e con il ceppo mobile, che poteva essere smontato. Spesso associata all’ancora in legno con ceppo in piombo era la contromarra, che aveva la funzione di impedire la divaricazione dal fusto delle marre di legno e contrastare più efficacemente la trazione di navi di grandi dimensioni.
IMMAGINE
Ancora a ceppo mobile (da Coppola)

E’ noto che le merci, giunte ad Ostia a bordo di onerarie troppo grandi per risalire il Tevere, venivano caricate su imbarcazioni più adatte (naves caudicarie) e giungevano a Roma trainate da uomini e animali lungo le rive, mediante funi (alaggio).
IMMAGINE
Scena di trasbordo (da Pavolini)

Esistevano, dunque, imbarcazioni idonee alla navigazione fluviale, la cui forma e dimensione erano fortemente condizionate dal contesto ambientale al quale dovevano servire, caratterizzandosi perciò per il fondo piatto e per la ridotta velatura. Erano impiegate a questo scopo diversi tipi di imbarcazioni; quelli citati più spesso sono le naves codicariae, in origine zattere o chiatte formate da tavole legate insieme, con lo scafo profondo e un albero che serviva da palo da alaggio e i lenunculi, con mansioni specializzate nel trasporto di alcuni settori di merce.
IMMAGINE
Caudicaria ormeggiata

Bisogna osservare che, fra tutte le specializzazioni, non si conoscono navi esclusivamente dedicate al trasporto passeggeri. Chi voleva muoversi via mare poteva usufruire di un passaggio dalle navi che intraprendevano regolari e frequenti viaggi di andata e ritorno, almeno fino ai porti più vicini alla propria destinazione. Le cronache e la letteratura antica sono ricche di episodi di traversate marine di vari personaggi, imbarcati alla meglio su navi commerciali o da guerra; San Paolo viaggiò da Cesarea a Roma, su una nave frumentaria, come narrato nel capitolo 27 degli Atti degli Apostoli.

XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – GIOVEDÌ 6 NOVEMBRE 2008

XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

GIOVEDÌ 6 NOVEMBRE 2008

 

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Fil 3, 3-8a
Fratelli, siamo noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne, sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 5 sulla fede e il simbolo, 12-13; PG 33, 519-523)

Il simbolo della fede
Nell’apprendere e professare la fede, abbraccia e ritieni soltanto quella che ora ti viene proposta dalla Chiesa ed è garantita da tutte le Scritture. Ma non tutti sono in grado di leggere le Scritture. Alcuni ne sono impediti da incapacità, altri da occupazioni varie. Ecco perché, ad impedire che l’anima riceva danno da questa ignoranza, tutto il dogma della nostra fede viene sintetizzato in poche frasi. Io ti consiglio di portare questa fede con te come provvista da viaggio per tutti i giorni di tua vita e non prenderne mai altra fuori di essa, anche se noi stessi, cambiando idea, dovessimo insegnare il contrario di quel che insegniamo ora, oppure anche se un angelo del male, cambiandosi in angelo di luce, tentasse di indurti in errore. Così «se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che abbiamo predicato, sia anàtema!» (Gal 1, 8). Cerca di ritenere bene a memoria il simbolo della fede. Esso non è stato fatto secondo capricci umani, ma è il risultato di una scelta dei punti più importanti di tutta la Scrittura. Essi compongono e formano l’unica dottrina della fede. E come un granellino di senapa, pur nella sua piccolezza, contiene in germe tutti i ramoscelli, così il simbolo della fede contiene, nelle sue brevi formule, tutta la somma di dottrina che si trova tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento. Perciò, fratelli, conservate con ogni impegno la tradizione che vi viene trasmessa e scrivetene gli insegnamenti nel più profondo del cuore. Vigilate attentamente perché il nemico non vi trovi indolenti e pigri e così vi derubi di questo tesoro. State in guardia perché nessun eretico stravolga le verità che vi sono state insegnate. Ricordate che aver fede significa far fruttare la moneta che è stata posta nelle vostre mani. E non dimenticate che Dio vi chiederà conto di Ciò che vi è stato donato. «Vi scongiuro», come dice l’Apostolo, «al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose, e di Cristo Gesù, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1 Tm 6, 13), conservare intatta fino al ritorno del Signore nostro Gesù Cristo questa fede che vi è stata insegnata. Ti è stato affidato il tesoro della vita, e il Signore ti richiederà questo deposito nel giorno della sua venuta «che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e Signore dei signori; il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere» (1 Tm 6, 15-16). Al quale sia gloria, onore ed impero per i secoli eterni. Amen.

Responsorio
Cfr. Eb 10, 38-39
R. Il mio giusto vivrà mediante la fede; ma se indietreggia, la mia anima non si compiace di lui. * Non siamo disertori per la nostra perdizione, ma uomini di fede per la nostra salvezza.
V. Chi non crede, non potrà perseverare sulla via diritta.
R. Non siamo disertori per la nostra perdizione, ma uomini di fede per la nostra salvezza.

XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MERCOLEDÌ 5 NOVEMBRE 2008

XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 5 NOVEMBRE 2008

MESSA DEL GIORNO:

Prima Lettura Fil 2, 12-18
Miei cari, obbedendo come sempre, non solo come quando ero presente, ma molto più ora che sono lontano, attendete alla vostra salvezza con timore e tremore. E’ Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni. Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita. Allora, nel giorno di Cristo, io potrò vantarmi di non aver corso invano né invano faticato. E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 5 sulla fede opera è il simbolo, 10-11; PG 33, 518-519)

La virtù della fede opera oltre le forze umane
La fede è una sola, ma il suo genere è duplice. Vi è infatti una fede che riguarda i dogmi ed è la conoscenza e l’assenso dell’intelletto alle verità rivelate. Questa fede è necessaria alla salvezza, secondo quel che dice il Signore: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio» (Gv 5, 24), ed anche: Chi crede nel Figlio, non è giudicato, ma passa dalla morte alla vita (cfr. Gv 3, 18. 24). O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni. Ma quello che essi giunsero ad ottenere attraverso un diuturno ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona in un breve spazio di tempo. Infatti se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai ammesso in paradiso da colui che vi fece entrare il ladrone pentito. E non avere alcun dubbio a questo riguardo, poiché colui che su questo santo Golgota diede la salvezza al ladrone per la fede di un momento, egli stesso salverà anche te, se crederai. C’è un altro genere di fede, anch’esso dono di Cristo. E’ scritto infatti: «A uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza, a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni» (1 Cor 12, 8-9). Pertanto questa fede elargita dallo Spirito come un dono non riguarda soltanto i dogmi, ma è anche causa di prodigi che superano tutte le forze dell’uomo. Chi ha tale fede potrà dire a questo monte: «Spostati da qui a là, ed esso si sposterà» (Mt 17, 20). Se veramente uno, senza dubitare nel suo interno, dice queste parole mosso dalla fede, credendo che così avverrà, allora riceve quella grazia. Proprio di questa fede è detto: «Se avete fede pari a un granellino di senapa», ecc. (Mt 17, 20); il granello di senapa è piccolissimo in sé, ma è dotato di straordinaria efficacia. Seminato in una piccola porzione di terreno, stende tutt’intorno lunghi rami, e, quand’è cresciuto, può fare ombra agli uccelli del cielo. Così la fede in brevissimo tempo opera nell’anima effetti prodigiosi. La fede è una rappresentazione interiore che ha per oggetto Dio. E’ un’intima comprensione, che la mente, illuminata da Dio, riesce ad avere della sua essenza nella misura consentita. La fede percorre la terra da un’estremità all’altra e, prima ancora della fine del presente ordine, vede come già in atto il giudizio e pregusta già ora il premio promesso. Abbi dunque quella fede che dipende da te e si indirizza a Dio, perché egli ti possa donare anche quella che opera oltre le forze umane.

Responsorio
Cfr. Gal 2, 16; Rm 3, 25
R. L’uomo non è giustificato dalle opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede. * Anche noi abbiamo creduto, per essere giustificati dalla fede in Cristo.
V. Dio lo ha destinato a strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue.
R. Anche noi abbiamo creduto, per essere giustificati dalla fede in Cristo.

LODI

Lettura Breve Ef 3, 20-21
A colui che in tutto ha potere di fare molto pi
ù
di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ 4 NOVEMBRE 2008

XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 4 NOVEMBRE 2008

SAN CARLO BORROMEO (m)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Fil 2, 5-11
Umiliò se stesso, per questo Dio l’ha esaltato.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fratelli, abbiate in voi gli stessi
sentimenti che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal Discorso tenuto da san Carlo, vescovo, nell’ultimo Sinodo
(Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177-1178)

Vivere la propria vocazione
Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. senza di essi però non sarà possibile tener fede all’impegno della propria vocazione. Facciamo il caso di un sacerdote che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all’altezza del suo ufficio? Ci sarà magari chi si lamenta che, quando entra in coro per salmodiare, o quando va a celebrare la Messa, la sua mente si popoli di mille distrazioni. Ma prima di accedere al coro o di iniziare la Messa, come si è comportato in sacrestia, come si è preparato, quali mezzi ha predisposto e usato per conservare il raccoglimento? Vuoi che ti insegni come accrescere maggiormente la tua partecipazione interiore alla celebrazione corale, come rendere più gradita a Dio la tua lode e come progredire nella santità? Ascolta ciò che ti dico. Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento. Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore. Fuggi, cioè le distrazioni per quanto puoi. Rimani raccolto con Dio, evita le chiacchiere inutili. Hai il mandato di predicare e di insegnare? Studia e applicati a quelle cose che sono necessarie per compiere bene questo incarico. Dà sempre buon esempio e cerca di essere il primo in ogni cosa. Predica prima di tutto con la vita e la santità, perché non succeda che essendo la tua condotta in contraddizione con la tua predica tu perda ogni credibilità. Eserciti la cura d’anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso. Comprendete, fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò (cfr. Sal 100, 1 volg.) Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e «tutto si faccia tra voi nella carità» (1 Cor 16, 14). Così potremo facilmente superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno. Del resto ciò è richiesto dal compito affidatoci. Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri.

Responsorio
Cfr. 1 Tm 6, 11; 4, 11. 12. 6
R. Cerca la giustizia, la pietà e la fede, la carità, la pazienza e la mitezza. * Questo proclama e insegna; e sii di esempio ai fedeli.
V. Proponendo queste cose ai fratelli, sarai un buon ministro di Gesù Cristo.
R. Questo proclama e insegna; e sii di esempio ai fedeli.

LODI

Lettura Breve Eb 13, 7-9a
Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine.

1...678910

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01