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XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – GIOVEDÌ 13 NOVEMBRE 2008

XXXII SETTTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

GIOVEDÌ 13 NOVEMBRE 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Fm 1, 7-20
Carissimo, la tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, poiché il cuore dei credenti è stato confortato per opera tua. Per questo, pur avendo in Cristo piena libertà di comandarti ciò che devi fare, preferisco pregarti in nome della carità, così qual io sono, Paolo, vecchio, e ora anche prigioniero per Cristo Gesù; ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, Onèsimo, quello che un giorno ti fu inutile, ma ora è utile a te e a me. Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore. Avrei voluto trattenerlo presso di me perché mi servisse in vece tua nelle catene che porto per il vangelo. Ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, perché il bene che farai non sapesse di costrizione, ma fosse spontaneo. Forse per questo è stato separato da te per un momento perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri come amico, accoglilo come me stesso. E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Lo scrivo di mio pugno, io, Paolo: pagherò io stesso. Per non dirti che anche tu mi sei debitore e proprio di te stesso! Sì, fratello! Che io possa ottenere da te questo favore nel Signore; dá questo sollievo al mio cuore in Cristo!

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dall’«Omelia» di un autore del secondo secolo
(Capp. 13, 2 – 14, 5; Funk, 1, 159-161)

La Chiesa viva è corpo di Cristo
Dice il Signore: Il mio nome è bestemmiato tra tutti i popoli (cfr. Is 52, 5). E ancora: Guai a colui a causa del quale il mio nome viene bestemmiato (cfr. Rm 2, 24). Ma perché viene bestemmiato? Perché noi non mettiamo in pratica ciò che insegniamo. Infatti la gente, sentendo dalla nostra bocca le parole di Dio, ne resta stupita, perché quelle parole sono buone, sono stupende. Ma poi, notando che le nostre azioni non corrispondono alle parole che diciamo, ecco che prorompono in bestemmie, affermando che tutto ciò non è che una favola e una serie di inganni. Sentono da noi ciò che dice Dio: Non è per voi un merito, se amate quelli che amano voi; merito lo avete se amate i vostri nemici e coloro che vi odiano (cfr. Mt 5, 46). Udendo ciò, ammirano la nobiltà di tanto amore. Ma vedono poi che noi, non soltanto non amiamo quelli che ci odiano, ma nemmeno quelli che ci vogliono bene. Allora si fanno beffe di noi e così il nome di Dio è bestemmiato. Fratelli, compiamo la volontà di Dio, Padre nostro, e faremo parte di quella Chiesa spirituale che fu creata prima ancora del sole e della luna. Ma se non faremo la volontà del Signore, sarà per noi quell’affermazione della Scrittura che dice: La mia casa è diventata una spelonca di ladri (cfr. Ger 7, 11; Mt 21, 13). Perciò facciamo la nostra scelta, cerchiamo di appartenere alla Chiesa della vita, per essere salvi. Penso che sappiate che la Chiesa viva «è corpo di Cristo» (1 Cor 12, 27). Ecco perché la Scrittura dice: «Dio creò l’uomo maschio e femmina» (Gn 1, 27; 5, 2). L’uno è Cristo, l’altra è la Chiesa. Del resto anche la Scrittura e gli apostoli affermano che la Chiesa non ha avuto origine in questo tempo, ma è da sempre, perché è spirituale, come il nostro Gesù; ma si è manifestata in questi ultimi tempi per dare a noi la salvezza. Questa Chiesa, che è spirituale, è apparsa nella carne di Cristo per ricordarci che, se uno di noi le è fedele nella carne e non l’abbandona, la riceverà nello Spirito Santo. In realtà questa carne è immagine dello spirito. Chi dunque perderà la copia, non potrà ricevere il modello originale. Perciò così ci parla, o fratelli: rispettate la carne, per essere partecipi dello spirito. Ma se diciamo che la carne è la Chiesa e lo spirito è Cristo, ne consegue che chi profana la carne, profana anche la Chiesa. Egli, di conseguenza, non sarà partecipe dello spirito che è Cristo. Questa carne, dunque, può ricevere, con l’aiuto dello Spirito Santo, una vita mirabile e la stessa interruzione, e nessuno è in grado di spiegare o dire ciò che Dio ha preparato per i suoi eletti.

LODI

Lettura Breve Rm 8, 18-21
Io ritengo, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovr
à
essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.

VESPRI

Lettura breve Cfr. Col 1, 23
Rimanete fondati e fermi nella fede e non vi lasciate allontanare dalla speranza promessa nel Vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunziato ad ogni creatura sotto il cielo.

XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MERCOLEDÌ 12 NOVEMBRE 2008

XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MERCOLEDÌ 12 NOVEMBRE 2008

SAN GIOSAFAT – Vescovo e martire (m)

 

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Tt 3, 1-7
Carissimo, ricorda a tutti di esser sottomessi ai magistrati e alle autorità, di obbedire, di essere pronti per ogni opera buona, di non parlar male di nessuno, di evitare le contese, di esser mansueti, mostrando ogni dolcezza verso tutti gli uomini. Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda.
Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavàcro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dall’enciclica «Ecclesiam Dei» di Pio XI, papa (AAS 15 [1923] 573-582)

Versò il suo sangue per l’unità della Chiesa
La Chiesa di Dio, per ammirabile provvidenza, fu costituita in modo da riuscire nella pienezza dei tempi come un’immensa famiglia. Essa è destinata ad abbracciare l’universalità del genere umano e perciò, come sappiamo, fu resa divinamente manifesta per mezzo dell’unità ecumenica che è una delle sue note caratteristiche. Cristo, Signor nostro, non si appagò di affidare ai soli apostoli la missione che egli aveva ricevuto dal Padre, quando disse: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28,18-19). Ma volle pure che il collegio apostolico fosse perfettamente uno, con doppio e strettissimo vincolo. Il primo è quello interiore della fede e della carità, che è stata riversata nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cfr. Rm 5,5). L’altro è quello esterno del governo di uno solo sopra tutti. A Pietro, infatti, fu affidato il primato sugli altri apostoli come a perpetuo principio e visibile fondamento di unità. Ma perché tale unità e concordia si perpetuasse, Iddio, sommamente provvido, la volle consacrare, per così dire, col sigillo della santità e, insieme, del martirio. Un onore così grande è toccato appunto a san Giosafat, arcivescovo di Polock, di rito slavo orientale, che a buon diritto va riconosciuto come gloria e sostegno degli Slavi orientali. Nessuno diede al loro nome una rinomanza maggiore, o provvide meglio alla loro salute di questo loro pastore ed apostolo, specialmente per aver egli versato il proprio sangue per l’unità della santa Chiesa. C’è di più. Sentendosi mosso da ispirazione divina a ristabilire dappertutto la santa unità, comprese che molto avrebbe giovato a ciò il ritenere nell’unione con la Chiesa cattolica il rito orientale slavo e l’istituto monastico basiliano. E parimenti, avendo anzitutto a cuore l’unione dei suoi concittadini con la cattedra di Pietro, cercava da ogni parte argomenti efficaci a promuoverla e a consolidarla, principalmente studiando quei libri liturgici che gli Orientali, e i dissidenti stessi, sono soliti usare secondo le prescrizioni dei santi padri. Premessa una così diligente preparazione, egli si accinse quindi a trattare, con forza e soavità insieme, la causa della restaurazione dell’unità, ottenendo frutti così copiosi da meritare dagli stessi avversari il titolo di «rapitore delle anime».

LODI

Lettura Breve 2 Cor 1, 3-5
Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Ges
ù
Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.

XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ 11.11.2008

XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 11 NOVEMBRE 2008

SAN MARTINO DI TOUR Vescovo (m)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura Tt 2,1-8.11-14
Carissimo, insegna ciò che è secondo la sana dottrina: i vecchi siano sobri, dignitosi, assennati, saldi nella fede, nell’amore e nella pazienza. Ugualmente le donne anziane si comportino in maniera degna dei credenti; non siano maldicenti né schiave di molto vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, ad essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non debba diventare oggetto di biasimo. Esorta ancora i più giovani a essere assennati, offrendo te stesso come esempio in tutto di buona condotta, con purezza di dottrina, dignità, linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti confuso, non avendo nulla di male da dire sul conto nostro. E’ apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone.

LODI

Lettura Breve Eb 13, 7-8
Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!

“DALLE COSE CHE PATÌ” (Eb 5,8) (Prof. Nello Casalini)

“DALLE COSE CHE PATÌ” (Eb 5,8)

del Padre Prof: Nello Casalini, SBF Jerusalem, SBF Jerusalem

Agli Ebrei. Discorso di esortazione (SBF Analecta, 34)

La citazione del titolo, per essere comprensibile, deve essere completata: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (NOTA 1). Ma anche così le difficoltà non sono scomparse. La Lettera agli Ebrei sta parlando di Cristo, sommo sacerdote, e sta dicendo che egli sa compatire ogni nostra debolezza, perché egli stesso ne ha fatto esperienza; questo sommo sacerdote è Gesù ed è il Figlio di Dio. In questa affermazione emerge una certa tensione: certo ogni sacerdote sommo deve essere compassionevole, anche perché lui stesso partecipa della condizione di debolezza della sua gente, ma in Gesù c’è assenza di peccato; inoltre egli è sacerdote in una maniera tutta particolare, «secondo l’ordine di Melchisedek»; e poi soprattutto egli è Figlio. È compatibile questa qualifica con il bisogno di imparare l’obbedienza? E perché questo processo doveva essere propiziato dalla sua sofferenza? Sorge spontanea la domanda: il Figlio non era ancora obbediente? E, prima ancora, perché doveva essere obbediente? La sofferenza era finalizzata alla «educazione» del Figlio o alla redenzione dell’umanità? Condizione di Figlio, realtà e modalità della sofferenza, atteggiamento dell’obbedienza, processo dell’apprendimento sono i vertici di un sistema di rapporti che stanno tra loro in non immediata evidenza. Interroghiamo in un primo momento il contesto immediato (1), per passare poi a ognuno dei punti del quadrilatero visto ora: l’ubbidienza (2), il Figlio (3), le cose che patì (4), l’educazione all’ubbidienza attraverso la sofferenza (5). Nascerà uno spontaneo confronto con il messaggio che ci giunge dalla Sindone (6).

1. Il contesto immediato

Nel capitolo precedente (cap. 4), al versetto 14 suonava un invito a mantenere la professione

di fede nel nostro «grande sommo sacerdote», Gesù, Figlio di Dio, che ha attraversato i cieli. Egli è degno di fede. Il discorso continua spiegando che questo sacerdote grande, degno di fede, è capace anche di tanta misericordia, perché egli ha fatto esperienza di tutta la nostra debolezza (tranne che del peccato). L’invito allora si completa nell’esortazione ad accostarci con fiducia al trono della grazia, «per ricevere misericordia e grazia» (v. 16). Subito però l’autore sente il bisogno di approfondire le motivazioni di quanto ha affermato e spiega come Gesù possa esercitare l’ufficio di intermediario fra gli uomini e Dio: già ogni sommo sacerdote sente compassione per chi è nell’ignoranza e nell’errore; così è anche di Cristo, in un rapporto di somiglianza un po’ asimmetrica. A somiglianza degli altri sommi sacerdoti Gesù ha ricevuto da Dio la gloria di sommo sacerdote, ma a lui è stato detto «sei mio Figlio», e in eterno, secondo l’ordine di Melchisedek (cap. 5, vv. 6 e 10); e poi lui non ha peccato. Questi aspetti dell’asimmetria verranno però sviluppati abbondantemente più avanti nella Lettera.

Per ora, nei vv. 7-10 del cap. 5, l’autore insiste sulla partecipazione di Gesù al destino umano di sofferenza, che l’ha portato alla morte, anche se ne fu poi liberato. Tutto l’atteggiamento di

Gesù fu caratterizzato dall’ubbidienza al Padre e così egli poté diventare causa di salvezza per

quanti ubbidiscono a lui. Ma l’ubbidienza al Padre fu appresa attraverso la sofferenza: è

l’insegnamento del nostro versetto 8. Nella coerenza col ragionamento generale questo versetto rappresenta una punta un po’ anomala: è chiaro e diffuso il discorso della sofferenza, che accomuna Gesù agli uomini di cui egli è mediatore; si capisce anche quello dell’ubbidienza (un po’ in subordine, nel contesto, nei riguardi della tematica della sofferenza), che rende Gesù simile a quanti saranno salvati ubbidendo a lui; ma la funzione didattica della sofferenza nei riguardi di Gesù non è attesa.

2. L’ubbidienza

Gesù è stato sempre ubbidiente al Padre. Ci teneva anche a dirlo, perché lo vedeva come l’unica risposta giusta alla missione che il Padre gli aveva affidato. Nel Nuovo Testamento questa verità è affermata da tutti gli autori, anche se non sempre esattamente con le stesse espressioni. In alternativa con il linguaggio di ubbidienza risuona quello equivalente di fare la volontà di Dio o del Padre. Nei vangeli sinottici è riportata l’esclamazione pronunciata nell’orto degli ulivi, in una delle ore più difficili della vita di Gesù: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (Mt 26,42)(NOTA 2). In Giovanni risuona il principio programmatico: « Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (4,34). È però Paolo che ci dà il parallelo più illuminante, quando tenta una descrizione del mistero di Gesù nell’inno della Lettera ai Filippesi: «apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (2,7-8). C’è dunque un convincimento che ha le radici nell’intenzione stessa dichiarata da Gesù e che la predicazione primitiva ha conservato in memoria ed evidenziato: Gesù ha assunto come principio primo del suo agire l’adesione totale e amorosa alla volontà del Padre. Egli non sente nemmeno la necessità di esplicitarne le ragioni, tanto esse coincidono con la motivazione stessa della sua presenza nel mondo. Evidentemente da questo atteggiamento scaturiscono i frutti del suo intervento tra gli uomini. È ancora Paolo che afferma che, «come per la disubbidienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5, 19). Nel nostro testo della Lettera agli Ebrei le conseguenze dell’ubbidienza imparata ed esercitata da Gesù sono espresse con una frase molto densa nel versetto successivo al nostro: «reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (v. 9). Attraverso la sofferenza che egli ha sopportato e l’ubbidienza che ha imparato Gesù è diventato perfetto e questa perfezione ha reso efficace l’intervento di Gesù per quanti accettano, a loro volta, di esercitare ubbidienza, ma nei confronti di Gesù stesso.

Dunque l’ubbidienza ha un effetto sulla realtà stessa di Gesù, rendendola perfetta, cioè esattamente ciò che deve essere, in ordine alla sua missione, e un effetto su quanti si allineano sul suo esempio, portandoli alla salvezza. C’è un altro passo che ha affermazioni simili, limitatamente a Gesù: «Era giusto che colui, per il quale e dal quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li guida alla salvezza» (Eb 2,10)( NOTA 3). Manca solo l’ubbidienza, perché ciò che rende perfetto è la sofferenza; perciò manca anche la funzione esemplare, ma è accentuata l’efficacia di salvezza.

3. Il Figlio

Colui che ha dovuto imparare l’ubbidienza dalla sofferenza è il Figlio. Non è eccezionale che il figlio ubbidisca, anzi appartiene al ruolo, anche per il Figlio di Dio. Il Nuovo Testamento presenta spesso il Figlio in atteggiamento di ubbidienza al Padre; nel nostro passo l’autore rileva come fatto eccezionale l’avere egli (il Figlio!) imparato l’ubbidienza attraverso la sofferenza. Ma il Figlio 2 ha accettato per la sua esistenza una funzione assai complessa, di cui si colgono elementi in tutta la testimonianza neotestamentaria. Il Figlio partecipa della vita del Padre e contemporaneamente svolge la funzione di sommo sacerdote, tratto dagli uomini, come loro intermediario presso Dio. I due aspetti non si contrappongono bensì si amalgamano in sintesi organica e non è raro che se ne scambino le proprietà. Accade allora che il sacerdozio porti con sé elementi che nella pura condizione umana non sarebbero presenti. Si apre qui la considerazione sulla preesistenza del Figlio-sacerdote e sulla distinzione della condizione della preesistenza da quella della sua esperienza terrena. Possiamo tornare al famoso inno della Lettera ai Filippesi, anche se in esso il soggetto è il Cristo e non il Figlio (NOTA 4): la gloria della preesistenza dell’inviato del Padre lascia il posto a una condizione terrena che coniuga abbassamento, ubbidienza, morte, croce (Fil 2, 6-8). Le conseguenze di questa ubbidienza radicale sono enunciate solo in termini di capovolgimento della situazione di Cristo, che viene «superesaltato» come «Signore», perché inizialmente l’inno era frutto di una contemplazione della vicenda di Gesù e non, direttamente, della nostra. In funzione della nostra vicenda Paolo esplicita solo l’esemplarità del comportamento di Gesù5, proposto come modello ai cristiani di Filippi («abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù»: v. (NOTA 5). Per essere esempio, il Cristo deve appartenere alla sfera dell’esistenza dell’uomo. La realtà complessa del Figlio-sacerdote offre la risposta a una delle obiezioni che sorgono contro l’affermazione che avevamo udito: il Figlio eterno può crescere in perfezione? È stato notato che il vocabolario di perfezione ha un riferimento alle descrizioni che l’Antico Testamento fa della consacrazione del sommo sacerdote: il rito di consacrazione (consistente in un sacrificio) rendeva adatto il candidato alla sua funzione sacrificale. Nei confronti di Gesù accade che l’ubbidienza appresa dalla sofferenza lo rende perfetto, cioè adatto a offrire per gli uomini. Per la sua funzione di sommo sacerdote presa di tra gli uomini questa crescita doveva esserci e di fatto ha avuto luogo.

4. Le cose che patì

Non è difficile immaginare a che cosa pensasse l’autore con questo riferimento. L’accettazione della volontà del Padre ha un pronunciamento esplicito durante l’agonia del Getsemani, quando Gesù sente abbattersi su di sé gli effetti del trionfo del male, fino all’annientamento della sua vita. Il nostro autore sembra farvi esplicito richiamo, ricordando che Gesù «nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte»; se poi aggiunge che «fu esaudito per la sua pietà» (Eb 5,7), non è per dire che gli fu risparmiata la sofferenza, ma che dopo questa sofferenza egli fu liberato dalla morte. Nell’inno di Filippesi l’ubbidienza era collegata con la morte di croce. Se l’espressione generica delle «cose che patì» è da riferirsi a tutte le cause di sofferenza con cui Gesù dovette scontrarsi durante l’intera sua vita, certamente essa intende in primo luogo il momento culminante della passione e morte. Sofferenza e ubbidienza sono inseparabili e si qualificano a vicenda: ci potrebbe essere sofferenza senza ubbidienza e non avrebbe il dono della fecondità; ci potrebbe essere ubbidienza senza sofferenza, ma non è la via scelta da Dio per il suo Figlio, il nostro sacerdote. La prima parte è comprensibile, la seconda è mistero. I primi cristiani, quando enunciavano gli elementi essenziali dei quali si componeva il segreto di Gesù, univano spontaneamente la sua morte ai nostri peccati: «Morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Co 15,3). L’ubbidienza nella sofferenza è strettamente unita alla presenza del peccato, che ne è causa; l’annullamento e distruzione del peccato è il frutto di quella sofferenza ubbidiente. Sentiamo appropriato un unico commento: deve essere una cosa terribilmente grave il peccato, capace di causare tanta sofferenza; deve essere eccezionalmente efficace una sofferenza capace di annullare tanto male.

5. L’educazione all’ubbidienza attraverso la sofferenza

Il comportamento del nostro sommo sacerdote porta salvezza a chi entra nel suo ordine di

pensiero e di comportamento: ha finalità ed efficacia di salvezza. Ma l’ordine delle funzioni è sorprendente: al primo posto si trova la sofferenza e poi, grazie alla sua funzione educatrice,

l’ubbidienza. Grande efficacia salvifica è riconosciuta dunque a quest’ultima. A volte le affermazioni della Scrittura sembrano contraddirsi. Nell’inno di Filippesi sembra di assistere a un altro ordine: prima c’è la determinazione di Cristo ad autoabbassarsi in condizione di schiavo e poi viene la sofferenza della morte di croce. L’atteggiamento ubbidiente spiega la scelta della morte e dunque la precede. Non è però lecito eccedere nella logica delle contrapposizioni, perché le due sequenze non sono incompatibili: l’ubbidienza spiega l’accettazione totale della più radicale sofferenza; la sofferenza a sua volta è maestra di ubbidienza. La ragione ultima della coesistenza dei due aspetti è da trovare ancora nella ineffabile unione delle componenti del mistero del Figlio-sommo sacerdote. Il tema dell’insegnamento che la sofferenza porta nell’esperienza umana ha una mesta diffusa presenza sia nella letteratura profana greca sia nella letteratura biblica. Si parte da una constatazione modesta del «patire [che] dà senno allo stolto» (Esiodo) per passare al proverbio «Se non soffri non impari» (riportato da Platone), oppure (secondo una finale di favola di Esopo) «le disgrazie diventano insegnamenti per gli uomini». L’Antico Testamento arricchisce questa tematica con i toni della sua religiosità: «Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non avere a noia la sua esortazione. Perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto» (Prov 3,11.12) e ancora «chi non ha avuto delle prove poco conosce» (Sir 34,10). La spiritualità anticotestamentaria giunge fino a fare di questa consapevolezza un passaggio nel cammino verso Dio. Il ricordo va spontaneo all’esperienza di Geremia e a quella di alcuni salmisti: «Prima di essere umiliato andavo errando, ma ora osservo la tua parola… Bene per me se sono stato umiliato, perché impari a obbedirti» (Sal 119,67.71). Anche Gesù, il Figlio, è entrato in questa dinamica: egli ha condiviso talmente la condizione umana da accogliere anche questo servizio che gli veniva dalla sofferenza. Pur assoggettato a questa legge, il Figlio si differenzia per la chiarezza della sua scelta, compiuta con una determinazione che la Lettera enfatizza per evidenziarne l’esemplarità eccezionale: «Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi si sottopose alla croce, disprezzando

l’ignominia e si è assiso alla destra del trono di Dio» (12,2). Ciò non impedisce all’autore della nostra Lettera di affermare che Gesù ha accettato l’educazione che la sofferenza gli dava in funzione dell’ubbidienza: a tanto è giunta l’assunzione del criterio di solidarietà verso gli uomini. L’insegnamento termina all’obbedienza, genera ubbidienza: nel momento in cui l’esperienza del patire si fa tanto insopportabile da suggerire il rifiuto, in quel momento dalla tribolazione giunge il suggerimento all’accettazione della volontà stessa che ha inviato il soffrire. In Gesù s’è realizzato un principio duro e pur provvidenziale, che è noto come legge per tutti. Il suo esempio è quindi da seguire senza riserve. Anzi, suggerisce il ragionamento, la cosa vale «a fortiori», perché Gesù ha accettato al massimo grado la volontà di chi gli inviava la sofferenza e perché lui era Figlio, e senza peccato. E in questo modo egli è in massimo grado «capace di sentire compassione», come si leggeva poco sopra, al v. 2.

6. Il messaggio della Sindone

Giunti al termine del cammino, rivediamo le cose che ci sono venute incontro. Il nostro versetto era parte di un piccolo racconto: il Figlio, che era stato proclamato sommo sacerdote, durante la sua vita terrena incontrò la più grande sofferenza. La sofferenza gli costò moltissimo, al punto che egli avrebbe desiderato evitarla. Pregò per questo e il Padre lo esaudì, ma non come potremmo pensare noi, ché anzi l’intervento della sofferenza continuò e fu determinante sul suo cammino verso l’ubbidienza perfetta e la perfezione del suo servizio. Questa perfezione divenne titolo per dare efficacia al suo intervento di salvezza in favore degli uomini e per chiedere agli uomini di risponder anch’essi con atteggiamento di ubbidienza. Il Padre a sua volta liberò lui dalle conseguenze della sua sofferenza, con la risurrezione da morte. È possibile compiere ancora un passo: leggere questa descrizione davanti alla Sindone. Lo spettacolo che essa ci offre è quello della sofferenza educatrice e salvatrice di cui ci parlava la Lettera. Colui che soffre è il Figlio, il nostro sommo sacerdote, degno di fede, ricco di misericordia, reso perfetto dalla sua esperienza di dolore. Ciò che sulla Sindone si vede maggiormente è la sofferenza; la Scrittura ci offre la consapevolezza delle componenti di quella sofferenza: di colui che l’ha affrontata, dello stato d’animo con cui l’ha accolta, degli effetti che ha prodotto in lui per l’efficacia del suo sacerdozio, degli effetti che ha prodotto in coloro che accettano come lui lo stesso atteggiamento di ubbidienza, verso di lui e quindi verso il Padre. Dalla sofferenza anche oggi sgorga l’efficacia educativa per l’acquisizione dell’ubbidienza: la sofferenza che contemplo nel mio Signore, la sofferenza che egli mi partecipa come parte di eredità nella mia vita. Una sofferenza che non piace: la Scrittura non si entusiasma in una mistica del dolore, ma forma a un’accettazione di esso, alla «ubbidienza».

L’ubbidienza è come altre realtà che riguardano Dio: è dono ed è conquista. Solo da lui si può implorare la forza di esercitarla, solo nell’esercizio costante dell’accettazione della sua volontà6

l’ubbidienza diventa espressione determinante del nostro atteggiamento. Senza ubbidienza non ci si apre alla sofferenza in unione al nostro sacerdote grande; dalla sofferenza la nostra ubbidienza è resa più consapevole e determinata. Nella Bibbia si parla di ubbidienza della fede. L’ubbidienza nella sofferenza non è distante dall’ubbidienza della fede e lungo tutto il nostro cammino la fede era il riferimento nascosto: dalla fede l’ubbidienza della sofferenza riceve illuminazione, alla fede la sofferenza conferisce fortezza di impegno.

In un mondo senza fede la sofferenza è presente nelle sue forme più parossistiche, più inspiegabilmente gratuite e feroci. Si direbbe che in intensità, malvagità, assurdità si moltiplichi sempre più: viene da pensare che non insegni nulla, che perda sempre più senso, se pur mai ne ha avuto uno. Potrà ancora avere senso proporre la Sindone in questo mondo? Colui che ha portato il peso della sofferenza attestata dalla Sindone era il Figlio, l’innocente; la sua sofferenza poteva essere giudicata assurda, ma fu redentrice. Nel nostro mondo camminano a fianco a fianco l’assurdità della sofferenza innocente e la malvagità di chi è causa di tanta sofferenza. All’angoscia dello smarrimento del senso, del capovolgimento dei valori, l’immagine che parla da quel Telo benedetto continua a proporre l’unico valore che la spiega, l’ubbidienza: a un amore totale, misterioso, che persegue i suoi obiettivi di salvezza per vie non gradite, e pure infallibili, efficaci proprio nel momento in cui sembrano divenute prive di speranza. Continua ad avere senso proporre la Sindone, anche in questo mondo.

NOTE

1. Questo intervento non sarà corredato da note giustificative delle posizioni prese e informative della discussione in atto. Segnalo alcune voci di bibliografia elementare.Tra i commentari: in italiano erano noti Teodorico da Castel S. Pietro, L’Epistola agli Ebrei (La Sacra Bibbia), Marietti, Torino 1952 e le traduzioni di J. Bonsirven, San Paolo, Epistola agli Ebrei (Verbum salutis), Studium, Roma 1962; O.Kuss, Lettera agli Ebrei (Nuovo Testamento Commentato, 8/1), Morcelliana, Brescia 1966; F. J. Schierse, Lettera agli Ebrei (Commenti spirituali del Nuovo Testamento)), Città nuova, Roma 1968; H. Strathmann, La Lettera agli Ebrei, in J. Jeremias-H. Strathmann, Le Lettere a Timoteo e a Tito. La Lettera agli Ebrei (Nuovo Testamento, 9), Paideia, Brescia 1973, 129-289; A. Strobel, La lettera agli Ebrei ((Nuovo Testamento. Nuova serie, 9/2), Paideia, Brescia 1997. Più recenti i due commentari di F. Manzi, Lettera agli Ebrei (Dabar-Logos-Parola. Lectio divina popolare), Ed. Messaggero, Padova 2001 e specialmente Lettera agli Ebrei (Nuovo Testamento. Commento esegetico e spirituale), Città Nuova, Roma 2001. Fra le edizioni estere: J. Héring, L’Épître aux Hébreux (Commentarire du N.T., 12), Delachaux et Niestlé, Neuchâtel-Paris 1954; C. Spicq, L’Épître aux Hébreux (Sources Bibliques), Gabalda, Paris 1977; E. Grässer, An die Hebräer, I. Heb 1-6 (EKK 17), Benziger-Neukirchener, Zürich-Neukirchen 1990; H.-F. Weiss, Der Brief an die Hebräer (KEKNT 13), Vandenhoeck und Ruprecht, Göttingen 1991; C. R. Koester, Hebrews (The Anchor Bible), Doubleday, New York… 2001. Fra le monografie: G. Segalla, Volontà di Dio e dell’uomo in Giovanni (Vangelo e Lettere) (Supplementi alla Rivista Biblica, 6), Paideia, Brescia 1974; J. Swetnam, Jesus and Isaac. A Study of the Epistole to the Hebrews in the Light of the Aqedah (Analecta Biblica, 94), Biblical Insitute Press, Roma 1981; H. Feld, Der Hebräerbrief (EdF, 228), WBG, Darmstadt 1985; N. Casalini, Agli Ebrei. Discorso di esortazione (SBF Analecta, 34), Franciscan Printing Press, Jerusalem 1992; B. Lindars, La teologia della Lettera agli Ebrei (Letture Bibliche, 7), Paideia, Brescia 1993; P. Garuti, Alle origini dell’omiletica cristiana. La lettera agli Ebrei. Note di analisi retorica (SBF Analecta, 38), Franciscan Printing Press, Jerusalem 1995. Di grande utilità le opere di A. Vanhoye, come La structure littéraire de l’Épître aux Hébreux, Desclée de Brouwer, s.l. ²1976 e Prêtres anciens prêtre nouveau selon le Nouveau Testament, Seuil, Paris 1980. Sulla tematica specifica del nostro versetto, in particolare dell’«imparare l’ubbidienza», è ancora istruttiva la raccolta di materiale offerta da J. Coste, Notion grecque et notion biblique de la «souffrance éducatrice» (À propos d’Hébreux, V, 8), in RSR 43 (1955) 481-523; ne avevo scritto anch’io: G. G., La sofferenza nella poesia greca, in «Anima e corpi» 25(1969), 109-124; 227-241.

2. Il dialogo col Padre è riportato in due momenti. Nel primo Gesù diceva: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (v. 39). Probabilmente l’autore della nostra Lettera pensa ai due momenti di questo dialogo, quando dice che Gesù «offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte» (Eb 5,7). Affermando che egli «fu esaudito per la sua pietà», il nostro autore si stacca dall’episodio del Getsemani e anticipa il risultato finale di tutto il cammino terreno di Gesù. Si veda più avanti, al § 4.3

3. Il «capo» può essere il capofila o, come traduce Manzi, il «pioniere». Queste sfumature non sono determinanti per il senso che stiamo cercando.

4. Per il nostro ragionamento la differenza non è rilevante.

5. Anche se alcuni concetti, come la signoria di Cristo e la gloria del Padre si aprono alla realtà della salvezza dell’uomo.

6. Lc 9,51 dice che Gesù, «mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gesrusalemme». «Si diresse decisamente» è versione esatta ma indebolita dell’espressione di Luca, che letteralmente dice: «piantò saldamente il volto per andare…», per indicare contemporaneamente la determinazione e lo sforzo della volontà nell’affrontare la prospettiva della sofferenza enorme che gli veniva incontro.

TRADIZIONE E INNOVAZIONE NELLE LETTERE PASTORALI – PDF (LINK)

TRADIZIONE E INNOVAZIONE NELLE LETTERE PASTORALI – PDF

del Padre Prof.  Nello Casalini, SBF Jerusalem

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/Books/LA56/LA56225Casalini_Tradizione.pdf

La liturgia della vita in san Paolo

Dal sito delle “Pie Discepole del Divin Maestro”:

http://www.pddm.it/vita/vita_08/index_08.htm

LA VITA IN CRISTO E NELLA CHIESA

Mensile di formazione liturgica e InformazioneMensile di formazione liturgica e Informazione

La liturgia della vita in san Paolo

San Paolo è ancora vivo oggi e continua a formare le generazioni cristiane, specialmente quando nella liturgia della Chiesa si leggono le sue lettere o i brani degli Atti degli Apostoli che lo riguardano. Dio infatti ha preparato l’apostolo per una missione speciale che ha oltrepassato la propria vicenda personale. Quando il giovane Saulo di Tarso, terminata la prima formazione, giungeva a Gerusalemme per seguire le lezioni di Gamaliele (cf At 22,3), il più dotto scriba fariseo del momento, si è trovato di fronte alla spianata del tempio consacrato a Dio dai suoi padri. Le lezioni dei rabbi erano infatti impartite sotto i portici o nelle sale degli edifici che occupavano la parte centrale della spianata. Il tempio, posto a oriente, era il cuore della città santa verso cui si volgeva il desiderio di ogni israelita. Saulo lo avrà certamente ammirato nell’imponenza della costruzione, delimitata da un duplice portico e suddivisa con un quadruplice ordine di cortili; il santuario, il cui tetto era ricoperto d’oro, occupava la parte centrale. Per le grandi feste annuali, i pellegrini, venuti da ogni direzione, coprivano le strade della Palestina e salivano al tempio cantando i salmi delle ascensioni (Salmi 120-134). Saulo vibrava a questo ritmo e partecipava alle splendide liturgie nel tempio. Egli imparava il valore delle pratiche cultuali del suo popolo, il riposo sabbatico, l’ufficio sinagogale, il digiuno del giorno dell’espiazione, le preghiere che accompagnavano gli atti quotidiani, l’uso dei filattèri e delle frange, i digiuni spontanei, le offerte e i voti. La fede in Dio e lo studio della Torah impregnano tutti i momenti e tutte le azioni della sua esistenza, seguendo lo schema rituale della separazione dalla realtà profana. Il Signore lo preparava, attraverso la pratica minuziosa di tutte le prescrizioni rituali, nella lunga esperienza di contatto con la liturgia del tempio di Gerusalemme, a incontrare Gesù Cristo, che è «più grande del tempio» e a interiorizzare la sua passione per Dio in una continua liturgia della vita. Con il Nuovo Testamento la funzione del tempio viene infatti trasferita alla persona di Gesù Cristo, morto e risorto. Il «nuovo tempio» è il suo corpo (cf Gv 2,21). Nella rivelazione della via di Damasco, Saulo ne resterà folgorato. La «separazione» di Paolo

I molti dettagli della conversione trasfigurante di Saulo, raccontata per tre volte nel libro degli Atti degli Apostoli (cf At 9; 22; 26), vengono confermati nelle lettere dell’apostolo ma con più sobrietà. Egli comprende che la sua vocazione è opera di Dio, una pura e immeritata grazia donata a un uomo che si autogiustificava con la pratica delle prescrizioni ma che in realtà era un «bestemmiatore, persecutore e violento» (1 Tm 1,13). Dio ha scelto e chiamato un persecutore per farne un apostolo. Questa chiamata è una libera decisione del Signore, per suo puro beneplacito. Non è un’improvvisazione perché l’amore di Dio per noi viene sempre da molto lontano (cf Rm 8,28-30). Nelle lettere paoline l’azione del «chiamare», in greco kalein, ha sempre come soggetto Dio stesso. Paolo parla della sua vocazione in termini teologici e cultuali: «Quando Colui che mi mise a parte fin dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque (eudokésen) di rivelare suo Figlio in me affinché lo annunziassi in mezzo alle nazioni, subito non consultai carne e sangue…» (Gal 1,15-16). Il verbo usato dall’apostolo «mettere a parte- separare» è significativo nella vocazione particolare di Paolo. Allo stesso modo si pre- senta all’inizio della lettera ai Romani: «Paolo, apostolo per vocazione, messo a parte per il Vangelo di Dio» (Rm 1,1). Dio si è riservato Paolo come nella liturgia del tempio si riservavano per lui le offerte e le primizie. Nell’Antico Testamento questo verbo ha spesso un senso cultuale e viene applicato sia alle vittime scelte per i sacrifici (cf Es 29,26-27) sia ai leviti, messi a parte per il servizio liturgico (cf Nm 8- 11), sia per tutto il popolo eletto: «Mi sarete consacrati perché io sono Santo, il Signore vostro Dio che vi ho messi a parte da tutte le nazioni per appartenere a me» (Lv 20,26). Paolo è stato sottratto a un modo comune di vivere per essere introdotto in una speciale relazione con Dio. Il contesto però fa comprendere che non si tratta di una segregazione perché l’elezione dell’apostolo porta con sé la missione di introdurre altri, specialmente tra i pagani, nella stessa relazione di alleanza con Dio, in Cristo Gesù. La vocazione di Paolo non si deve però concepire in chiave «amministrativa», come se Dio gli assegnasse una funzione per il bene di altri, ma si deve comprendere come una grazia personale, interna, la quale poi rende possibile una missione rivolta ad altre persone. È una testimonianza, una liturgia della vita che richiede l’impegno di tutta la persona e che scaturisce da un’esperienza di relazione personale e profonda con Cristo. Paolo ha ricevuto «in se stesso» la rivelazione del Figlio di Dio ed è stato introdotto in un rapporto intimo con lui, fino alla completa conformazione al suo mistero. Infatti egli afferma: «Dio che disse: dalle tenebre rifulga la luce, rifulse nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria divina che brilla sul volto di Cristo» (2 Cor 4,6). Dio fece brillare la luce di Cristo nel cuore di Paolo, cioè in quel luogo che nell’antropologia biblica indica la sede dell’interiorità, della libertà e della scelta cosciente. Per questo vi è un rapporto profondo tra la rivelazione interna e la missione apostolica. La rivelazione del Figlio di Dio gli fu data, dice, «affinché lo evangelizzassi fra le nazioni » (Gal 1,16), cioè ne porti il lieto annunzio a tutti, in modo che tutti possano entrare nell’economia della nuova e definitiva alleanza e «partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, a essere partecipi della promessa» (Ef 3,6). Il rapporto vivo e dinamico con la persona del Figlio di Dio inaugura la liturgia della vita. Non si tratta più soltanto di una relazione «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Statua marmorea dell’apostolo Paolo situata in Piazza San Pietro (Roma). cultuale, come nel tempio di Gerusalemme, ma esistenziale che trasforma tutti i momenti della quotidianità. Si capovolge lo schema della sacralità tipica del tempio. Il contatto con Dio non avviene più per separazioni ma, in forza dell’Incarnazione, per immersione nel mistero di Cristo. Paolo si è sentito afferrato da Cristo Gesù (cf Fil 3,12) e la sua scala di valori, anche nell’ambito religioso, si è capovolta. «Le cose che per me erano vantaggi personali, le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della relazione con Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo…» (Fil 3,7-8). Per mantenersi unito a Cristo, Paolo si mette con tutte le sue forze al servizio del prossimo, nell’evangelizzazione. La carità di Cristo sperimentata lo sospinge a dare la vita per il Vangelo. Spostamento della terminologia cultuale

Attingendo dalla sua prolungata esperienza nel tempio, l’apostolo, divenuto cristiano, opera un radicale cambiamento di prospettiva. Egli usa la terminologia tipica, propria del culto, e la applica all’esperienza della vita cristiana. Paolo, per esempio, riferendosi forse al rituale dell’agnello sacrificato per l’espiazione dei peccati (cf Lv 4,24; Is 53,10) indica Cristo come «oblazione e sacrificio di soave odore» (Ef 5,2). La fragranza delle vittime sacrificali significava l’accoglienza dei sacrifici da parte di Dio. Cristo è la «nostra Pasqua» cioè «l’agnello pasquale» che offre una novità di vita per quanti sono chiamati a «celebrare» la Pasqua con «azzimi nuovi» e non con «lievito vecchio » (cf 1 Cor 5,7-8; Gal 5,9). Tutto ciò che è salvifico per il popolo, nella prima alleanza, si compie ora, nella persona di Gesù. Anche se Paolo scrive le sue lettere quando il tempio di Gerusalemme non era ancora stato distrutto (70 d.C.) egli definisce il corpo dei cristiani come «tempio di Dio» (cf 1 Cor 3,16-17; 6,18-20; 2 Cor 6,16; Ef 2,21). Il processo di personalizzazione del tempio si verifica, da una prospettiva cristologica, anche nella teologia giovannea (cf Gv 2,19-21). Per esprimere questa realtà l’apostolo opera uno spostamento di terminologia a volte sorprendente e molto ardito. Anche la prima lettera di Pietro è sulla stessa linea. Per Paolo la liturgia diventa il quadro «naturale » in cui si svolge la vita cristiana in tutta la sua sacralità. Egli applica questa prospettiva anzitutto a se stesso e descrive il suo apostolato con un linguaggio cultuale. A volte il verbo «servire» (douleuein), in determinati contesti, sembra richiamare il servizio liturgico (cf 1 Ts 1,9-10; Gal 4,8-11). Paolo liturgo di Cristo

Nell’evangelizzazione Paolo è «liturgo di Cristo» (cf Rm 15,16) che rende culto a Dio con la propria esistenza (cf Rm 1,9-10; 2 Tm 1,3). Anche se né Gesù Cristo, né Paolo hanno personalmente compiuto dei sacrifici nel tempio di Gerusalemme, la loro stessa esistenza viene descritta, nell’epistolario paolino, con linguaggio cultuale. L’apostolo ha caricato di senso liturgico la vita cristiana. Senza far distinzione tra azioni ministeriali e comuni, paragona la stessa conclusione della propria vita alla libagione sacrificale: il suo sangue «sta per esser offerto in libagione » (Fil 2,17; 2 Tm 4,6). Il suo ministero apostolico è un culto (latreuo) che egli presta «a Dio nello Spirito» (cf Rm 1,9). Egli si qualifica «protagonista di un’attività liturgica» (leitourgon: Rm 15,16) nel suo ministero tra i Gentili. La raccolta di fondi praticata nelle comunità greche a favore della Chiesa di Gerusalemme è chiamata «attività liturgica» (leitourgia: 2 Cor 9,12) ed Epafrodito, inviato dai Filippesi per assistere Paolo nei disagi della prigionia, prestandogli quegli umili servizi di cui l’apostolo in carcere aveva bisogno, viene designato come «protagonista di un’azione liturgica » (leitourgon: Fil 2,25). Il punto di partenza di tutta la vita cristiana, sia per quanto riguarda Paolo personalmente come i destinatari delle sue lettere, è il battesimo come immersione nella morte e nella risurrezione di Gesù (cf Rm 6,1-11).La vita cristiana come liturgia

La realtà battesimale pone il cristiano in una situazione completamente nuova che permette all’apostolo di trasferire tutti i termini propri del culto nel tempio di Gerusalemme alla vita cristiana. Questo spostamento di terminologia cultuale è evidente in Rm 12,1-2: «Vi esorto, dunque, fratelli, per la bontà di Dio, a presentare i vostri corpi come un’offerta sacrificale (thysian) vivente in continuazione, santa, gradita a Dio: è il vostro culto (latreian) logico. Non conformatevi al mondo presente, ma trasformatevi in continuazione mediante un rinnovamento attivo della vostra mente, in modo da poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, gradito [a Dio] e perfetto». Dopo aver spiegato nella prima parte della lettera ai Romani la situazione nuova della vita cristiana, Paolo conclude invitando i credenti, in nome di tutta la misericordia sperimentata, a presentare a Dio la loro vita, cioè i propri corpi (somata) nella concretezza relazionale della persona, in riferimento al tempo e allo spazio. Quest’offerta dovrà essere irreversibile, come la vittima sacrificale che veniva uccisa nel tempio, ma nello stesso tempo essere una vittima che vive, come l’agnello immolato e risorto dell’Apocalisse. Nel caso dei cristiani la radicalità dell’offerta costituisce, secondo Paolo, un culto vero e proprio (latreian) che dà senso alla vita. Questa spinta oblativa, vissuta nei particolari concreti della vita quotidiana, è una liturgia, secondo l’insegnamento dell’apostolo. Per attuare questa «liturgia della vita» è necessario però prendere le distanze dalla mentalità del mondo nei suoi aspetti inquinanti e peccaminosi. La partecipazione alla vitalità del Cristo risorto, con il dono dello Spirito, frutto del battesimo, spingerà il cristiano a una trasformazione continuata e progressiva nella linea dei valori di Cristo e a un rinnovamento costante dei suoi sistemi mentali per renderlo capace di un discernimento aperto alla volontà di Dio, nel dettaglio della vita quotidiana, senza seguire lo schema di questo mondo. Paolo attribuisce questa qualità liturgica a tutto quello che è, e a tutto quello che fa, ma trova anche momenti e spazi qualificanti di preghiera per se stesso e per le comunità cristiane, culminanti nell’Eucaristia (cf 1 Cor 11,23-34). L’epistolario paolino è disseminato di inni, dossologie, formule di fede, benedizioni e acclamazioni che evocano il contesto ecclesiale delle comunità a cui sono destinate le lettere e la loro vitalità liturgica. I frammenti liturgici sono usati da san Paolo in modo creativo e vivace e ogni lettera inizia con una benedizione introduttoria, adattata alle specifiche necessità delle comunità cristiane. La sacralità stupenda che era espressa nel rapporto con Dio nel tempio, le preghiere della sinagoga, il canto dei salmi, le feste del giudaismo e tutto il complesso rituale della prima alleanza, trova ora il suo compimento in Cristo Gesù. Per mezzo di lui e nella forza dello Spirito sale a Dio Padre il nostro amen, in una continua liturgia della vita.

Regina Cesarato

Publié dans:LITURGIA STUDI |on 13 novembre, 2008 |Pas de commentaires »

Buscemi M., Il senso dell’evento di Damasco

Il senso dell« evento di Damasco »

stralcio dal libro: Buscemi M., San Paolo, vita opera messaggio, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1996

pagg. 44-47

(non metto le citazioni, alcune si riferiscono ad altri testi, alcune sono a carattere strettamente esegetico)

Molti hanno parlato e continuano a parlare di conversione, ma il termine non si adatta bene al caso eccezionale di Paolo. Anzi, genera confusione e tradisce il senso profondo dei testi, sia delle Lettere che degli Atti. Per Paolo non si trattò di passare da una religione ad unaltra: fino a quel momento il cristianesimo non aveva ancora operato nessuna rottura ufficiale con il giudaismo e quindi al massimo Paolo sarebbe passato da una setta giudaica ad unaltra setta giudaica; né si trattò di una crisi religiosa – il testo di Rom 7,7-25 non ha certamente valore autobiografico – che determinò il passaggio da una fede mediocre ad unesistenza religiosamente più impegnata: Paolo è sempre stato un uomo zelante di Dio e della sua legge.

Il mutamento di Paolo è stato qualcosa di più radicale: a contatto con Cristo egli è divenuto una « creatura nuova ». Dio, facendo irruzione nella sua vita per mezzo di Cristo, ha determinato in lui una nuova creazione, qualitativamente e radicalmente diversa. Paolo stesso, forse richiamandosi a questa sua esperienza damascena, dirà in 2Cor 5,17: « Chi è in Cristo, questi è una nuova creatura ». La luce del volto di Cristo brillò per opera di Dio nella sua vita: « Iddio che ha detto: Dalle tenebre lampeggi la luce (Gen 1,3), proprio lui ha brillato nei nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo » (2Cor 4,6). « Da quel momento considerai tutto una perdita di fronte alla suprema cognizione di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ho stimato come immondizia allo scopo di guadagnare Cristo e ritrovarmi in lui non con la mia giustizia che deriva della legge, ma con quella che si ottiene con la fede » (Fil 3,8-9). Il fariseo Paolo, che fino allora aveva esaltato al di sopra di ogni cosa la legge, da quel momento in poi dirà: « La mia vita è Cristo » (Fil 1,21), « perché niente ha valore né lessere ebreo né gentile, ma ciò che conta è essere una nuova creatura » (Gal 6,15); nessunaltra sapienza di questo mondo ha più importanza, se non conoscere Gesù Cristo, anzi Gesù Cristo crocifisso (1Cor 2,2); e rifiutando il vanto della legge dirà: « Quanto a me, di nessunaltra cosa mi glorierò se non della Croce del Signore nostro Gesù Cristo, sulla quale il mondo per me fu crocifisso e io per il mondo » (Gal 6,14). Cristo è divenuto per lui il « termine della legge » (Rom 10,4): ha finito il suo ruolo di « pedagogo » (Gal 3,24) e ha trovato il suo totale perfezionamento nella « legge di Cristo » (Gal 6,2), nella legge dellamore (Gal 5,14). È Paolo stesso che ci offre una simile interpretazione di questesperienza che ha rivoluzionato la sua vita, scrivendo ai Galati: « Poi, quando Colui che mi scelse dal seno di mia madre e mi chiamò per mezzo della sua grazia si compiacque di rivelare in me il suo Figlio affinché lo annunziassi tra le genti, subito non chiesi consiglio alla carne e al sangue… » (Gal 1,15-16). Quindi, Paolo vede « levento di Damasco » non come una conversione, ma come il culmine della sua esistenza: dalla nascita egli è stato condotto da Dio lentamente e pazientemente a questo momento decisivo, in cui il Cristo lha afferrato e lha fatto suo per sempre (Fil 3,12). Liniziativa è di Dio, che sceglie chi vuole e quando vuole: limperscrutabile e libera decisione divina aveva un disegno concreto su di lui e lo ha realizzato « quando si compiacque di farlo ». In quel momento tutto è cambiato: « Tutte quelle cose che per me erano guadagni, io le ho stimate invece una perdita per amore di Cristo » (Fil 3,7). Sta qui, nellamore di Cristo la chiave interpretativa di tutto « levento di Damasco », quellevento che ha reso Paolo un innamorato di Cristo e un apostolo infaticabile del suo Signore. Gli Atti degli Apostoli, con la triplice narrazione di quest« evento » non si distaccano molto dallinterpretazione che Paolo ha dato di esso. Pur non essendo una copia conforme, lopera lucana presenta « lesperienza di Damasco » come un incontro di Cristo con Paolo, durante il quale lapostolo viene investito della missione tra i gentili. La concordanza essenziale tra Gal 1,15-16 e At 26,12-18, sotto questaspetto, mi sembra evidente: una visione e linvestitura per una missione. È vero che, rispetto alle Lettere, lautore degli Atti insiste soprattutto nella descrizione della visione oggettivando fortemente il dato esperienziale del « rivelare in me il suo Figlio » di Gal 1,16, ma nonostante ciò è proprio la descrizione di Atti che si mantiene ad un livello molto più prudente di quanto non fa Paolo. Egli continuamente ripete nelle sue Lettere: « io ho visto il Signore » (1Cor 9,1; 15,8-9; Gal 1,15-16), fondando così la sua posizione di apostolo delle genti (Gal 2,8-9) nella chiesa, mentre gli Atti si limitano a dire soltanto che lapostolo fu avvolto in una grande luce e sentì la voce del Cristo che lo investiva della missione delle genti (9,3b-6; 22,6b-10; 26,13-18). Ciò è molto significativo per noi e ci induce a pensare che Luca sia rimasto molto fedele alla sua fonte storica, anche se da un punto di vista letterario ha dovuto fare le sue scelte. Gli accenni all« evento di Damasco » nelle « lettere paoline » sono tutti occasionali, negli Atti invece fanno parte integrante di un preciso programma letterario, che ci presenta « levento » sotto forma di « racconto », al momento in cui esso sembra inserirsi nello sviluppo storico della Chiesa primitiva, e sotto forma di « discorso apologetico », largamente interpretato teologicamente, quando Paolo ha da rendere la sua testimonianza dinanzi ai giudei, ai re e ai gentili.

Non è questo il luogo di addentrarci in minuziose analisi, per dimostrare lattendibilità storica dei testi. Molti autori, hanno già svolto questo lavoro con molta competenza e acume. A noi interessa qui ribadire un concetto fondamentale: la triplice narrazione dell« evento di Damasco », fatta dagli Atti, non deve essere considerata né come lesatta relazione cronachistica degli avvenimenti né come una pura invenzione. Luca riferisce una tradizione storicamente bene attestata dalle lettere di Paolo e la inserisce nel contesto vitale dello sviluppo della Chiesa primitiva, interpretandola e attualizzandola alla luce dei racconti veterotestamentari delle vocazioni profetiche e di quelle del servo sofferente di Jahwè.

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