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XXXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – GIOVEDÌ 27 NOVEMBRE 2008

XXXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

GIOVEDÌ 27 NOVEMBRE 2008

DAL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=11/27/2008#

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Esposizione sui salmi, Sal 95, §14

« Alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina »
« Esulteranno allora tutte le piante dei boschi, alla presenza del Signore, poiché egli viene: viene a giudicare la terra » (Sal 95, 12). È venuto una prima volta e verrà ancora. La prima volta è venuto con la sua presenza nella Chiesa e a portarlo erano le nubi (Mt 26, 64). E quali sono le nubi che l’hanno portato? Gli Apostoli, che ci hanno recato il messaggio evangelico… È venuto una prima volta per bocca dei suoi evangelizzatori e ha riempito l’universo. Non opponiamo resistenza alla sua prima venuta, per non dover temere nella seconda…

Cosa farà, allora, il cristiano? Si servirà del mondo, ma non diverrà schiavo del mondo. Cosa significa? Pur avendo le cose, si comporterà come se non le avesse. Così dice l’Apostolo; … « Quanto al resto, fratelli, il tempo è breve… coloro che comprano, siano come se non conservassero avidamente; e coloro che usano delle cose del mondo, come se non ne usassero. Passa, infatti, la figura di questo mondo, e io vorrei che voi foste senza preoccupazioni (1Cor 7,29-30): Chi non ha preoccupazioni aspetta sereno la venuta del Signore. Difatti, che sorta di amore abbiamo per Cristo se temiamo che venga? E non ce ne vergogniamo, fratelli? Noi l’amiamo ed abbiamo paura che venga. Ma l’amiamo per davvero? O non amiamo, per caso, più che non Cristo i nostri peccati? Ebbene, odiamo i peccati, e amiamo colui che verrà …

« Allora esulteranno tutte le piante dei boschi dinanzi al volto del Signore, poiché egli viene »… È venuto una prima volta: verrà in seguito a giudicare la terra, e troverà colmi di gioia coloro che hanno creduto alla sua prima venuta.

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo   (Om. 33,1.2; PG 57,389-390)

Se saremo agnelli vinceremo, se lupi saremo vinti
Finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo sconfitti, perché saremo privi dell’aiuto del pastore. Egli non pasce lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché gli impedisci di manifestare la sua potenza.
È come se Cristo avesse detto: Non turbatevi per il fatto che, mandandovi tra i lupi, io vi ordino di essere come agnelli e colombe. Avrei potuto dirvi il contrario e risparmiarvi ogni sofferenza, impedirvi di essere esposti come agnelli ai lupi e rendervi più forti dei leoni. Ma è necessario che avvenga così, poiché questo vi rende più gloriosi e manifesta la mia potenza. La stessa cosa diceva a Paolo: «Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si manifesti pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Sono io dunque che vi ho voluto così miti. Per questo quando dice: «Vi mando come agnelli» (Lc 10,3), vuol far capire che non devono abbattersi, perché sa bene che con la loro mansuetudine saranno invincibili per tutti. E volendo poi che i suoi discepoli agiscano spontaneamente, per non sembrare che tutto derivi dalla grazia e non credere di esser premiati senza alcun motivo, aggiunge: «Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe» (Mt 10,16). Ma cosa può fare la nostra prudenza, ci potrebbero obiettare, in mezzo a tanti pericoli? Come potremo essere prudenti, quando siamo sbattuti da tante tempeste? Cosa potrà fare un agnello con la prudenza quando viene circondato da lupi feroci? Per quanto grande sia la semplicità di una colomba, a che le gioverà quando sarà aggredita dagli avvoltoi? Certo, a quegli animali non serve, ma a voi gioverà moltissimo.
E vediamo che genere di prudenza richieda: quella «del serpente». Come il serpente abbandona tutto, anche il corpo, e non si oppone pur di risparmiare il capo, così anche tu, pur di salvare la fede, abbandona tutto, i beni, il corpo e la stessa vita. La fede è come il capo e la radice. Conservando questa, anche se perderai tutto, riconquisterai ogni cosa con maggiore abbondanza. Ecco perché non ordina di essere solamente semplici o solamente prudenti, ma unisce queste due qualità, in modo che diventino virtù. Esige la prudenza del serpente, perché tu non riceva delle ferite mortali, e la semplicità della colomba, perché non ti vendichi di chi ti ingiuria e non allontani con la vendetta coloro che ti tendono insidie. A nulla giova la prudenza senza la semplicità. Nessuno pensi che questi comandamenti non si possano praticare. Cristo conosce meglio di ogni altro la natura delle cose. Sa bene che la violenza non si arrende alla violenza, ma alla mansuetudine.

LODI

Lettura Breve   Rm 14, 17-19
Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole.

XXXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ 25 NOVEMBRE 2008

XXXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARTEDÌ 25 NOVEMBRE 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

(dal Tempo Ordinario)

Seconda Lettura
Dai «Trattati su Giovanni» di sant’ Agostino, vescovo
(Tratt. 35,8-9; CCL 36,321-323)

Verrai alla sorgente, vedrai la stessa luce
A paragone degli infedeli, noi cristiani siamo ormai luce. Perciò dice l’Apostolo: «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore; comportatevi perciò come i figli della luce» (Ef 5,8). E altrove disse: «La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente come in pieno giorno» (Rm 13, 12-13). Ma poiché, in confronto di quella luce alla quale stiamo per giungere, anche il giorno in cui ci troviamo è quasi notte, ascoltiamo l’apostolo Pietro. Egli ci dice che a Cristo Signore dalla divina maestà fu rivolta questa parola: «Tu sei il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Questa voce, prosegue, noi l’abbiamo udita scendere dal cielo, mentre eravamo con lui sul santo monte» (2 Pt 1, 17-18). Noi però non c’eravamo sul monte e non abbiamo udito questa voce scendere dal cielo e perciò lo stesso Pietro soggiunge: Noi abbiamo una conferma migliore nella parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino non si levi nei vostri cuori (cfr. 2 Pt 1,19).
Quando dunque verrà nostro Signore Gesù Cristo e, come dice l’apostolo Paolo, «metterà in luce i segreti delle tenebre, e manifesterà le intenzioni dei cuori: allora ciascuno avrà la sua lode da Dio» (1 Cor  4,5). Allora, essendo un tal giorno così luminoso, non saranno più necessarie le lucerne. Non ci verrà più letto il profeta, non si aprirà più il libro dell’Apostolo; non andremo più a cercare la testimonianza di Giovanni, non avremo più bisogno del vangelo stesso. Saranno perciò eliminate tutte le Scritture, che nella notte di questo secolo venivano accese per noi come lucerne, perché non restassimo nelle tenebre. Eliminate tutte queste cose, giacché non avremo più bisogno della loro luce, e venuti meno anche gli stessi uomini di Dio, che ne furono i ministri, perché anch’essi vedranno con noi quella luce di verità in tutta la sua chiarezza, messi da parte insomma tutti questi mezzi sussidiari, che cosa vedremo? Di che cosa si pascerà la nostra mente? Di che cosa si delizierà la nostra vista? Da dove verrà quella gioia, che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo? (cfr. 1Cor 2,9). Che cosa vedremo? Vi scongiuro, amate con me, correte con me saldi nella fede: aneliamo alla patria del cielo, sospiriamo alla patria di lassù; consideriamoci quali semplici pellegrini quaggiù. Che vedremo allora? Ce lo dica ora il vangelo: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). Verrai alla sorgente, da cui ti sono giunte poche stille di rugiada. Vedrai palesemente quella luce, di cui solo un raggio, per vie indirette e oblique, ha raggiunto il tuo cuore, ancora avvolto dalle tenebre e che ha ancora bisogno di purificazione. Allora potrai vederla quella luce e sostenerne il fulgore. «Carissimi, dice lo stesso san Giovanni, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2). Mi accorgo che i vostri affetti si levano con me verso l’alto; ma «un corpo corruttibile appesantisce l’anima e questa abitazione terrena grava la mente dai molti pensieri» (Sap 9,15). Ecco che io sto per deporre questo libro e voi per tornarvene ciascuno a casa sua. Ci siamo trovati assai bene sotto questa luce comune, ne abbiamo davvero gioito, ne abbiamo davvero esultato: ma, mentre ci separiamo gli uni dagli altri, badiamo bene a non allontanarci da lui.

DAL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=11/25/2008#

Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Discorsi su Giovanni, 10, 39 ; PG 14, 369s

 » Non sapete che siete tempio di Dio ?  » (1Cor 3,16)
 » Gesù disse ai Giudei: ‘Distruggete questo Tempio e in tre giorni lo farò risorgere’… Egli parlava del tempio del suo Corpo » (Gv 2,21)… Alcuni pensano che sia impossibile applicare al corpo di Cristo quanto è stato detto del Tempio; ritengono che il suo corpo è stato chiamato tempio perché, come il primo Tempio è stato abitato dalla gloria di Dio, così Colui che è stato generato prima di ogni creatura è l’immagine e la gloria di Dio (Col 1,15), e che, perciò, è giusto che il suo Corpo, cioè la Chiesa, sia chiamato tempio di Dio, poiché contiene l’immagine della divinità… Noi invece abbiamo imparato da Pietro che la Chiesa è il corpo e la casa di Dio, costruita con pietre vive, una casa spirituale per un sacerdozio santo (1 Pt 2,5).

Per cui possiamo guardare Salomone, il figlio di Davide che ha costruito il Tempio, come una figura di Cristo: dopo la guerra, mentre regnava una grande pace, Salomone costruì un tempio alla gloria di Dio nella Gerusalemme terrena… Infatti, quando tutti i nemici di Cristo saranno « stati posti sotto i suoi piedi, l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte » (1 Cor 15,25-26). Allora la pace sarà perfetta, allora Cristo sarà « Salomone » il cui nome significa « pacifico »; in lui si compierà questa profezia: « Io ho dimorato con chi detesta la pace; io sono per la pace » (Sal 119, 6-7). Allora ciascuna delle pietre vive, a seconda dei meriti della sua vita presente, sarà una pietra del tempio: uno, apostolo o profeta, posato nelle fondamenta, porterà le pietre posate sopra; un altro venuto dopo coloro che sono nelle fondamenta, portato lui stesso dagli apostoli ne porterà insieme con loro altri più deboli; uno sarà una pietra all’interno, dove si trova l’arca con i cherubuni (1 R 6,19); un altro, la pietra dell’atrio (vs 3), e un altro ancora, fuori dall’atrio dei sacerdoti e dei Leviti, sarà la pietra dell’altare dove vengono fatte le offerte dei raccolti… Lo svolgimento della costruzione, con l’organizzazione dei ministeri, sarà affidata agli angeli di Dio, queste potenze sante prefigurate dai capi dei cantieri di Salomone… Tutto questo si compierà quando la pace sarà perfetta, quando regnerà una grande pace.

LODI

Lettura Breve   1 Ts 5, 4-5
Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che il giorno del Signore possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre.

VESPRI

Lettura Breve   Rm 3, 23-25a
Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia.

XXXIV SETTTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – LUNEDÌ 24 NOVEMBRE 2008

XXXIV SETTTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

LUNEDÌ 24 NOVEMBRE 2008

SANTI ANDREA DUNG-LAC E C. (m)
Martiri

UFFICIO DELLE LETTURE
Seconda Lettura
Dall’epistolario di san Paolo Le-Bao-Tinh agli alunni del Seminario di Ke-Vinh nel 1843. (Launay A.: Le clergé tonkinois et ses prêtres martyrs, MEP, Paris 1925, pp. 80-83).

La partecipazione dei martiri alla vittoria del Cristo capo
Io, Paolo, prigioniero per il nome di Cristo, voglio farvi conoscere le tribolazioni nelle quali quotidianamente sono immerso, perché infiammati dal divino amore, innalziate con me le vostre lodi a Dio: eterna è la sua misericordia (Sal 135,3). Questo carcere è davvero un’immagine dell’inferno eterno: ai crudeli supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene, false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine angoscia e tristezza. Dio, che liberò i tre giovani dalla fornace ardente, mi è sempre vicino; e ha liberato anche me da queste tribolazioni, trasformandole in dolcezza: eterna è la sua misericordia. In mezzo a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me. Egli, nostro maestro, sostiene tutto il peso della croce, caricando su di me la minima e ultima parte: egli stesso combattente, non solo spettatore della mia lotta; vincitore e perfezionatore di ogni battaglia. Sul suo capo è posta la splendida corona di vittoria, a cui partecipano anche le membra. Come sopportare questo orrendo spettacolo, vedendo ogni giorno imperatori, mandarini e i loro cortigiani, che bestemmiano il tuo santo nome, Signore, che siedi sui Cherubini (cfr. Sal 79,2) e i Serafini? Ecco, la tua croce è calpestata dai piedi dei pagani! Dov’è la tua gloria? Vedendo tutto questo preferisco, nell’ardore della tua carità, aver tagliate le membra e morire in testimonianza del tuo amore. Mostrami, Signore, la tua potenza, vieni in mio aiuto e salvami, perché nella mia debolezza si è manifestata e glorificata la tua forza davanti alle genti; e i tuoi nemici non possono alzare orgogliosamente la testa, se io dovessi vacillare lungo il cammino. Fratelli carissimi, nell’udire queste cose, esultate e innalzate un perenne inno di grazie a Dio, fonte di ogni bene, e beneditelo con me: eterna è la sua misericordia. L’anima mia magnifichi il Signore e il mio spirito esulti nel mio Dio, perché ha guardato l’umiltà del suo servo e d’ora in poi le generazioni future mi chiameranno beato (cfr. Lc 1,46-48): eterna è la sua misericordia. Lodate il Signore, popoli tutti; voi tutte, nazioni, dategli gloria (Sal 116,1), poiché Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole, per confondere i forti; ciò che è spregevole, per confondere i potenti (cfr. 1Cor 1,27). Con la mia lingua e il mio intelletto ha confuso i filosofi, discepoli dei saggi di questo mondo: eterna è la sua misericordia. Vi scrivo tutto questo, perché la vostra e la mia fede formino una cosa sola. Mentre infuria la tempesta getto l’àncora fino al trono di Dio: speranza viva, che è nel mio cuore. E voi, fratelli carissimi, correte in modo da raggiungere la corona (cfr. 1Cor 9,24); indossate la corazza della fede (cfr. 1Ts 5,8); brandite le armi del Cristo, a destra e a sinistra (cfr. 2Cor 6,79), come insegna san Paolo, mio patrono. È bene per voi entrare nella vita zoppicanti o con un occhio solo (cfr. Mt 18,8-9), piuttosto che essere gettati fuori con tutte le membra. Venite in mio soccorso con le vostre preghiere, perché possa combattere secondo la legge, anzi sostenere sino alla fine la buona battaglia, per concludere felicemente la mia corsa (cfr. 2 Tm 4,7).
Se non ci vedremo più nella vita presente, questa sarà la nostra felicità nel mondo futuro: staremo davanti al trono dell’Agnello immacolato e canteremo unanimi le sue lodi esultando in eterno nella gioia della vittoria. Amen.

Responsorio Cfr. Eb 12,1-3
R Affrontiamo con perseveranza la corsa che ci sta davanti, * tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.
V Pensate a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo,
R tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.
LODI

Lettura Breve 2 Cor 1, 3-5
Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.

Mons. Gianfranco Ravasi : San Paolo ai Corinzi, Guai a me se non evangelizzo (1 Cor 9,16)

dal sito:

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/78/2008-10/03-82/RAVASI_1Cor.pdf

GIANFRANCO RAVASI

SAN PAOLO AI CORINZI

Diocesi di Forlì-Bertinoro

Sintesi di 3 relazioni tenute al Centro S. Fedele di Milano (1989)

ANNO PAOLINO 2008/2009

Guai a me se non evangelizzo (1 Cor 9,16)


PRIMA LETTERA AI CORINZI

Le coordinate geografiche, storiche, letterarie e teologiche delle lettere ai Corinzi

« Paolo alla Chiesa di Dio che è in Corinto… »

LA FIGURA DI PAOLO
Fin dalla prima riga, Paolo si presenta con una autodefinizione solenne, essenziale: Paolo chiamato apostolo di Cristo Gesù per la volontà, la scelta, la decisione di Dio. Su Paolo abbiamo notizie biografiche, ma egli è praticamente tutto in questo essere chiamato per volere di Dio, essere « impugnato », essere tenuto stretto da qualcuno che lo supera. Realtà che ha continuamente in sé anche il bagliore dell’incompiuto, ha in sé continuamente il momento della oscurità. Attraverso queste letture ci accorgeremo che Paolo è un uomo sentimentale, un uomo che ha in sé tutte le pulsione dei sentimenti, compreso lo sdegno e le emozioni interiori più delicate. Paolo è senz’altro un teorico, ma ha accanto al pensiero una vita interiore e soprattutto una attività missionaria di pastore di chiese.

LE COORDINATE DELLA PRIMA LETTERA
Tre coordinate esterne ci fanno da guida per conoscere la comunità a cui Paolo si rivolge. Paolo è duro, appassionato, dolce, aspro, mostrando tutta la gamma di sentimenti propri del pastore.
1. La coordinata spaziale: la città greco-romana di Corinto. Corinto è la capitale della provincia romana dell’Acàia, conquistata nel 146 a.C. Una città romana rimasta fondamentalmente ellenista e nel momento in cui Paolo svolge la sua missione era una immensa metropoli con due porti. E come spesso succede per i luoghi di mare, era diventata emblema del vizio.
2. La coordinata storica
a) Datazione della permanenza di Paolo a Corinto: Paolo arriva a Corinto nell’inverno del 50-51 e rimane nella città greca un anno e mezzo; ha alle spalle una delusione, il fallimento della predicazione ad Atene. A Corinto inizia una nuova attività. La testimonianza di Luca in Atti 18 ci da i due dati storiografici che ci permettono di ricostruire la vicenda storica di Paolo a Corinto.
b) Datazione della stesura della prima lettera ai Corinti. Per una serie di ragioni basate su analisi generali della biografia di Paolo, la prima lettera è stata scritta probabilmente nella primavera del 57 alla fine del terzo viaggio missionario: sono trascorsi sei anni dal primo arrivo. Sappiamo anche da dove è stata scritta: « Resterò ad Efeso fino a Pentecoste » (1Cor 16,8). Potrebbe inoltre essere stata scritta attorno alla Pasqua del 57.
3. La coordinata ecclesiale
- La comunità cristiana di Corinto è costituita innanzitutto da Giudei, poi da Romani, essendo zona di occupazione, e da Greci. Questa miscela di razze causava tensioni all’interno della comunità, ma soprattutto la tensione più pericolosa che creava una situazione esplosiva era quella fra le classi: ci sono gli aristocratici e coloro che a stento riescono a sopravvivere. Il testo è proprio la testimonianza della drammaticità della vita in questa comunità divisa. Questa è una lettera ecclesiale, pastorale che cerca di ricucire le smagliature di questa chiesa che è un corpo di Cristo spezzato.
- Paolo affronta anche il discorso della mistificazione intellettuale lottando contro il fascino della sapienza greca e misterica.
- Contro la corruzione Paolo affronta il problema della morale, in particolare della morale sessuale.
- Paolo d’altra parte vede che tutto ciò è pur sempre espressione di una comunità vivacissima: affronta allora il tema della Chiesa come corpo le cui membra non sono disperse. – Nel cap. 15 Paolo esprime il suo pensiero riguardo al nostro destino ultimo e alle realtà ultime. Ma la vera radice teologica di questa coordinata dell’ecclesiologia di Paolo è sempre e soltanto la croce di Cristo, il Cristo crocifisso e risorto.
CONCLUSIONE
Paolo invita i cristiani di Corinto a trovare Cristo, un Cristo che è « tutto in tutti », senza trascurare una continua attenzione anche alle piccole questioni. La lettera è una sequenza di indicazioni concretissime.

La teologia della Chiesa (cc.1-6)

« Non sapete che siete tempio di Dio? »

PREMESSA
Tutte le volte che affrontiamo dei testi biblici, lasciamo degli spazi aperti da colmare con una lettura e uno studio personale in modo da pervenire ad una lettura integrale del testo. Sono spazi da colmare con il cuore. Da ultimo questi spazi sono da colmare col rispetto del sapiente che sa di non riuscire a capire tutto.

I TRE TEMI DEI PRIMI SEI CAPITOLI 
1. La sofia, la sapienza.
Un tema obbligato per una la cultura greca in città come Corinto. Paolo sviluppa la grande tentazione che vedeva serpeggiare nella comunità cristiana: la tentazione del fascino della sapienza. Paolo non è un oscurantista. Rifiuta però ogni concezione gnostica della sapienza. La gnosi è una scheggia di cristianesimo impazzito il quale sosteneva che quanto più l’uomo cresce nel sapere tanto più con quel sapere si salva. Abbiamo qui il cuore di un tesi fondamentale del pensiero paolino: non è possibile l’autosalvazione. Paolo attacca da una parte gli intellettuali greci che pretendono di salvarsi con il sapere, e dall’altra il mondo ebraico che afferma la possibilità di salvarsi attraverso le opere.
- Cristo entra nella storia, entra come uno squarcio, come un forma scandalosa. Si contrappongono, così, due sapienze: la sapienza di Dio che è scardinante e la sapienza del mondo apparentemente ordinante. Paolo è convinto che l’annuncio cristiano è in sé scandaloso, è insensato, è « moria », è « stupidità ». I giudei vanno in cerca di « semela » prove, in modo tale che la fede non sia mai un rischio. I greci cercano la sapienza, questo sistema rigoroso perfetto. Noi, i cristiani, annunciamo (il Kerigma cristiano) il Cristo crocifisso che è pietra di inciampo (skandalon) per i Giudei e « stupidità » (moria) per i Greci. Ma per tutti i chiamati noi predichiamo Cristo che è potenza e sapienza di Dio.
- Questa sapienza umana si scontra anche con la vocazione cristiana, cioè con la scelta di Dio. Qui abbiamo uno dei temi cari alla Bibbia: il tema del « secondo », il tema del debole che fa saltare le scale dei valori umani.
- La sapienza umana si scontra anche con la « mia » testimonianza. Paolo usa il suo comportamento come testimonianza.
Paolo contrappone poi la vera sapienza che per il credente è la maturità nella fede; è un cristianesimo maturo fatto di adulti nella fede. Paolo sviluppa inoltre il primato della grazia con categorie di sapienza perché sta parlando al mondo greco.
2. La chiesa
Paolo prende in considerazione il tema della chiesa locale che è in Corinto, descrivendola con due simboli:
- Agricolo: come un campo da coltivare. Troviamo qui la funzione del primato di Dio e la collaborazione dell’uomo alla salvezza.
- Edilizio: un edificio. Dio è il fondamento, noi continuiamo ad erigere con i nostri materiali spesso scadenti.
Paolo vede la presenza di Dio in due grandi momenti: entro la comunità ecclesiale riunita e entro la coscienza di ogni uomo.

3. La morale
Il testo ci presenta due questioni concrete della Chiesa di Corinto per illustrare l’esigenza di moralità che deve essere nell’interno di questo tempio.
a. Incestuoso. Paolo valuta un tipo particolare di incesto e lo condanna come un venir meno della santità-purezza ecclesiale. L’apostolo dà una norma: quella di far scoprire alla persona che si è posta fuori dalla grazia e dalla forza dello spirito la necessità di tornare al focolare dello spirito che ha lasciato.
b. Paolo combatte la visione di una sessualità ridotta a pura fisicità.
Introduce il tema della prostituta come simbolo dei culti idolatrici.

CONCLUSIONE
II discorso non è facile, ma trasparente.
- Paolo ci ha parlato del mistero della vera sapienza che ci trascende ed è
qualcosa che ci viene donato.
- La chiesa che Paolo ci presenta è una chiesa dove il primato è di Cristo e di
Dio, una chiesa che abbia al centro il Cristo e annunci il suo regno.
- In tutte le lettere Paolo ha il suo riferimento concreto che è il Cristo, anche
quando affronta questioni concrete.

Matrimonio, verginità, liturgia, carismi, risurrezione  – (cc. 7-16)

« Quanto alle cose di cui mi avete scritto io vi dico… »

Paolo scrive ad una comunità precisa rispondendo a dei quesiti precisi che la comunità gli pone. Per questo è costretto a stare sui due estremi verso cui cadevano i cristiani di Corinto: il lassismo, che Paolo combatte con forza e durezza, e il rigorismo, la radicalità del rifiuto dell’orizzonte della sessualità perché impuro. Paolo come tutti gli autori sacri, filtra la parola di Dio attraverso se stesso. Questo testo è come una lente affumicata che permette di guardare il sole che è la Parola di Dio.

1. STATI DI VITA E CRISTIANESIMO
a) Legittimità e diritti del matrimonio (7,1-9)
Paolo combatte la tendenza rigorista che per proibire il sesso proibiva anche la relazione matrimoniale. I diritti e i doveri dell’uomo e della donna sono presentati in parallelo per mostrare che esiste una parità sostanziale tra i due. C’è però una difficoltà che deriva dal fatto che Paolo sta dando un consiglio e non un ordine. La versione latina porta « venia » e per Agostino dove c’è questo termine c’è sempre una colpa. Da qui è nata una lettura negativa di tutto il testo.
b) Indissolubilità (7,10-16)
- Sul sacramento del matrimonio la Parola del Signore è indissolubile; il matrimonio cristiano tende verso l’indissolubile e l’eterno.
- Privilegium Paolinum: introdurrebbe un vero e proprio divorzio. Se è impossibile la convivenza tra i due per ragioni di libertà di fede, si separino con la possibilità di un nuovo matrimonio.
c) Mantenere il proprio stato di vita sociale (7,17-24)
L’appello di Paolo è a rimanere nello stesso stato di vita in cui si era quando si è stati chiamati al cristianesimo. Due esempi: circoncisione e non circoncisione e la schiavitù.
d) La verginità (7,25-35)
Paolo sembra svalutare il matrimonio a scapito della verginità, ma egli sta parlando della verginità non dal punto di vista biologico. La verginità come segno del tempo escatologico, come segno della donazione per Dio e per tutti, del momento in cui saremo donati completamente nella grande liturgia celeste.
e) La vedovanza (7,36-40)
Paolo presenta una questione particolare della comunità di Corinto su cui non si è ancora giunti ad una definizione precisa: la vedovanza cristiana.

2. QUESTIONE DEGLI IDOLOTITI
Paolo riafferma innanzitutto il principio della libertà: gli idoli non sono nulla. Afferma poi il principio della carità: non scandalizzare nessuno e rispetto per i più deboli. Infine il principio della prudenza: non esagerare. Paolo condanna il lassismo di Corinto.

3. L’ASSEMBLEA LITURGICA
Paolo richiama uno stile di partecipazione all’assemblea liturgica, ma soprattutto afferma che non basta celebrare il rito dell’eucaristia se poi c’è una cornice di divisione. Egli ricorda l’ultima cena di Gesù: carità ed eucaristia sono inscindibili.

4. I CARISMI
Paolo disegna un suo progetto di Chiesa legato alle caratteristiche di unicità e pluralità: è un corpo vivente. E in questo contesto affronta il tema dei carismi: doni dello Spirito per ogni persona.
- 12,4-6: la molteplicità dei carismi che sempre si rannoda ad un unica sorgente. Diversi carismi ma un solo spirito.
- 12,12ss: ricorre al simbolo del corpo che è di sua natura vivente. È molteplice e tutte le parti sono necessarie e tutto si compagna in armonia. « Voi siete corpo di Cristo e sue membra ». Cristo continua come anima ad offrire la salvezza ed annunciare la sua parola attraverso la comunità cristiana.
- C. 13: è la celebrazione di quest’anima profonda che unisce tutto il corpo, tutto l’essere dell’uomo, che unisce l’uomo a Cristo e a Dio. Paolo capisce
che se non c’è questo nodo profondo dell’amore tutto si sfalda ed il corpo
non è segno della presenza di Cristo.

La missione dell’apostolo

« Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo »

MORTE E RISURREZIONE NELLA 1A CORINZI
II cap. 15 è una delle pagine capitali del pensiero paolino, perché ha nel centro il messaggio pasquale che lui ha ricevuto e che ora trasmette: ci troviamo di fronte al credo paolino.
- vv. 3-5. La risurrezione di Cristo è coniugata con la sua morte proprio perché il mistero pasquale è morte e risurrezione. La dimensione della umanità di Cristo è condividere l’essere specifico dell’uomo. Il suo essere uomo è sigillato dal sepolcro. Però Gesù è risorto ed è apparso: Paolo non cita solo i primi testimoni, ma anche se stesso come un « aborto ».Architrave di questo testo è la risurrezione di Cristo che è radice della nostra risurrezione.

LA NOSTRA RISURREZIONE
Paolo sviluppa una lunga riflessione sulla nostra risurrezione e spezza tutte le interpretazioni del come risorgeremo: « nella nostra personalità siamo come il seme, allora saremo albero ». Continuità e diversità. La nostra risurrezione è una ri-creazione, una creazione nuova in cui Dio salvaguardando il nostro seme della prima creazione offrirà una umanità perfetta e compiuta. Contrappone un Adamo peccatore, che siamo tutti noi, da cui nascerà l’Adamo perfetto di cui c’è già stato un esemplare: l’Adamo-Cristo.
- 15,54-57: in una visione colossale Paolo immagina l’ultimo duello che segnerà il senso di tutta la nostra vicenda, quello fra morte e vita. In questa lotta la vittoria finale sarà del bene, della vita, di Cristo e di Dio. È la grande rappresentazione del « morire » della morte. Il suo pungiglione è reso inoffensivo. Alla fine, « Dio sarà tutto in tutti ».

Bruno Forte: Il mistero, la sapienza e l’amore (Ef, 3,2-12) (4.11.2006)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-10679?l=italian

Il mistero, la sapienza e l’amore (Ef, 3,2-12)

04/11/2006

PARMA, sabato, 4 novembre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’Omelia tenuta il 25 ottobre scorso da monsignor Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto, nella Cattedrale di Parma per l’inizio dell’anno accademico dell’Università.

* * *
Il mistero, la sapienza, l’amore: sono queste le tre parole con cui vorrei riassumere il messaggio che la Parola di Dio è venuta a scrivere nei nostri cuori attraverso la “lectio continua” delle Scritture nella liturgia, che fa risuonare questi stessi testi oggi in tutte le Chiese del mondo come lettera di Dio al Suo popolo pellegrino nel tempo.

Il mistero ci è stato presentato nel testo della lettera agli Efesini (3, 2-12), che ha appunto come motivo dominante “il mistero di Cristo ora rivelato, che i Gentili cioè sono chiamati  a partecipare alla medesima eredità” del popolo eletto nella prima alleanza. Questo mistero è nella concezione di Paolo il disegno divino che viene realizzandosi nella storia, la gloria al tempo stesso rivelata e nascosta nei segni – tante volte ambigui e complessi – della storia. È il mistero “nascosto da secoli nella mente di Dio”, che ora in Gesù Cristo è stato rivelato per renderci tutti partecipi della medesima promessa, eredi della stessa eredità fra i santi. Secondo questa straordinaria visione del tempo e della storia, la grande scena del mondo, colta tanto nel suo insieme presente, quanto nel suo progressivo svolgersi, è sostenuta e percorsa da un progetto di salvezza, espressione di un’ammirabile intelligenza d’amore.

Non siamo sospesi nel nulla: la vita, la vicenda personale e collettiva, la silenziosa armonia dei cieli, non sono efflorescenze dell’assurdo, interruzioni del nulla, che da esso escono e in esso ritornano, ma frammenti in cui si offre il Tutto di un amore antico, la bellezza di un disegno d’amore, la generosità di un dono eterno e sempre nuovo. Proprio così, il mistero supera ogni nostro tentativo di afferrarlo: esso non è facile preda, oggetto del calcolo o del desiderio, ma grembo e custodia, trama di un più grande disegno, dimora dell’Eterno, patria di Dio. Si comprende allora come la grande legge della conoscenza umana non possa essere l’orgoglioso “cogito, ergo sum”, ma sia il molto più umile e vero “cogitor, ergo sum”: è perché sono pensato da Altri, che io esisto; è perché Altri mi ama, che io sono uscito dal nulla; è perché questo amore è eterno, che il mio, il nostro destino non è il nulla, ma la vita che vince la morte. “Amor, ergo sum”: sono, perché un Altro mi ama, da sempre e per sempre. Si comprende allora come sia vero che “non è la conoscenza che illumina il mistero, ma il mistero che illumina la conoscenza” (Pavel Evdokimov). Veramente noi conosciamo mediante le cose che non conosceremo mai!

È così che la meditazione sul mistero apre la mente e il cuore al dono della sapienza: l’Apostolo, che del mistero rivelato in Cristo è testimone e cantore, riconosce il suo compito nell’urgenza di “di far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo, perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio, secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, il quale ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio per la fede in lui”. La sapienza non è che il senso delle cose di Dio, la capacità ricevuta in dono dall’alto di leggere la silenziosa scrittura dell’Eterno che viene a dirsi nella fragilità del tempo, il divenire esperti per grazia della grammatica divina, che cuce parole di vita e d’amore, intessendole nella trama delle opere e dei giorni degli uomini. Vero sapiente non è, dunque, colui che sa, ma chi sapendo di non sapere si lascia illuminare dagli abissi della verità, che risplendono dal profondo: sapienza è contemplazione delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, è accoglienza umile della luce che viene a noi da altrove e che ci schiude i sentieri dell’altrove. Sapienza è conoscenza stupita e amorosa del Logos creatore dell’inizio, che si è manifestata nel Logos incarnato della pienezza del tempo. È grazie a questa sapienza che si lascia cogliere a occhi puri, sgombri da pregiudizi e presunzioni, il disegno del mondo, la bellezza di Dio in esso impressa.

Quanto il riconoscimento di questa struttura sapienziale della realtà sia importante non è difficile capirlo: se le cose stanno così, è possibile a ogni cuore aprirsi alla luce in cui tutti viviamo, dimoriamo e siamo, quella sovrana, luminosa tenebra che è più chiara del giorno per chi in umiltà si lascia raggiungere da essa e vi converte il cuore. È su questa sapienza che è possibile costruire il dialogo fra le civiltà e le religioni, al servizio della causa dell’uomo, che è anche inseparabilmente quella della gloria di Dio. Ce lo ha ricordato in maniera luminosa il Santo Padre Benedetto XVI in diversi importanti discorsi, in modo particolare quelli tenuti a München e a Regensburg in Germania nello scorso Settembre , e quello indirizzato al Convegno della Chiesa Italiana a Verona il 19 di questo mese di Ottobre: “Una caratteristica fondamentale delle scienze – ha affermato il Papa – è l’impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie. La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura.

Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. È questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza”. Quanto il “villaggio globale” minacciato dal possibile “scontro delle civiltà” (S. Huntington) abbia bisogno di questi pensieri è facile intuirlo: solo dove ci sarà fiducia nella struttura intelligente del reale e nella capacità degli uomini di coglierla e di corrispondervi insieme, sarà possibile un dialogo fra persone, popoli e civiltà diverse, e si potrà cooperare tutti a rendere più umano il mondo per tutti, secondo il disegno del Creatore e Redentore dell’uomo.

Al dono della sapienza è dunque necessario aprirsi: ma questa apertura accogliente sarà sempre inseparabile dal primato dell’amore. Questo è il compimento della rivelazione, il suggello del dono: Gesù Cristo non ci ha solo rivelato il Logos di Dio, che è Lui stesso, ma ci ha mostrato come questo Logos sia amore, e porti a compimento il suo dono nella consegna dolorosa della Croce, che è dal principio alla fine un abbandono motivato e sostenuto dalla carità. Più grande è la rivelazione del Logos, più grande l’intelligenza che da essa è dilatata e sorretta, più grande dovrà essere l’impegno di amare: ce lo ha ricordato il Vangelo. “Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Luca 12, 48). Non basta conoscere per essere nella verità: la conoscenza è inseparabile dall’amore. Occorre fare la verità amando, per conoscere così tutta la profondità e la bellezza della sua luce. L’intelligenza senza amore è arida e sfocia facilmente in presunzione e violenza. L’amore senza intelligenza rischia di essere cieco e di non generare vita piena e vera.

Occorre pensare e amare, conoscere e servire: è qui il grande compito di ogni uomo e donna chiamato al servizio della verità, specialmente nel campo dell’insegnamento e della ricerca nel mondo dell’Università. Aperti al mistero, nutriti di sapienza, occorre che docenti e studenti siano accomunati dalla responsabilità reciproca nell’amore, coscienti del molto che ad essi è stato dato per aprirsi a dare molto con responsabilità e libertà generosa. Don Lorenzo Milani insegnava ai suoi ragazzi di Barbiana che cultura significa “appartenere alla massa e possedere la parola”, essere cioè solidali con tutti, specialmente i più poveri e i più deboli, e servire la causa del bene di tutti con gli strumenti della propria intelligenza e del proprio sapere, coniugando dunque conoscere e donare. Prego perché tutti nella Vostra comunità accademica sappiate coniugare intelligenza e amore, conoscenza del vero ed umile obbedienza ad esso nella responsabilità verso gli altri. Lo faccio invocando da Colui che è in persona il mistero, la sapienza e l’amore, la luce e la forza di cui tutti abbiamo bisogno per conoscere e per amare:

Signore Gesù Cristo,
immagine radiosa del Padre,
sapienza eterna, carità perfetta,
mistero nascosto dai secoli,
rivelato nella pienezza del tempo,
alleanza che riconcilia Dio con l’uomo
e l’uomo con Dio,
Parola eterna divenuta carne,
e carne divinizzata nell’incontro sponsale,
in Te soltanto abbracceremo Dio.
Tu che Ti sei fatto piccolo
per lasciarTi afferrare dalla sete
della nostra conoscenza e del nostro amore,
donaci di cercarTi con desiderio,
di credere in Te nell’oscurità della fede,
di riconoscerci avvolti nel Tuo amore,
di aspettarTi ancora nell’ardente speranza,
di amarTi nella libertà e nella gioia del cuore.
Fa’ che non ci lasciamo vincere
dalla potenza delle tenebre,
sedurre dallo scintillio di ciò che passa.
Donaci perciò il Tuo Spirito,
che diventi Egli stesso in noi
desiderio e fede, speranza e umile amore,
luce d’intelligenza e forza per servire.
Allora Ti cercheremo, Signore, nella notte,
vigileremo per Te in ogni tempo,
e i giorni della nostra vita mortale
diventeranno come splendida aurora,
in cui Tu verrai, stella chiara del mattino,
per essere finalmente per noi
il Sole, che non conosce tramonto.
Amen. Alleluia!

l’anno liturgico, l’Avvento: rapporto che intercorre tra la celebrazione dell’ anno liturgico e la propria scelta vocazionale

dal sito:

http://www.ansdt.it/Testi/CulturaMonastica/Auge/index.html#1

Prof. Matias  Auge’ 

Anno  liturgico   

rapporto  che  intercorre tra   la  celebrazione  dell’ anno  liturgico e  la  propria  scelta  vocazionale 

Per comprendere e vivere in la sua profondità il rapporto che intercorre tra la celebrazione dell’anno liturgico e la propria scelta vocazionale, bisogna anzitutto riscoprire il « segno dell’anno liturgico » come itinerario di fede e di vita, nonché perno della catechesi permanente dell’intera Comunità cristiana. Da questa riscoperta, la pastorale della vocazioni non può che trarne utili indicazioni operative. 

1.  Anno  liturgico

      e  presa  di  coscienza  vocazionale

L’anno liturgico potrebbe essere descritto come il complesso delle celebrazioni con cui la Chiesa fa memoria annualmente del mistero di Cristo. Questo mistero si manifesta nei « misteri », che sono le « azioni » attraverso le quali in Cristo si è rivelato il disegno salvifico di Dio. Non si tratta però di una semplice riproduzione drammatica della vita terrena di Cristo; l’anno liturgico è invece una struttura rituale in cui la totalità della storia della salvezza, e cioè l’evento Cristo, nelle sue diverse proiezioni temporali di passato-presente-futuro, si attualizza nel tempo determinato di una concreta assemblea ecclesiale e nello spazio di un anno. Infatti, come insegna il Concilio Vaticano II, la Chiesa nel corso dell’anno distribuisce tutto il mistero di Cristo e, « ricordando in tal modo i misteri della redenzione, essa apre ai fedeli i tesori di potenza e di meriti del suo Signore, in modo da renderli presenti a tutti i tempi, perché i fedeli possano venirne a contatto ed essere pieni della grazia della salvezza» (SC n.102). Il ripetersi delle celebrazioni, anno dopo anno, offre alla comunità ecclesiale l’opportunità di un continuo e ininterrotto contatto con i misteri del suo Signore.

Tutto ciò è possibile perché l’evento Cristo, col suo culmine nella Pasqua, dà pienezza al tempo ma non lo chiude, per questo ogni persona che vive nella storia è chiamata ad essere coinvolta nell’evento salvifico. Possiamo quindi affermare che la liturgia fa realmente la storia della salvezza riempiendo tutto il tempo del mistero di Cristo. Come è detto nelle Premesse alle Messe della Beata Vergine Maria, « dopo la gloriosa ascensione di Cristo al cielo, l’opera della salvezza continua attraverso la celebrazione liturgica, la quale, non senza motivo, è ritenuta momento ultimo della storia delta salvezza» (n. 11).

L’anno liturgico è un itinerario di fede e di vita proposto a tutta la comunità ecclesiale e ad ogni singolo componente di essa. Un itinerario quindi univo e diversificato in cui trovano posto tante situazioni personali diverse che sono presenti nel seno della comunità cristiana. L’anno liturgico ha una forte valenza pedagogico-pastorale. Esso infatti nel suo progressivo svolgimento esprime due caratteristiche fondamentali: la « continuità » e la « ciclicità ». E questo è pedagogica- mente efficace, e risponde alle esigenze di crescita nella fede, nel rispetto della legge della ripresa progressiva degli stessi contenuti per età psicologicamente diverse. Pertanto la celebrazione dell’anno liturgico sollecita il credente partecipante ad entrare in un atteggiamento di formazione permanente. In questa cornice, il credente è stimolato a prendere coscienza delle proprie respon- sabilità, della particolare vocazione a cui è chiamato da Dio che lo sceglie e destina ad un’opera particolare nel suo disegno di salvezza. Di questo disegno salvifico, raccontato dai libri della Bibbia dalla Genesi all’Apocalisse, il credente ne prende coscienza progressiva nella partecipa- zione alla liturgia che nel corso dell’anno rinarra, interpreta e annuncia l’unico piano salvifico realizzato nel mistero di Cristo. La celebrazione dei misteri del Signore attraverso il suo svolgi- mento progressivo, diventa così visione globale dell’esperienza cristiana, che sola può generare la possibilità di scelte vocazionali all’insegna dell’impegno definitivo. Infatti, « l’unica vocazione cristiana si attua sempre nella varietà delle vocazioni particolari, fondate su diversi doni dello Spirito. Esse sono modi differenti, ma tuttavia complementari, di realizzare la chiamata alla santità, alla comunione e al servizio del Regno, rivelando ognuna un particolare aspetto della novità cristiana e manifestando nel loro insieme la pienezza del volto e dell’opera di Cristo » (CEI, La formazione deiPresbiteri nella Chiesa italiana, l980, n.21).

Il ciclo delle celebrazioni dell’anno liturgico è la cornice in cui si svolge la preghiera della Chiesa nonché il perno della catechesi permanente dell’intera comunità cristiana. L’anno liturgico è quindi anche l’ambiente ideale in cui può prendere corpo la vocazione del credente: « Momenti essenziali dell’animazione vocazionale sono specialmente la preghiera e la catechesi. La preghiera nasce dalla consapevolezza che ogni chiamata è dono dello Spirito e insieme rappresenta la fedele risposta al comando di Gesù di pregare il Padrone della messe (cf. Mt 9,38; Lc 10,2). La catechesi è orientata a formare una mentalità di fede, per la quale soltanto può nascere la decisione fondamen- tale di cercare la volontà del Padre e di farsi discepoli di Cristo » (CEI, ivi n. 25).

Se prendiamo come prototipo di vocazione quella profetica, vediamo che essa è imperniata su tre costanti: Dio, che ha l’iniziativa, raggiunge il candidato con la sua Parola, il quale è tenuto a rispondere a Dio che lo chiama. La vocazione, quindi, nasce, si sviluppa e consolida nell’ascolto delta Parola che dischiude al credente il piano di Dio e le sue implicanze col proprio progetto esistenziale. Afferma il Card. Carlo M. Martini: « La familiarità con questa Parola, il suo ascolto attento, docile e perseverante, permettono all’uomo di chiarire e riconoscere i veri punti di riferi- mento delle proprie scelte, mettendo così la sua libertà in grado di rispondere all’appello divino » (Martini, 1982, 600). Se nell’ascolto della Parola nasce e matura il proprio progetto vocazionale, l’anno liturgico è il luogo più adatto a tale ascolto. Infatti, l’itinerario celebrativo dell’anno liturgico viene fatto sotto la guida della Parola di Dio, da cui i credenti attingono, soprattutto nella celebra- zione eucaristica e in sintonia con l’interpretazione della Chiesa, il contenuto e il messaggio dei diversi misteri che nel corso dell’anno sono celebrati come espressioni dell’unico mistero che è Cristo, Parola di Dio nella sua espressione definitiva e completa. 

2.  Avvento – Natale :

      tempo  di  annuncio  e  di  ricerca

L’Avvento si presenta come un tempo di attesa del compimento della salvezza: nell’attesa gioiosa della festa del Natale, siamo orientati verso il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi. La seconda venuta di Cristo, tema ricorrente soprattutto nelle prime settimane di Avvento, è in stretto rapporto con la prima venuta: la certezza della venuta di Cristo nella carne ci rincuora nell’attesa dell’ultima venata gloriosa nella quale le promesse messianiche avranno totale e defi- nitivo compimento. Nel Natale, poi, la nascita di Gesù è vista nel contesto del disegno salvifico di Dio, compiuto da Cristo nel mistero della Pasqua. La liturgia è consapevole che il Natale è ormai presente nella Chiesa, nella luce e nella realtà del mistero pasquale.

L’atteggiamento interiore che ci viene richiesto dai testi liturgici lo si può riassumere nell’attesa vigilante ed operosa in vista della rinnovata comunione con Dio. Avvento-Natale è un tempo di attesa e di ricerca in ordine a stabilire un incontro, una comunione con Dio che viene a noi. Siamo quindi invitati a cercare, scrutare e leggere i « segni » del Signore che viene come Redentore di tutta l’umanità. L’evento del Natale interpella ogni persona che non può far a meno di prendere posizione dinanzi a questo mistero. La liturgia ci propone alcune grandi figure di uomini e donne che hanno atteso con fede vigilante la venuta del Salvatore: il profeta Isaia, Maria madre di Gesù, Giuseppe sposo di Maria, Giovanni il Battista, i suoi genitori Zaccaria ed Elisabetta, i Magi giunti dall’Oriente sotto la guida della stella, il giusto Simeone e la profetessa Anna. Sono personaggi per i quali l’incontro con Cristo è stato l’evento che ha dato senso alla loro vita. Dal « Fiat » della Madonna al « Nunc dimittis » del vecchio Simeone, emerge la centralità dell’incontro con Cristo nella vita di questi uomini e donne che hanno accettato una chiamata e hanno svolto una precisa missione nell’attuazione del disegno salvifico di Dio.

Nel tempo di Avvento-Natale siamo invitati tutti ad avviare o ravvivare l’incontro con Cristo, il solo che può dar senso alla nostra vita. La vocazione nasce e si consolida nell’incontro con Cristo e con il suo progetto sulla persona. A cavallo tra il tempo di Avvento-Natale e la prima parte del Tempo Ordinario, le due prime domeniche di questo tempo si riferiscono ancora alla manifestazione del Signore, celebrata nella solennità dell’Epifania: la prima domenica celebra il Battesimo di Gesù e la seconda ci propone – con sfumature diverse negli anni A, B, e C – la mani- festazione di Gesù ai primi discepoli e la loro vocazione. In questo modo siamo avviati, dopo l’incontro, alla sequela di Gesù, per conoscerlo, stare con lui, e maturare altre eventuali chiamate.

Giovanni Paolo II, Udienza 27 gennaio 1982 – (1Cor 15)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1982/documents/hf_jp-ii_aud_19820127_it.html

prima catechesi dopo la settimana per l’Unità dei cristiani

UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Mercoledì, 27 gennaio 1982 

1. Durante le precedenti Udienze abbiamo riflettuto sulle parole di Cristo circa “l’altro mondo”, che emergerà insieme alla risurrezione dei corpi.

Quelle parole ebbero una risonanza singolarmente intensa nell’insegnamento di san Paolo. Tra la risposta data ai Sadducei, trasmessa dai Vangeli sinottici (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36) e l’apostolato di Paolo ebbe luogo prima di tutto il fatto della risurrezione di Cristo stesso e una serie di incontri con il Risorto, tra i quali occorre annoverare, come ultimo anello, l’evento occorso nei pressi di Damasco. Saulo o Paolo di Tarso che, convertito, divenne l’“apostolo dei gentili”, ebbe anche la propria esperienza post-pasquale, analoga a quella degli altri Apostoli. Alla base della sua fede nella risurrezione, che egli esprime soprattutto nella prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15), sta certamente quell’incontro con il Risorto, che divenne inizio e fondamento del suo apostolato.

2. È difficile qui riassumere e commentare adeguatamente la stupenda ed ampia argomentazione del 15° capitolo della prima lettera ai Corinzi in tutti i suoi particolari. È significativo che, mentre Cristo con le parole riportate dai Vangeli sinottici rispondeva ai Sadducei, i quali “negano che vi sia la risurrezione” (Lc 20, 27), Paolo, da parte sua, risponde o piuttosto polemizza (conformemente al suo temperamento) con coloro che lo contestano (I Corinzi erano probabilmente travagliati da correnti di pensiero improntate al dualismo platonico e al neopitagorismo di sfumatura religiosa, allo stoicismo e all’epicureismo: tutte le filosofie greche, del resto, negavano la risurrezione del corpo. Paolo aveva già sperimentato ad Atene la reazione dei Greci alla dottrina della risurrezione, durante il suo discorso all’Areopago – cfr. Act. 17, 32). Cristo, nella sua risposta (pre-pasquale) non faceva riferimento alla propria risurrezione, ma si richiamava alla fondamentale realtà dell’alleanza veterotestamentaria, alla realtà del Dio vivo, che è a base del convincimento circa la possibilità della risurrezione: il Dio vivo “non è un Dio dei morti ma dei viventi” (Mc 12, 27). Paolo nella sua argomentazione post-pasquale sulla futura risurrezione si richiama soprattutto alla realtà e alla verità della risurrezione di Cristo. Anzi, difende tale verità persino quale fondamento della fede nella sua integrità: “. . . Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede . . . Ora invece, Cristo è risuscitato dai morti” (1 Cor 15, 14. 20).

3. Qui ci troviamo sulla stessa linea della rivelazione: la risurrezione di Cristo è l’ultima e la più piena parola dell’autorivelazione del Dio vivo quale “Dio non dei morti ma dei viventi” (Mc 12, 27). Essa è l’ultima e più piena conferma della verità su Dio che fin dal principio si esprime attraverso questa rivelazione. La risurrezione, inoltre, è la risposta del Dio della vita all’inevitabilità storica della morte, a cui l’uomo è stato sottoposto dal momento della rottura della prima alleanza, e che, insieme al peccato, è entrata nella sua storia. Tale risposta circa la vittoria riportata sulla morte, è illustrata dalla prima lettera ai Corinzi (cf. 1 Cor 15) con una singolare perspicacia, presentando la risurrezione di Cristo come l’inizio di quel compimento escatologico, in cui per lui ed in lui tutto ritornerà al Padre, tutto gli sarà sottomesso, cioè riconsegnato definitivamente, perché “Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15, 28). Ed allora – in questa definitiva vittoria sul peccato, su ciò che contrapponeva la creatura al Creatore – verrà anche vinta la morte: “L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (1 Cor 15, 26).

4. In tale contesto sono inserite le parole che possono esser ritenute sintesi dell’antropologia paolina concernente la risurrezione. Ed è su queste parole che ci converrà soffermarci qui più a lungo. Leggiamo, infatti, nella prima lettera ai Corinzi 15, 42-46, circa la risurrezione dai morti: “Si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale”.

5. Tra questa antropologia paolina della risurrezione e quella che emerge dal testo dei Vangeli sinottici (Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36), esiste una coerenza essenziale, solo che il testo della prima lettera ai Corinzi è maggiormente sviluppato. Paolo approfondisce ciò che aveva annunciato Cristo, penetrando, ad un tempo, nei vari aspetti di quella verità che nelle parole scritte dai sinottici era stata espressa in modo conciso e sostanziale. È inoltre significativo per il testo paolino che la prospettiva escatologica dell’uomo, basata sulla fede “nella risurrezione dai morti”, è unita con il riferimento al “principio” come pure con la profonda coscienza della situazione “storica” dell’uomo. L’uomo, al quale Paolo si rivolge nella prima lettera ai Corinzi e che si oppone (come i Sadducei) alla possibilità della risurrezione, ha anche la sua (“storica”) esperienza del corpo, e da questa esperienza risulta con tutta chiarezza che il corpo è “corruttibile”, “debole”, “animale”, “ignobile”.

6. Un tale uomo, destinatario del suo scritto – sia nella comunità di Corinto sia pure, direi, in tutti i tempi – Paolo lo confronta con Cristo risorto, “l’ultimo Adamo”. Così facendo, lo invita, in un certo senso, a seguire le orme della propria esperienza post-pasquale. In pari tempo gli ricorda “il primo Adamo”, ossia lo induce a rivolgersi al “principio”, a quella prima verità circa l’uomo e il mondo, che sta alla base della rivelazione del mistero del Dio vivo. Così, dunque, Paolo riproduce nella sua sintesi tutto ciò che Cristo aveva annunziato, quando si era richiamato, in tre momenti diversi, al “principio” nel colloquio con i Farisei (cf. Mt 19, 3-8; Mc 10, 2-9); al “cuore” umano, come luogo di lotta con le concupiscenze nell’interno dell’uomo, durante il discorso della Montagna (cf. Mt 5, 27); e alla risurrezione come realtà dell’“altro mondo” nel colloquio con i Sadducei (cf. Mt 22, 30; Mc 12, 25; Lc 20, 35-36).

7. Allo stile della sintesi di Paolo appartiene quindi il fatto che essa affonda le sue radici nell’insieme del mistero rivelato della creazione e della redenzione, da cui essa si sviluppa e alla cui luce soltanto si spiega. La creazione dell’uomo, secondo il racconto biblico, è una vivificazione della materia mediante lo spirito, grazie a cui “il primo uomo Adamo . . . divenne un essere vivente” (1 Cor 15, 45). Il testo paolino ripete qui le parole del libro della Genesi 2, 7, cioè del secondo racconto della creazione dell’uomo (cosiddetto: racconto jahvista). È noto dalla stessa fonte che questa originaria “animazione del corpo” ha subìto una corruzione a causa del peccato. Sebbene a questo punto della prima lettera ai Corinzi l’Autore non parli direttamente del peccato originale, tuttavia la serie di definizioni che attribuisce al corpo dell’uomo storico, scrivendo che è “corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . .”, indica sufficientemente ciò che, secondo la rivelazione, è conseguenza del peccato, ciò che lo stesso Paolo chiamerà altrove “schiavitù della corruzione” (Rm 8, 21). A questa “schiavitù della corruzione” è sottoposta indirettamente tutta la creazione a causa del peccato dell’uomo, il quale fu posto dal Creatore in mezzo al mondo visibile perché “dominasse” (cf. Gen 1, 28). Così il peccato dell’uomo ha una dimensione non solo interiore, ma anche “cosmica”. E secondo tale dimensione, il corpo – che Paolo (in conformità alla sua esperienza) caratterizza come “corruttibile . . . debole . . . animale . . . ignobile . . .” – esprime in sé lo stato della creazione dopo il peccato. Questa creazione, infatti, “geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” (Rm 8, 22). Tuttavia, come le doglie del parto sono unite al desiderio della nascita, alla speranza di un uomo nuovo, così anche tutta la creazione attende “con impazienza la rivelazione dei figli di Dio . . . e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 19-21).

8. Attraverso tale contesto “cosmico” dell’affermazione contenuta nella lettera ai Romani – in certo senso, attraverso il “corpo di tutte le creature” – cerchiamo di comprendere fino in fondo l’interpretazione paolina della risurrezione. Se questa immagine del corpo dell’uomo storico, così profondamente realistica e adeguata all’esperienza universale degli uomini, nasconde in sé, secondo Paolo, non soltanto la “schiavitù della corruzione”, ma anche la speranza, simile a quella che accompagna “le doglie del parto”, ciò avviene perché l’Apostolo coglie in questa immagine anche la presenza del mistero della redenzione. La coscienza di quel mistero si sprigiona appunto da tutte le esperienze dell’uomo che si possono definire come “schiavitù della corruzione”; e si sprigiona, perché la redenzione opera nell’anima dell’uomo mediante i doni dello Spirito: “. . . Anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8, 23). La redenzione è la via alla risurrezione. La risurrezione costituisce il definitivo compimento della redenzione del corpo. Riprenderemo l’analisi del testo paolino nella prima lettera ai Corinzi nelle nostre ulteriori riflessioni.

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