Archive pour novembre, 2008

Sant’Agostino: La predicazione di Paolo ad Atene (discorso 150)

dal sito:

http://www.sant-agostino.it/italiano/discorsi/index2.htm

DISCORSO 150

DALLE PAROLE DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (17, 18-34):
«  MA CERTI FILOSOFI EPICUREI E STOICI DISCUTEVANO CON LUI  », ECC.

La predicazione di Paolo in Atene.

1. 1. Durante la lettura del libro Atti degli Apostoli, la Carità vostra, ha notato insieme a me che Paolo tenne un discorso agli Ateniesi e come da parte di coloro che deridevano la predicazione della verità fosse stato chiamato un seminatore di parole. In realtà fu detto dai derisori, ma non va rigettato dai credenti. Egli era veramente un seminatore di parole, ma mietitore di buoni costumi. E noi, sebbene tanto piccoli e per nulla paragonabili all’eccellenza di lui, seminiamo le parole di Dio, nel campo di Dio, che è il vostro cuore, e ci attendiamo una copiosa messe dai vostri buoni costumi. Nondimeno vi esortiamo ad ascoltare con maggiore attenzione ciò che è contenuto appunto nella lettura da cui siamo sospinti a parlare alla Carità vostra, se in qualche modo, con l’aiuto del Signore Dio nostro, diremo qualcosa su ciò che non è possibile sia capito facilmente da tutti, a meno che non sia spiegato; e perché, una volta compreso, non debba essere disprezzato da alcuno.La fede dei Cristiani.

1. 2. Teneva il discorso in Atene. Gli Ateniesi, in fatto di ogni genere di erudizione e di dottrina, s’imponevano con grande fama in mezzo agli altri popoli. Era appunto la patria di grandi filosofi. Di qui la varia e molteplice dottrina si era divulgata nelle altre città della Grecia ed in altri paesi del mondo. Ivi parlava l’Apostolo, vi annunziava Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i Pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio 1. A voi considerare di quanto pericolo era annunziare questo tra i superbi e i dotti. E così dunque, al termine del discorso, avendo quelli ascoltato della risurrezione dei morti, fondamentale verità di fede dei Cristiani, alcuni se ne ridevano, altri invece dicevano: Ti ascolteremo su questo un’altra volta. Né mancarono coloro che divennero credenti e, tra di essi, si fa il nome di un certo Dionigi Areopagita, cioè di un magistrato di Atene (infatti la Curia degli Ateniesi era chiamata Areopago), una donna della nobiltà ed altri. In conseguenza, mentre parlava l’Apostolo, quella moltitudine si divise in tre correnti, secondo una spiccata distinzione graduale: derisori, irresoluti, credenti. Infatti, secondo come è stato scritto, abbiamo ascoltato: Alcuni se ne ridevano, altri dicevano: Su questo ti ascolteremo un’altra volta 2; costoro erano irresoluti, alcuni credettero. Tra i derisori e i credenti sono al centro gli irresoluti. Chi deride, cade; chi crede, sta in piedi; chi è irresoluto è nell’incertezza. Su questo ti ascolteremo un’altra volta, essi dicono; non si sa se sarebbero caduti con i derisori o se si sarebbero posti in piedi con i credenti.2. 2. Forse che tuttavia si affaticò inutilmente quel seminatore di parole? Se veramente avesse avuto timore dei derisori, non sarebbe giunto ai credenti; come nel Vangelo quel seminatore che il Signore presenta (poiché tale era effettivamente Paolo), se esitasse a seminare perché una parte dei semi non cadesse sulla strada, un’altra tra le spine, un’altra sugli spazi sassosi, il seme non potrebbe giungere mai alla terra fertilissima. Anche noi seminiamo, spargiamo; disponete i cuori, date il frutto.Epicurei e Stoici discutono con paolo.

2. 3. Durante la lettura, se la Carità vostra ricorda, abbiamo ascoltato anche questo: alcuni filosofi Epicurei e Stoici discutevano con l’Apostolo. Chi siano o chi siano stati i filosofi Epicurei e Stoici, cioè quale sia stato il loro pensiero, che abbiano ritenuto come verità, a che abbiano approdato le loro assidue ricerche, indubbiamente molti di voi lo ignorano, ma, poiché parliamo a Cartagine, molti lo sanno. Così, ora che vi parleremo ci aiutino. Di certo molto serve allo scopo ciò che ritengo doversi dire. Ci ascoltino e quanti sanno e quelli che non sanno: questi per essere istruiti, quelli per essere ammoniti; gli uni per conoscere, gli altri per riconoscere.Tutti desiderano la vita felice.

3. 4. Per prima cosa, state a sentire qual è, in linea generale, lo studio comune a tutti i filosofi. In tale assidua applicazione comune diedero origine a cinque correnti, orientate secondo le differenze delle proprie asserzioni. Tutti i filosofi, senza distinzione, attraverso lo studio, la ricerca, la discussione, l’esperienza della vita cercarono di assicurarsi una vita felice. Questo fu l’unico motivo della ricerca filosofica; ma penso che i filosofi hanno in comune con noi anche questo. Infatti, se voglio sapere da voi per quale ragione avete creduto in Cristo, perché siete divenuti Cristiani, ognuno sinceramente mi risponde: Per la vita felice. Ebbene, l’aspirazione alla vita felice è comune ai filosofi e ai Cristiani. Ma di qui sorge la questione: dove si possa trovare un oggetto di così unanime consenso, quindi la distinzione. Poiché ritengo per certo che è proprio di tutti gli uomini aspirare alla vita felice, volere la vita felice, bramare, desiderare, ricercare assiduamente la vita felice. Quindi riconosco che è assai inadeguato aver detto comune ai filosofi e ai Cristiani l’aspirazione alla vita felice; dovevo infatti attribuirla a tutti gli uomini, proprio a tutti, buoni e cattivi. Giacché chi è buono, in tanto è buono, in quanto vuole essere felice; e chi è cattivo, non sarebbe cattivo se non sperasse di poter essere felice in quanto tale. Quanto ai buoni, la questione non presenta difficoltà: per la ragione che desiderano la vita felice ne segue che sono buoni. Riguardo ai cattivi, pare che alcuni mettano in dubbio se anch’essi cerchino la vita felice. Ma se io potessi interrogare i cattivi, separati e appartati dai buoni, e dire: Volete essere felici? nessuno direbbe: Non voglio. Ad esempio, supponi uno che sia ladro; gli chiedo: Perché rubi? Per avere – risponde – quel che non avevo. Perché vuoi avere ciò che non avevi? Perché è una miseria non avere. Quindi, se è una miseria non avere, ritiene cosa felice avere. Ma la sua sfrontatezza e il suo errore sta nel fatto che, essendo cattivo, vuole essere felice. Infatti per tutti la felicità è un bene. Perché allora quello è un depravato? Perché desidera il bene e compie il male. Che vuole allora? Perché l’avidità dei cattivi aspira alla ricompensa dei buoni? La vita felice è la ricompensa dei buoni: la bontà è l’opera, la felicità è la ricompensa. Dio comanda l’opera, assegna la ricompensa; dice: Fa’ questo e riceverai quello. Ma quel perverso ci risponde: Non sarò felice se non operando il male. Come se uno dicesse: Non raggiungo il bene se non sarò cattivo. Non ti accorgi che bene e male si escludono a vicenda? Vuoi il bene, ma fai il male? Corri in senso opposto: quando arrivi?L’opinione degli Epicurei e degli Stoici sulla vita felice.

4. 5. Lasciamo allora da parte costoro; forse sarà opportuno che torniamo ad essi dopo aver messo in chiaro ciò che avevamo introdotto riguardo ai filosofi. Non ritengo infatti senza ragione che, con l’assistenza della divina Provvidenza, si sia trattato qualcosa d’importante per via di persone inconsapevoli, e che, pur essendo molte le scuole filosofiche nella città di Atene, non altri che Stoici ed Epicurei entrarono in discussione con Paolo 3. Infatti, quando avrete ascoltato qual è la corrente di pensiero di ogni loro scuola, vi renderete conto di quanto è lontano dall’essere casuale il fatto che, di tutti i filosofi, furono i soli nel confronto con Paolo. Evidentemente egli non si trovò libero di scegliere i contestatori da confutare; ma la divina Sapienza, che tutto dispone, gli fece trovare innanzi costoro, tra i quali quasi unicamente trovava fondamento la posizione inconciliabile dei filosofi. Mi spiego quindi in breve: quanti non sanno si rimettano a noi, e noi ci rimettiamo al giudizio di quanti sanno. Penso di non avere l’impudenza di mentire agli sprovveduti alla presenza di competenti in veste di giudici; soprattutto perché espongo qualcosa su cui alla pari possono dare sinceramente il loro giudizio e i dotti e gli indotti. Avanzo perciò questa premessa: l’uomo consta di anima e di corpo. Qui non mi attendo il vostro consenso, ma richiedo anche da voi che siate giudici. Non temo infatti che mi giudichi male, riguardo a tale affermazione, uno che conosce se stesso. Dunque, l’uomo consta di anima e di corpo, cosa che nessuno mette in dubbio. Tale sostanza, tale realtà, tale persona, cui si dà il nome di «  uomo  », desidera la vita felice; e voi lo sapete, né insisto perché crediate, ma vi esorto a riconoscerlo. L’uomo, ripeto, questa realtà non insignificante, superiore a tutti gli animali, a tutti i volatili, anche a tutti gli esseri acquatici ed a tutto ciò che ha carne e non è uomo… l’uomo dunque esiste come unità dell’anima e del corpo, ma non di una qualsiasi anima – infatti anche l’animale esiste come unità di spirito vitale e di corpo – l’uomo dunque, che esiste come unità di anima razionale e di corpo mortale, cerca la vita felice. Una volta che l’uomo avrà conosciuto che cosa può rendere felice la vita, se non la possiede, se non la persegue, se non se ne appropria e se l’attribuisce, se è in suo potere, o se trova difficoltà, la chiede, non può essere felice. Tutta la questione si riduce, quindi, alla scoperta di ciò che rende felice la vita. Supponete ora di avere davanti ai vostri occhi gli Epicurei, gli Stoici e l’Apostolo; potevo anche dir così: gli Epicurei, gli Stoici, i Cristiani. Domandiamo prima agli Epicurei che cosa rende felice la vita. Rispondono: Il piacere sensibile. Ora qui chiedo di credere, dal momento che ho dei giudici. Infatti voi non sapete se gli Epicurei questo dicono, questo pensano, perché non avete letto i loro scritti; ma sono qui presenti quelli che hanno letto. Torniamo a interrogarli. Cos’è, secondo voi Epicurei, che rende felice la vita? Rispondono: Il piacere sensibile. Secondo voi, Stoici, che cosa rende felice la vita? Rispondono: La virtù dell’animo. Intenda in accordo con noi la Carità vostra, siamo Cristiani noi, ci troviamo a discutere tra i filosofi. Notate il motivo per il quale si procurò che solo quelle due correnti di pensiero avessero un confronto con l’Apostolo. Se si eccettua il corpo e l’anima, nell’uomo non c’è altro che si riferisca alla sostanza e alla natura di lui. Da una di queste due realtà, cioè dal corpo, gli Epicurei fecero dipendere la vita felice; gli Stoici vollero la vita felice inerente all’altra, cioè all’anima. Per quanto riguarda l’uomo, se egli è causa per sé di vita felice, non resta altro che il corpo e l’anima. O è il corpo causa di vita felice, o è l’anima causa di vita felice: se cerchi di più, ti allontani dall’uomo. In conseguenza, a coloro che vollero insita nell’uomo la vita felice dell’uomo, non fu assolutamente possibile fondare altrove la causa, ma solo nel corpo o nell’anima. Gli Epicurei furono gli esponenti più noti tra coloro dai quali fu riposta nel corpo la vita felice; tra quelli che fecero dell’anima la causa della vita felice, ebbero il primo posto gli Stoici.L’opinione degli Epicurei non è approvata dall’Apostolo. Gli Epicurei che pensano dell’anima. Certi Cristiani epicurei per condotta di vita.

5. 6. Ecco, sono presenti, discutono con l’Apostolo; che non debba dire l’Apostolo qualcosa di più [importante], o che debba di necessità dare il suo assenso ad una delle due dottrine, e così a sua volta dover riconoscere inerente al corpo o all’anima la causa della vita felice. Paolo non la riferirebbe mai al corpo: esso infatti non ha un particolare valore; poiché sono ben lontani dal porre nel corpo la causa della felicità proprio quelli che pensano molto bene del corpo. Infatti gli Epicurei hanno la medesima opinione e del corpo e dell’anima, per questo soggetti alla morte l’uno e l’altra. E, quel che è più grave e più riprovevole, sostengono che l’anima, dopo la morte, si corrompe prima del corpo. «  Esalato lo spirito – essi dicono – restando tuttora il cadavere e perdurando qualche tempo intatte le sembianze delle membra, appena uscita dal corpo, l’anima si dissolve, quasi fumo, in balia del vento  ». Non ci meravigliamo in quanto hanno fatto dipendere il sommo bene, cioè la causa della felicità, dal corpo che ritenevano di avere superiore all’anima. Farebbe forse questo l’Apostolo? Non davvero da parte sua far dipendere dal corpo il sommo bene. Il sommo bene è infatti causa di felicità; è certo che l’Apostolo ebbe grande dolore dal fatto che alcuni, nel numero dei Cristiani, avessero scelto l’affermazione degli Epicurei, non uomini, ma porci. Erano di questo numero infatti quelli che corrompevano i buoni costumi in conversazioni disoneste e dicevano: Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo 4. Degli Epicurei entrarono in questione con l’apostolo Paolo: vi sono anche dei Cristiani epicurei. Che altro sono infatti coloro che dicono di giorno in giorno: Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo? A questo si riferiscono frasi come: «  Nulla ci sarà dopo la morte  »; «  La nostra vita è infatti un’ombra che passa  ». Dissero infatti, tra le altre cose, dietro riflessioni prive di rettitudine: Coroniamoci di rose prima che avvizziscano; nessun prato manchi alla nostra intemperanza. Lasciamo dunque i segni della nostra gioia, poiché questa è la nostra parte e questo ci spetta 5.Il digiuno unito alla preghiera e all’elemosina.6. 7. Se ci scaglieremo con durezza contro tale mentalità, se ci opponiamo con vigore a tali aspirazioni, diranno anche ciò che viene dopo: Trattiamo da padroni il giusto povero 

6. E tuttavia, non abbiamo timore di dire, persino posti in questa sede: Non siate degli epicurei. Riflettete certo a quello che è stato detto da costoro che pur parlavano falsamente: Perché domani moriremo, ma noi non moriremo del tutto; infatti, dopo la morte, rimane quel che segue la morte. A chi muore sarà compagna o la vita o la pena. Nessuno dica: Di là chi è tornato quaggiù? Quel ricco, vestito di porpora, tardi volle tornare e non gli si poté concedere. Arso di sete ricercò ansioso una stilla chi disprezzò il povero affamato 7. Quindi nessuno dica: Mangiamo e beviamo perché domani moriremo 8. Se volete dire: Perché domani moriremo, non lo proibisco; ma sostituite con altro quello che precede. E’ vero che gli Epicurei, convinti che non vivranno dopo la morte, non avendo quasi altro che il piacere carnale, dicono: Mangiamo e beviamo perché domani moriremo, però i Cristiani, i quali vivranno dopo la morte, ma – ed è più importante – vivranno felici dopo la morte, non devono dire: Mangiamo e beviamo, perché domani moriremo; ma ritenete ciò che è detto: Perché domani moriremo, e premettete: Preghiamo e digiuniamo perché domani moriremo. Aggiungo addirittura dell’altro, aggiungo un terzo accorgimento né trascuro ciò che soprattutto dev’essere osservato; in modo che dal tuo digiuno venga saziata la fame del povero, oppure, se non puoi digiunare, puoi nutrire con più abbondanza affinché ti si conceda il perdono a motivo della sazietà di lui. Dicano perciò i Cristiani: Digiuniamo, preghiamo e doniamo, perché domani moriremo. O anche, se vogliono dire distinte le due cose, io preferisco che dicano: Doniamo e preghiamo, piuttosto che: Digiuniamo e non doniamo. Dio ci guardi perciò dal credere che l’Apostolo riferiva al corpo il sommo bene dell’uomo, cioè la causa della felicità.L’opinione degli Stoici non è approvata dall’Apostolo.

7. 8.Ma il contrasto con gli Stoici forse non è svantaggioso. Ecco, infatti a chi domanda da che fanno dipendere ciò che rende felice la vita, vale a dire ciò che nell’uomo suscita la vita felice, rispondono che non consiste nel piacere carnale, ma nella virtù dell’animo. Che ne dice l’Apostolo? Approva? Se approva, noi approviamo. Ma non approva: poiché la Scrittura dissuade quelli che confidano nella loro forza 9. Pertanto l’Epicureo, ammettendo presente nel corpo il sommo bene dell’uomo, ripone in sé la speranza. Ma veramente lo Stoico, facendo dipendere dall’anima il sommo bene dell’uomo, almeno lo ha fatto inerente alla realtà migliore dell’uomo; anch’egli, però, ha fondato in sé la speranza. Ma non è che uomo sia l’Epicureo, sia lo Stoico. Maledetto dunque chi ripone la sua speranza nell’uomo 10. Che dire allora? Posti ora i tre: l’Epicureo, lo Stoico, il Cristiano davanti ai nostri occhi, interroghiamoli ad uno ad uno. Di’, Epicureo, che cosa rende felice l’uomo. Risponde: Il piacere carnale. Di’, Stoico. La virtù dell’animo. Di’, Cristiano. Il dono di Dio.Sono da respingere le affermazioni degli Epicurei e degli Stoici sulla felicità.8. 9. Pertanto, fratelli, quasi davanti ai nostri occhi gli Epicurei e gli Stoici hanno disputato con l’Apostolo e con il loro confronto ci hanno insegnato cosa dobbiamo rifiutare e che scegliere. La virtù dell’animo è una cosa lodevole; la prudenza che discerne il bene dal male, la giustizia che distribuisce a ciascuno il suo, la temperanza che frena le passioni, la fortezza che tollera serenamente le contrarietà. Grande cosa, lodevole cosa; loda, o Stoico, per quanto puoi, ma di’: Da chi ti viene? Non ti rende felice la virtù del tuo animo, ma colui che ti ha dato la forza, che ha suscitato in te il volere e ti ha donato di potere 

11. So che tu forse riderai di me, e sarai tra coloro dei quali è stato scritto che deridevano Paolo 12. Se tu sei la strada, io semino, poiché sono un seminatore di parole secondo la mia capacità. Ciò che è stato oggetto del tuo scherno è il compito mio. Io semino: cade in te come in terra battuta ciò che io semino. Io non sono indolente; e trovo la terra buona. Che posso fare per te? Sei stato confutato e persino dalla parola irreprensibile di Dio sei stato confutato. Sei tra quelli che fanno affidamento nella loro virtù dell’animo, sei tra quelli che ripongono la loro speranza nell’uomo. Ti compiaci della virtù; ti compiaci di una cosa buona; lo so, hai sete, ma non puoi essere per te sorgente di forza. Sei arido: se mi prendo cura di rivelarti la sorgente della vita, forse ti burlerai di me. Dici infatti fra te: Da questa roccia dovrei bere? La verga toccò e scaturì l’acqua 13. Poiché i Giudei chiedono i miracoli, ma tu, Stoico, non sei Giudeo; lo so, sei Greco, e i Greci cercano la sapienza. Noi invece predichiamo Cristo crocifisso. Il Giudeo si scandalizza, il Greco schernisce. Scandalo, quindi, per i Giudei, stoltezza invece per i Pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, ciò riguarda appunto Paolo, già Saulo, e Dionigi Areopagita, e a questi tali, ed a quelli come loro tali, Cristo sapienza di Dio e potenza di Dio 14. Ora tu non deridi la roccia: riconosci nella verga la croce, nella fonte Cristo; e se hai sete, attingi la forza. Bevi dalla fonte fino ad essere saturo, forse farai traboccare azioni di grazie; ciò che ti viene da lui, non sarai più tu a dartelo, ma nel rutto esclamerai: Ti amo, Signore, mia forza 15. Non dirai più: La virtù dell’anima mia mi rende felice. Non sarai tra quelli che, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato la gloria né gli hanno rese grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa; mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti 16. Che significa allora: mentre si dichiaravano sapienti, se non avere da sé, bastare a sé? Sono diventati stolti; a ragione stolti. La falsa sapienza è la vera stoltezza. Ma sarai tra coloro dei quali si dice: Cammineranno, Signore, alla luce del tuo volto; esulteranno tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia troveranno la loro gloria; poiché tu sei il vanto della loro forza 17. Tu desideravi la fortezza; di’: Signore, mia forza 18. Desideravi la vita felice; di’: Beato l’uomo che tu istruisci, Signore 19. Beato infatti il popolo la cui felicità non è il piacere carnale, non è la virtù propria, ma: Beato il popolo il cui Dio è il Signore 20. Questa è la patria della beatitudine che tutti vogliono; ma non tutti la desiderano con rettitudine. Noi, invece, non intendiamo aprirci, per così dire, con artificio, nel nostro cuore, una via verso tale patria e approntare sentieri che portano all’errore; di lì viene anche la via.Cristo è la beatitudine e la via alla beatitudine.

8. 10. Dunque l’uomo felice vuole altro che non essere ingannato, non morire, non soffrire? E che desidera? Avere più fame e mangiare di più? Perché, se è meglio non aver fame? Nessuno è felice se non chi vive in eterno senza alcun timore, senza alcun inganno. Infatti l’anima detesta d’essere ingannata. Quanto l’anima abbia innata la ripulsa ad essere ingannata, può comprendersi dal fatto che quelli che ridono per alienazione mentale sono compianti dai sani; e l’uomo preferisce senz’altro ridere piuttosto che piangere. Se vengono proposte queste due cose: Vuoi ridere, oppure vuoi piangere? Chi è che non risponde: Ridere? Nuovamente, se vengono proposte queste due cose: vuoi essere ingannato, oppure essere certo della verità? Ognuno risponde: Esser certo della verità. Preferisce e vivere e possedere il vero; di queste due, il riso e il pianto: Ridere; di queste due, l’inganno e la verità: Possedere la verità. Ma è tanto superiore l’assolutamente insuperabile verità, che l’uomo sano di mente preferisce piangere piuttosto che ridere per alienazione mentale. Ivi, perciò, in quella patria, ci sarà la verità, non si troverà mai l’inganno e l’errore. Ma ci sarà la verità e non ci sarà il pianto; poiché ci sarà e l’autentico ridere, e il godere della verità, perché ci sarà la vita. Infatti se ci sarà dolore, non ci sarà la vita; poiché neppure va chiamata vita un perpetuo, inestinguibile tormento. Per questo non è che il Signore dia il nome di vita a quella che avranno gli empi, sebbene siano vivi in mezzo al fuoco: non cessano di vivere perché non abbia termine la pena; dato che il loro verme non morirà e il loro fuoco non si estinguerà 21; non volle tuttavia chiamarla vita, ma chiamò vita quella che è felice ed eterna 22. In conseguenza, quel ricco domandava al Signore: Che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Ma il Signore chiamava veramente vita eterna solo la vita felice; poiché gli empi avranno la vita eterna, ma non la vita felice, in quanto piena di tormenti. Così quello disse: Signore, che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Il Signore gli parlò dei comandamenti. Quello, di rimando: Ho osservato tutte queste cose. Ma [il Signore], nel parlare dei comandamenti, come si espresse? Se vuoi giungere alla vita 23. Non gli disse: «  felice  », perché una vita piena di miserie non va chiamata vita. Non gli aggiunse: «  eterna  », perché neppure va chiamata vita quando c’è il timore della morte. Quindi, quanto alla vita, che è degna di questo nome, così che si chiami vita, non si tratta che della vita felice; e non è felice se non è eterna. Questa vogliono tutti, questa vogliamo tutti: la verità e la vita; ma per dove si giunge ad un possesso di così grande valore, ad una così grande felicità? I filosofi si costruirono vie di errore; alcuni dissero: Per di qua; altri: Non per di qua ma per di là. Si tenne nascosta a loro la via, perché Dio resiste ai superbi 24. Sarebbe nascosta anche a noi se non fosse venuta a noi. Per questo il Signore: Io – disse – sono la via. Pigro viandante, non volevi giungere alla via; è venuta a te la via. Cercavi per dove andare: Io sono la via. Cercavi dove giungere: Io sono la verità e la vita 25. Non finirai nell’errore se andrai a lui per mezzo di lui. Questa è la dottrina dei Cristiani, da non porre affatto a confronto, ma da preferirsi senza paragoni alle dottrine dei filosofi, all’immondezza degli Epicurei, alla superbia degli Stoici.

Mons. Gianfranco Ravasi – l’ultima messa « milanese »: “IL MIO COMMOSSO SALUTO ALLA CITTA’ DI MILANO”

Metto questo articolo – un po’ in ritardo rispetto all’evento – il saluto di Mons. Ravasi alla città di Milano, il riferimento a Paolo e molto breve, tuttavia posto molto volentieri questo “saluto” perché, sono certa, che tutti amiamo Mons. Gianfranco Ravasi e vale, veramente, la pena di leggere le sue, ultime – perlomeno nel ministero che stava svolgendo – commosse parole, alla città di Milano, dal sito:

http://www.parrocchiamilanino.it/scossa_on_line/in_vetrina/mito2007_ravasi.pdf

Basilica di Sant’Ambrogio in Milano

23 settembre 2007

Ultima messa “milanese” celebrata da monsignor Gianfranco Ravasi

“IL MIO COMMOSSO SALUTO ALLA CITTA’ DI MILANO”

Il saluto di mons. Gianfranco Ravasi alla città di Milano, alla “sua” città di Milano, per una felice combinazione di eventi, apparentemente indipendenti fra loro ma nei quali chi crede non fatica a riconoscere la “logica di Dio” di cui parla Bernanos, ha trovato una degna e appropriata cornice nel festival “MiToSettembreMusica”: che per tre settimane ha offerto a Milano appuntamenti musicali di ogni genere. Forse il momento più alto di essi è stato, appunto, la Messa per coro e strumenti a fiato di Igor Stravinsky, eseguita dal Coro Filarmonico e dell’Ensemble strumentale della Filarmonica della Scala il 23 settembre in Sant’Ambrogio durante la funzione liturgica domenicale celebrata dall’ex prefetto della Biblioteca Ambrosiana proprio alla vigilia dell’investitura ufficiale alla direzione del Pontificio Collegio della Cultura, fortemente voluta da Benedetto XVI; incarico lasciato dal cardinale Poupard per raggiunti limiti di età. Così la messa in Sant’Ambrogio è diventata proprio l’occasione per lo scambio di saluti fra questo importante uomo di fede e di cultura e la città da lui tanto amata. Amore ricambiato dalla folla che ha gremito la basilica fin nei confessionali e nei più remoti angoli delle cappelle; oltre che all’esterno, nel portico di Ansperto.

Folla di credenti e non credenti, categorie care entrambe al nuovo vescovo ed alle quali, come sempre, si è rivolto durante l’omelia. Folla di persone che, con la propria semplice presenza, si sono unite al saluto iniziale di mons. Marcandalli il quale, a nome del Capitolo della basilica e citando sant’Agostino, ha fatto riferimento alla grande musica unita alla celebrazione liturgica come di opportunità per tutti, credenti e non credenti, di sfiorare la “bellezza tanto antica e sempre nuova” di Dio. Persone che, suscitando anche un impercettibile moto di bonaria contrarietà nel sacerdote sul quale, per un momento, ha prevalso l’uomo di cultura, al Coro si sono addirittura sovrapposte nella recita di non pochi versi del Credo. Quasi a manifestare, anche con questa “intemperanza”, il desiderio di non essere semplici spettatori di un evento, per quanto significativo, ma di essere vera Chiesa. Persone sicuramente coinvolte emotivamente ma, vorremmo dire meglio, coinvolte spiritualmente, per l’opportunità, certo non usuale, di poter cantare l’Alleluja durante la messa assieme al Coro della Scala! Ma l’emozione si è fatta sentire anche per il grande ed esperto comunicatore. L’ha ammesso lui stesso nel corso della sua ultima predica da “milanese”: nella quale ha unito ad un commosso saluto un monito “sociale” e di critica all’idolatria della ricchezza. “LA SCOSSA” era presente e ritiene di fare un gradito servizio ai propri lettori offrendo loro l’opportunità di poterla leggere nell’ampia sintesi che di seguito ne proponiamo (non rivista dal celebrante).

Sant’Ambrogio 23 settembre 2007

Sintesi della predica di monsignor Gianfranco Ravasi

“IL MIO COMMOSSO SALUTO ALLA CITTA’ DI MILANO”

“Ho più volte celebrato il rito sacro della liturgia in questa basilica, ma oggi mi percorre un particolare fremito di cui renderò ragione alla fine di questa omelia. Molti fra i presenti non possono comprendere parole che per chi è credente salgono all’infinito di Dio. Ma per tutti è possibile accogliere il messaggio di elevarsi oltre la quotidianità. Il testo biblico suscita due riflessioni, due fili che si dipanano dai testi letti. Il primo attraversa tutte e tre le letture che hanno un comune carattere “sociale” (

prima lettura dal libro del profeta Amos: Am 8, 4-7; seconda lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo: 1 Tm 2, 1-8; Vangelo dal Vangelo secondo Luca: Lc 16, 1-13 // le letture sono riportate in coda alla predica – NdR).

L’intreccio delle relazioni fra società e politica è un groviglio oscuro e quotidiano, a volte è un arruffìo di fili che esplode in scandali. E’ il mistero umano della polis. Città non solo di mura ma di persone con reazioni sensitive capaci di creare realtà mirabili come di precipitare nel baratro dell’odio. Amos era un profeta contadino chiamato a predicare in città. Alla sua epoca i poveri erano pedine calpestate di una scacchiera sulla quale altri decidevano le mosse.

Nella lettura dell’apostolo Paolo c’è, invece, la dimensione positiva dell’attestazione di fedeltà all’Impero Romano. Il Cristianesimo non vuole far esplodere le strutture politiche e sociali, se queste hanno una funzione utile per la società, ed invoca, anzi, sul capo dei politici, la mano di Dio che li illumini.

Gesù, infine, parla oggi attraverso una parabola tanto sorprendente quanto poco conosciuta.

E’ lo stesso Gesù del “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” espressione mediante la quale traccia una netta linea di demarcazione tra due sfere; comunque non completamente indipendenti ed estranee fra loro: l’uomo è fatto di spirito e di carne, di vita interiore e sociale. Gesù incide nell’esistenza umana, Gesù parte dalla terra sulla quale l’uomo poggia i piedi, non dall’aria sopra le persone. Parla di campi, fiori, problemi sociali… Di figli: alcuni osservanti, altri incomprensibili. Parla di Erode definendolo “volpe astuta”. Quello che ci propone in questa domenica è un parallelo con i politici oggi ancora valido: un amministratore corrotto che falsifica i bilanci di una società. Gesù parte dal dato di fatto negativo trasmettendo un primo messaggio: vedete l’astuzia dei figli delle tenebre? Arrivano subito a trovare il nucleo fondamentale delle cose; invece voi, figli della luce, siete distratti, acquiescenti, pigri…Porta a modello un cattivo esempio non per il suo contenuto, per l’azione, ma per l’atteggiamento che vi è sotteso. Invita a vegliare. E’ un invito anche per il nostro tempo, la cui malattia peggiore è la tiepidezza. Nel nostro tempo non ci sono più male o più ingiustizia di quanti ce ne siano stati in passato.

Quando sono nato io il mondo era in mano a due criminali: Hitler e Stalin. L’Europa era striata dal sangue… morte e distruzione erano in agguato ovunque. Oggi la situazione è più grave, ma non per il male e la cattiveria. Oggi il male è la superficialità, la banalità, la stupidità… un linguaggio che è come una chiacchiera. “Lo stupido dice quel che sa, il sapiente sa quel che dice” recita un detto rabbinico. “Sapere” deriva dal latino sàpere, che vuol dire aver sapore e gusto intenso, e perciò richiede riflessione e meditazione. Il “forte” silenzio che percepisco ora, mi dice che questa affermazione vale anche per i non credenti che sono presenti qui in chiesa: non si può vivere di banalità, l’uomo vero non è quello mostrato dalla TV. Pascal diceva che l’uomo supera infinitamente l’uomo, che, anche se non crede, ha in sé l’amore, la via per elevarsi.

La seconda riflessione, più breve, parte dall’ammonimento di Gesù: “non potete servire Dio e Mammona”. Mammona è una parola aramaica entrata nelle lingue successive. Ha la stessa radice di amen, il verbo della fede, della fiducia in Dio, nel trascendente. Siamo ininterrottamente sospesi fra due adorazioni: da una parte l’amen verso Dio e la sua legge morale e dall’altra l’idolatria delle cose. Lo scrittore Leonardo Sciascia ha detto, su mammona, che il mondo degli uomini è diviso in due settori individuabili da una stessa frase che può essere letta con accenti diversi. “La ricchezza è morta” e “la ricchezza è bella anche se è morta”, è lo splendore del vitello d’oro luccicante e brillante. Dobbiamo decidere dove stiamo se con l’amen morale o con l’idolatria verso le cose. Se abbiamo qualcosa in mano non possiamo adoperarla per accarezzare o sollevare chi può avere bisogno di noi. Se abbiamo le mani occupate per tenerci stretta la ricchezza non abbiamo spazio per altro. Anche per i credenti e per la Chiesa c’è il rischio di adorare la ricchezza morta.

Infine vengo ora ai saluti, ed è per me un’emozione forte. Da domani torno a Roma, città della mia giovinezza e dei miei studi di teologia. Il mio orizzonte non sarà il Vaticano ma i dicasteri per il mondo e le chiese nel mondo: non la Chiesa ma le Chiese. So che mi aspetta un programma molto intenso di viaggi e di incontri. Sono grato a monsignor Marcandalli per il suo saluto a nome del capitolo di Sant’Ambrogio, sono grato anche a chi è fuori della Chiesa, nel portico di Ansperto… e alla Scala, mio grande amore, che ringrazio perché mi permette di salutare con l’armonia e lo splendore della musica di Stravinski. Stravinski era un credente, cristiano ortodosso, e ha composto questa messa per la liturgia. Non è quindi una musica da ascoltare ma una musica nella quale entrare; per prepararsi a comporla aveva letto Agostino e Bossuet, un vescovo e predicatore del ‘600. Questa Messa è risuonata a Milano per la prima volta nell’ottobre del 1948, alla Scala, diretta da Ernest Ansermet. Per me è il rinnovarsi della centralità di una grande dolcezza. Per questo dico grazie a Dio per la musica, grazie per tutti coloro che fanno musica, come in questi giorni del festival MiTo, e, prima di tutti, dico grazie alla Scala. Nel VI secolo Cassiodoro primo vescovo cattolico della Calabria ammoniva: “Se continuiamo a commettere ingiustizie Dio ci lascerà senza musica: avremo solo rumore, fracasso o silenzio.” Assurdo deriva da sordo, senza la musica siamo nell’assurdità. Oggi, invece, la Messa di Stravinsky unisce l’armonia della voce umana e l’armonia strumentale.

Qui saluto i milanesi e i lombardi con le parole di Bernardino Telesio filosofo del ‘500 che, nominato vescovo dal Papa Pio IV, non voleva accettare l’incarico. Con le sue parole voglio ricordare la mia città in cui ho visto i tramonti e le albe, nella quale ho vissuto ed ho camminato…“La mia città può far benissimo a meno di me, sono io che non posso fare a meno di voi; essa che mi scorre nelle vene e che mi pulsa dentro, nel battito del mio cuore”.

Mons. Gianfranco Ravasi

LE LETTURE DELLA MESSA:

PRIMA LETTURA

Am 8, 4-7

Dal libro del profeta Amos.

Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: «Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano». Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mai le loro opere.

SECONDA LETTURA

1 Tm 2, 1-8

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timoteo.

Carissimo, ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo dico la verità, non mentisco , maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che gli uomini preghino, dovunque si trovino, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese.

VANGELO

Lc 16, 1-13

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli:

«C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona».

Publié dans:Card. Gianfranco Ravasi |on 20 novembre, 2008 |Pas de commentaires »

New Testament Maps MAPPE SUI VIAGGI DI PAOLO E DEL NUOVO TESTAMENTO – INGLESE

NEW TESTAMENT MAPS

MAPPE SUI VIAGGI DI SAN PAOLO MOLTO BELLE TUTTE LE MAPPE -

http://www.ebibleteacher.com/imagehtml/ntmaps.html#Paul-1st_Missionary_Journey

MAPPE SATELLITARI DI GOOGLE AI LUOGHI BIBLICI PER OGNI VERSETTO DELLA BIBBIA (bello!!!!)

http://www.biblemap.org/

UN SITO CON LE MAPPE SATELLITARI DI GOOGLE AI LUOGHI BIBLICI PER OGNI VERSETTO DELLA BIBBIA - IN INGLESE -COLLEGAMENTO MESSO IN HOME PAGE –  BELLO

Benedetto XVI e la predicazione di San Paolo sulla giustificazione (mercoledì 19 novembre 2008)

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-16201?l=italian

Benedetto XVI e la predicazione di San Paolo sulla giustificazione

Intervento in occasione dell’Udienza del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 19 novembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della catechesi pronunciata questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in Piazza San Pietro. Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, continuando il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sulla sua predicazione sulla giustificazione.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

nel cammino che stiamo compiendo sotto la guida di san Paolo, vogliamo ora soffermarci su un tema che sta al centro delle controversie del secolo della Riforma: la questione della giustificazione. Come diventa giusto luomo agli occhi di Dio? Quando Paolo incontrò il Risorto sulla strada di Damasco era un uomo realizzato: irreprensibile quanto alla giustizia derivante dalla Legge (cfr Fil 3,6), superava molti suoi coetanei nellosservanza delle prescrizioni mosaiche ed era zelante nel sostenere le tradizioni dei padri (cfr Gal 1,14). Lilluminazione di Damasco gli cambiò radicalmente l’esistenza: cominciò a considerare tutti i meriti, acquisiti in una carriera religiosa integerrima, come « spazzatura » di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo (cfr Fil 3,8). La Lettera ai Filippesi ci offre una toccante testimonianza del passaggio di Paolo da una giustizia fondata sulla Legge e acquisita con l’osservanza delle opere prescritte, ad una giustizia basata sulla fede in Cristo: egli aveva compreso che quanto fino ad allora gli era parso un guadagno in realtà di fronte a Dio era una perdita e aveva deciso perciò di scommettere tutta la sua esistenza su Gesù Cristo (cfr Fil 3,7). Il tesoro nascosto nel campo e la perla preziosa nel cui acquisto investire tutto il resto non erano più le opere della Legge, ma Gesù Cristo, il suo Signore.

Il rapporto tra Paolo e il Risorto diventò talmente profondo da indurlo a sostenere che Cristo non era più soltanto la sua vita ma il suo vivere, al punto che per poterlo raggiungere persino il morire diventava un guadagno (cfr Fil 1,21). Non che disprezzasse la vita, ma aveva compreso che per lui il vivere non aveva ormai altro scopo e non nutriva perciò altro desiderio che di raggiungere Cristo, come in una gara di atletica, per restare sempre con Lui: il Risorto era diventato linizio e il fine della sua esistenza, il motivo e la mèta della sua corsa. Soltanto la preoccupazione per la maturazione nella fede di coloro che aveva evangelizzato e la sollecitudine per tutte le Chiese da lui fondate (cfr 2 Cor 11,28) lo inducevano a rallentare la corsa verso il suo unico Signore, per attendere i discepoli affinché con lui potessero correre verso la mèta. Se nella precedente osservanza della Legge non aveva nulla da rimproverarsi dal punto di vista dellintegrità morale, una volta raggiunto da Cristo preferiva non pronunciare giudizi su se stesso (cfr 1 Cor 4,3-4), ma si limitava a proporsi di correre per conquistare Colui dal quale era stato conquistato (cfr Fil 3,12).

È proprio per questa personale esperienza del rapporto con Gesù Cristo che Paolo colloca ormai al centro del suo Vangelo unirriducibile opposizione tra due percorsi alternativi verso la giustizia: uno costruito sulle opere della Legge, laltro fondato sulla grazia della fede in Cristo. Lalternativa fra la giustizia per le opere della Legge e quella per la fede in Cristo diventa così uno dei motivi dominanti che attraversano le sue Lettere: « Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno » (Gal 2,15-16). E ai cristiani di Roma ribadisce che « tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù (Rm 3,23-24). E aggiunge « Noi riteniamo, infatti che luomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge » (Ibid 28). Lutero a questo punto tradusse: « giustificato per la sola fede ». Ritornerò su questo punto alla fine della catechesi. Prima dobbiamo chiarire che cosa è questa « Legge » dalla quale siamo liberati e che cosa sono quelle « opere della Legge » che non giustificano. Già nella comunità di Corinto esisteva lopinione che sarebbe poi ritornata sistematicamente nella storia; lopinione consisteva nel ritenere che si trattasse della legge morale e che la libertà cristiana consistesse quindi nella liberazione dalletica. Così a Corinto circolava la parola « BV µ@4 X>,FJ4<" (tutto mi è lecito). E ovvio che questa interpretazione è sbagliata: la libertà cristiana non è libertinismo, la liberazione della quale parla san Paolo non è liberazione dal fare il bene.

Ma che cosa significa dunque la Legge dalla quale siamo liberati e che non salva? Per san Paolo, come per tutti i suoi contemporanei, la parola Legge significava la Torah nella sua totalità, cioè i cinque libri di Mosè. La Torah implicava, nellinterpretazione farisaica, quella studiata e fatta propria da Paolo, un complesso di comportamenti che andava dal nucleo etico fino alle osservanze rituali e cultuali che derminavano sostanzialmente lidentità delluomo giusto. Particolarmente la circoncisione, le osservanze circa il cibo puro e generalmente la purezza rituale, le regole circa losservanza del sabato, ecc. Comportamenti che appaiono spesso anche nei dibattiti tra Gesù e i suoi contemporanei. Tutte queste osservanze che esprimono una identità sociale, culturale e religiosa erano divenute singolarmente importanti al tempo della cultura ellenistica, cominciando dal III secolo a.C. Questa cultura, che era diventata la cultura universale di allora, ed era una cultura apparentemente razionale, una cultura politeista, apparentemente tollerante, costituiva una pressione forte verso luniformità culturale e minacciava così lidentità di Israele, che era politicamente costretto ad entrare in questa identità comune della cultura ellenistica con conseguente perdita della propria identità, perdita quindi anche della preziosa eredità della fede dei Padri, della fede nellunico Dio e nelle promesse di Dio.Contro questa pressione culturale, che minacciava non solo l

identità israelitica, ma anche la fede nellunico Dio e nelle sue promesse, era necessario creare un muro di distinzione, uno scudo di difesa a protezione della preziosa eredità della fede; tale muro consisteva proprio nelle osservanze e prescrizioni giudaiche. Paolo, che aveva appreso tali osservanze proprio nella loro funzione difensiva del dono di Dio, delleredità della fede in un unico Dio, ha visto minacciata questa identità dalla libertà dei cristiani: per questo li perseguitava. Al momento del suo incontro con il Risorto capì che con la risurrezione di Cristo la situazione era cambiata radicalmente. Con Cristo, il Dio di Israele, lunico vero Dio, diventava il Dio di tutti i popoli. Il muro così dice nella Lettera agli Efesini tra Israele e i pagani non era più necessario: è Cristo che ci protegge contro il politeismo e tutte le sue deviazioni; è Cristo che ci unisce con e nell’unico Dio; è Cristo che garantisce la nostra vera identità nella diversità delle culture. Il muro non è più necessario, la nostra identità comune nella diversità delle culture è Cristo, ed è lui che ci fa giusti. Essere giusto vuol semplicemente dire essere con Cristo e in Cristo. E questo basta. Non sono più necessarie altre osservanze. Perciò lespressione « sola fide » di Lutero è vera, se non si oppone la fede alla carità, allamore. La fede è guardare Cristo, affidarsi a Cristo, attaccarsi a Cristo, conformarsi a Cristo, alla sua vita. E la forma, la vita di Cristo è lamore; quindi credere è conformarsi a Cristo ed entrare nel suo amore. Perciò san Paolo nella Lettera ai Galati, nella quale soprattutto ha sviluppato la sua dottrina sulla giustificazione, parla della fede che opera per mezzo della carità (cfr Gal 5,14).

Paolo sa che nel duplice amore di Dio e del prossimo è presente e adempiuta tutta la Legge. Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la carità, tutta la Legge è realizzata. Diventiamo giusti entrando in comunione con Cristo che è l’amore. Vedremo la stessa cosa nel Vangelo della prossima domenica, solennità di Cristo Re. È il Vangelo del giudice il cui unico criterio è l’amore. Ciò che domanda è solo questo: Tu mi hai visitato quando ero ammalato? Quando ero in carcere? Tu mi hai dato da mangiare quando ho avuto fame, tu mi hai vestito quando ero nudo? E così la giustizia si decide nella carità. Così, al termine di questo Vangelo, possiamo quasi dire: solo amore, sola carità. Ma non c’è contraddizione tra questo Vangelo e San Paolo. È la medesima visione, quella secondo cui la comunione con Cristo, la fede in Cristo crea la carità. E la carità è realizzazione della comunione con Cristo. Così, essendo uniti a Lui siamo giusti e in nessun altro modo.

Alla fine, possiamo solo pregare il Signore che ci aiuti a credere. Credere realmente; credere diventa così vita, unità con Cristo, trasformazione della nostra vita. E così, trasformati dal suo amore, dallamore di Dio e del prossimo, possiamo essere realmente giusti agli occhi di Dio.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, con il loro Pastore Mons. Vito De Grisantis, qui convenuti per ricambiare la visita, che ho avuto la gioia di compiere nella loro terra nello scorso mese di giugno. Cari amici, ancora una volta vi ringrazio per laffetto con cui mi avete accolto, ed auspico che da quel nostro incontro scaturisca per la vostra Comunità diocesana una rinnovata, fedele e generosa adesione a Cristo e alla sua Chiesa. Saluto i rappresentanti della Federazione italiana cuochi e i Carabinieri della Regione Umbria. Tutti ringrazio per la presenza, ed auguro a ciascuno di essere messaggeri di gioia e di condivisione fraterna.

Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Domenica prossima, ultima del tempo ordinario, celebreremo la solennità di Cristo, re dellUniverso. Cari giovani, ponete Gesù al centro della vostra vita, e da Lui riceverete luce e coraggio. Cristo, che ha fatto della Croce un trono regale, insegni a voi, cari malati, a comprendere il valore redentivo della sofferenza vissuta in unione a Lui. A voi, cari sposi novelli, auguro di riconoscere la presenza del Signore nel vostro cammino familiare.

Prof. Marcello Busemi: « Verso la piena maturità di Cristo » ( I parte, la seconda subito sotto)

DEL PROF. MARCELLO BUSCEMI:

VERSO LA PIENA MATURITÀ DI CRISTO

Aspetti della perfezione cristiana in San Paolo

Ancora uno studio del Prof. Buscemi, come sempre bello, istruttivo ed anche appassionante; c’è qualche parola in greco, ho traslitterato io, spero di non aver sbagliato;

Series – essays SBF – Jerusalem 2007

PONTIFICIA UNIVERSITAS

ANTONIANUM

Facultas Scientiarum Biblicarum

et Archaeologiae

STUDIUM BIBLICUM

FRANCISCANUM

Il tema è affascinante. Tutti coscientemente o incoscientemente tentiamo verso la piena realizzazione di noi stessi. Tale entusiasmo istintivo, però, si attenua appena si vuole approfondire il fenomeno della “maturità”; di essa è persino difficile dare una definizione sia da un punto di vista psicologico che spirituale. Di più: se cerchiamo di investigare il concetto di “maturità” in uno scrittore dell’antichità, il problema diviene ancora più complesso, dato che non sempre vi è coincidenza tra il nostro e il suo “concepire la maturità”. Proprio per questo mi sembra bene prima presentare una definizione di “maturità” quanto più possibile vicina al nostro modo di pensare e poi di confrontarla con il pensiero di Paolo. In tal modo, possiamo rilevare coincidenze e differenze tra il nostro modo di pensare la “maturità” in generale e la “maturità cristiana” in particolare. Solo dopo tale analisi, potremo approfondire il concetto particolare di “maturità cristiana” nell’insieme del pensiero di Paolo, l’apostolo del progetto di Dio per la costituzione dell’uomo nuovo nel Cristo Gesù. Tale progetto, negli scritti paolini, ha una duplice traiettoria: una dottrinale e una parenetica. La traiettoria dottrinale riguarda la nostra maturità come progetto voluto da Dio, realizzato nel Cristo e portato alla sua perfezione nell’opera dello Spirito in noi. La traiettoria parenetica, invece, delinea un comportamento di maturità basato sulle tre virtù teologali: fede, speranza e carità in vista della edificazione della comunità dei credenti, che nel Cristo formano l’uomo nuovo, voluto da Dio.

1) Maturità e perfezione in S. Paolo

L’enunciato del tema presenta un’oscillazione tra due termini, forse sinonimi tra loro, ma di sicuro di estrazione culturale diversa: maturità e perfezione; il primo è più comune in campo psico-sociologico, il secondo in campo religioso. Tale distinzione diviene più marcata se i due termini li si cerca all’interno del NT e in particolare in S. Paolo. L’apostolo non usa mai il termine “maturità”, ma ha una sua concezione della maturità; usa molto il termine “perfezione”, ma non sempre coincide con il nostro concetto di maturità. A noi, quindi, il compito di definire, per quanto ciò sia possibile, il nostro concetto di “maturità” e poi vedere se tale concetto coincide con il concetto di “perfezione” usato da Paolo.

a) Il nostro concetto di maturità

Nei vocabolari della lingua italiana, si possono trovare sia una definizione statica di maturità: “Raggiunta pienezza delle proprie capacità intellettuali e morali” (Garzanti), sia una definizione comportamentale: “Capacità di orientamento o di comportamento, fondata sull’acquisizione seria, completa e definitiva dei dati dell’esperienza” (Devoto-Oli), sia una definizione che unisce i due aspetti: “pieno sviluppo delle qualità intellettuali, morali, spirituali di un individuo; capacità di comportarsi, di agire, di giudicare in modo autonomo e adeguato alle circostanze” (De Mauro). In modo simile si esprimono i dizionari di psicologia. Così, Hans Joachim Engels definisce la maturità nel Dizionario di psicologia: “Stato di completa e stabilizzata differenziazione e integrazione somatica, psichica e mentale; attitudine a eseguire i compiti assegnati al singolo individuo e ad affrontare le esigenze della vita”. Più qualitativa mi sembra la definizione offerta da R. Zavalloni nel Dizionario di Spiritualità: “La «maturità umana» è la consapevole pienezza di tutte le proprie capacità fisiche, psichiche e spirituali, ben armonizzate e integrate tra loro”. Analizzando brevemente e senza alcuna pretesa di completezza queste definizioni, mi sembra che emergano due momenti essenziali del concetto di “maturità umana”: da una parte, la maturità è concepita come una “pienezza”, “raggiunta”, “completa” “stabilizzata”, “consapevole”, che fa supporre un cammino progressivo verso una meta, uno stato o condizione di essere che, una volta raggiunto, chiamiamo maturità; essendo “stabile”, non dovrebbe mutare, ma mantenersi sempre tale; essendo “consapevole”, significa che chi la possiede ha piena coscienza del cammino fatto per acquisire una perfetta armonizzazione e integrazione di tutte le sue capacità fisiche, psichiche e spirituali. Tale individuo maturo è capace di un orientamento e comportamento adeguato “ad affrontare le esigenze della vita”, a giudicare i problemi con equilibrio e ad offrire soluzioni concrete e proporzionate a tali problemi. Tale concetto di “maturità umana” è un’astrazione, comoda come ideale da raggiungere; in concreto, ci accontentiamo molto di meno per definire qualcuno come una “persona matura”. In ogni caso, quel concetto ci è utile nella nostra ricerca e mi sembra che si avvicini molto a quello di “perfezione” della tradizione cristiana in generale e di quella paolina in particolare. In verità, già nel pensiero greco il termine “teleios”, “perfetto”, indica ciò che non ha più bisogno di alcun accrescimento nell’abilità o nella capacità di operare, che non manca di nulla per essere completo. Così, nella filosofia stoica, “l’uomo perfetto”, “l’adulto”, si distingue dal “bambino”, perché è colui che possiede tutte le qualità morali e agisce in conformità con le virtù. Tale “perfezione-maturità” si avvicina al nostro concetto moderno di “maturità”, ma si distingue da esso per la sua relazione a Dio o alla “virtù” da conseguire e da porre in atto nella propria vita. Per noi la “maturità” ha senso soggettivo e individualista: è “la capacità di comportarsi, di agire, di giudicare in modo autonomo e adeguato alle circostanze”; per il mondo greco, e per quello antico in genere, è un “concetto relazionale”: è un modo di comportarsi in maniera adulta all’interno della “polis” o del “cosmos”, rispettandone le leggi e gli obblighi assunti. “Vivere bene” e “agire bene” ha senso solo se mi fa vivere in perfetta comunione con gli altri. Il filosofo ebreo Filone, molto vicino agli stoici, ha scritto: la felicità consiste non tanto nel possedere la virtù, ma soprattutto nel praticarla; ma ciò non è possibile se Dio non la fa fruttificare Il testo è importante per noi: perché pone in rilievo il carattere personale, non soggettivo o individuale, della maturità: l’uomo è sempre in relazione con Dio e i suoi simili; inoltre, perché sottolinea il carattere concreto della maturità: non sono maturo perché posseggo tutte le virtù o le capacità operative, ma perché li pongo al servizio degli altri; infine, perché concepisce la maturità come partecipazione alla perfezione assoluta di Dio: solo Dio è perfetto, l’uomo lo è per partecipazione.

b) il concetto paolino di maturità

In Paolo, la terminologia della “perfezione” non è molto vasta: il sostantivo “telos” appare 12 volte e, se si esclude Rom 13,7, indica per lo più la meta verso cui l’uomo si dirige con le sue azioni (1Cor 10,11; 11,24; 2Cor 1,13): la morte (Rom 6,21; Fil 3,19; 1Tes 2,16) o la vita (Rom 6,22); ma soprattutto indica Cristo, che toglierà il velo dai nostri cuori per vedere le realtà eterne (2Cor 3,13), giudicherà ogni uomo secondo le sue opere (2Cor 11,15) che ci renderà giusti mediante la fede (Rom 10,4), santi e irreprensibili nel suo avvento glorioso (Rom 6,22). Anche il verbo “teleo”, “essere perfetti”, sottolinea questo andare verso il compimento. Così, Paolo, scoraggiato per la sua spina nel fianco, si sente dire: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente/è perfetta nella debolezza” (2Cor 12,9); tale perfezione, però, la si può raggiungere solo “se camminiamo secondo lo Spirito e non portiamo a compimento i desideri della carne” (Gal 5,16). Il sostantivo “telos” e il verbo “teleo” hanno una valenza escatologica: sottolineano il cammino del cristiano verso la meta che lo attende; anzi, la sua meta è Cristo che lo rinnova totalmente; la sua guida è lo Spirito che lo conduce alla “piena maturità di Cristo”. L’aggettivo “teleios », “perfetto”, appare 8 volte e, come tutti gli aggettivi, qualifica una persona o un comportamento. Così, Paolo invita a “non conformarsi alla mentalità del mondo, ma a trasformarsi interiormente per discernere la volontà di Dio: ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12,2); per questo istruisce ogni uomo con ogni sapienza per rendere ciascuno perfetto in Cristo (Col 1,28); “ai perfetti” presenta non la sapienza di questo mondo, ma la sapienza di Dio (1Cor 2,6), che li aiuta ad essere “perfetti” nei giudizi (1Cor 14,20), a tendere nella fede e nella conoscenza allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo (Ef 4,13), ad avere i sentimenti di Cristo (Fil 3,15; cfr anche 2,1-5), ma soprattutto ad avere la carità, che è il vincolo della perfezione (Col 3,14); infine, egli esorta i cristiani a “conquistare” con tutta la potenza del loro amore “Cristo, lui che ci ha conquistato con la forza del suo amore” (Fil 3,12). Più che il sostantivo “telos” e il verbo “teleo”, l’aggettivo “teleios” sottolinea il senso della “maturità cristiana”. Essa non si basa solo sulle proprie capacità umane, ma soprattutto “sulla potenza di Cristo” (2Cor 12,9) e sulla “sapienza di Dio” (1Cor 2,6), che rinnova la mente del credente mediante la fede, lo spinge nel discernimento e nell’anelito, carico di speranza, ad unirsi totalmente a Cristo, lo rende perfetto e maturo in lui per amare Dio e i fratelli sotto l’azione dello Spirito. Ma Paolo non è solo un uomo dalle idee chiare, è anche un retore che ama esprimere le sue idee con dei contrasti forti, con dei chiaroscuri marcati. Per questo, nelle sue lettere, l’idea di maturità non è affidata solo ai termini analizzati, ma a delle antitesi che devono colpire il lettore o l’ascoltatore e smuoverne i sentimenti. In primo luogo, l’antitesi asimmetrica “bambini-perfetti”: “Fratelli, non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia, ma uomini perfetti/maturi quanto ai giudizi” (1Cor 14,20); “Tra i perfetti (= tra i maturi nella fede) parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla”; infatti, “quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà” (1Cor 13,10). A tale antitesi ne segue un’altra, l’antitesi esistenziale “carnale-spirituale”: “Dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?” (1Cor 3,3). Il cristiano, invece, deve comportarsi con santità e sincerità che vengono da Dio, non con la sapienza della carne ma con la grazia di Dio (2Cor 1,12); deve lottare “non con armi carnali”, ma “con la potenza di Dio” (1Cor 10,3-4), cioè “camminando secondo lo Spirito”

e così non soddisfare i desideri della carne” (Gal 5,16). A tale proposito egli introduce l’antitesi personale “schiavi-liberi”: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito di figliolanza per mezzo del quale gridiamo: Abba! Padre” (Rom 8,15). In nessun momento il cristiano, se vuol essere perfetto/maturo, deve divenire schiavo della “carne”, cioè schiavo di tutto ciò che lo porta lontano da Dio e da Cristo, ma essere sempre “libero”, per realizzare la volontà di Dio e agire mediante lo Spirito da “figlio di Dio” (Gal 3,26-28; Rom 8,14-16). In ciò si determina la grande sintesi paolina: “essere uno in Cristo” (Gal 3,28) e “rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio e nella santità vera” (Ef 4,10), “rivestirsi di Cristo e così non seguire la carne nei suoi desideri” (Rom 13,14; Gal 5,17). Nel tempo escatologico, nel momento della prova, i credenti debbono essere persone mature: sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza, poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui” (1Tes 5,8-10).

2) La maturità come progetto

Tale affermazione è fondamentale nel pensiero paolino. Per Paolo la maturità del credente non è opera umana, ma progetto divino sull’uomo e per l’uomo. Siamo destinati alla salvezza e per questo collaboriamo con Dio per realizzare la nostra maturità personale, umana e cristiana. Tale azione in sinergia, nel pensiero di Paolo, si sviluppa in tre momenti: l’iniziativa divina, il modello divino, la guida dello Spirito.

a) L’iniziativa divina: “scelti per essere santi e immacolati”

In 1Tes 4,3, l’apostolo afferma con vigore: “Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione”. L’affermazione è chiara, ma non a sufficienza. Per la lingua italiana, il termine “volontà” è un termine astratto, che indica la capacità di volere qualcosa, la facoltà di decidere consapevolmente il proprio comportamento. Paolo usa, invece, il termine “telema”, che indica l’effetto del “volere”, il progetto di amore che Dio ha sull’uomo. Maturità, pertanto, è portare a compimento il progetto che Dio ha su ciascuno di noi. Anche il termine “santificazione”, essendo in italiano come in greco un termine di azione, va in questa linea progressiva della maturità cristiana. Portare a compimento il progetto di Dio, in cui si realizza la nostra maturità

personale cristiana, consiste nel “divenire santi”, nell’ abbandonarci totalmente a Dio per partecipare alla sua santità. È Dio che ci santifica, perché nel Cristo e mediante Cristo “ci ha redenti e resi partecipi della sorte dei santi nella luce” (Col 1,13), e inoltre mediante l’azione perfezionatrice dello Spirito abbiamo accesso al Padre nella gloria (Ef 1,14; 2,18). Noi collaboriamo con Dio, perché egli “nel Cristo ci ha scelti per sé prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1,4). Un testo meraviglioso, che ci manifesta tutto il pathos dell’immedesimazione di Paolo al progetto di Dio per noi. “Ci ha scelti per sé”: noi traduciamo come possiamo, ma Paolo ha usato un solo termine, un parola che ricapitola tutto l’amore salvifico di Dio, il suo progetto di amore per noi dall’eternità, il suo interesse verso i suoi figli, che ha benedetto, predestinati, ai quali ha fatto grazia e ai quali ha manifestato il mistero del suo disegno di amore (Ef 1,4-10). La nostra salvezza ha origine dalla “eudokia” del Padre, dal “beneplacito della sua volontà”, da un atto del suo amore infinito per noi, che “siamo stati scelti per essere santi e immacolati”. Tale elezione, stando ad Ef 1,4, assume tre caratteristiche fondamentali. Ha una connotazione teologica: essa è stata stabilita da Dio “prima della fondazione del mondo”, procede dall’amore infinito di Dio (1,4) come progetto in favore dell’uomo, trova il suo compimento “dinanzi a lui” (1,4); ha, poi, una connotazione cristologica: l’elezione trova il suo compimento “nel Diletto” (1,6), “nel Cristo”, in cui tutto è ricapitolato e tutto tende verso l’unità (1,10); infine, ha un carattere escatologico, perché l’elezione è orientata “all’essere santi e immacolati” (1,4), in una parola alla santificazione, che è insieme partecipazione alla santità di Dio (cfr 1,14) e offerta santa e a lui gradita di tutto noi stessi (cfr 1,12).

Prof. Marcello Buscemi: « Verso la piena maturità di Cristo » (II parte)

DEL PROF. MARCELLO BUSCEMI:

VERSO LA PIENA MATURITÀ DI CRISTO

Aspetti della perfezione cristiana in San Paolo

SECONDA PARTE

b) il modello divino: Cristo, l’uomo nuovo

Legato intimamente al tema della nostro “essere santi e immacolati”, Paolo pone il tema del nostro essere predestinati ad “essere figli” (Ef 1,4-7). L’elezione alla santità Dio l’ha concepita come un rapporto familiare tra Padre e figli, più precisamente come un nostro partecipare al rapporto che intercorre tra il Padre e il Figlio del suo amore. Siamo figli nel Figlio. Ed è in Cristo che il progetto di amore si concretizza in maniera dinamica e progressiva all’interno del “telema” divino. In lui, che è il Figlio in cui il Padre si compiace, noi siamo predestinati ad essere figli in cui risplende la santità a gloria della sua grazia (1,6). Tutta la vita del cristiano è orientata, destinata all’amore (1,4) e ha come modello l’amore stesso di Cristo (Ef 1,5; Rom 3,29; Fil 3,21): far risplendere nella propria esistenza la gloria del Padre (1,6), la ricchezza della sua grazia (1,7), la grandezza del suo amore infinito (1,5.11). Nessuno, però, può realizzare tale progetto divino con le proprie forze: l’autogiustificazione, come l’autorealizzazione, è fuori dallo schema teologico paolino. Per questo la nostra adozione a figli, nel progetto divino, avviene “per mezzo di Cristo” e avendo come modello Cristo (1,5), “l’uomo nuovo”, con il quale ogni credente deve confrontarsi e del quale deve portare l’immagine (Ef 2,15). Riprodurre gli stessi lineamenti di Cristo al punto di “essere “uno in lui” (Gal 3,28), perché solo “chi è in Cristo è una nuova creatura” (2Cor 5,17). Questo “uno” è “l’unico uomo Cristo Gesù” (Rom 5,15-17), l’Adamo escatologico, nel quale noi troviamo il dono della grazia sovrabbondante di Dio (Rom 5,15). L’uomo nuovo è Cristo, in cui tutti noi siamo riconciliati con Dio mediante la sua croce e formiamo un solo corpo (Ef 2,16), per avere in un solo spirito accesso al Padre (Ef 2,18). In lui non sono annullate le differenze, ma valorizzate in vista della “nuova creazione”, dell’“uomo nuovo”.

c) la crescita: sotto la guida dello Spirito

La nostra perfezione/maturità è opera di Dio, che la porta a compimento nel tempo sotto l’azione incessante e perfezionatrice dello Spirito. La nostra “santificazione”, proprio perché è un progetto, si matura “nel tempo”, meglio “nell’amministrazione dei tempi” (Ef 1,10) voluti da Dio, che li porta avanti e li guida verso la loro pienezza, perché raggiungano lo scopo per cui sono stati stabiliti. Sono tappe di grazia e di benedizione, segnate dalla benevolenza divina, nelle quali si realizza il progetto di Dio a nostro favore. Il tempo scorre, ma è nelle mani di Dio, che lo guida per le sue vie, lo porta al compimento attraverso i momenti della sua grazia per raggiungere “la pienezza del tempo” (cfr Gal 4,4). In questo scorrere del tempo e attraverso i tempi, il credente deve rimanere in sintonia con Dio mediante lo Spirito: “Non spegnete lo Spirito” (1Tes 5,19). Lo Spirito Santo, infatti, è in azione nella vita del cristiano sin dall’inizio della “vita nuova in Cristo”, sin dal battesimo. Paolo lo afferma chiaramente in Gal 3,3: “Dopo aver cominciato mediante lo Spirito, ora volete essere condotti alla perfezione mediante la carne?”. Nel battesimo il credente, dopo “essersi lasciato crocifiggere con Cristo” (Gal 2,19-20), ha ricevuto lo Spirito (Gal 3,3) e lo Spirito abita in lui (Rom 8,9-11). Ha inizio “la vita nuova in Cristo” e il cristiano la vive “mediante lo Spirito”. “In lui anche voi, dopo aver udito la parola della verità, il Vangelo della nostra salvezza, dopo aver creduto, siete stati contrassegnati con lo Spirito della promessa” (Ef 1,13-14). Lo Spirito, in primo luogo, agisce nel cuore dei credenti. Egli, infatti, è stato inviato da Dio nei nostri cuori (Gal 4,6) e “ci ha segnati col suo sigillo e ha posto la caparra dello Spirito nei nostri cuori” (2Cor 1,21-22). E tale avvento ha un primo effetto descritto da Rom 5,5: “La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato”. Sta qui tutta la vita del cristiano: mediante la fede espressa nel battesimo abbiamo ricevuto il dono dello Spirito; ricevuto lo Spirito bisogna “camminare secondo lo Spirito”, attendere “la speranza della giustificazione” (Gal 5,5), vivere la fede agente mediante l’amore. E l’amore è libertà dalla legge (5,18), da un’esistenza egoista (5,24), dal peccato (Gal 3,22) e dal dominio minaccioso del mondo presente (Gal 1,4; 6,14). È vivere da creature nuove (Gal 6,15), da figli di Dio (Gal 4,5-7). Ma l’azione potente dello Spirito ci plasma interiormente, solo “se realmente viviamo secondo lo Spirito, per conformarci allo Spirito” (Gal 5,25). Notate la condizionale della realtà: quel “se realmente” prende di mira tutti i nostri “se”, “ma”, in una parola tutti i nostri contorcimenti mentali e compromessi comportamentali da “persone immature”. Non si può giocare con lo Spirito, non lo si può prendere per il naso (Gal 6,7). Bisogna decidersi costantemente per una lotta senza concessioni alla carne, al nostro egoismo, in modo che lo Spirito divenga l’orizzonte interiore del nostro vivere in Cristo e la forza determinante della nostra crescita spirituale. “Non spegnere lo Spirito” (1Tes 5,19), ma seguirne sempre e con obbedienza le sollecitazioni interiori. Solo allora si divieni liberi e persone mature in Cristo, perché si abbandona il comportamento da bambini e si adempie perfettamente da adulti la legge di Dio, l’amore.

3) La maturità cristiana tra presente e futuro

Paolo in 2Cor 4,18 afferma: “L’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno”. È un’affermazione

poderosa che mette in giusto rilievo la dinamicità e la progressività del “vivere in Cristo”. L’opzione che il cristiano ha fatto nel momento del battesimo non è solo un atto momentaneo e isolato che introduce il credente nella vita cristiana, ma è insieme inizio e sviluppo progressivo (Fil 1,25), “di fede in fede” (Rom 1, 17), del vivere sotto l’azione efficace e salvifica di Dio che giustifica, del nostro “essere e vivere in Cristo” nella speranza, del nostro “camminare secondo lo Spirito” lasciandoci plasmare dalla sua azione di grazia e operare nell’amore in risposta al progetto di Dio su di noi. Solo una vita segnata dalle tre virtù teologale può formare giorno per giorno la nostra personalità cristiana e la nostra maturità in Cristo.

a) maturità e fede: forti nella fede

Il vocabolario paolino della fede, come del resto anche quello neotestamentario, è estremamente dinamico. Ciò è già evidente nel termine “credere”, dato che il verbo in se stesso indica l’azione di una persona che presta fede ad un altro, gli dà il suo assenso, si abbandona a lui e in lui. La stessa cosa avviene per il termine greco “pistis”, che noi traduciamo con “fede”. Nella lingua greca è un sostantivo astratto di azione e quindi non indica uno stato o una situazione in cui ci si viene a trovare e in cui si rimane fermi o immobili, ma esprime un movimento interno della persona verso qualcuno, una risposta a chi per primo ci ha interpellato, una relazione vitale con qualcuno. Una fede statica è inconcepibile per Paolo, un controsenso. Per lui la fede è movimento, avvenimento salvifico, relazione con qualcuno, un “correre per afferrare Cristo, che prima ci ha afferrato” (Fil 3,12), un “correre verso la meta, per conseguire il premio di quella superna vocazione di Dio in Cristo Gesù” (Fil 3, 14), “un vivere nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), un cominciare per mezzo dello Spirito per arrivare alla perfezione del Cristo Signore (Gal 3,3). In breve: per Paolo la fede è vita, e “il mio vivere è Cristo” (Fil 1,21).Tale visione dinamica della fede investe e determina tutta l’esistenza del cristiano: il suo passato, il suo presente e soprattutto il suo futuro. La fede investe la totalità del nostro essere personale: Cristo ha salvato tutto l’uomo e tutte le dimensioni spazio-temporali della sua esistenza. Per questo, quando il cristiano professa: “io credo in Gesù Cristo”, egli esprime una convinzione di fede sul suo passato di schiavitù al peccato, alla carne, al mondo, alla morte. Egli grida a tutti: io credo in Cristo che mi ha liberato dal peccato, da questa potenza oscura (Col 1,13), perversa, demoniaca, che afferra le profondità dell’animo umano, rendendolo un “bambino senza giudizio e senza discernimento”, schiavo della cattiveria, dell’impurità, dell’empietà (Rom 7,7-8,4; Gal 5,19-20). In tale proclamazione, il mio presente viene investito dalla fede, divenendo determinazione del mio agire (Col 3,17.23), del mio pensare (Fil 2,1-5; 4,2; Rom 12,16), del mio sentire (Fil 2,5), del mio soffrire (Fil 1,29; Col 1,24; 2Cor 12,10), del mio gioire (Rom 15,13; Gal 5,22; Fil 4,4-7), del mio gloriarmi (1Cor 1,30; 2Cor 12,5-10), in una parola del mio vivere ed esperimentare la storia e il mondo (1Cor 3,22-23). Nella fede il mio presente acquista senso e si apre ad un compimento più grande: il divenire adulti in Cristo. L’essere umano si apre al futuro di Dio: la vita diviene possibilità (Fil 1,20b), impegno (2Cor 11,22-29), superamento incessante fino a che comparirà Cristo, vita nostra, per farci partecipi della sua gloria (Col 2,4).

b) Maturità e speranza: costanti nella speranza

Pascal, riflettendo sulla fede, l’ha definita “un salto nel buio”, una “scommessa” per Dio. Decidersi per qualcosa o per qualcuno richiede coraggio. Ma ciò può considerarsi valido per gli inizi della fede, quando l’uomo, superata una certa resistenza mentale ed esistenziale, decide di affrontare la meravigliosa avventura con Dio. Parlare, invece, di “coraggio della fede” per chi ha già scelto di “vivere nell’obbedienza della fede” e nella speranza che attende il compimento può sembrare fuori luogo. Eppure non è così: per vivere ogni giorno la propria fede e rimanere saldi nella speranza ci vuole coraggio. Esso è richiesto dalla stessa struttura dinamica della fede e della speranza: per il credente ogni momento della sua vita è “decisione per Dio”. Una decisione dell’intelligenza, della volontà, del cuore, costantemente diretti e orientati verso Dio come l’ago della bussola verso il Nord. Tale orientamento, per Paolo, è possibile solo se il cristiano si lascia penetrare e guidare dallo Spirito, la forza meravigliosa e prodigiosa donata al credente (Gal 3,2.5) come fonte della nuova vita e come norma costante e dinamica del suo camminare nella speranza: “Quelli che sono secondo lo Spirito, aspirano alle cose dello Spirito … e ciò a cui tende lo Spirito è vita e pace … è vita per la giustizia” (Rom 8,5-9). Lo Spirito Santo è pertanto il coraggio della decisione del credente, in quanto lo spinge all’intelligenza della fede nel suo vivere quotidiano: “Noi non abbiamo ricevuto lo Spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, affinché conosciamo le cose che Dio ci ha gratuitamente largite; e di queste parliamo, non con parole suggerite dalla sapienza umana, ma con quelle insegnate dallo Spirito, adattando a uomini spirituali dottrine spirituali” (1Cor 2,12-13); incita la volontà del credente a camminare in maniera degna di Cristo: “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e concupiscenze” (Gal 5,24-25), per produrre “il frutto dello Spirito, l’amore” (Gal 5,22-23); muove il suo cuore ad elevare il grido della sua figliolanza divina: “Ora, poiché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del suo Figlio nei vostri cuori per gridare: Abba! Padre!” (Gal 4,6). In tale visione, lo Spirito Santo non è soltanto un eccellente maestro di vita, ma anche operatore e donatore di vita: è il coraggio della nostra fede, la scintilla vitale e potente che fa scattare la nostra decisione per Dio e per Cristo. Grazie allo Spirito, il credente nasce, cresce e arriva all’uomo perfetto, alla misura della pienezza della maturità di Cristo” (Ef 4,13).

c) maturità e carità: operosi nella carità

Esiste un intimo rapporto tra fede, speranza e agire credente. È vero: Paolo spesso definisce la vita cristiana come un “rimanere saldi nella fede, nel Signore” (cfr 1Cor 16,13; Gal 5,1; Fil 1,27; 4,1; 1Tes 3,8). Ma attenzione: bisogna “rimanere saldi” nella concretezza della nostra vita. In tal senso, il “rimanere saldo” non è semplice attesa della “speranza della giustificazione” (Gal 5,5), ma concreta e attiva realizzazione di questa giustificazione accettando nella propria vita il piano salvifico della promessa di Dio in Cristo, una fede agente per mezzo della carità (Gal 5,6), un cammino di fede amorosa che produce gioia, pace, benignità, bontà, fedeltà, dolcezza e temperanza (Gal 5,22-23), in un progressivo e deciso morire alle esigenze della carne (Gal 5,17.24-25) per vivere per Dio nello Spirito. Pertanto, il “rimanere saldi nella fede” è un’esistenza fondata sulla fede in Cristo, vissuta nella speranza dell’adempimento della promessa di Dio per mezzo dello Spirito, attuata nell’amore secondo la radicalità di Dio espressa nella “legge di Cristo” (Gal 6,2). Il cristiano non è individuo senza legge, un fuorilegge, ma uno che ha accettato e lascia operare in sé “la legge di Cristo”, meglio: “la legge che è Cristo”. Non un principio esterno di moralità, ma una persona vivente che lo rende “conforme a sé” (cfr 1Cor 9,21) per mezzo della “legge dello Spirito di vita nel Cristo Gesù”. Non si tratta, pertanto, di rimpiazzare una legge con un’altra, né di compiere questa o quell’altra opera per avere la salvezza, ma di vivere con radicalità, dietro l’esempio di Cristo e sotto la guida dello Spirito, la legge dell’amore, “la legge di Cristo”, che per primo “ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (Gal 2,20). E “l’opera della fede”, di cui parla Paolo in 1Tes 1,3 e 2Tes 1,11, è l’amore che anima la fede. Paolo lo afferma chiaramente in Gal 5,6: “ciò che conta è la fede operante/se opera per mezzo della carità”. Il principio essenziale della vita cristiana non cambia: è la fede. Ma non una fede qualsiasi o una fede astratta, ma la fede che qualifica se stessa operando per mezzo dell’amore. Così, fede e amore non possono essere

separate: la fede fonda la nostra esistenza in Cristo, l’amore la rende viva per la potenza dello Spirito Santo, sotto la cui guida diveniamo maturi in Cristo, fecondi di ogni opera buona e attendiamo la pienezza della giustificazione di Dio.

d) maturi nella Chiesa e per la Chiesa

Raggiungiamo, così, la dimensione comunitaria della maturità cristiana sotto l’azione perfezionatrice dello Spirito. La sua azione non è diretta solo a formare l’individuo, il cristiano secondo lo Spirito, ma attraverso la formazione dei singoli credenti tende soprattutto ad edificare la comunità ecclesiale, il “corpo di Cristo”. “E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, sia Giudei sia Greci, sia servi, sia liberi; tutti ci siamo abbeverati in un solo Spirito” (1Cor 12,13). Attraverso l’azione dell’unico Spirito si costituiscono le membra dell’unico corpo di Cristo. Come all’inizio della prima creazione, nel soffio dello Spirito si forma la Chiesa, corpo di Cristo (cfr Col 2,18a). Per mezzo della fede siamo tutti divenuti figli di Dio e nel battesimo ci siamo rivestiti di Cristo e “non c’è più né Giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo e donna, ma tutti voi siete uno nel Cristo Gesù” (Gal 3,26-28). La morte di Cristo ha annullato le differenze e per tutti i popoli la benedizione di Abramo è divenuta una realtà, perché tutti abbiamo ricevuto lo Spirito promesso (Gal 3,13-14). Ed è lo Spirito Santo che crea la comunità, la fa divenire un corpo solo, un solo “uomo nuovo”. Egli realizza, attualizza e manifesta il nostro “essere uno in Cristo”, in modo che noi siamo nel Cristo e Cristo è in noi (Gal 2,20). Nello Spirito diveniamo una comunità viva, afferrata da Cristo Signore nel più profondo della nostra esistenza (Gal 2,20), efficace nella potenza dei carismi che il Padre ci elargisce (Gal 3,5). Per questo Paolo può scrivere in 1Cor 12,4-11: “Vi sono diversità di carismi, ma identico è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma lo stesso è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma lo stesso è Iddio che opera tutto in tutti. A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”. Tale testo è importante: 1º) perché mette in evidenza che è Dio che opera tutto in tutti, elargendoci lo Spirito e i doni dello Spirito (cfr Gal 3,5). 2º) Tutto deriva dall’unico Spirito: nella vita cristiana la cosa più importante non è possedere questo o quell’altro carisma; i carismi sono manifestazioni dell’unico Spirito e pertanto ciò che conta è “ricevere lo Spirito” ed essere fedeli e obbedienti a lui, in modo da produrre sotto la sua guida il frutto dello Spirito: l’amore. 3º) Ogni manifestazione dello Spirito è per il bene comune: ciascuno deve operare come membro dell’unico corpo, che, pur nella diversità dei carismi e della propria storia personale, deve divenire “uno in Cristo” (Gal 3,28) e contribuire ad edificare l’uomo nuovo “nel Cristo Gesù” (Ef 2,14-16): “in lui l’intero edificio, ben compaginato, cresce in tempio santo nel Signore; in lui anche voi, insieme con gli altri, venite costruiti per divenire abitazione di Dio in virtù dello Spirito” (Ef 2,21-22). Tutti i carismi sono dati per l’edificazione della Chiesa di Dio nella carità, “in maniera che perveniamo tutti alla perfetta unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all’uomo perfetto, alla misura della piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).

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