di Romano Penna : « SIETE STATI CHIAMATI A LIBERTÀ » (Gal 5,13).

dal sito:

http://www.diocesi.brescia.it/main/uffici_servizi_di_curia/u_catechistico/documenti/relazione_Romano_Penna.doc

« SIETE STATI CHIAMATI A LIBERTÀ » (Gal 5,13).
Cosa vuol dire oggi?

di Romano Penna
(« Villa Pace » di Gussago, 8 giugno 2008)

Le parole del titolo sono di san Paolo. Quindi sono state scritte circa duemila anni fa. Ma non hanno perso nulla del loro fascino originario, anzi sono sempre più attuali. Perché? Semplicemente perché l’ideale e la ricerca della libertà non hanno tempo, visto che appartengono al fondo dell’uomo, di ogni uomo. E sono parole che fanno il paio con queste altre, ancora più forti, con cui si apre lo stesso capitolo cinque della lettera ai Galati: « Per la libertà Cristo ci ha liberati »! Con questa frase, secondo il copione inedito di un film preparato da Pier Paolo Pasolini su san Paolo, situato tutto nel nostro tempo, l’Apostolo doveva iniziare a Marsiglia il suo discorso a un gruppo di fuorusciti spagnoli dell’ex-regime di Franco.
Dunque, secondo Paolo, noi non siamo soltanto « chiamati » (oggi) ad essere liberi domani, come se la libertà fosse un traguardo ancora tutto da raggiungere. Al contrario, il vangelo consiste nell’annuncio di una libertà già procurata e già donata; sicché, se è stata accolta, essa è già posseduta. In effetti, poco prima nella stessa lettera, Paolo prende le distanze da alcuni « falsi fratelli », che « si sono introdotti per insidiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù » (2,4).
Qui tocchiamo uno dei punti davvero caratteristici dell’identità cristiana, per cui essa si distingue da ogni altro tipo di libertà intesa in senso politico e soprattutto filosofico. Secondo la filosofia, ogni uomo è libero per natura, quindi per nascita, e decide autonomamente le proprie scelte: si tratta del cosiddetto « libero arbitrio », su cui Erasmo da Rotterdam nel 1500 scrisse un celebre trattatello. Il guaio è che ciò è vero in teoria, mentre poi in pratica ciascuno di noi è doppiamente condizionato e limitato: primo, dal nostro personale egoismo (radicato in una situazione originaria di peccato), per cui fare tutto quello che si vuole significa in realtà essere sottomessi a stimoli e pulsioni pre-razionali che ci comandano e di cui siamo forse inconsapevolmente schiavi; secondo, siamo condizionati dalle imposizioni della legge, non tanto di quella civile quanto di quella morale (i comandamenti), nella misura in cui pensiamo di essere graditi a Dio solo se osserviamo con le nostre opere la sua volontà precettiva, senza tener conto della sua grazia. Ecco perché, in contrapposizione a Erasmo, Lutero scrisse un trattatello intitolato « Il servo arbitrio », per dire che in concreto l’uomo è vincolato a una condizione di peccato, che ne limita le vere possibilità.
Ebbene, se Paolo dice che Cristo « ci ha liberati », ciò significa innanzitutto riconoscere che senza Cristo noi ci troviamo in una condizione di servitù (nei confronti sia dell’egoismo sia del principio esterno della legge) e in secondo luogo che noi possiamo ritrovare la nostra libertà piena solo come frutto di una liberazione. Qui sta il punto: senza questa liberazione, noi non siamo liberi! Ma la liberazione, di cui si tratta, non è il prodotto di un nostro sforzo individuale, che ci ricondurrebbe fatalmente alla nostra auto-affermazione e farebbe ancora di noi il criterio interessato di misura del rapporto con gli altri. Invece, la libertà cristiana è il risultato di un costo pagato dall’amore di Cristo per noi (« mi ha amato e ha dato se stesso per me »: Gal 2,20) e quindi il risultato di un dono assolutamente disinteressato.
C’è poi un risvolto importantissimo della libertà cristiana, senza il quale non si capirebbe in che cosa essa davvero consiste. Ed è che la libertà, oltre a consistere in una radice profondamente piantata in noi, si esprime in comportamenti gratuiti e generosi nei confronti degli altri. È qui che ha senso l’idea di libertà come chiamata (« chiamati a libertà »). Infatti Paolo prosegue nella sua lettera: « Non fate della libertà un pretesto per la carne, ma mediante l’amore fatevi servi gli uni degli altri ». Ora, la carne in senso paolino è tutto ciò che prescinde o si oppone alla generosità veramente ‘liberale’ di Dio, cioè è un’atmosfera di chiusura a lui e quindi di deterioramento personale. Perciò la libertà evangelica esclude ogni ripiegamento su se stessi e invece proietta il cristiano al servizio del prossimo.
Si vede bene quindi che la libertà ha una doppia componente: l’una è a livello di realtà oggettiva, statica, e consiste in un modo d’essere, reale e profondo, acquisito per grazia di Dio; l’altra è a livello soggettivo, dinamico, e consiste in un modo di agire, che ci fa estroversi, cioè ci proietta al di fuori di noi e ci impegna per il bene degli altri. Allora, si capisce che la seconda non sta senza la prima: l’impegno non avrebbe senso, se non si fondasse su di un dono di cui siamo beneficiari; ma, altrettanto, la prima componente sarebbe sterile, se non si traducesse positivamente in modi nuovi di vivere. Perciò, si potrebbe dire che la libertà effettiva, che già ci è stata donata, diventa una chiamata, cioè un impulso, una spinta, un input a liberarci sempre più di noi stessi per esprimerci in pienezza a favore degli altri.

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