La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n 5 – ultimo (bellissimo!)

La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n 5 – ultimo 

http://perso.jean-leveque.mageos.com/pri.paul.htm

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO 

di Père Jean Lévêque 

legenda: 

nelle parentesi quadre [] vi sono inserimenti miei, di cose che mi sembra utile dire

ho finito la traduzione, per me è un testo bellissimo, scriverò al prof. Lévêque per ringraziarlo; 

2. Ciò che San Paolo fa (dice ai cristiani di) domandare a Dio 

Per completare questi elementi che noi abbiamo tratteggiato delle richieste di Paolo a Dio, è bene ora passare in rassegna le raccomandazioni che egli da ai cristiani concernenti la preghiera di domanda. 

Prima di tutto le comunità devono sostenersi mutuamente  con la preghiera: questa è il segno più vero del loro affetto (2Cor 9,14). A loro spetta anche di sviluppare le loro domande come responsabili di tutti: “Ti raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini,  per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla, con tutta pietà e dignità” (1Tm 2,1). 

Ma la preghiera di domanda deve divenire anche una abitudine [letteralmente: un riflesso “involontario”] di ogni credente, specialmente quando egli ha lasciato la pace di Dio, quando egli è tentato di chiudersi in una attitudine negativa o in un sentimento di angustia o di disperazione: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.” (Fil 4,6) 

La preghiera incessante dei fratelli cristiani deve ugualmente prendersi carico dei bisogni di tutti i battezzati e, specialmente, per gli operai del Vangelo: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del Vangelo” (Ef 6, 18-19) 

Pregare per i testimoni di Cristo è partecipare realmente al lavoro dell’evangelizzazione: “…fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore si diffonda e sia glorificata come lo è anche tra voi” (2Tess 3,1 cfr. 1Tess 5,25). E l’Apostolo è convinto intimamente della necessità e della efficacia di questa preghiera fraterna, sia per la riuscita  dei suoi progetti missionari, sia per chiedere l’assistenza  di Dio nei pericoli che egli affronta: 

“Vi esorto perciò fratelli” scrive ai Romani “per il Signore nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, a lottare con me nelle preghiere che rivolgete per me a Dio, perché io sia liberato dagli infedeli della Giudea e il mio servizio a Gerusalemme torni gradito a quella comunità” (Rm 15,30-31). O, ancora, ai Corinti: “Da quella morte però egli ci ha liberato (in Asia minore) e ci libererà…grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi” (2Cor 1,11°) 

Ugualmente, al momento della sua cattività romana, Paolo può scrivere a Filemone: “… spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito.” (22); e ai Filippesi, parlando loro del suo processo imminente e di certi complotti di falsi fratelli: “So infatti che tutto questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo” (Fil 1,19). Formula magnifica (magnifique) che mette in rilievo nello stesso tempo la libertà imprescrittibile dello Spirito e l’urgenza della preghiera di domanda, nella più pura tradizione di Gesù: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7,7; cfr Mc 11,24; Luc 11,9-13; Gv 14,13ss: 15,7.16; 16,23-26). 

- Infine lo Spirito di Gesù resuscitato è presente e agente in tutte le preghiere di un figlio di Dio e compensa (riscatta) con la sua presenza tutte le incapacità di desiderio e a tutte le debolezze della parola dell’uomo: 

“…lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili, e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio. “ 

Forse questo testo di Rm 8, 26, più precisamente tutta la pericope: Rm 8, 16-27, ci veicola le ultime parole di Paolo, apostolo e pastore, sulla preghiera. 

Tutto si riassume in un triplice gemito: 

1.  il gemito della creazione, che accompagna i suoi dolori del parto, fino al momento che sarà associata alla gloria dei figli di Dio. Tuttavia questo pianto del cosmo e della storia non è ancora una preghiera. 

2.  Il gemito dei credenti, che possiedono le primizie dello Spirito e che attendono il riscatto del loro corpo. E questo gemito dell’uomo è preghiera di speranza. 

3.  c’è infine il gemito dello Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza. 

Questa debolezza, che segna inevitabilmente la nostra testimonianza e tutte le nostre imprese missionarie, è legata, in profondità, alla nostra condizione peregrinante e alle “sofferenze del momento presente”  (Rm 8,18). Essa è sempre finitudine e spesso colpevolezza, in tutti i casi limite per la conoscenza e ferita nella volontà dell’uomo. È questa debolezza che ci rende incapaci di pregare “convenientemente” [traduzione di “comme il faut” dal testo di Rm 8,26], ossia di domandare “secondo i disegni di Dio” [traduzione dalla Bibbia CEI, il prof. scrive: secondo Dio] (v. 27), “ Quelle cose…mai entrarono nel cuore dell’uomo” (1Cor 2,9) e che, tuttavia, Dio gli prepara. 

È inoltre questa debolezza che ci fa gemere, e, paradossalmente, lo Spirito Santo ci viene in aiuto gemendo anche Lui. Ma come il gemito umano non interrompe (n’éntouffe) il gemito cosmico, ugualmente il gemito dello Spirito non interrompe il gemito dell’uomo, ma l’accompagna per completarlo e portarlo al suo termine. La nostra impotenza rimane (dimora -demeure), ma lo Spirito l’abita e l’orienta verso la gloria, “secondo Do”; le parole continuano a mancarci per portare a Dio le nostre domande filiali, ma lo Spirito stesso “intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26) Al di la di tutte le parole. 

Questa intercessione dello Spirito resta, sì, un gemito, che traversa quello del mondo ed entra in risonanza con il nostro, ma grazia a lui il nostro gemito di debolezza diviene veramente filiale e passa in Dio. Tutte le nostre domande, impotenti e gementi, le nostre molteplici angosce e le nostre ricerche inquiete del Regno confluiscono allora in una semplice aspirazione alla gloria, secondo Dio. E Dio che scruta i cuori legge nei nostri un desiderio che lo Spirito ha fatto suo. Questo che si opera nel profondo delle sofferenze del tempo presente e attraverso il gemito dello Spirito è un misterioso parto alla gloria (est un mystérieux enfantement à la glorie). 

Questa è, dunque, la preghiera pastorale di Paolo, nello Spirito Santo che agisce in lui con forza e dolcezza: 

È un riflesso diretto della sua vita, ma della sua intera vita, la disposizione la quale egli si situa in rapporto a Dio, in rapporto a Cristo e in rapporto alla sua missione personale. 

La sua preghiera lascia ugualmente trasparire la vita, l’essenza del popolo di Dio, tutta interamente pellegrina, tutta interamente testimone, tutta interamente missionaria, essa fa risalire e emergere nella luce di Dio tutto il vissuto della Chiesa. 

Ma soprattutto la preghiera di Paolo è uno spazio di accoglienza per la vita [essere] di Dio, per il suo amore che sorpassa tutte le conoscenze, e uno spazio di ascolto per la sua Parola, forza di salvezza per tutti gli uomini. 

È il luogo della certezza, nella insicurezza stessa di una Chiesa povera e missionaria; è per Paolo il luogo della speranza, quando la “debolezza” è là, la sua, quella di Corinto, quella di Gerusalemme, quella di tutti i fratelli cristiani, tutta quella gravezza che appesantisce, non il cammino di Dio nella storia degli uomini, ma il cammino degli uomini verso il Regno di Dio. 

È il momento, o lo strato, il più profondo di lui stesso, dove Paolo, gratuitamente, ama, perché egli è sicuro di essere amato: egli sa in chi ha creduto, il Cristo è per lui non più una domanda, ma il Vivente che chiama, che vede e risponde. 

* 

Paolo al momento e al livello della preghiera si lascia amare da Dio come egli vuole amarlo; 

egli lascia Dio ridire [redire, direi proprio ri-dire in senso biblico] in lui il suo amore per il mondo, 

il suo mistero d’amore che ha nome Gesù Cristo.

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