Archive pour septembre, 2008

A SANT’AGOSTINO IL 28 AGOSTO – IL CANTO CON LE PAROLE DEL SANTO MI È RIMASTO DENTRO ED ANCORA OGGI LO CANTO QUASI SENZA ACCORGERMENE

 

Vi vorrei raccontare, perchè le emozioni della vita raggiungono anche i lavori che si fanno, ed alcune emozioni stanno, in un certo senso, raggiungendo anche questo…lavoretto…sul Blog, su San Paolo;

Le celebrazioni per Santa Monica e Sant’Agostino – memoria entrambe per la liturgia, rispettivamente festa e solennità per gli agostiniani – nella Chiesa di Sant’Agostino sono state bellissime, io ci vado…almeno… da vent’anni e sono sempre più belle e commoventi;

la Chiesa era pienissima per Santa Monica ed era straboccante di fedeli per Sant’Agostino, sicuramente non tutti agostiniani, ne’ tutti della parrocchia, perché la Chiesa è parrocchia; mi soffermo sulla clebrazione per la solennità di Sant’Agostino;

non c’è molto da dire dal punto di vista del racconto, sapete come è la celebrazione di una solennità, quello che è, in un certo modo, differente, è che per Sant’Agostino tutta l’assemblea si commuove veramente, come per uno che veramente e materialmente hai conosciuto ed amato;

i Padri agostiniani hanno composto – qualcuno di loro non so chi – oramai da molti anni perché io lo ricordo da sempre, da quando ci vado, un canto sulle parole di Sant’Agostino, buona parte tratte dal libro X, capitolo VII con l’aggiunta di passi tratti da altri libri; è un canto semplice, le parole di Sant’Agostino;

avevamo cantato tutti gli altri canti con l’organo, per questo canto abbiamo seguito un cantore e cantato a cappella; istintivamente, forse portati dal cantore, agostiniano, abbiamo cantato più lentamente del normale, molto dolcemente, durante il canto, cantato da tutta la chiesa pienissima, si sentiva che quasi si spezzava la voce in gola per la commozione; è sempre stato così da quando ci vado, ed io non piango facilmente neppure ai funerali, era commozione di poter ripetere quelle parole, di cantare l’amore per Dio e la stessa commozione di Sant’Agostino; è qualche cosa di indescrivibile;

queste parole, ancora oggi che è il 4 settembre, continuano a rimanermi nella mente e nel cuore e mi verrebbe di cantarle ad alta voce, comincio a cantare dentro di me senza accorgermene;

per questo Blog su San Paolo, non dico che cambia qualcosa, però mi viene in mente che, forse senza ben rendermene ben conto, sto prendendo almeno in parte la direzione dell’ interpretazione di San Paolo di Sant’Agostino, c’è in loro una comunanza di fede, nella conversione, nella passione, nell’amore; io qualche volta scegliendo dei testi, letture, interpretazioni, commenti su San Paolo, sto come rifiutando ciò che è troppo, come posso dire, arido: esegesi senza teologia per esempio, anche i migliori biblisti fanno un po’ di teologia biblica dopo l’esegesi, alcuni no, ed io non li scelgo; quello che posso fare, nel mare di documenti di tutti i generi su San Paolo è di scegliere, sì, gli autori più autorevoli, ma anche, di proporre quelli che, anche senza dirlo esplicitamente, amano San Paolo;

scrivo il testo del capitolo XXVII del libro X delle Confessioni, dal quale è preso quasi tutto il canto, copio dal libro che ho a casa, forse la traduzione in italiano moderno è stata migliorata nel tempo, ma io ho anche il testo latino e corrisponde perfettamente:

« Tardi ti ho amato, o bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ecco, tu eri dentro me, io stavo a l di fuori, e qui ti cercavo, e deforme quale ero, mi buttavo su queste cose belle che tu hai creato. Tu eri meco, ed io non ero teco, tenuto lontano da Te proprio da quelle creature che non esisterebbero se non fossero in te. Mi chiamasti, gridasti, e vincesti la mia sordità; folgorasti il tuo splendore e mettesti in fuga la mia cecità; esalasti il tuo porfumo, lo aspirai ed anelo a te; ti degustai (gustavi in latino, esattamente), ed ora ho fame e sete; mi toccasti, ed ora brucio di desiderio per la tua pace. »

metto la categoria Sant’Agostino in maiuscolo e metto il link al sito di Sant’Agostino, c’è l’ « opera omnia »;

3 settembre 2008 – Il Papa: la conversione di San Paolo, un incontro con Cristo

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-15303?l=italian

Il Papa: la conversione di San Paolo, un incontro con Cristo

Catechesi all’udienza generale del mercoledì

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 3 settembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato questo mercoledì mattina da Benedetto XVI nel corso dell’Udienza generale nell’aula Paolo VI. Nel suo discorso, il Papa ha continuato il ciclo di catechesi sulla figura dellApostolo Paolo, commentando la conversione di San Paolo.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

la catechesi di oggi sarà dedicata allesperienza che san Paolo ebbe sulla via di Damasco e quindi a quella che comunemente si chiama la sua conversione. Proprio sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare « perdita » e « spazzatura » tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d’essere della sua esistenza (cfr Fil 3,7-8). Che cosera successo? Abbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra levento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23). Il lettore medio è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dellavvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo « sì » a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere.Nella Chiesa antica il battesimo era chiamato anche « illuminazione », perché tale sacramento dà la luce, fa vedere realmente. Quanto così si indica teologicamente, in Paolo si realizza anche fisicamente: guarito dalla sua cecità interiore, vede bene. San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte levidenza dellevento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione. Questo incontro è il centro del racconto di san Luca, il quale è ben possibile che abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco. Lo fa pensare il colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via che del proprietario della casa in cui Paolo soggiornò (cfr At 9,11).

Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero lessenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1 Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anchegli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: « Ultimo fra tutti apparve anche a me » (1 Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: « Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato » (cfr Rm 1,5); e ancora: « Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro? » (1 Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: « Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco ». In questa « autoapologia » sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto.Possiamo così vedere che le due fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato allapostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con lincarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante limmediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: « Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto » (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo. Come si vede, in tutti questi passi Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione. Perché? Ci sono tante ipotesi, ma per me il motivo è molto evidente. Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dallesterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dellincontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo « io », ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e unaltra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui « spazzatura »; non è più « guadagno », ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo.Non dobbiamo tuttavia pensare che Paolo sia stato cos

ì chiuso in un avvenimento cieco. È vero il contrario, perché il Cristo Risorto è la luce della verità, la luce di Dio stesso. Questo ha allargato il suo cuore, lo ha reso aperto a tutti. In questo momento non ha perso quanto c’era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n’è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l’apostolo dei pagani.

Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l’apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l’incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.

Publié dans:PAPA BENEDETTO XVI E SAN PAOLO |on 3 septembre, 2008 |Pas de commentaires »

LA SECONDA LETTERA DI SAN PAOLO AI TESSALONICESI (PROF. BUSCEMI)

LA SECONDA LETTERA DI SAN PAOLO AI TESSALONICESI

 

qualche considerazione preliminare:

la 2 Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi è una di quelle sulle quali si dubita della autenticità;

se è di Paolo dovrebbe essere scritta nel 50/51, se non è di Paolo nell’80/90; queste sono le datazione proposte da Buscemi;

ho studiato, sia pure nei limiti consentiti dall’enorme materiale scritto in proposito, sul problema dell’autenticità in vista di una presentazione preliminare della lettera; devo dire che i pareri sono divergenti e che non mi sembra che ce ne sia uno definitivo; ho considerato i problemi posti da un biblista – stavo quasi per proporre quella lettura – ma poi non mi sono sembrati definitivi e, direi, forse, neppure del tutto coerenti; ho ripreso in mano il testo del Prof Buscemi, l’introduzione al Nuovo Testamento già utilizzata di Wikenhauser A. – Schmid J, e l’introduzione delle lettere della Bibbia Cei;

I motivi per i quali il testo del Wikenhauser-Schmid propendo per la non autenticià sono fondamentalmente:

1. Paolo non fa riferimento alla prima lettera se vuole integrarla;

2. Nella prima lettera Paolo usa i termine Dio dove nella seconda utilizza il termine « Signore »;

3. Accanto alla teologia paolina che un autore successivo poteva conoscere, vi sono contenuti teologici « scoloriti » dal linguaggio didascalico;

4. utilizzo della teologia apocalittica (Buscemi e CEI ed Harnack – affermano che l’apocalittica era già nell’A,T. di qui un’apocalittica di colore vetero-testamentario); anche per quello che capisco io – certo poco – l’apocalittica è presente ampiamente nell’Antico Testamento, nella scrittura che Paolo doveva consoce più che bene (io però sono un po’ di parte, seguo Buscemi)

Il Prof Buscemi propende per l’autenticità della lettera e, quindi, propongo la sua presentazione, non molto lunga, con le sue motivazioni; io devo dire che, non essendo una biblista, devo appoggiarmi a qualcosa: preferisco dare credito al mio ex professore Buscemi e alla introduzione della CEI;

aggiungo qualcosa: molti testi su San Paolo sono strettamente esegetici, naturalmente lavori importantissimi, tuttavia San Paolo per me va « compreso » come persona, so che non è facile, io credo che l’amore per l’apostolo possa far superare mote difficoltà; io in genere scelgo quei testi che mi sembrano scritti con competenza, certo, ma anche con amore; a volte trovo delle interpretazioni che mi sembrano – a me personalmente – come sezioni di una cavia da laboratorio, queste io non le metto; accolgo quindi tutto quello che è autorevole, ma anche scritto con la passione per la persona di Paolo, perché, a me sembra che non si possa leggere o studiare a lungo l’apostolo – come anche altri santi – senza alla fine innamorarsene;

metto tutte le note escluse quelle che rimandano ad altri studi; sono infatti troppi; forse con l’aiuto del professore mi sarà possibile fare una breve bibliografia di quanto può essere veramente utile;

 

stralcio dal libro: Buscemi A. M., San Paolo, vita opera messaggio, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1996, capitolo VII, pagg. 146-148

4. Seconda Lettera ai Tessalonicesi

 

La seconda lettera ai Tessalonicesi NOTA 1, scritta alcuni mesi dopo NOTA 2., non differisce molto dalla prima; anzi va considerata come una postilla esplicativa della lettera precedente circa il problema della Parusia. Infatti, qualche membro della Chiesa di Tessalonica della lettera precedente circa il problema della Parusia. Infatti, qualche membro della Chiesa di Tessalonica molto probabilmente aveva portato notizie della comunità: le persecuzioni continuavano a minacciare la giovane Chiesa, ma i Tessalonicesi resistevano saldi nella fede, nella speranza e nell’amore fraterno (1,3-10); i soliti falsi profeti apocalittici non solo continuavano ad annunziare imminente la parusia, ma speculavano anche su certe affermazioni di Paolo (2,1-3); infine, il disfattismo e l’ipercriticismo degli oziosi seguitava a gettare discredito sul buon nome della comunità e a turbare la pace (3,11).

L’apostolo di nuovo rispose con prontezza, mettendo in risalto la costanza e pazienza dei Tessalonicesi: « Dobbiamo ringraziare continuamente Iddio per voi, fratelli, come è doveroso. La vostra fede infatti cresce e abbonda la carità di ognuno di voi tutti verso gli altri, di modo che noi stessi ci gloriamo di voi nelle Chiesa di Dio, per la vostra pazienza e fede in tutte le persecuzioni e tribolazioni da voi sopportate » (1,3-4). La loro « pazienza » è un buon inizio che li rende degni del Regno di Dio e nello stesso tempo manifesta Dio come giusto Giudice contro coloro che continuano a tribolarli con la persecuzione: essi subiranno come pena una rovina eterna (1,5-10)NOTA 3.

Dopo ciò Paolo invita i Tessalonicesi a non vivere con timore l’attesa del Signore e a non dar credito a quei fanatici che, servendosi dei carismi della profezia e della glossolalia NOTA 4 o di false lettere attribuite a Paolo, vanno predicando l’imminenza della venuta del Signore. Oltre al fatto che « il giorno del Signore viene come un ladro » (cfr 1Ts 5,2), i tessalonicesi devono tener conto dei « segni premonitori ». La parusia, infatti, sarà preceduta dall’ « apostasia » e dall’uomo del peccato, il « figlio della perdizione », « colui che avversa e si innalza sopra ogni essere che viene chiamato Dio, o che è culto, fino a sedersi lui stesso nel tempio di Dio, volendo mostrare se stesso come fosse Dio (2,3-4). Non si tratta di due « segni », ma di un solo segno premonitore, dato che l’ « apostasia » o la definizione religiosa generale sarà prodotta dalle seduzioni dell’ « uomo dell’iniquità », dall’ « Anticristo », come spesso viene chiamato NOTA 4.

i Tessalonicesi conoscono per esperienza il suo « potere seducente ». Quando egli sarà tolto di mezzo, allora ci sarà prima la « manifestazione dell’iniquo », dopo la Parusia del Signore Gesù che ucciderà l’iniquo ed eliminerà le sue seduzioni. I cristiani non debbono temere, ma perseverare, stare saldi nelle tradizioni ricevute e nella chiamata alla santità per acquistare la gloria del Signore nostro Gesù Cristo (2,1-17).

Anzi se i Tessalonicesi intendono manifestare concretamente la loro fede nella venuta del Signore, debbono comportarsi disciplinatamente e laboriosamente. Lavorare in pace, oltre che eliminare l’ozio e la detrazione, è un andare incontro al Signore con la lampada accesa e ben fornita dall’olio della carità (3,1-15). In questo atteggiamento di sana laboriosità, il Signore li confermerà nella fede, li custodirà dal Maligno (3,3) e dirigerà i loro cuori nell’amore e nella pazienza del Cristo (3,5).

———————————

NOTE:

1. (195 del testo) Se l’autenticità della 1Tess è accettata da tutti quella di 2 Tess è negata da molti esegeti che la considerano pseudonima o come un doppione per correggere certe idee sulla parusia. Ma né l’una né l’altra ipotesi può essere dimostrata. In realtà, non vi è una vera contraddizione tra l’escatologia della 1Tess e quella della 2Tess. Anche la cronologia delle due lettere è contestata: alcuni pensano che Paolo prima abbia scritto la 2Tess, perché in essa la dottrina sulla parusia è appena abbozzata, mentre nella 1 Tess è più sviluppata. Ma può essere vero anche il contrario: la 2Tess non intende svolgere tutta la problematica della parusia, ma solo chiarire un dettaglio sulla parusia. Io credo che fondamentalmente si può mantenere l’ordine cronologico tradizionale delle due lettere (cfr soprattutto Spinetoli Lettere ai Tessalonicesi, Roma 1971). (segue la nota proponendo dei testi)

2. (196 del testo) Fra le due lettere non si può ammettere una lunga distanza temporale: l massimo 2-3 mesi di differenza (cfr Cipriani, Lettere, 85).

3. (197 del testo) Sulla fede della comunità di Tessalonica come punto di partenza pe comprendere il resto della catechesi paolina sulla parusia cfr. Giblin, The Threat to Faith, 111-152.

4. (202 del testo) L’identificazione di questi eventi e personaggi escatologici è molto complessa e quindi rimandiamo ai commentari ed opere specifiche (testi…il docente nomina di nuovo Giblin e il libro citato nella nota precedente) Dopo aver presentato le diverse soluzioni (Giblin) date al problema: storico-politica e simbolica, egli crede che la migliore via sia quella apostolica. 2Tess 2 sarebbe una catechesi sulla fede, per mezzo della quale Paolo mette in guardia i fedeli di Tessalonica dal lasciarsi « afferrare » da correnti apocalittiche-carismatiche che tentano di turbarli e di traviare la loro attesa del Signore Gesù che viene (cfr. altri testi).

Giovanni Paolo II: Santità e rispetto del corpo nella dottrina di san Paolo (28 gennaio 1981) (1Ts)

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1981/documents/hf_jp-ii_aud_19810128_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 gennaio 1981

Santità e rispetto del corpo nella dottrina di san Paolo

1. Scrive san Paolo nella I Lettera ai Tessalonicesi: « … questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni libidinose, come i pagani che non conoscono Dio » (1Ts 4,3-5). E dopo qualche versetto, continua: « Dio non ci ha chiamati allimpurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito » (1Ts 4,7-8). A queste frasi dellApostolo abbiamo fatto riferimento durante il nostro incontro del 14 gennaio scorso. Tuttavia oggi le riprendiamo perché sono particolarmente importanti per il tema delle nostre meditazioni.

2. La purezza, di cui parla Paolo nella I Lettera ai Tessalonicesi (cf. 1Ts 4,3-5.7-8), si manifesta nel fatto che luomo « sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni libidinose ». In questa formulazione ogni parola ha un significato particolare e merita pertanto un commento adeguato. In primo luogo, la purezza

è una « capacità« , ossia, nel tradizionale linguaggio dellantropologia e delletica: unattitudine. Ed in questo senso, è virtù. Se questa abilità, cioè virtù, porta ad astenersi « dalla impudicizia », ciò avviene perché luomo che la possiede sa « mantenere il proprio corpo con santità e rispetto e non come oggetto di passioni libidinose ». Si tratta qui di una capacità pratica, che rende l’uomo atto ad agire in un determinato modo e nello stesso tempo a non agire nel modo contrario. La purezza, per essere una tale capacità o attitudine, deve ovviamente essere radicata nella volontà, nel fondamento stesso del volere e dellagire cosciente delluomo. Tommaso dAquino, nella sua dottrina sulle virtù, vede in modo ancor più diretto loggetto della purezza nella facoltà del desiderio sensibile, che egli chiama « appetitus concupiscibilis ». Appunto questa facoltà deve essere particolarmente « dominata », ordinata e resa capace di agire in modo conforme alla virtù, affinché la « purezza » possa essere attribuita alluomo. Secondo tale concezione, la purezza consiste anzitutto nel contenere gli impulsi del desiderio sensibile, che ha come oggetto ciò che nelluomo è corporale e sessuale. La purezza è una variante della virtù della temperanza.

3. Il testo della I Lettera ai Tessalonicesi (cf. 1Ts 4,3-5) dimostra che la virtù della purezza, nella concezione di Paolo, consiste anche nel dominio e nel superamento di « passioni libidinose »; ciò vuol dire che alla sua natura appartiene necessariamente la capacità di contenere gli impulsi del desiderio sensibile, cioè la virtù della temperanza. Contemporaneamente, però, lo stesso testo paolino rivolge la nostra attenzione verso unaltra funzione della virtù della purezza, verso unaltra sua dimensione si potrebbe dire più positiva che negativa. Ecco, il compito della purezza, che l

Autore della lettera sembra porre soprattutto in risalto, è non solo (e non tanto) lastensione dalla « impudicizia » e da ciò che vi conduce, quindi lastensione da « passioni libidinose », ma, in pari tempo, il mantenimento del proprio corpo e, indirettamente anche di quello altrui in « santità e rispetto ».

Queste due funzioni, l« astensione » e il « mantenimento », sono strettamente connesse e reciprocamente dipendenti. Poiché, infatti, non si può « mantenere il corpo con santità e rispetto », se manchi quellastensione « dalla impudicizia » e da ciò a cui essa conduce, di conseguenza si può ammettere che il mantenimento del corpo (proprio e, indirettamente, altrui) « con santità e rispetto » conferisce adeguato significato e valore a quellastensione. Questa richiede di per sé il superamento di qualche cosa che è nelluomo e che nasce spontaneamente in lui come inclinazione, come attrattiva e anche come valore che agisce soprattutto nellambito dei sensi, ma molto spesso non senza ripercussioni sulle altre dimensioni della soggettività umana, e particolarmente sulla dimensione affettivo-emotiva. 4.

Considerando tutto ciò, sembra che limmagine paolina della virtù della purezza immagine che emerge dal confronto molto eloquente della funzione dell« astensione » (cioè della temperanza) con quella del « mantenimento del corpo con santità e rispetto » sia profondamente giusta, completa e adeguata. Dobbiamo forse questa completezza non ad altro se non al fatto che Paolo considera la purezza non soltanto come capacità (cioè attitudine) delle facoltà soggettive delluomo, ma, nello stesso tempo, come una concreta manifestazione della vita « secondo lo Spirito », in cui la capacità umana viene interiormente fecondata ed arricchita da ciò che Paolo, nella Lettera ai Galati (Gal 5,22), chiama « frutto dello Spirito ». Il rispetto, che nasce nelluomo verso tutto ciò che è corporeo e sessuale, sia in lui sia in ogni altro uomo, maschio e femmina, si dimostra la forza più essenziale per mantenere il corpo « con santità« . Per comprendere la dottrina paolina sulla purezza, bisogna entrare a fondo nel significato del termine « rispetto », ovviamente qui inteso quale forza di ordine spirituale. È appunto questa forza interiore che conferisce piena dimensione alla purezza come virtù, cioè come capacità di agire in tutto quel campo in cui luomo scopre, nel proprio intimo, i molteplici impulsi di « passioni libidinose », e talvolta, per vari motivi, si arrende ad essi.

5. Per intendere meglio il pensiero dellAutore della prima Lettera ai Tessalonicesi sarà bene avere presente ancora un altro testo, che troviamo nella prima Lettera ai Corinzi. Paolo vi espone la sua grande dottrina ecclesiologica, secondo cui la Chiesa è Corpo di Cristo; egli coglie loccasione per formulare la seguente argomentazione circa il corpo umano: « … Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto » (1Cor 12,18); e più oltre: « Anzi, quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre » (1Cor 12,22-25). 6.

Sebbene largomento proprio del testo in questione sia la teologia della Chiesa quale Corpo di Cristo, tuttavia in margine a questo passo si può dire che Paolo, mediante la sua grande analogia ecclesiologica (che ricorre in altre lettere, e che riprenderemo a suo tempo), contribuisce, al tempo stesso, ad approfondire la teologia del corpo. Mentre nella prima Lettera ai Tessalonicesi egli scrive circa il mantenimento del corpo « con santità e rispetto », nel passo ora citato dalla prima Lettera ai Corinzi vuole mostrare questo corpo umano come appunto degno di rispetto; si potrebbe anche dire che vuole insegnare ai destinatari della sua lettera la giusta concezione del corpo umano. Perciò questa descrizione paolina del corpo umano nella prima Lettera ai Corinzi sembra essere strettamente connessa alle raccomandazioni della prima Lettera ai Tessalonicesi: « Che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto » (1Ts 4,4). Questo è un filo importante, forse quello essenziale, della dottrina paolina sulla purezza.

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