Archive pour novembre, 2008

Benedetto XVI e la parusia di Cristo nella predicazione di Paolo – udienza 12 novembre 2008

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Benedetto XVI e la parusia di Cristo nella predicazione di Paolo

Intervento in occasione dell’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 12 novembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della catechesi pronunciata questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in Piazza San Pietro. Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, continuando il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sulla sua predicazione riguardo alla seconda venuta del Signore.

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Cari fratelli e sorelle,

il tema della risurrezione, sul quale ci siamo soffermati la scorsa settimana, apre una nuova prospettiva, quella dell’attesa del ritorno del Signore, e perciò ci porta a riflettere sul rapporto tra il tempo presente, tempo della Chiesa e del Regno di Cristo, e il futuro (éschaton) che ci attende, quando Cristo consegnerà il Regno al Padre (cfr 1 Cor 15,24). Ogni discorso cristiano sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte sempre dallevento della risurrezione: in questo avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un certo senso, già presenti.

Probabilmente nellanno 52 san Paolo ha scritto la prima delle sue lettere, la prima Lettera ai Tessalonicesi, dove parla di questo ritorno di Gesù, chiamato parusia, avvento, nuova e definitiva e manifesta presenza (cfr 4,13-18). Ai Tessalonicesi, che hanno i loro dubbi e i loro problemi, l’Apostolo scrive così: « Se infatti crediamo che Gesù è morto ed è risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti » (4,14). E continua: « Prima risorgeranno i morti in Cristo, quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così saremo sempre con il Signore » (4,16-17). Paolo descrive la parusia di Cristo con accenti quanto mai vivi e con immagini simboliche, che trasmettono però un messaggio semplice e profondo: alla fine saremo sempre con il Signore. E questo, al di là delle immagini, il messaggio essenziale: il nostro futuro è « essere con il Signore »; in quanto credenti, nella nostra vita noi siamo già con il Signore; il nostro futuro, la vità eterna, è già cominciata.Nella seconda

Lettera ai Tessalonicesi Paolo cambia la prospettiva; parla di eventi negativi, che dovranno precedere quello finale e conclusivo. Non bisogna lasciarsi ingannare dice come se il giorno del Signore fosse davvero imminente, secondo un calcolo cronologico: « Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo! » (2,1-3). Il prosieguo di questo testo annuncia che prima dellarrivo del Signore vi sarà l’apostasia e dovrà essere rivelato un non meglio identificato uomo iniquo, il figlio della perdizione (2,3), che la tradizione chiamerà poi lAnticristo. Ma lintenzione di questa Lettera di san Paolo è innanzitutto pratica; egli scrive: « Quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni tra di voi vivono una vita disordina, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità » (3, 10-12). In altre parole, lattesa della parusia di Gesù non dispensa dallimpegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il nostro agire in questo mondo. Proprio così cresce la nostra responsabilità di lavorare in e per questo mondo. Vedremo la stessa cosa domenica prossima nel Vangelo dei talenti, dove il Signore ci dice che ha affidato talenti a tutti e il Giudice chiederà conto di essi dicendo: Avete portato frutto? Quindi lattesa del ritorno implica responsabilità per questo mondo.

La stessa cosa e lo stesso nesso tra parusia ritorno del Giudice/Salvatore e impegno nostro nella nostra vita appare in un altro contesto e con nuovi aspetti nella Lettera ai Filippesi. Paolo è in carcere e aspetta la sentenza che può essere di condanna a morte. In questa situazione pensa al suo futuro essere con il Signore, ma pensa anche alla comunità di Filippi che ha bisogno del proprio padre, di Paolo, e scrive: « Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti tra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede, affinchè il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno tra voi » (1, 21-26).Paolo non ha paura della morte, al contrario: essa indica infatti il completo essere con Cristo. Ma Paolo partecipa anche dei sentimenti di Cristo, il quale non ha vissuto per se, ma per noi. Vivere per gli altri diventa il programma della sua vita e perci

ò dimostra la sua perfetta disponibilità alla volontà di Dio, a quel che Dio deciderà. È disponibile soprattutto, anche in futuro, a vivere su questa terra per gli altri, a vivere per Cristo, a vivere per la sua viva presenza e così per il rinnovamento del mondo. Vediamo che questo suo essere con Cristo crea una grande libertà interiore: libertà davanti alla minaccia della morte, ma libertà anche davanti a tutti gli impegni e le sofferenze della vita. È semplicemente disponibile per Dio e realmente libero.

E passiamo adesso, dopo avere esaminato i diversi aspetti dell’attesa della parusia del Cristo, a domandarci: quali sono gli atteggiamenti fondamentali del cristiano riguardo alla cose ultime: la morte, la fine del mondo? Il primo atteggiamento è la certezza che Gesù è risorto, è col Padre, e proprio così è con noi, per sempre. E nessuno è più forte di Cristo, perché Egli è col Padre, è con noi. Siamo perciò sicuri, liberati dalla paura. Questo era un effetto essenziale della predicazione cristiana. La paura degli spiriti, delle divinità era diffusa in tutto il mondo antico. E anche oggi i missionari, insieme con tanti elementi buoni delle religioni naturali, trovano la paura degli spiriti, dei poteri nefasti che ci minacciano. Cristo vive, ha vinto la morte e ha vinto tutti questi poteri. In questa certezza, in questa libertà, in questa gioia viviamo. Questo è il primo aspetto del nostro vivere riguardo al futuro.In secondo luogo, la certezza che Cristo

è con me. E come in Cristo il mondo futuro è già cominciato, questo dà anche certezza della speranza. Il futuro non è un buio nel quale nessuno si orienta. Non è così. Senza Cristo, anche oggi per il mondo il futuro è buio, c’è tanta paura del futuro. Il cristiano sa che la luce di Cristo è più forte e perciò vive in una speranza non vaga, in una speranza che dà certezza e dà coraggio per affrontare il futuro.

Infine, il terzo atteggiamento. Il Giudice che ritorna è giudice e salvatore insieme ci ha lasciato limpegno di vivere in questo mondo secondo il suo modo di vivere. Ci ha consegnato i suoi talenti. Perciò il nostro terzo atteggiamento è: responsabilità per il mondo, per i fratelli davanti a Cristo, e nello stesso tempo anche certezza della sua misericordia. Ambedue le cose sono importanti. Non viviamo come se il bene e il male fossero uguali, perché Dio può essere solo misericordioso. Questo sarebbe un inganno. In realtà, viviamo in una grande responsabilità. Abbiamo i talenti, siamo incaricati di lavorare perché questo mondo si apra a Cristo, sia rinnovato. Ma pur lavorando e sapendo nella nostra responsabilità che Dio è giudice vero, siamo anche sicuri che questo giudice è buono, conosciamo il suo volto, il volto del Cristo risorto, del Cristo crocifisso per noi. Perciò possiamo essere sicuri della sua bontà e andare avanti con grande coraggio.Un ulteriore dato dell

insegnamento paolino riguardo all’escatologia è quello delluniversalità della chiamata alla fede, che riunisce Giudei e Gentili, cioè i pagani, come segno e anticipazione della realtà futura, per cui possiamo dire che noi sediamo già nei cieli con Gesù Cristo, ma per mostrare nei secoli futuri la ricchezza della grazia (cfr Ef 2,6s): il dopo diventa un prima per rendere evidente lo stato di incipiente realizzazione in cui viviamo. Ciò rende tollerabili le sofferenze del momento presente, che non sono comunque paragonabili alla gloria futura (cfr Rm 8,18). Si cammina nella fede e non in visione, e se anche sarebbe preferibile andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore, quel che conta in definitiva, dimorando nel corpo o esulando da esso, è che si sia graditi a Lui (cfr 2 Cor 5,7-9).

Infine, un ultimo punto che forse appare un po’ difficile per noi. San Paolo alla conclusione della sua seconda Lettera ai Corinzi ripete e mette in bocca anche ai Corinzi una preghiera nata nelle prime comunità cristiane dell’area palestinese: Maranà, thà! che letteralmente significa « Signore nostro, vieni! » (16,22). Era la preghiera della prima cristianità, e anche l’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, si chiude con questa preghiera: « Signore, vieni! ». Possiamo pregare anche noi così? Mi sembra che per noi oggi, nella nostra vita, nel nostro mondo, sia difficile pregare sinceramente perché perisca questo mondo, perché venga la nuova Gerusalemme, perchè venga il giudizio ultimo e il giudice, Cristo. Penso che se sinceramente non osiamo pregare così per molti motivi, tuttavia in un modo giusto e corretto anche noi possiamo dire, con la prima cristianità: « Vieni, Signore Gesù! ». Certo, non vogliamo che adesso venga la fine del mondo. Ma, d’altra parte, vogliamo anche che finisca questo mondo ingiusto. Vogliamo anche noi che il mondo sia fondamentalmente cambiato, che incominci la civiltà dell’amore, che arrivi un mondo di giustizia, di pace, senza violenza, senza fame. Tutto questo vogliamo: e come potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza la presenza di Cristo non arriverà mai un mondo realmente giusto e rinnovato. E anche se in un altro modo, totalmente e in profondità, possiamo e dobbiamo dire anche noi, con grande urgenza e nelle circostanze del nostro tempo: Vieni, Signore! Vieni nel tuo modo, nei modi che tu conosci. Vieni dove c’è ingiustizia e violenza. Vieni nei campi di profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu, in tanti parti del mondo. Vieni dove domina la droga. Vieni anche tra quei ricchi che ti hanno dimenticato, che vivono solo per se stessi. Vieni dove tu sei sconosciuto. Vieni nel modo tuo e rinnova il mondo di oggi. Vieni anche nei nostri cuori, vieni e rinnova il nostro vivere, vieni nel nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire luce di Dio, presenza tua. In questo senso preghiamo con san Paolo: Maranà, thà! « Vieni, Signore Gesù! », e preghiamo perché Cristo sia realmente presente oggi nel nostro mondo e lo rinnovi.

Mons. Andreatta: In cammino con Paolo verso Corinto

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In cammino con Paolo verso Corinto

ROMA, martedì, 11 novembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito larticolo di monsignor Liberio Andreatta, Vicepresidente dellOpera Romana Pellegrinaggi, apparso sul quinto numero di

“Paulus” :

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(novembre 2008) dedicato a Paolo il mistico.

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Paolo arriva a Corinto la prima volta nel corso del suo secondo viaggio missionario. E una città ormai romana, profondamente pagana negli orientamenti di vita, difficile e complessa per la quale egli darà tutto se stesso, con la sua presenza diretta e con le sue lettere.Proprio Corinto è infatti una delle città nella quale Paolo ha risieduto per più tempo: una prima volta per un anno e mezzo e quindi, per tre mesi in occasione del terzo viaggio. Il tempo e i 900 chilometri che separano Neapolis, punto di approdo in Grecia nella Macedonia romana, da Corinto sono un cammino di preparazione segnato da tante prove e sofferenze fisiche e spirituali. Egli raccoglie lungo la strada qualche frutto e qualche consolazione, ma anche tante avversità. Nel viaggio perderà, anche per un certo periodo, il conforto dei suoi compagni Timoteo e Sila che lo raggiungeranno di nuovo a Corinto più tardi. Dopo linsuccesso del suo discorso ai sapienti ateniesi sullAreopago ad Atene, egli giunge a Corinto veramente svuotato di se stesso, conscio dei limiti della sua sapienza umana. Il suo stato interiore allarrivo traspare bene da un passo di 1a Corinzi (2. 1-5): «Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio».

In quel momento, Il Signore lo conforta: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città» (Atti 18, 9-10). E così sarà: qui sorgeranno comunità numerose e solide. In questa città il Signore gli ispirerà la lettera ai Romani, nella quale Paolo tradurrà in parole umane ed in maniera unica il mistero di Cristo e dellamore di Dio per luomo.

Il cammino di Paolo da Neapolis verso Corinto è un itinerario di grande interesse spirituale, storico ed artistico ,che ancora oggi è possibile ripercorrere come pellegrini. Filippi, Tessalonica e Atene sono le tappe principali di questo percorso. Ma disponendo di più tempo, è possibile toccare anche altre località che hanno visto il passaggio di Paolo seguendo passo passo, il racconto degli Atti degli Apostoli, (Berea, Anfipoli, Apollonia, ecc.)

La ricerca archeologica e le attività di recupero e restauro di luoghi e monumenti sia di epoca romana che cristiana, oggi permettono ai visitatori di rivivere in maniera più ricca il contesto culturale dei luoghi dove Paolo è passato e di visitare i luoghi dove si è mantenuta viva la tradizione e la devozione allApostolo delle Genti. Ma delle varie tappe di questo percorso di avvicinamento a Corinto parleremo in maniera più specifica nei prossimi numeri. Ora seguiamo Paolo nellultima parte del viaggio in Grecia.Luca nulla dice di come Paolo abbia coperto gli ultimi 80 Km che separano Atene da Corinto: se via terra, passando per Eleusi, famoso centro dei riti misterici dedicati a Demetra e Persefone, o via mare, dal Pireo o dal Falero, verso Cencre, il porto di Corinto sull

Egeo. Quando Paolo arriva a Corinto, la città è una delle più importanti e ricche della Grecia, capitale dellAcaia, provincia romana vastissima che comprende tutto il Peloponneso ed altre zone della Grecia continentale. Fondata, secondo la tradizione, 14 secoli prima di Cristo, dopo aver vissuto con alterne fortune tutte le fasi delle guerre delle città stato greche, era stata distrutta dai Romani nel 146 a.C.

Della città, che per tanti secoli aveva ospitato i gloriosi Giochi Istmici in onore di Poseidone, secondi solo a quelli di Olimpia, per cento anni non rimane che un cumulo di rovine. Giulio Cesare nel 44 a.C., conscio dellimportanza strategica di Corinto, decide di dare alla città nuova vita, fondandovi una colonia romana e ricostruendone la struttura urbana ed i porti che la servivano. Al visitatore che oggi, salito a circa 600 metri sullacropoli della città, lAcrocorinto, getta lo sguardo sullo scenario che si apre intorno, appare chiaro immediatamente il valore strategico di questo luogo.Corinto si estende su una striscia di terra non pi

ù larga di sette chilometri, un ponte naturale che in direzione Nord Sud, collega il Peloponneso alla Grecia continentale. Ad Ovest, si apre il golfo di Corinto in diretta comunicazione con il Mar Ionio. Ad Est si estende il grande Mare Egeo. Praticamente una città a cavallo di due mari e delle due grandi regioni della Grecia.

Attraverso Corinto, le navi provenienti dallItalia e dalla Magna Grecia potevano portare o caricare merci da e per la Grecia e lOriente, evitando il periplo del Peloponneso con un risparmio di circa 400 km. Due porti, Cencre sullEgeo e Lecheo sul golfo di Corinto assicuravano la possibilità di trasbordo delle merci. Anzi i greci, già dal VI secolo a.C., avevano creato un sistema ingegnoso di trasbordare direttamente le navi. Essi crearono sullistmo, in direzione Est-Ovest, un passaggio di blocchi di pietra calcarea, noto come il Diolkos, largo 6 metri, che permetteva di trasportare su apposite piattaforme di legno le navi da un mare allaltro. Ma fu Nerone nell’anno 67 d.C. a pensare ad un vero canale che collegasse i due mari. Egli inviò sul posto 6000 schiavi ad iniziare lo scavo; ma la sua morte bloccò prematuramente e per sempre limpresa. Bisognerà attendere la fine dellXIX secolo perchè venga realizzato il canale artificiale che oggi vediamo.I Romani e gli immigrati che ripopolano la citt

à sanno sfruttare a loro favore questa posizione sul piano dei commerci. Corinto diventa velocemente ricca. Punto dincontro di uomini e culture di tutto il Mediterraneo, la città non è certo una nuova Atene, non si sente legata ormai più di tanto alla cultura greca, anche se mantiene in vita alcune tradizioni del mondo greco, come la prostituzione sacra nel tempio di Afrodite sullAcropoli, per ammantare di unaura di religiosità il suo modo di vita spregiudicato, tutto orientato alla ricchezza ed ai piaceri del mondo.

Ma come vive Paolo a Corinto? In una città decisamente difficile, Paolo trova sulla sua strada una coppia di giudei, Priscilla e Aquila, costretti ad abbandonare l’Italia a causa dell’editto di Claudio. Anche loro, come Paolo, sono artigiani tessitori di tende ed egli si stabilisce e lavora nella loro casa. Tra loro nasce un bellissimo e fruttuoso rapporto che li vedrà insieme nella missione d’evangelizzazione a Corinto, ad Efeso e quindi a Roma.Paolo inizia a predicare ogni sabato nella sinagoga. Quando Sila e Tim

òteo lo raggiungono, egli prende nuova forza e si dedica tutto alla predicazione, raccogliendo frutti tra gli ebrei e tra i pagani. Ma come già avvenuto in molte altre tappe, dopo un anno e mezzo dal suo arrivo, i giudei trascinano Paolo davanti al tribunale del proconsole romano dell’Acaia, Gallione con l’accusa di diffondere un culto eretico rispetto al giudaismo. (At. 18,18)

Gallione non si ritiene competente a giudicare nel merito in quanto ritiene la questione puramente interna alla sinagoga e Paolo ne esce illeso. Dopo questa disavventura, Paolo pensa che sia tempo di proseguire il viaggio verso Efeso e da Cencre, prende la nave che lo porta in Asia. Paolo ritornerà a Corinto durante il suo terzo viaggio. E proprio al termine di questa seconda permanenza, in procinto di partire per Efeso e proseguire per portare la colletta raccolta per Gerusalemme tra le comunità, unaltra minaccia si addensa sul suo capo e questa volta più seria: qualcuno vuole attentare alla sua vita durante il viaggio in mare e cosi Paolo decide di ritornare verso lAsia via terra.Il processo di Paolo davanti a Gallione, cosi come narrato da Luca

è un elemento importante per la cronologia paolina. Infatti Gallione, fratello del filosofo Seneca, è stato proconsole in Acaia tra il 51 ed il 52 d.C., e questo fatto diventa un punto di riferimento essenziale per lo studio della vita di Paolo. Una testimonianza archeologica legata al processo davanti a Gallione, la possiamo ritrovare nella grande agorà , cuore della vita politica e commerciale dellantica Corinto.

Davanti al lungo portico a due piani. posto sul lato Sud , verso il centro della piazza si snoda una lunga serie di botteghe, interrotta a metà da unalta piattaforma: questo è il bema, il luogo, simile ai rostra del Foro Romano, dove Gallione tratta gli affari pubblici e parla al popolo di Corinto. Qui Paolo vive unanteprima di quello che avverrà qualche anno più tardi davanti ai procuratori Felice e Festo a Cesarea Marittima. Saranno ancora le accuse dei suoi ex correligionari a portarlo davanti ad un tribunale romano. Ma questa volta il suo viaggio continuerà verso Roma.

mons. Liberio Andreatta

LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO (1 – IL SEGUITO SUBITO SOTTO)

LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO (1 – IL SEGUITO SUBITO SOTTO)

stralcio dal libro: Ratzinger J., La Chiesa, una comunità sempre in cammino, titolo originale “Zur Gemienschaft gerufen”, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1991

(non metto le citazioni, sono poche e in lingua tedesca, mi sembra un sovrappiù per un Blog)

CAPITOLO I: Origine e natura della Chiesa

Le sezioni di questo capitolo:

1. Considerazioni metodologiche preliminari

2. La testimonianza neotestamentaria sull’origine e la natura della Chiesa

a) Gesù e la Chiesa

b) La auto designazione della Chiesa come ekklesia

c) La dottrina paolina della Chiesa come corpo di Cristo

3. La visione della Chiesa negli Atti degli Apostoli

pagg. 23-28

La nozione neotestamentaria di popoli di Dio non va dunque in alcun modo pensata separatamente dalla cristologia. Questa, d’altra parte, non è una teoria astratta, bensì un evento che si concreta nei sacramenti del battesimo e dell’eucarestia. In essi la cristologia si apre alla dimensione trinitaria. Difatti questa infinita ampiezza e apertura può essere solo del Cristo Risorto, del quale san Paolo dice: “Il Signore è lo Spirito” (2Cor 3,17). E nello Spirito noi diciamo con Cristo: “Abbà”, perché siamo diventati figli (cfr. Rm 8,15; Gal 4,5). Paolo dunque non ha introdotto in concreto nulla di nuovo chiamando la Chiesa “corpo di Cristo”; egli ci offre solo una formula concisa a indicare ciò che sin dal principio era caratteristico della Crescita della Chiesa. È totalmente falsa l’affermazione, pur ripetuta in continuazione, che Paolo non avrebbe fatto altro che applicare alla Chiesa un’allegoria diffusa nella filosofia stoica del suo tempo. L’allegoria stoica paragona lo Stato a un organismo in cui tute le membra devono cooperare. L’idea dello Stato come organismo è una metafora per indicare la dipendenza di tutti da tutti e quindi l’importanza delle diverse funzioni che sono all’origine della vita di una collettività. Questo paragone veniva utilizzato per calmare le masse in agitazione e richiamarle alle loro funzioni che sono all’origine della vita di una collettività. Questo paragone veniva utilizzato per calmare le masse in agitazione e richiamarle alle loro funzioni: ogni organo ha una sua particolare importanza; è insensato che tutti vogliano essere una stessa cosa, perché allora, anziché divenire qualcosa di più elevato, si abbassano tutti e si distruggono a vicenda.

È incontestabile che Paolo abbia ripreso anche questi pensieri, per esempio quando dice ai Corinti in lite fra loro che sarebbe insensato se d’improvviso il piede volesse essere mano, ho l’orecchio occhio: “Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove l’odorato? Ma Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come ha voluto…Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo” (1Cor 12, 16ss). L’idea del corpo di Cristo in sa Paolo non si esaurisce tuttavia in simili riflessioni sociologiche e filosofico-morali; in tal caso sarebbe solo una glossa marginale all’originario concetto della Chiesa. Già nel mondo pre-cristiano greco e latino la metafora del corpo andava oltre. L’idea platonica secondo cui tutti il mondo costituisce un unico corpo, un essere vivente, fu sviluppata dalla filosofia stoica e ricollegata al concetto della divinità del mondo. Ma questo esula da quello che stiamo trattando. Perché le vere radici del’idea paolina del corpo di Cristo sono sen’altro intrabibliche. Tre sono le origini accertabili di quest’idea nella tradizione biblica.

C’è anzitutto sullo sfondo la nozione semitica di “personalità corporativa”, che si esprime ad esempio nel pensiero: noi tutti siamo Adamo, un unico uomo in grande. Nell’epoca moderna con la sua esaltazione del soggetto quest’idea è diventata del tutto incomprensibile.’io è ora una roccaforte, dalla quale non si esce più. È tipico il fatto che Cartesio cerchi di dedurre tuta la filosofia dall’”io penso”, perché soltanto l’io appariva ancora disponibile. Oggi la nozione di soggetto a poco a poco si dissolve nuovamente; diviene evidente che non esiste un io rigidamente chiuso in se stesso, dato che molteplici forze penetrano in noi e da noi promanano. Nel contempo si torna di nuovo a comprendere che l’io si forma a partire da tu e che i due si compenetrano reciprocamente. Così potrebbe essere di nuovo accettabile quella visione semitica della personalità corporativa, senza la quale difficilmente si può entrare nell’idea del corpo di Cristo.

LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO – (2)

LA DOTTRINA PAOLINA DELLA CHIESA COME CORPO DI CRISTO

(2 – PRIMA PARTE SUBITO SOPRA)

Esistono, inoltre, due radici più concrete della formula paolina. L’una è presente nell’eucarestia, con la quale il Signore stesso ha formalmente determinato il sorgere di questa idea. “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo”, dice Paolo ai Corinti, nella stessa lettera, dune, in cui sviluppa per la prima volta la dottrina del corpo Cristo (1Cor 10, 16s). Qui noi troviamo il suo vero fondamento; il Signore diviene il nostro pane, il nostro nutrimento. Egli ci dà il suo corpo; una parola che però va pensata a partire dalla risurrezione e dallo sfondo linguistico semitico da cui muove San Paolo. Il corpo è il sé di un uomo, che non si risolve nel corporeo, Cristo ci dà se stesso, lui che, in quanto risorto, è rimasto corpo. Sebbene in modo nuovo, il fatto esteriore del mangiare diviene l’espressione di quel compenetrarsi di due soggetti che già poch’anzi abbiamo preso brevemente in considerazione. Comunione significa che la barriera apparentemente invalicabile del mio io viene infranta e può essere infranta poiché Gesù per primo ha voluto aprire tutto se stesso, ci ha tutti accolti dentro di sé e si è dato totalmente a noi. Comunione significa dunque fusione delle esistenze; come nell’alimentazione il corpo può assimilare una sostanza estranea, e così vivere, così il mio io viene “assimilato” a Gesù steso, fatto simile a lui in uno scambio che spezza sempre di più le linee di separazione. È quanto avviene a quelli che si comunicano; tutti vengono assimilati a questo “pane” e divengono così tra loro una solo cosa: un solo corpo. In questo modo l’eucarestia edifica la Chiesa, aprendo le mura della soggettività e radunandoci in una profonda comunione esistenziale. Per essa ha luogo l’ “adunanza” tramite la quale il Signore ci riunisce. La formula: “la Chiesa è il corpo di Cristo” afferma dunque che l’eucarestia, in cui il Signore ci dà il suo corpo e fa di noi un solo corpo, è il luogo dell’ininterrotta nascita della Chiesa, nel quale egli la fonda sempre di nuovo; nell’eucarestia la Chiesa è se stessa nel modo più intenso; in tutti i luoghi e nondimeno una sola, così come lui è uno solo.

Con queste riflessioni siamo giunti alla terza radice del “corpo di Cristo” nella concezione paolina; l’idea del rapporto sponsale o – se vogliamo esprimerci in termini neutrali – la filosofia biblica dell’amore, che è inseparabile dalla teologia eucaristica. Questa filosofia dell’amore si presenta subito al principio della Sacra Scrittura, a conclusione del racconto della creazione, allorché ad Adamo viene attribuita la parola profetica: “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e due saranno una sola carne” (Gn 2,24). Una sola carne, vale a dire: un’unica nuova esistenza. Anche questa idea del divenire una sola carne nell’unione di anima e corpo dell’uomo e della donna viene ripresa nella prima lettera ai Corinzi da Paolo, il quale precisa che essa si avvera nella comunione: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1Cor 6,17). Anche qui la parola “spirito” non deve essere intesa seconda la sensibilità linguistica moderna, ma dobbiamo leggerla nell’accezione paolina; in tal caso non è così lontana dal “corpo” nel significato. Essa vuole indicare una sola esistenza spirituale con colui che nella risurrezione è divenuto “Spirito” dallo Spirito Santo ed è rimasto corpo nell’apertura dello Spirito Santo. Ciò che poco fa è stato sviluppato a partire dall’immagine del nutrimento, diviene ora più trasparente e comprensibile a partire da quella dell’amore; nel sacramento come atto dell’amore avviene questa fusione di due soggetti che superano la loro divisione e divengono una cosa sola. Il mistero eucaristico, proprio nell’applicazione metaforica dell’idea sponsale, rimane il nucleo del concetto di Chiesa e della sua definizione mediante la formula “corpo di Cristo”.

Ma ora appare in primo piano un nuovo e più importante aspetto, che potrebbe essere dimenticato in una teologia sacramentaria di corto respiro, ed è che la Chiesa è corpo di Cristo nel modo in cui la moglie insieme al marito diviene un solo corpo e una sola carne. In altre parole: essa è corpo non secondo una identità indifferenziata, ma in virtù dell’atto pneumatico-reale dell’amore che unisce gli sposi. Detto ancora con altri termini: Cristo e la Chiesa sono un corpo nel senso in cui marito e moglie sono una sola carne, così che pur nella loro inscindibile unione fisico-spirituale restano tuttavia non mescolati e non confusi. La Chiesa non diventa semplicemente Cristo, essa rimane la serva che nel suo amore egli innalza a sua sposa che cerca il suo volto in questa fine dei tempi. Ma in questo modo sul fondamento dell’indicativo che si annuncia nelle parole “sposa” e “carne”, appare anche l’imperativo dell’esistenza cristiana. Diviene perciò evidente il carattere dinamico del sacramento, che non è una realtà fisica predeterminata, ma qualcosa che si realizza a livello personale. Proprio il mistero dell’amore come mistero sponsale manifesta l’immensità del nostro compito e la possibilità di caduta nella Chiesa. Sempre di nuovo, attraverso l’amore unificante, essa deve divenire ciò che essa è, e sottrarsi alla tentazione di rifiutare la propria vocazione per cadere nell’infedeltà di un’arbitraria autonomia. Diviene evidente il carattere redazionale e pneumatologico dell’idea di corpo di Cristo e della concezione sponsale, e la ragione per cui la Chiesa non è mai giunta a perfezione ma ha sempre bisogno di rinnovamento. Essa è sempre in cammino verso l’unione con Cristo: ciò che comporta anche la sua propria, interiore unità che diviene, viceversa, tanto più fragile, quanto più si allontana da questo rapporto fondamentale.

XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – LUNEDÌ 10 NOVEMBRE 2008

XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 10 NOVEMBRE 2008

SAN LEONE MAGNO (m)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Tt 1, 1-9
Paolo, servo di Dio, apostolo di Gesù Cristo per chiamare alla fede gli eletti di Dio e per far conoscere la verità che conduce alla pietà ed è fondata sulla speranza della vita eterna, promessa fin dai secoli eterni da quel Dio che non mentisce, e manifestata poi con la sua parola mediante la predicazione che è stata a me affidata per ordine di Dio, nostro salvatore, a Tito, mio vero figlio nella fede comune: grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro salvatore. Per questo ti ho lasciato a Creta perché regolassi ciò che rimane da fare e perché stabilissi presbiteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato: il candidato deve essere irreprensibile, sposato una sola volta, con figli credenti e che non possano essere accusati di dissolutezza o siano insubordinati. Il vescovo infatti, come amministratore di Dio, dev’essere irreprensibile: non arrogante, non iracondo, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagno disonesto, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, pio, padrone di sé, attaccato alla dottrina sicura, secondo l’insegnamento trasmesso, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono.

DAL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=11/10/2008#

San Cipriano (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire

I vantaggi delle pazienza

« Tu gli perdonerai »

La carità è paziente; è benigna la carità… tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1 Cor 13, 7). Lapostolo Paolo ci fa vedere così che essa può perseverare tenacemente per il fatto che sa sopportare tutto. E altrove Sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare lunità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace (Ef 4, 2).

Con ciò ha voluto dimostrare che non si può conservare né lunità né la pace se i fratelli non si sostengono vicendevolmente con la mutua sopportazione e non serbano il vincolo della concordia con laiuto della pazienza. Cosa dire ancora se non di non giurare, né maledire, di non richiedere ciò che ci viene preso, di porgere laltra guancia a chi ci percuote, di perdonare al fratello che ha peccato, non soltanto settante volte sette, ma pure di rimettergli tutti i suoi torti, di amare i nemici, di pregare per i avversari e quanti ci perseguitano.

Come riusciremo a compiere tutto questo se non siamo tenacemente pazienti, toleranti? Questo fece santo Stefano quando, lungi dal gridare vendetta, domandò la grazia per i suoi carnefici dicendo: Signore, non imputar loro questo peccato (At 7, 60).

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 4,1-2; PL 54,148-149)

Il servizio specifico del nostro ministero
Tutta la Chiesa di Dio è ordinata in gradi gerarchici distinti, in modo che l’intero sacro corpo sia formato da membra diverse. Ma, come dice l’Apostolo, tutti noi siamo uno in Cristo (cfr. Gal 3, 28). La divisione degli uffici non è tale da impedire che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per l’unità della fede e del battesimo c’è dunque fra noi, o carissimi, una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità. Lo afferma l’apostolo Pietro: «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2, 5), e più avanti: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2, 9). Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti. Ma da parte vostra è cosa santa e lodevole che vi rallegriate per il giorno della nostra elezione come di un vostro onore personale. Così tutto il corpo della Chiesa riconosce che il carattere sacro della dignità pontificia è unico. Mediante l’unzione santificatrice, esso rifluisce certamente con maggiore abbondanza nei gradi più alti della gerarchia, ma discende anche in considerevole misura in quelli più bassi, La comunione di tutti con questa nostra Sede è, quindi, o carissimi, il grande motivo della letizia. Ma gioia più genuina e più alta sarà per noi se non vi fermerete a considerare la nostra povera persona, ma piuttosto la gloria del beato Pietro apostolo. Si celebri dunque in questo giorno venerando soprattutto colui che si trovò vicino alla sorgente stessa dei carismi e da essa ne fu riempito e come sommerso. Ecco perché molte prerogative erano esclusive della sua persona e, d’altro canto, niente è stato trasmesso ai successori che non si trovasse già in lui. Allora il Verbo fatto uomo abitava già in mezzo a noi. Cristo aveva già dato tutto se stesso per la redenzione del genere umano.

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE – 9 NOVEMBRE – DOMENICA

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE - 9 NOVEMBRE - DOMENICA dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥ 

BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO (catino)

http://santiebeati.it/

DEDICAZIONE DELLA
BASILICA LATERANENSE

9 NOVEMBRE 2008 – DOMENICA

dal sito:

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/1109Page.htm

Il palazzo del Laterano, proprietà della famiglia imperiale, diventò nel secolo IV abitazione ufficiale del Papa. La basilica adiacente, dedicata al divin Salvatore, fu la prima cattedrale del mondo: vi si celebravano specialmente i battesimi nella notte di Pasqua. Dedicata poi anche ai due santi Giovanni, Battista ed Evangelista, per molto tempo fu considerata la Chiesa-madre di Roma e ospitò le sessioni di cinque grandi Concili ecumenici. Le Chiese di tutto il mondo, unendosi oggi alla Chiesa di Roma, le riconoscono la « presidenza della carità » di cui parlava già sant’Ignazio di Antiochia. Similmente avviene per la festa della Dedicazione della chiesa cattedrale di ogni diocesi, alla quale sono «legate» tutte le parrocchie e le comunità che ne dipendono. In ogni edificio-chiesa dedicato a Dio si celebra quel «mistero di salvezza» che opera meraviglie in Maria, negli Angeli e nei Santi. Quella di oggi è una festa del «Signore». Il Verbo, facendosi carne, ha piantato la sua tenda fra noi (cf Gv 1,14). Cristo risorto è presente nella sua Chiesa: ne è il Capo. Le chiese in muratura sono un segno di questa presenza di Cristo: è lui che ivi parla, dà se stesso in cibo, presiede la comunità raccolta in preghiera, «rimane» con noi per sempre (SC 7). Il Cenacolo, le basiliche paleocristiane, le cattedrali del Medioevo, gli edifici sacri del rinascimento o del barocco, le architetture religiose moderne sono sempre «qualificate a dimensione d’uomo»: in ogni tempo la comunità ha proiettato nella struttura dei suoi edifici l’immagine di sé. E non le sono mai mancate le pietre vive per la costruzione del tempio spirituale di cui il Risorto è pietra d’angolo. «Il tempio come figura della Chiesa (cf LG 6) è un richiamo alla comunità e alla comunione. Come un edificio non potrebbe stare in piedi se tutti i materiali di cui è composto non fossero tenuti saldamente insieme in forza dei progetto elaborato dall’architetto ed eseguito dai costruttori, così tutti i membri della Chiesa, «comunità di fede, di speranza e di carità» (LG 8). debbono vivere e operare in una sincera e costante solidarietà e comunione».MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura 1 Cor 3,9c-11.16-17
Fratelli, voi siete edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già
vi si trova, che è Gesù Cristo. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà
lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.

PRIMI VESPRI

Lettura Breve Ef 2, 19-22
Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù
. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

LODI

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di san Cesario di Arles, vescovo
(Disc. 229, 1-3; CCL 104,905-908)

Con il battesimo siamo tutti diventati tempio di Dio
Con gioia e letizia celebriamo oggi, fratelli carissimi, il giorno natalizio di questa chiesa: ma il tempio vivo e vero di Dio dobbiamo esserlo noi. Questo è vero senza dubbio. Tuttavia i popoli cristiani usano celebrare la solennità della chiesa matrice, poiché sanno che è proprio in essa che sono rinati spiritualmente. Per la prima nascita noi eravamo coppe dell’ira di Dio; la seconda nascita ci ha resi calici del suo amore misericordioso. La prima nascita ci ha portati alla morte; la seconda ci ha richiamati alla vita. Prima del battesimo tutti noi eravamo, o carissimi, tempio del diavolo. Dopo il battesimo abbiamo meritato di diventare tempio di Cristo. Se rifletteremo un po’ più attentamente sulla salvezza della nostra anima, non avremo difficoltà a comprendere che siamo il vero e vivo tempio di Dio. «Dio non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo» (At 17, 24), o in case fatte di legno e di pietra, ma soprattutto nell’anima creata a sua immagine per mano dello stesso Autore delle cose. Il grande apostolo Paolo ha detto: «Santo è il tempio di Dio che siete voi» (1 Cor 3, 17). Poiché Cristo con la sua venuta ha cacciato il diavolo dal nostro cuore per prepararsi un tempio dentro di noi, cerchiamo di fare, col suo aiuto, quanto è in nostro potere, perché questo tempio non abbia a subire alcun danno per le nostre cattive azioni. Chiunque si comporta male, fa ingiuria a Cristo. Prima che Cristo ci redimesse, come ho già detto, noi eravamo abitazione del diavolo. In seguito abbiamo meritato di diventare la casa di Dio, solo perché egli si è degnato di fare di noi la sua dimora. Se dunque, o carissimi, vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio. Parlerò in modo che tutti mi possano comprendere: tutte le volte che veniamo in chiesa, riordiniamo le nostre anime così come vorremmo trovare il tempio di Dio. Vuoi trovare una basilica tutta splendente? Non macchiare la tua anima con le sozzure del peccato. Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che, anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fa’ piuttosto in modo che in essa, come dice il Signore, risplenda la luce, delle opere buone, perché sia glorificato colui che sta nei cieli. Come tu entri in questa chiesa, così Dio vuole entrare nella tua anima. Lo ha affermato egli stesso quando ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò (cfr. Lv 26, 11.12).

XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SABATO 8 NOVEMBRE 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Fil 4, 10-19

Fratelli, ho provato grande gioia nel Signore, perché finalmente avete fatto rifiorire i vostri sentimenti nei miei riguardi: in realtà li avevate anche prima, ma vi mancava l’occasione. Non dico questo per bisogno, poiché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dá la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alla mia tribolazione. Ben sapete proprio voi, Filippési, che all’inizio della predicazione del vangelo, quando partii dalla Macedònia, nessuna Chiesa aprì con me un conto di dare o di avere, se non voi soli; ed anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario. Non è però il vostro dono che io ricerco, ma il frutto che ridonda a vostro vantaggio. Adesso ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un profumo di soave odore, un sacrificio accetto e gradito a Dio. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù.

DAL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=11/09/2008#

Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Omelia IX, 1-2: PG 12, 871-872

Essere una pietra viva

Noi tutti che crediamo in Cristo Gesù, siamo chiamati « pietre vive » secondo le parole della Scrittura : « Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo » (1 P 2, 5).

In effetti, quando si tratta di pietre terrene, sappiamo che si bada a porre in primo luogo nelle fondazioni, le pietre più robuste, più resistenti perché si possa porre, sopra, con fiducia, tutto l’edificio. Le pietre impiegate in seguito, di qualità un pò inferiore, sono poste accanto alle pietre di fondazione : E così via a seconda della resistenza delle pietre… fino al tetto. Occorre comprendere che questo riguarda anche le pietre vive, fra le quali alcune sono nelle fondazioni del nostro edificio spirituale. E quali sono queste pietre poste nelle fondazioni ? « Gli apostoli e i profeti ». Tale è l’insegnamento di Paolo : « Edificati, dice, sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù » (Ef 2, 20).

Per prepararti più attivamente, tu che mi ascolti, alla costruzione di questo edificio, per essere una pietra vicina al fondamento, devi sapere che lo stesso Gesù è il fondamento dell’edificio che descriviamo. È ciò che afferma l’apostolo Paolo : « Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già si trova, che è Gesù Cristo » (1 Cor 3, 11). Beati dunque coloro che hanno costruito edifici religiosi e santi su quel nobilissimo fondamento !

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal Trattato «Sul bene della morte» di sant’Ambrogio, vescovo
(Capp. 3, 9; 4, 15; CSEL 32, 710. 716-717)

Portiamo sempre e dovunque la morte di Cristo

Dice l’Apostolo: «Il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6, 14). Inoltre, perché sappiamo che anche vivendo possiamo avere una morte, ma buona però, ci esorta a portare sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché colui che avrà avuto in sé la morte di Gesù, avrà nel suo corpo anche la vita del Signore Gesù (cfr. 2 Cor 4, 10). Allora operi pure in noi la morte, perché compia la sua opera anche la vita. Venga una buona vita dopo la morte, cioè, una buona vita dopo la vittoria, una buona vita al termine della battaglia. La legge della carne non sia più in grado di opporsi alla legge dello spirito, e non vi sia più nessuna lotta con il corpo mortale, ma nel corpo mortale regni la vittoria. E non saprei dire io stesso se questa morte non abbia maggiore potenza della vita. Certo mi sento spinto dall’autorità dell’Apostolo che dice: «In noi opera la morte, ma in voi la vita» (2 Cor 4, 12). La morte di uno solo, a quanti popoli portò la vita! Perciò insegna che noi, posti in questa vita, dobbiamo desiderare questa morte, perché la morte di Cristo risplenda nel nostro corpo, quella morte beata per mezzo della quale l’uomo esteriore si va disfacendo perché quello interiore si rinnovi di giorno in giorno (cfr. 2 Cor 4, 16) e la nostra abitazione terrestre venga disfatta (cfr. 2 Cor 5, 1) e così ci si apra la dimora celeste. Pertanto imita la morte colui che si sottrae alla complicità di questa carne e si scioglie da quelle catene di cui parla il Signore per mezzo di Isaia: «Sciogli le catene inique, togli i legami del giogo, rimanda liberi gli oppressi e spezza ogni giogo» (Is 58, 6). Perciò il Signore permise che sottentrasse la morte perché cessasse il peccato. Ma perché a sua volta la morte non segnasse la fine della natura, fu data la risurrezione dei morti. Così per mezzo della morte veniva a cessare la colpa e per mezzo della risurrezione la natura restava per sempre. Questa morte dunque è il passaggio obbligato per tutti. Bisogna che la tua vita sia un passaggio continuo, che tu compia un passaggio dalla corruzione all’incorruzione, dalla mortalità all’immortalità, dai turbamenti alla quiete. Non ti disgusti perciò il nome della morte; ti allietino, invece, i benefici di un transito felice. In realtà che cosa è la morte se non la sepoltura dei vizi e la risurrezione delle virtù? Per cui anche Balaam ha detto: «Possa io morire della morte dei giusti» (Nm 23, 10), vale a dire: che io sia sepolto in modo da deporre i vizi e da rivestire la grazia dei giusti, i quali portano sempre e dappertutto nel loro corpo e nella loro anima la morte di Cristo.

LODI

Lettura Breve Fil 2, 14-15
Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo.

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