Archive pour octobre, 2008

Il Papa: San Paolo e la centralità del Risorto nel mistero della salvezza (udienza mercoledì 22 ottobre 2008)

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-15869?l=italian

Il Papa: San Paolo e la centralità del Risorto nel mistero della salvezza

Intervento in occasione dell’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 22 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della catechesi pronunciata questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in Piazza San Pietro.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

nelle catechesi delle scorse settimane abbiamo meditato sulla conversione’ di san Paolo, frutto dell’incontro personale con Gesù crocifisso e risorto, e ci siamo interrogati su quale sia stata la relazione dell’Apostolo delle genti con il Gesù terreno. Oggi vorrei parlare dell’insegnamento che san Paolo ci ha lasciato sulla centralità del Cristo risorto nel mistero della salvezza, sulla sua cristologia. In verità, Gesù Cristo risorto, « esaltato sopra ogni nome », sta al centro di ogni sua riflessione. Cristo è per l’Apostolo il criterio di valutazione degli eventi e delle cose, il fine di ogni sforzo che egli compie per annunciare il Vangelo, la grande passione che sostiene i suoi passi sulle strade del mondo. E si tratta di un Cristo vivo, concreto: il Cristo – dice Paolo – « che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me » (Gal 2, 20). Questa persona che mi ama, con la quale posso parlare, che mi ascolta e mi risponde, questo è realmente il principio per capire il mondo e per trovare la strada nella storia.

Chi ha letto gli scritti di san Paolo sa bene che egli non si è preoccupato di narrare i singoli fatti in cui si articola la vita di Gesù, anche se possiamo pensare che nelle sue catechesi abbia raccontato molto di più sul Gesù prepasquale di quanto egli scrive nelle Lettere, che sono ammonimenti in situazioni precise. Il suo intento pastorale e teologico era talmente teso all’edificazione delle nascenti comunità, che gli era spontaneo concentrare tutto nell’annuncio di Gesù Cristo quale « Signore », vivo adesso e presente adesso in mezzo ai suoi. Di qui la caratteristica essenzialità della cristologia paolina, che sviluppa le profondità del mistero con una costante e precisa preoccupazione: annunciare, certo, il Gesù vivo, il suo insegnamento, ma annunciare soprattutto la realtà centrale della sua morte e risurrezione, come culmine della sua esistenza terrena e radice del successivo sviluppo di tutta la fede cristiana, di tutta la realtà della Chiesa. Per l’Apostolo la risurrezione non è un avvenimento a sé stante, disgiunto dalla morte: il Risorto è sempre colui che, prima, è stato crocifisso. Anche da Risorto porta le sue ferite: la passione è presente in Lui e si può dire con Pascal che Egli è sofferente fino alla fine del mondo, pur essendo il Risorto e vivendo con noi e per noi. Questa identità del Risorto col Cristo crocifisso Paolo l’aveva capita nell’incontro sulla via di Damasco: in quel momento gli si rivelò con chiarezza che il Crocifisso è il Risorto e il Risorto è il Crocifisso, che dice a Paolo: « Perché mi perseguiti? » (At 9,4). Paolo sta perseguitando Cristo nella Chiesa e allora capisce che la croce è « una maledizione di Dio » (Dt 21,23), ma sacrificio per la nostra redenzione.L’Apostolo contempla affascinato il segreto nascosto del Crocifisso-risorto e attraverso le sofferenze sperimentate da Cristo nella sua umanit

à (dimensione terrena) risale a quell’esistenza eterna in cui Egli è tutt’uno col Padre (dimensione pre-temporale): « Quando venne la pienezza del tempo – egli scrive -, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli » (Gal 4,4-5). Queste due dimensioni, la preesistenza eterna presso il Padre e la discesa del Signore nella incarnazione, si annunciano già nell’Antico Testamento, nella figura della Sapienza. Troviamo nei Libri sapienziali dell’Antico Testamento alcuni testi che esaltano il ruolo della Sapienza preesistente alla creazione del mondo. In questo senso vanno letti passi come questo del Salmo 90: « Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, Dio » (v. 2); o passi come quello che parla della Sapienza creatrice: « Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra » (Prv 8, 22-23). Suggestivo è anche l’elogio della Sapienza, contenuto nell’omonimo libro: « La Sapienza si estende vigorosa da un’estremità all’altra e governa a meraviglia l’universo » (Sap 8,1).

Gli stessi testi sapienziali che parlano della preesistenza eterna della Sapienza, parlano anche della discesa, dell’abbassamento di questa Sapienza, che si è creata una tenda tra gli uomini. Così sentiamo echeggiare già le parole del Vangelo di Giovanni che parla della tenda della carne del Signore. Si è creata una tenda nell’Antico Testamento: qui è indicato il tempio, il culto secondo la « Thorà« ; ma dal punto di vista del Nuovo Testamento possiamo capire che questa era solo una prefigurazione della tenda molto più reale e significativa: la tenda della carne di Cristo. E vediamo già nei Libri dell’Antico Testamento che questo abbassamento della Sapienza, la sua discesa nella carne, implica anche la possibilità che essa sia rifiutata. San Paolo, sviluppando la sua cristologia, si richiama proprio a questa prospettiva sapienziale: riconosce in Gesù la sapienza eterna esistente da sempre, la sapienza che discende e si crea una tenda tra di noi e così egli può descrivere Cristo, come « potenza e sapienza di Dio », può dire che Cristo è diventato per noi « sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione » (1 Cor 1,24.30). Similmente Paolo chiarisce che Cristo, al pari della Sapienza, può essere rifiutato soprattutto dai dominatori di questo mondo (cfr 1 Cor 2,6-9), cosicché può crearsi nei piani di Dio una situazione paradossale, la croce, che si capovolgerà in via di salvezza per tutto il genere umano.Uno sviluppo ulteriore di questo ciclo sapienziale, che vede la Sapienza abbassarsi per poi essere esaltata nonostante il rifiuto, si ha nel famoso inno contenuto nella

Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-11). Si tratta di uno dei testi più alti di tutto il Nuovo Testamento. Gli esegeti in stragrande maggioranza concordano ormai nel ritenere che questa pericope riporti una composizione precedente al testo della Lettera ai Filippesi. Questo è un dato di grande importanza, perché significa che il giudeo-cristianesimo, prima di san Paolo, credeva nella divinità di Gesù. In altre parole, la fede nella divinità di Gesù non è una invenzione ellenistica, sorta molto dopo la vita terrena di Gesù, un’invenzione che, dimenticando la sua umanità, lo avrebbe divinizzato; vediamo in realtà che il primo giudeo-cristianesimo credeva nella divinità di Gesù, anzi possiamo dire che gli Apostoli stessi, nei grandi momenti della vita del loro Maestro, hanno capito che Egli era il Figlio di Dio, come disse san Pietro a Cesarea di Filippi: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente » (Mt 16,16). Ma ritorniamo all’inno della Lettera ai Filippesi. La struttura di questo testo può essere articolata in tre strofe, che illustrano i momenti principali del percorso compiuto dal Cristo. La sua preesistenza è espressa dalle parole: « pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio » (v. 6); segue poi l’abbassamento volontario del Figlio nella seconda strofa: « svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo » (v. 7), fino a umiliare se stesso « facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce » (v. 8). La terza strofa dell’inno annuncia la risposta del Padre all’umiliazione del Figlio: « Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome » (v. 9). Ciò che colpisce è il contrasto tra l’abbassamento radicale e la seguente glorificazione nella gloria di Dio. E’ evidente che questa seconda strofa è in contrasto con la pretesa di Adamo che da sé voleva farsi Dio, è in contrasto anche col gesto dei costruttori della torre di Babele che volevano da soli edificare il ponte verso il cielo e farsi loro stessi divinità. Ma questa iniziativa della superbia finì nella autodistruzione: non si arriva così al cielo, alla vera felicità, a Dio. Il gesto del Figlio di Dio è esattamente il contrario: non la superbia, ma l’umiltà, che è realizzazione dell’amore e l’amore è divino. L’iniziativa di abbassamento, di umiltà radicale di Cristo, con la quale contrasta la superbia umana, è realmente espressione dell’amore divino; ad essa segue quell’elevazione al cielo alla quale Dio ci attira con il suo amore.

Oltre alla Lettera ai Filippesi, vi sono altri luoghi della letteratura paolina dove i temi della preesistenza e della discesa del Figlio di Dio sulla terra sono tra loro collegati. Una riaffermazione dell’assimilazione tra Sapienza e Cristo, con tutti i connessi risvolti cosmici e antropologici, si ritrova nella prima Lettera a Timoteo: « Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria » (3,16). E’ soprattutto su queste premesse che si può meglio definire la funzione di Cristo come Mediatore unico, sullo sfondo dell’unico Dio dell’Antico Testamento (cfr 1 Tm 2,5 in relazione a Is 43,10-11; 44,6). E’ Cristo il vero ponte che ci guida al cielo, alla comunione con Dio.

E, finalmente, solo un accenno agli ultimi sviluppi della cristologia di san Paolo nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini. Nella prima, Cristo viene qualificato come « primogenito di tutte le creature » (1,15-20). Questa parola « primogenito » implica che il primo tra tanti figli, il primo tra tanti fratelli e sorelle, è disceso per attirarci e farci suoi fratelli e sorelle. Nella Lettera agli Efesini troviamo una bella esposizione del piano divino della salvezza, quando Paolo dice che in Cristo Dio voleva ricapitolare tutto (cfr. Ef 1,23). Cristo è la ricapitolazione di tutto, riassume tutto e ci guida a Dio. E così ci implica in un movimento di discesa e di ascesa, invitandoci a partecipare alla sua umiltà, cioè al suo amore verso il prossimo, per essere così partecipi anche della sua glorificazione, divenendo con lui figli nel Figlio. Preghiamo che il Signore ci aiuti a conformarci alla sua umiltà, al suo amore, per essere così resi partecipi della sua divinizzazione.

Publié dans:PAPA BENEDETTO XVI E SAN PAOLO |on 23 octobre, 2008 |Pas de commentaires »

la lettera di Sant’Agostino a Proba l’ho messa in una « Pages »

io ho già postato tempo fa, stralci di questa lettera, ma, in questi giorni, da domenica ad oggi, è ricominciata la lettura nella Liturgia delle ore, seconda lettura, rileggendone i passi, mi sembra sempre più utile, edificante, ed ogni giorno, per ogni tempo,  nuovo l’insegnamento di Sant’Agostino dove il pensiero di San Paolo e assai presente e vivo, metto, quindi, tutta la lettera per intero in una « pages », link:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/santagostino-lettera-a-proba-sulla-preghiera/

L’AUTORE DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (seguace e collaboratore di Paolo)

L’AUTORE DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI (seguace e collaboratore di Paolo)

Stralcio dal libro: Bianchi F., Atti degli Apostoli, Città Nuova Editrice, Roma 2003

vorrei approfondire il tema dell’autore degli Atti degli Apostoli; il docente, nell’Introduzione del libro, presenta una serie di “informazioni essenziali” sul libro, ne tratta 7: 1. il titolo, 2. l’autore, 3 il genere letterario dell’opera, 4. la struttura, 5. lo scopo e il messaggio teologico, 6. la cronologia esterna, 7. il testo;

propongo la lettura dell’autore – ossia il punto 2 dell’Introduzione – invogliata non solo da qualche lettura dagli Atti, ma anche dalla festa, passata da pochi giorni, di San Luca, ho messo già nella liturgia di sabato 18 ottobre 2008, la storia di Paolo presa da un buon sito: Santi Beati e Testimoni;

pagg. 8-10

La tradizione cristiana, come testimoniano sempre il Prologo antimarcionita (testo del 160-180 d.C.) ed Eusebio di Cesarea, attribuì la composizione degli Atti degli Apostoli all’evangelista Luca, originario di Antiochia, l’autore del terzo Vangelo, seguace e collaboratore di Paolo nella sua opera di evangelizzazione. Paolo allude a questo personaggio nel biglietto a Filemone 24, nella Lettera ai Colossesi 4,14 e nella Seconda Lettera a Timoteo 4,11, definendolo “il buon medico”.

Se la prima tradizione cristiana difese unanimemente nei primi secoli l’identità fra l’evangelista Luca e l’autore degli Atti degli Apostoli, nel corso degli ultimi due secoli essa è stata al centro di un vivace dibattito fra gli studiosi, ben riassunto dallo studio di Gasque. Coloro che la negarono, soprattutto gli esegeti tedeschi della scuola di Tubinga, evidenziarono la discrepanza fra Paolo delle lettere e quello degli Atti: le lettere paoline e gli Atti palesavano, a loro avviso, inconciliabili divergenze teologiche sul ruolo della Legge e sullo svolgimento del cosiddetto “concilio di Gerusalemme” e non meno importanti discrepanze letterarie nel passaggio fra la prima e la terza persona singolare. Gli Atti avrebbero rappresentato “una tendenza proto-cattolica” che all’inizio del II sec. D.C. voleva integrare il rivoluzionario messaggio di Paolo nel cristianesimo petrino.

Un esame più attento e ragionato dei dati storici e letterari fece escludere una datazione così alta dell’opera, rimarcando i diversi punti di contatto con il terzo Vangelo. Questa unità emerge dal disegno letterario e teologico che tiene insieme le due opere e che traspare in molti punti degli Atti. Possiamo segnalare i rimandi fra i due proemi, At 1 e Lc 1, accumulati dal medesimo destinatario, Teofilo, nonché le somiglianze fra il martirio di Stefano e la morte di Gesù, quelle fra l’ultimo viaggio di paolo a Gerusalemme e quello analogo di Gesù. Ci sono, infine, temi teologici comuni come il Regno di Dio, l’azione dello Spirito, il valore della testimonianza. In conseguenza di ciò, la maggioranza degli esegeti ritiene che la stesura degli Atti degli Apostoli sia avvenuta fra l’80 e il 90 d.C., a breve distanza di tempo dal terzo Evangelo. Questa soluzione si fa preferire a quella che propone di datare gli Atti degli Apostoli già verso la fine degli anni 60, considerando questa come la prima opera di Luca; costui avrebbe seguito Paolo a Roma e pubblicato l’opera quando la sorte dell’Apostolo non era stata ancora decisa. Come vedremo nel commento, il silenzio sulla sorte di Paolo si spiega meglio col desiderio di Luca di dimostrare che l’arrivo di Paolo a Roma realizzava il commando di Gesù.

È oggetto di discussione se l’intenzione di Luca fu quella di presentare una sorta di dittico sul tempo di Gesù e sul tempo della Chiesa e se invece gli Atti nacquero dalla situazione vissuta dalla Chiesa in un momento storico in cui la frattura con il giudaesimo si era oramai consumata e i rapporti con l’impero romano erano sempre più problematici. Non sarebbe allora casuale il fatto che sia il rapporto con Israele, sia quello con i funzionari imperiali occupino un posto rilevante nell’economia dell’opera.

Tornando alle presunte discrepanze col pensiero di Paolo, la critica più recente ha dimostrato che esse sono talvolta meno importanti di quanto congetturato. Paolo appare nelle lettere come teologo per eccellenza, mentre negli Atti egli è soprattutto il persecutore divenuto cristiano e il testimone di Risorto. Le discrepanze possono essere riconducibili anche a fattori diversi, ben riassunti da Fusco: : il rapporto fra Luca e Paolo potrebbe esser stato limitato nel tempo e lo stesso Paolo intesse rapporti diversi con le diverse persone che collaborano on lui nell’opera missionaria. Non bisogna nemmeno dimenticare la mediazione personale del discepoli: basti pensare, ad esempio, alla maniera in cui Platone e Senofonte presentano il comune maestro Socrate nelle proprie opere. Se prendiamo in esame, infine, l’aspetto teologicamente più importante del pensiero di Paolo, cioè che la legge di Mosè non può salvare l’uomo, vediamo che anche l’autore degli Atti è d’accordo con Paolo.

Seguendo la maggioranza dei commentari (Pesh, Fabris, Rossé), manterrò in questo commentario l’identificazione dell’autore degli Atti degli Apostoli con Luca, autore del terzo Vangelo. Costui era un cristiano di Antiochia, di buona cultura classica, che partecipò probabilmente all’attività missionaria cristiana fuori da Gerusalemme e fu in contatto con Paolo.

L’Anno paolino in Turchia come riscoperta dell’identità cristiana (L’Osservatore Romano, intervista a Mons. Padovese)

dal sito: 

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/interviste/2008/015q06a1.html

L’OSSERVATORE ROMANO (18 OTTOBRE 2008)

Intervista a monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia

L’Anno paolino in Turchia come riscoperta dell’identità cristiana

Rosario Capomasi

« Stiamo curando la pubblicazione in lingua turca, per la prima volta, delle Lettere di san Paolo. Questo per far meglio conoscere il suo pensiero tra i cristiani del Paese ». Lo ha rivelato, in un’intervista concessa a « L’Osservatore Romano », monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, che ha illustrato iniziative ed eventi programmati dalla Chiesa cattolica in Turchia per celebrare il bimillenario della nascita dell’apostolo delle genti. Lo speciale giubileo paolino è stato indetto lo scorso anno da Benedetto XVI, che ha sottolineato la necessaria impronta ecumenica da conferire all’evento.Le Lettere di san Paolo tradotte in lingua turca sono una novità assoluta. Che significato ha questa iniziativa?

Mi aspetto che i fedeli che vivono in Turchia, attraverso la lettura delle parole nella lingua madre, espressione di una forte identità cristiana, possano rafforzare e quindi amare di più la loro identità cristiana. Dalle lettere paoline emerge la grande fatica affrontata dal santo per portare il messaggio di Cristo nelle zone più impervie della Turchia. Se si pensa ai pericoli, all’enorme forza spirituale che ha animato l’apostolato di Paolo nel suo peregrinare da una regione all’altra, non si può non rimanere colpiti, subendo un vero e proprio cambiamento interiore. Il mio desiderio più grande è vedere nel pellegrino che si reca in Anatolia la presa di coscienza che il cristianesimo non è solo un fattore geografico ma anche missione, impegno, difficoltà. Prendendo coscienza di ciò, matura un cristiano più forte.

Quali sono gli altri eventi in programma?

Come primo atto, in attesa dell’apertura vera e propria, il prossimo 25 gennaio, giorno della conversione di san Paolo, si svolgerà a Tarso una celebrazione ecumenica a cui parteciperanno, oltre al sottoscritto, anche il vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, il vescovo siro-ortodosso di Adiyaman Melki Ürek e il vescovo maronita di Alep, Youssef Anis Abi-Aad. Saranno presenti anche pastori e sacerdoti della Chiesa ortodossa. Ho già incontrato il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, il patriarca della Chiesa armena apostolica, Mesrob II Minas-Vartan Mutafyan, e il metropolita della Chiesa siro-ortodossa di Istanbul, Filuskinos Yusuf Çetin. Tutti mi hanno mostrato grande disponibilità e collaborazione, seguendo quell’indirizzo ecumenico tracciato da Benedetto XVI quando l’anno scorso annunciò ufficialmente l’evento. In seguito verranno seguiti degli itinerari paolini ad Antiochia, Antiochia di Pisidia, Tarso ed Efeso con cerimonie e tavoli di riflessione sul pensiero dell’apostolo. Il 21 giugno vi sarà infine la celebrazione di apertura nella chiesa museo di san Paolo a Tarso a cui parteciperà il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Riguardo alla possibilità di celebrazioni nella chiesa di san Paolo a Tarso, come si comportano le autorità politiche?

Ho riscontrato una certa apertura nell’amministrazione comunale e nel governo centrale. Non dimentichiamoci che la chiesa è anche un museo e non è facile ottenere certe autorizzazioni. Ho chiesto espressamente che l’edificio venga concesso non solo ai cattolici ma anche a tutti i cristiani che verranno in pellegrinaggio. Non è proselitismo, ma un doveroso invito a tutto il mondo cattolico a venire ad omaggiare l’apostolo nel luogo dove vide la luce. In questo senso, il primo ministro turco, Recep Erdogan, e il vice prefetto mi hanno assicurato che intorno alla chiesa sorgeranno tutti quei servizi per i turisti come punti ristoro, centri informativi, luoghi di riunione. A giorni, inoltre, attendiamo l’arrivo da Ankara di una commissione governativa che dovrebbe dare l’autorizzazione definitiva alle manifestazioni in programma. L’obiettivo è ottenere un luogo permanente ed esclusivo di culto cristiano a Tarso: un desiderio mio ma anche di quei pellegrini che giungono da ogni parte del mondo, attratti dal misticismo dei luoghi.

Qual è l’attuale situazione della comunità cattolica nel Paese?

La presenza cattolica è purtroppo molto limitata e, se si escludono i grandi centri come Istanbul, Smirne o Ankara, chiese vere e proprie non ce ne sono sul territorio turco. A Tarso, poi, come ho già anticipato prima, esiste solo una chiesa museo, senza neanche una croce sulla facciata, gestita da tre suore della congregazione delle Figlie della Chiesa. La memoria storica del cristianesimo in questo Paese è come stata cancellata. Ed è un peccato se si pensa che in Turchia convivono esperienze diverse di cristianesimo: latino, armeno-cattolico, caldeo-cattolico e siro-cattolico.

In questi giorni di preparativi come sono i rapporti con la confessione musulmana?

È un discorso complesso, esistono diversi tipi di relazioni e scambi perché diversi sono gli orientamenti seguiti dall’islam turco. In questo Paese non ci troviamo di fronte ad una religione compatta e monolitica, ma pluriforme, oscillante tra orientamenti portati al dialogo e altri che invece osservano un’interpretazione più rigida e nazionalista del Corano. Ho apprezzato comunque gli sforzi di apertura nei confronti della Chiesa in Turchia avvenuti in questi ultimi mesi. Speriamo che questa accresciuta propensione alle relazioni interconfessionali possa dare i suoi frutti a breve.

Le relazioni con le altre Chiese come lei ha già accennato in precedenza sembrano buone.

E infatti lo sono. Con il patriarca Bartolomeo I, ad esempio, i rapporti sono improntati ad una cordialità ed un affetto sinceri. Quello che vorrei sottolineare è che attraverso il dialogo e la frequentazione si è passati gradatamente da un ecumenismo di facciata a quello che si radica nel cuore di chi si incontra. Sono questi i frutti del lavoro svolto dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani insieme con gli altri patriarcati, come quello di Antiochia.

Oltre alla riscoperta del messaggio paolino quali altri significati ha l’evento?

Il bimillenario servirà a richiamare l’attenzione della Chiesa verso le comunità cristiane minoritarie in Turchia. Dobbiamo far prendere coscienza di una situazione religiosa ancora difficile e con molti problemi da risolvere.

TUTTI INSIEME NEL NOME DI SAN PAOLO: MONS. PADOVESE SOTTOLINEA IL VALORE ECUMENICO DELL’INCONTRO DEI CAPI DELLE CHIESE ORTODOSSE CONCLUSOSI AD ISTAMBUL

dal sito: 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=237109

RADIO VATICANA  (articolo 12 ottobre 2008) 

TUTTI INSIEME NEL NOME DI SAN PAOLO: MONS. PADOVESE SOTTOLINEA IL VALORE ECUMENICO DELL’INCONTRO DEI CAPI DELLE CHIESE ORTODOSSE CONCLUSOSI AD ISTAMBUL  Oggi pomeriggio, all’indomani della chiusura ad Istanbul dell’Assemblea dei primati ortodossi, è prevista l’apertura di un “Simposio Paolino”, che proseguirà in altri luoghi legati alla vita e all’opera di San Paolo, come Smirne, Efeso e Antalya, per concludersi nell’isola di Creta. All’incontro dei primati delle Chiese ortodosse nel mondo invitati dal Patriarca ecumenico, Bartolomeo I, hanno partecipato anche rappresentanti cattolici. Tra questi, il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, in rappresentanza del Papa, ed il presidente della Conferenza episcopale della Turchia, mons. Luigi Padovese, che al microfono di Amedeo Lomonaco sottolinea come dall’iniziativa dell’Anno Paolino, indetto da Benedetto XVI, siano scaturiti anche passi ecumenici: 

R. – Non è rimasta un’iniziativa ristretta nell’ambito della Chiesa cattolica, ma ha avuto un allargamento che ci fa riconoscere tutti quanti in San Paolo. Questo, senza dubbio, è un passo molto positivo.

D. – Ed è da sottolineare, in particolare, la presenza del Patriarca Alessio II di Mosca, nonostante alcune divergenze avute con il Patriarcato ecumenico…

R. – Le divergenze passano in secondo piano, adesso, rispetto alla venerazione comune per la memoria dell’Apostolo Paolo. E anche questo mi sembra un passo significativo, quasi un miracolo che San Paolo sta facendo. Laddove non riusciamo, tante volte, ad andare avanti con il dialogo, ha forza il richiamo a questi testimoni della fede cristiana, nei quali ci ritroviamo tutti quanti. E il fatto di essere stati invitati con insistenza, mostra l’interesse che anche la Chiesa cattolica partecipi a questa iniziativa. Anche la Chiesa ortodossa ha partecipato all’apertura del nostro Simposio, che abbiamo iniziato a Tarso il 21 giugno di quest’anno. C’è dunque una condivisione delle gioie, nel nome dell’Apostolo Paolo.

D. – E poi l’incontro di Istanbul è anche l’occasione per dare nuova linfa al dialogo tra cattolici e ortodossi…

R. – Certamente. Penso, però, che nuova linfa verrà data soprattutto a livello di Chiese sorelle, al di là della nostra presenza: è quanto mai significativo che tutti Patriarchi si incontrino a Costantinopoli per questa celebrazione.

D. – Parliamo dei luoghi legati all’Apostolo delle Genti: nel nome di Paolo, quali frutti può portare questo cammino ecumenico alla comunità cristiana in Turchia?

R. – Paolo ha dovuto accettare la realtà di una Chiesa che si è espressa in un pluralismo di voci fin dall’inizio. Io credo che da Paolo ci possa venire anche questo stimolo: un invito a guardare al di là della nostra porta, a guardare alle ricchezze che tante tradizioni cristiane – soprattutto qui in Turchia – ancora presentano. E’ una sinfonia che dobbiamo ascoltare. L’invito è che l’anno di San Paolo porti ancora qui, in Turchia, tanti pellegrini come stiamo verificando fino ad adesso: il contatto con la terra di Paolo vale molto di più di tutte le parole, di tutto quello che si può leggere. 

LA CHIESA ORTODOSSA – NON SONO ABASTANZA PREPARATA…

vorrei dirvi che io non sono abbastanza preparata riguardo la Chiesa Ortodossa, i vari Patriarcati, la storia, conosco abbastanza, invece, la teologia, la liturgia, i santi, gli scritti;

mi dispiace, quindi, di non poter offrire, come vorrei, in modo più coerente e più completo, quanto riguarda San Paolo;

soprattutto non riesco a stare dietro agli incontri del mio « carissimo » ex professore, Mons Padovese, posto gli articoli come li trovo (e quando li trovo), se ci capisco qualcosa di più cerco di sistemare meglio una categoria apposita;

Publié dans:CHIESA ORTODOSSA |on 20 octobre, 2008 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: superare il dualismo tra esegesi e teologia

dal sito:

http://www.zenit.org/article-15823?l=italian

Benedetto XVI: superare il dualismo tra esegesi e teologia

Intervento al Sinodo dei Vescovi

CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 19 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’intervento che Benedetto XVI ha pronunciato martedì 14 ottobre durante la Quattordicesima Congregazione Generale della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Il testo è stato in seguito trascritto e pubblicato questo sabato dalla Sala Stampa della Santa Sede.

* * *

Cari fratelli e sorelle, il lavoro per il mio libro su Gesù offre ampiamente l’occasione per vedere tutto il bene che ci viene dall’esegesi moderna, ma anche per riconoscerne i problemi e i rischi. La Dei Verbum 12 offre due indicazioni metodologiche per un adeguato lavoro esegetico. In primo luogo, conferma la necessità dell’uso del metodo storico-critico, di cui descrive brevemente gli elementi essenziali. Questa necessità è la conseguenza del principio cristiano formulato in Gv 1, 14 Verbum caro factum est. Il fatto storico è una dimensione costitutiva della fede cristiana. La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica.

Tuttavia, questa storia ha un’altra dimensione, quella dell’azione divina. Di conseguenza la Dei Verbum parla di un secondo livello metodologico necessario per una interpretazione giusta delle parole, che sono nello stesso tempo parole umane e Parola divina. Il Concilio dice, seguendo una regola fondamentale di ogni interpretazione di un testo letterario, che la Scrittura è da interpretare nello stesso spirito nel quale è stata scritta ed indica di conseguenza tre elementi metodologici fondamentali al fine di tener conto della dimensione divina, pneumatologica della Bibbia: si deve cioè 1) interpretare il testo tenendo presente l’unità di tutta la Scrittura; questo oggi si chiama esegesi canonica; al tempo del Concilio questo termine non era stato ancora creato, ma il Concilio dice la stessa cosa: occorre tener presente l’unità di tutta la Scrittura; 2) si deve poi tener presente la viva tradizione di tutta la Chiesa, e finalmente 3) bisogna osservare l’analogia della fede. Solo dove i due livelli metodologici, quello storico-critico e quello teologico, sono osservati, si può parlare di una esegesi teologica – di una esegesi adeguata a questo Libro. Mentre circa il primo livello l’attuale esegesi accademica lavora ad un altissimo livello e ci dona realmente aiuto, la stessa cosa non si può dire circa l’altro livello. Spesso questo secondo livello, il livello costituito dai tre elementi teologici indicati dalla Dei Verbum, appare quasi assente. E questo ha conseguenze piuttosto gravi.La prima conseguenza dell’assenza di questo secondo livello metodologico

è che la Bibbia diventa un libro solo del passato. Si possono trarre da esso conseguenze morali, si può imparare la storia, ma il Libro come tale parla solo del passato e l’esegesi non è più realmente teologica, ma diventa pura storiografia, storia della letteratura. Questa è la prima conseguenza: la Bibbia resta nel passato, parla solo del passato. C’è anche una seconda conseguenza ancora più grave: dove scompare l’ermeneutica della fede indicata dalla Dei Verbum, appare necessariamente un altro tipo di ermeneutica, un’ermeneutica secolarizzata, positivista, la cui chiave fondamentale è la convinzione che il Divino non appare nella storia umana. Secondo tale ermeneutica, quando sembra che vi sia un elemento divino, si deve spiegare da dove viene tale impressione e ridurre tutto all’elemento umano. Di conseguenza, si propongono interpretazioni che negano la storicità degli elementi divini. Oggi il cosiddetto mainstream dell’esegesi in Germania nega, per esempio, che il Signore abbia istituito la Santa Eucaristia e dice che la salma di Gesù sarebbe rimasta nella tomba. La Resurrezione non sarebbe un avvenimento storico, ma una visione teologica. Questo avviene perché manca un’ermeneutica della fede: si afferma allora un’ermeneutica filosofica profana, che nega la possibilità dell’ingresso e della presenza reale del Divino nella storia. La conseguenza dell’assenza del secondo livello metodologico è che si è creato un profondo fossato tra esegesi scientifica e lectio divina. Proprio di qui scaturisce a volte una forma di perplessità anche nella preparazione delle omelie. Dove l’esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l’anima della teologia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento.

Perciò per la vita e per la missione della Chiesa, per il futuro della fede, è assolutamente necessario superare questo dualismo tra esegesi e teologia. La teologia biblica e la teologia sistematica sono due dimensioni di un’unica realtà, che chiamiamo teologia. Di conseguenza, mi sembra auspicabile che in una delle proposizioni si parli della necessità di tener presenti nell’esegesi i due livelli metodologici indicati dalla Dei Verbum 12, dove si parla della necessità di sviluppare una esegesi non solo storica, ma anche teologica. Sarà quindi necessario allargare la formazione dei futuri esegeti in questo senso, per aprire realmente i tesori della Scrittura al mondo di oggi e a tutti noi.

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