Archive pour juillet, 2008

Paolo di Tarso, Santo ecumenico, punto di riferimento anche per il mondo protestante

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-14882?l=italian

Paolo di Tarso, Santo ecumenico

Punto di riferimento anche per il mondo protestante

ROMA, mercoledì, 2 luglio 2008 (ZENIT.org).- Quando si parla di Paolo, l’apostolo, un protestante ha come l’impressione che si stia parlando anche di lui, sostiene Luca Baratto, pastore e curatore del programma di Radiouno Culto Evangelico, sul settimanale NEV Notizie Evangeliche.

Paolo, afferma in un editoriale apparso sul numero di questo mercoledì, “è l’apostolo preferito dai protestanti, e non solo perché non ha successori diretti. Il Santo di Tarso

è infatti ricollegabile a tutti i principali enunciati teologici della Riforma: “è incluso nel ‘Sola Scriptura’ in quanto autore di un cospicuo corpo di epistole che costituiscono i testi più antichi del Nuovo Testamento, così come i principi del ‘Sola Gratia’ e ‘Sola Fide’ sono il risultato di una profonda riflessione dei riformatori sulle pagine dell’apostolo, sul significato della giustizia di Dio e della giustificazione per grazia mediante la fede che Paolo annuncia nelle lettere ai Romani e ai Galati.

Allo stesso modo, anche il ‘Solus Christus’ ha una chiara impronta paolina, la centralità e l’esclusività del Signore morto e risorto, la ‘teologia della croce’ contro la ‘teologia della gloria’ di una chiesa imperante.

Non solo Paolo sta all’inizio, alla nascita del protestantesimo, ma è rimasto presente anche nei secoli successivi, ha osservato Baratto.

Se parlare di Paolo non significa parlare dei protestanti ha proseguito , è invece vero che chiunque voglia parlare di Paolo non può non parlare con i protestanti.

Se uno degli intenti dell’Anno dedicato all’Apostolo delle genti è apprendere la verità e la fede in cui sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo, questo evento non può non tradursi in un rilancio del dialogo ecumenico tra cattolicesimo e protestantesimo, cioè con quella parte di cristianità occidentale che molto ha riflettuto su Paolo e la cui teologia spesso giudicata mancante, per esempio nella concezione della chiesa, affonda le sue radici nella teologia biblica in generale e in quella paolina in particolare. Sul dialogo ecumenico, infatti,

Paolo ha molto da insegnare.

Vissuto in un ambiente in cui le chiese cristiane nascenti erano molto diverse le une dalle altre, ha lottato per un cristianesimo inclusivo e di fronte alla diversità tra le chiese proponeva la centralità di Cristo: un’unità che si basa sul sapere chi è Gesù Cristo e che spazio ha nella nostra vita di singoli e chiese. Il suo essere

portatore di un messaggio che va al di là di barriere culturali, può portarci a riflettere sull’idea di inculturazione dell’evangelo in un mondo globalizzato come il nostro.

Baratto ha concluso affermando che sono tantissime le piste di riflessione che partono da Paolo per il nostro presente.

Ma se parlate di lui ha osservato , parlate anche con noi, con quella tradizione teologica che così tanto deve alla predicazione dell’apostolo.

Publié dans:TEMI, temi - ecumenismo |on 3 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

San Massimo di Torino (su Pietro e Paolo

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/29/2008#

San Massimo di Torino ( ? circa 420), vescovo
Discorsi, CC 1 ; PL 57,402

« A te darò le chiavi del Regno die cieli »

Il Signore ha riconosciuto in Pietro un amministratore fedele al quale ha affidato le chiavi del Regno dei cieli, e in Paolo un Maestro specializzato al quale ha dato l’incarico di insegnare nella Chiesa. Per permettere a coloro che sono stati formati da Paolo di trovare la salvezza, occorreva che Pietro li accogliesse per il riposo. Una volta che Paolo ha aperto i cuori con la predicazione, Pietro apre alle anime il Regno dei cieli. E dunque una specie di chiave che Paolo ha ricevuto a sua volta da Cristo, la chiave cioè della conoscenza, che permette di aprire alla fede nel loro intimo i cuori induriti; poi, essa fa venire a galla, in una rivelazione spirituale ciò che era nascosto all’interno. Questa è una chiave che lascia uscire dalla coscienza la confessione dei peccati e rinchiude per sempre la grazia del mistero del Salvatore.

Ambedue hanno ricevuto le chiavi dalle mani del Signore, chiave della conoscenza per l’uno, chiave del potere per l’altro; Pietro dispensa le ricchezze dell’immortalità, Paolo distribuisce i tesori della sapienza. Ci sono infatti dei tesori della conoscenza come sta scritto: Questo mistero è «Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3).

Publié dans:EAQ - (dal sito francese) - |on 2 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

Origene, omelie sui Numeri, (riferimento a San Paolo)

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/30/2008#

Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Omelie sui Numeri, n° 17 ; SC 29, 348

« Seguimi »

Balaam aveva profetizzato: «Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele,» (Nm 24,5). Qui Giacobbe simboleggia gli uomini perfetti nelle azioni e nelle opere, e Israele i ricercatori della sapienza e della conoscenza… Di colui che ha compiuto tutto il suo dovere ed è giunto alla perfezione delle opere, si dice che questa perfezione delle opere è la casa, la sua bella casa. Invece non c’è limite agli sforzi di coloro che lavorano alla sapienza e alla conoscenza dove sarà infatti il limite della sapienza di Dio? Quanto più se ne avvicinerà, tanto più ne scoprirà la profondità; quanto più si la scruterà, tanto meglio si capirà il suo carattere ineffabile e incomprensibile; infatti la sapienza di Dio è incomprensibile e inestimabile. Balaam dunque non vanta le case di coloro che avanzano sulla strada della sapienza di Dio, perché non hanno raggiunto il termine del viaggio, invece ammira le tende con le quali si spostano sempre e avanzano sempre.

Chiunque ha fatto qualche progresso nella conoscenza delle cose di Dio e ha acquisito qualche esperienza in questo campo lo sa benissimo: raggiunto qualche squarcio, qualche comprensione dei misteri spirituali, l’anima vi soggiorna come sotto una tenda; e avendo esplorato altre regioni a partire di questa prima scoperta…, piegata la tenda, in un certo senso, protende verso un luogo più alto, e là pianta per un momento la dimora del suo spirito… Così, sempre «protesa verso il futuro» (Fil 3,13), va avanti come i nomadi con le loro tende. Non viene mai il momento in cui l’anima infiammata dal fuoco della conoscenza di Dio può darsi del tempo per riposare; è sempre rimessa in moto dal bene verso il meglio e da questo meglio verso luoghi più alti.

 

Publié dans:EAQ - (dal sito francese) - |on 2 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

La preghiera pastorale in San Paolo, Père Jean Lévêque (traduzione) – n 3

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO

di Père Jean Lévêque

(quando ho finito ricontrollo tutto)

IV. LE DOMANDE INDIRIZZATE A DIO

A fianco dei passaggi dove si esperimenta la lode gratuita o l’azione di grazia, vi è una massa impressionante di testi paolini concernenti le richieste presentate a Dio. Non soltanto Paolo non prova alcuna personale allergia nei confronti della preghiera di domanda, ma egli la raccomanda per tutte le intenzioni ai fratelli delle sue comunità.

Proviamo a recuperare su quali cose Paolo mette l’accento nelle sue personali preghiere di domanda, in seguito raggrupperemo gli insegnamenti di preghiera che si trovano (che scivolano, letteralmente) nelle sue lettere.

1. Le domande di Paolo

Paolo non ci dice molto su quello che egli domanda per se stesso. Attraverso una confidenza in 2Cor 12,8 noi sappiamo solamente che una spina è stata messa nella sua carne, un angelo di Satana che lo schiaffeggia, e che questa dura realtà (forse una malattia che ritorna ad intervalli nel tempo [scrive: intermittente]) fa da contrappeso, nella sua vita di apostolo, alle rivelazioni straordinarie delle quali Dio lo ha gratificato: « tre volte – dice Paolo – io ho pregato il Signore di aiutarmi, ma egli mi ha detto: « Ti basta la mia grazia, la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. ». Il Cristo non stima dunque necessario liberare il suo testimone da tutte le insicurezze.

Quando si trova nelle sue missioni, Paolo è ancora più esplicito. Di fronte ad un apostolato difficile e a volte anche pericoloso, molto lontano da avere un atteggiamento puramente passivo o più o meno fatalista, egli fa dei progetti, custodisce dei desideri, e ne parla a Dio. « Notte e giorno – egli scrive in 1Tessalonicesi 3,10ss – chiediamo, con viva insistenza, di poter vedere il vostro volto e completare ciò che ancora manca alla vostra fede. Voglia Dio stesso, Padre nostro e il Signore nostro Gesù dirigere il nostro cammino verso di voi ». Ugualmente ai cristiani di Roma: « Chiedendo sempre nelle mie preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi. » (Rm 1,10). La preghiera di domanda è, dunque, intimamente legata alla iniziativa missionaria.

Per gli ebrei, i suoi primi fratelli, Paolo esprime un volta un augurio paradossale: « Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. » (Rm 9,3), la stessa preghiera che Paolo dice di nuovo, poi, in forma positiva: « Fratelli il desiderio del mio cuore e la mia preghiera sale a Dio per la loro salvezza » (Rm 10,1) [il professore scrive le parole di Paolo ma non cita il passo, a me sembra proprio quello che ho messo].

Ma le preghiere e gli auguri più numerosi e più ricchi concernono, nelle lettere di Paolo, i fratelli cristiani. In queste Paolo varia all’infinito, le formule e le sue domande a Dio sono, per i pastori cristiani, piene di insegnamenti, perché esse manifestano, in maniera a volte spontanea, a volte più solenne, quel genere di fioritura e di efficacia che l’apostolo Paolo desidera per i cristiani delle sue comunità.

Gli auguri, generalmente corti, sono già rivelatori: Paolo augura ai suoi fratelli tutto quello che costituisce il « clima » della vita in Gesù Cristo: la pace, la gioia, la speranza, la presenza del Signore, sempre portatore della grazia e dell’Agape:

« Il Signore sia con tutti voi » (2Ts 3,16b);

« Il Signore diriga i vostri cuori nell’amore di Dio e nella pazienza di Cristo » (2Ts 3,5)

« Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen. » (Rm 15,32b)

« Il Signore della pace vi dia egli stesso la pace sempre ed in ogni modo. » (2Ts 3,16a)

E tutti questi doni, nel pensiero di Paolo, hanno già una portata teologale, perché essi sono inseparabili dalla fede e da una comunione vivente con Dio, con Gesù Signore, e con lo Spirito:

« E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene. » (2Ts 2,16)

« Pace ai fratelli, e carità e fede da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo. La grazia sia con tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo, con amore incorruttibile. » (2Ts 6,23-24)

« Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per virtù dello Spirito Santo. » (Rm 15, 13).

Nelle domande più sviluppate, Paolo considera molti momenti, o molti livelli, della esistenza cristiana, che si possono raggruppare schematicamente nella maniera seguente:

a. conversione e santificazione,

b. consolidamento (affermissement) e costanza,

b. fruttificazione, abbondanza e completamento,

d. conoscenza, « sopra-conoscenza » (« sur-connaissance », non so se tradurre con un termine teologico diverso, in italiano non rende)

Proviamo a seguire successivamente questi quattro temi principali:

a. conversione e santificazione

(conversion et santification)

Il tema preciso della conversione morale del cristiano appare solo una volta nelle domande di Paolo, in una lettera, nella quale ha dovuto mostrarsi severo, nella 2Cor 13, 7-9: « Noi preghiamo Dio che non facciate alcun male […] Noi preghiamo anche per la vostra perfezione. (il professore scrive: redressement: ripristino,risanamento, sulla BJ: affermissement, che ho già tradotto con consolidamento) ».

Paolo preferisce una formulazione più positiva: « Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, anima e corpo, si conservi irreprensibilmente per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.  » (1Ts 5,23). L’importante, per i discepoli, è che Dio li giudichi degni della sua chiamata (cfr. 2Ts1,11), che possano comportarsi del Signore, per piacergli in tutto (cfr. Col 1,10).

SEGUE…

Papa Benedetto, Udienza, San Clemente I Papa (…riprende temi cari a san Paolo)

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070307_it.html

Aula Paolo VI
Mercoledì, 7 marzo 2007

San Clemente Romano

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo meditato nei mesi scorsi sulle figure dei singoli Apostoli e sui primi testimoni della fede cristiana, che gli scritti neo-testamentari menzionano. Adesso dedichiamo la nostra attenzione ai santi Padri dei primi secoli cristiani. E così possiamo vedere come comincia il cammino della Chiesa nella storia. San Clemente, Vescovo di Roma negli ultimi anni del primo secolo, è il terzo successore di Pietro, dopo Lino e Anacleto. Riguardo alla sua vita, la testimonianza più importante è quella di santIreneo, Vescovo di Lione fino al 202. Egli attesta che Clemente «aveva visto gli Apostoli», «si era incontrato con loro», e «aveva ancora nelle orecchie la loro predicazione, e davanti agli occhi la loro tradizione» (Contro le eresie 3,3,3). Testimonianze tardive, fra il quarto e il sesto secolo, attribuiscono a Clemente il titolo di martire. Lautorità e il prestigio di questo Vescovo di Roma erano tali, che a lui furono attribuiti diversi scritti, ma lunica sua opera sicura è la Lettera ai Corinti. Eusebio di Cesarea, il grande «archivista» delle origini cristiane, la presenta in questi termini: «E tramandata una lettera di Clemente riconosciuta autentica, grande e mirabile. Fu scritta da lui, da parte della Chiesa di Roma, alla Chiesa di Corinto … Sappiamo che da molto tempo, e ancora ai nostri giorni, essa è letta pubblicamente durante la riunione dei fedeli» (Storia Eccl. 3,16). A questa lettera era attribuito un carattere quasi canonico. Allinizio di questo testo scritto in greco Clemente si rammarica che «le improvvise avversità, capitate una dopo laltra» (1,1), gli abbiano impedito un intervento più tempestivo. Queste «avversità» sono da identificarsi con la persecuzione di Domiziano: perciò la data di composizione della lettera deve risalire a un tempo immediatamente successivo alla morte dellimperatore e alla fine della persecuzione, vale a dire subito dopo il 96. Lintervento di Clemente era sollecitato dai gravi problemi in cui versava la Chiesa di Corinto: i presbiteri della comunità, infatti, erano stati deposti da alcuni giovani contestatori. La penosa vicenda è ricordata, ancora una volta, da santIreneo, che scrive: «Sotto Clemente, essendo sorto un contrasto non piccolo tra i fratelli di Corinto, la Chiesa di Roma inviò ai Corinti una lettera importantissima per riconciliarli nella pace, rinnovare la loro fede e annunciare la tradizione, che da poco tempo essa aveva ricevuto dagli Apostoli» (Contro le eresie 3,3,3). Potremmo quindi dire che questa lettera costituisce un primo esercizio del Primato romano dopo la morte di san Pietro. La lettera di Clemente riprende temi cari a san Paolo, che aveva scritto due grandi lettere ai Corinti, e in particolare la dialettica teologica, perennemente attuale, tra indicativo della salvezza e imperativo dellimpegno morale. Prima di tutto c’è il lieto annuncio della grazia che salva. Il Signore ci previene e ci dona il perdono, ci dona il suo amore, la grazia di essere cristiani, suoi fratelli e sorelle. E un annuncio che riempie di gioia la nostra vita e dà sicurezza al nostro agire: il Signore ci previene sempre con la sua bontà, e la bontà del Signore è sempre più grande di tutti i nostri peccati. Occorre però che ci impegniamo in maniera coerente con il dono ricevuto e rispondiamo allannuncio della salvezza con un cammino generoso e coraggioso di conversione. Rispetto al modello paolino, la novità è che Clemente fa seguire alla parte dottrinale e alla parte pratica, che erano costitutive di tutte le lettere paoline, una «grande preghiera», che praticamente conclude la lettera. Loccasione immediata della lettera schiude al Vescovo di Roma la possibilità di un ampio intervento sullidentità della Chiesa e sulla sua missione. Se a Corinto ci sono stati degli abusi, osserva Clemente, il motivo va ricercato nellaffievolimento della carità e di altre virtù cristiane indispensabili. Per questo egli richiama i fedeli allumiltà e all’amore fraterno, due virtù veramente costitutive dellessere nella Chiesa: «Siamo una porzione santa», ammonisce, «compiamo dunque tutto quello che la santità esige» (30,1). In particolare, il Vescovo di Roma ricorda che il Signore stesso «ha stabilito dove e da chi vuole che i servizi liturgici siano compiuti, affinché ogni cosa, fatta santamente e con il suo beneplacito, riesca bene accetta alla sua volontà … Al sommo sacerdote infatti sono state affidate funzioni liturgiche a lui proprie, ai sacerdoti è stato preordinato il posto loro proprio, ai leviti spettano dei servizi propri. Luomo laico è legato agli ordinamenti laici» (40,1-5: si noti che qui, in questa lettera della fine del I secolo, per la prima volta nella letteratura cristiana, compare il termine greco laikós, che significa «membro del laós», cioè «del popolo di Dio»). In questo modo, riferendosi alla liturgia dellantico Israele, Clemente svela il suo ideale di Chiesa. Essa è radunata dall’«unico Spirito di grazia effuso su di noi», che spira nelle diverse membra del Corpo di Cristo, nel quale tutti, uniti senza alcuna separazione, sono «membra gli uni degli altri» (46,6-7). La netta distinzione tra il «laico» e la gerarchia non significa per nulla una contrapposizione, ma soltanto questa connessione organica di un corpo, di un organismo, con le diverse funzioni. La Chiesa infatti non è luogo di confusione e di anarchia, dove uno può fare quello che vuole in ogni momento: ciascuno in questo organismo, con una struttura articolata, esercita il suo ministero secondo la vocazione ricevuta. Riguardo ai capi delle comunità, Clemente esplicita chiaramente la dottrina della successione apostolica. Le norme che la regolano derivano in ultima analisi da Dio stesso. Il Padre ha inviato Gesù Cristo, il quale a sua volta ha mandato gli Apostoli. Essi poi hanno mandato i primi capi delle comunità, e hanno stabilito che ad essi succedessero altri uomini degni. Tutto dunque procede «ordinatamente dalla volontà di Dio» (42). Con queste parole, con queste frasi, san Clemente sottolinea che la Chiesa ha una struttura sacramentale e non una struttura politica. Lagire di Dio che viene incontro a noi nella liturgia precede le nostre decisioni e le nostre idee. La Chiesa è soprattutto dono di Dio e non creatura nostra, e perciò questa struttura sacramentale non garantisce solo il comune ordinamento, ma anche questa precedenza del dono di Dio, del quale abbiamo tutti bisogno. Al termine, la «grande preghiera» conferisce un respiro cosmico alle argomentazioni precedenti. Clemente loda e ringrazia Dio per la sua meravigliosa provvidenza damore, che ha creato il mondo e continua a salvarlo e a santificarlo. Particolare rilievo assume linvocazione per i governanti. Dopo i testi del Nuovo Testamento, essa rappresenta la più antica preghiera per le istituzioni politiche. Così, allindomani della persecuzione, i cristiani, ben sapendo che sarebbero continuate le persecuzioni, non cessano di pregare per quelle stesse autorità che li avevano condannati ingiustamente. Il motivo è anzitutto di ordine cristologico: bisogna pregare per i persecutori, come fece Gesù sulla croce. Ma questa preghiera contiene anche un insegnamento che guida, lungo i secoli, latteggiamento dei cristiani dinanzi alla politica e allo Stato. Pregando per le autorità, Clemente riconosce la legittimità delle istituzioni politiche nellordine stabilito da Dio; nello stesso tempo, egli manifesta la preoccupazione che le autorità siano docili a Dio e «esercitino il potere, che Dio ha dato loro, nella pace e nella mansuetudine con pietà» (61,2). Cesare non è tutto. Emerge unaltra sovranità, la cui origine ed essenza non sono di questo mondo, ma «di lassù»: è quella della Verità, che vanta anche nei confronti dello Stato il diritto di essere ascoltata. Così la lettera di Clemente affronta numerosi temi di perenne attualità. Essa è tanto più significativa, in quanto rappresenta, fin dal primo secolo, la sollecitudine della Chiesa di Roma, che presiede nella carità a tutte le altre Chiese. Con lo stesso Spirito facciamo nostre le invocazioni della «grande preghiera», là dove il Vescovo di Roma si fa voce del mondo intero: «Sì, o Signore, fa risplendere su di noi il tuo volto nel bene della pace; proteggici con la tua mano potente … Noi ti rendiamo grazie, attraverso il Sommo Sacerdote e guida delle anime nostre, Gesù Cristo, per mezzo del quale a te la gloria e la lode, adesso, e di generazione in generazione, e nei secoli dei secoli. Amen» (60-61).

Publié dans:PAPA BENEDETTO XVI E SAN PAOLO |on 1 juillet, 2008 |Pas de commentaires »
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