Archive pour juillet, 2008

I restauri della Basilica di San Paolo fuori le Mura

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-14964?l=italian

I restauri della Basilica di San Paolo fuori le Mura

Uno dei responsabili tecnici dei lavori spiega i dettagli

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 11 luglio 2008 (ZENIT.org).- La Basilica romana di San Paolo fuori le Mura è stata accuratamente restaurata prima della solenne apertura dell’Anno Paolino per accogliere i pellegrini che giungeranno da ogni parte del mondo fino al 29 giugno 2009. Secondo quanto ha spiegato a L’Osservatore Romano uno dei responsabili dei lavori, il direttore dei Servizi tecnici del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, Pier Carlo Cuscianna, le opere di restauro si sono concentrate soprattutto sul portico, sul chiostro, sul tetto e sulla facciata dell’abbazia di Via Ostiense.

Per quanto riguarda il portico, sono stati restaurati la facciata e il nartece. Entrambi sono opera di Guglielmo Calderoni, Luigi Poletti e Virginio Vespignani e sono stati realizzati tra il 1890 e il 1928.

Fin dal 1999 si era cominciato il restauro del prospetto antistante il piazzale San Paolo e dei due bracci laterali del quadriportico, ma solamente nel 2006 si è dato corso in modo più deciso al restauro completo, con la determinazione di ultimare i lavori per l’inizio delle celebrazioni del bimillenario della nascita di San Paolo, ha spiegato Cuscianna.

Sono stati quindi restaurati i dipinti del nartece, che rappresentano figure di Vescovi, gli apostoli ai lati del Cristo benedicente nelle lunette della facciata ovest e i 28 medaglioni dipinti a tempera e falso mosaico con immagini simboliche di origine paleocristiana nei bracci nord e sud del portico.

Sono state oggetto di restauro anche le dieci colonne di granito rosa del nartece, i frontoni di marmo, le cornici e i capitelli corinzi, per un totale di circa 1.400 metri quadri di superficie marmorea. Allo stesso modo, sono state restaurate anche le due statue di San Pietro e San Paolo, così come quella di Paolo situata al centro del portico.

Sono stati altresì restaurati più di 400 metri quadrati di cassettonato in stucco, eliminando la pittura per mostrare la superficie originale, e sostituiti i perni ossidati con altri di acciaio, effettuando poi il restauro pittorico di tutte le superfici a tempera e di tutte le dorature dei motivi secondo le modalità tradizionali.

Recuperare l’antico splendore

La seconda grande opera di restauro ha visto protagonista il chiostro, una delle zone della Basilica che conserva più vestigia del passato, visto che la costruzione principale risale al XIII secolo. L’ultimo restauro importante era stato effettuato nel 1915, trasformando a tetto la copertura.

Per anni le infiltrazioni d’acqua della copertura a tetto del chiostro avevano danneggiato il cassettonato ligneo che si presentava con scolature e macchie di umidità che, pur asciugatesi, una volta rifatta l’impermeabilizzazione in occasione del Giubileo del 2000, avevano quasi completamente scolorito e cancellato i decori realizzati nei primi anni del secolo scorso, ha affermato Cuscianna.

Per questo, il tetto è stato sottoposto a restauro, disinfestazione dai tarli e microrganismi presenti, chiusura delle fessure del cassettonato e sostituzione delle tavole irrecuperabili. Sono stati poi ripuliti i frontespizi esterni in marmo policromo e le decorazioni del chiostro, così come si è provveduto a dipingere le pareti e a lucidare il pavimento, in pietra di Assisi.

Con questi lavori, sottolinea Cuscianna, il chiostro è stato riportato dopo anni all’originario splendore.

Più sicurezza

Dal 2006 erano poi iniziati i lavori di restauro delle coperture a tetto dell’abbazia, soprattutto nella parte che dà su via Ostiense, non finalizzati alle celebrazioni per il bimillenario della nascita di San Paolo ma per l’agibilità stessa del monastero. Una sezione sovrastante la Sala Eugenio IV stava infatti per cedere, motivo per cui è stato necessario puntellarla.

Si è approfittato dell’occasione anche per restaurare la facciata su via Ostiense, in evidente stato di degrado, mediante iniezioni di resina e l’impermeabilizzazione dei muri per evitare infiltrazioni d’acqua. Oltre a ciò, sono stati riaperti tutti i preesistenti vani finestra nel sottotetto.

E’ stata rinnovata anche l’illuminazione, sia della navata centrale che dell’abside e del transetto, e sono stati installati due maxischermi per la copertura degli atti dell’Anno Paolino, alle estremità delle navate laterali della Basilica. Il segnale video che si vedrà in entrambi proverrà dal Centro Televisivo Vaticano.

8 luglio: Santi Aquila e Priscilla Sposi e martiri, discepoli di San Paolo – per la commemorazione

8 luglio: Santi Aquila e Priscilla Sposi e martiri, discepoli di San Paolo , per la commemorazione,

alcuni testi sui due martiri li ho già messi, raccolgo in questa pagina tutti i dati a mia conoscenza, alcune immagini:

prima di tutto la storia e il culto, dal sito Santi ; Beati e Testimoni:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/61150

Santi Aquila e Priscilla Sposi e martiri, discepoli di San Paolo

8 luglio
 
I secolo

Aquila e Priscilla erano due coniugi giudeo – cristiani, molto cari all’apostolo Paolo per la loro fervente e molteplice collaborazione alla causa del Vangelo. Aquila, giudeo originario del Ponto, trasferitosi in tempo imprecisato a Roma, sposò Priscilla (o Prisca). L’apostolo intuì subito le buone qualità dei due coniugi, quando chiese di essere ospitato nella loro casa a Corinto. I due lo seguirono anche in Siria, fino ad Efeso. Qui istruirono nella catechesi cristiana Apollo, l’eloquente giudeo – alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche punto essenziale della nuova dottrina cristiana, come il battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla fecero in modo di battezzarlo prima che partisse per Corinto. Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono citazioni bibliche. Alcuni identificano Priscilla con la vergine e martire romana Prisca e Aquila con qualcuno della gens Acilia, collegata con le Catacombe, perciò i due sarebbero martiri per decapitazione. (Avvenire)

Martirologio Romano: Commemorazione dei santi Aquila e Prisca o Priscilla, coniugi, che, collaboratori di san Paolo, accoglievano in casa loro la Chiesa e per salvare l’Apostolo rischiarono la loro stessa vita.  
Aquila e Priscilla erano due coniugi giudeo-cristiani, molto cari all’apostolo s. Paolo per la loro fervente e molteplice collaborazione alla causa del Vangelo. Aquila, giudeo originario del Pònto, trasferitosi in tempo imprecisato a Roma, sposò Priscilla o Prisca, come è due volte chiamata. Troviamo i due santi per la prima volta a Corinto, quando Paolo vi arrivò nel suo secondo viaggio apostolico l’anno 51: essi erano venuti da poco nella capitale dell’Acaia provenienti da Roma, loro abituale dimora, in seguito al decreto dell’imperatore Claudio, che ordinava l’espulsione da Roma di tutti i giudei, fossero essi cristiani, o meno. Aquila e Priscilla erano probabilmente cristiani prima del loro incontro con Paolo a Corinto, come sembra suggerire la familiarità che subito nacque tra di loro, benché il Sinassario Costantinopolitano li dica battezzati da Paolo. L’apostolo intuì subito le buone qualità dei due coniugi e l’utilità che ne poteva trarre per la sua difficile missione a Corinto e chiese o accettò di essere loro ospite. Esercitando essi il medesimo mestiere di Paolo (fabbricanti di tende), diedero all’apostolo agio di poter lavorare e provvedersi il necessario alla vita senza essere di peso a nessuno. Quando poco dopo si dice che Paolo, lasciata la sinagoga, « entrò nella casa d’un tale Tizio Giusto, proselita », non è necessario pensare che abbia lasciato la casa di Aquila e Priscilla; I’apostolo, abbandonata la sinagoga per il rifiuto dei giudei a convertirsi, avrebbe scelto come luogo di predicazione e di culto la casa vicina ad essa, quella del proselita Tizio Giusto, mantenendo però come dimora abituale durante l’anno e mezzo che rimase a Corinto la casa di Aquila e Priscilla. È opportuno notare a questo riguardo che non si dice fungesse da « chiesa domestica » l’abitazione dei due a Corinto, come era invece il caso di quelle che essi avevano a Roma e a Efeso. Quando s. Paolo, terminata la sua missione a Corinto, volle fare ritorno in Siria, ebbe compagni di viaggio A. e P. fino ad Efeso, dove essi rimasero. L’oggetto del loro viaggio potrà essere stato commerciale, ma l’averlo fatto coincidere con quello di Paolo indica, oltre alla loro stima ed amore per lui, che essi non erano estranei alle sue preoccupazioni apostoliche. Ad Efeso infatti li vediamo premurosi, dopo la partenza dell’apostolo, nell’istruire « nella via del Signore », cioè nella catechesi cristiana, nientemeno che il celebre Apollo, l’eloquente giudeo-alessandrino, versatissimo nelle Scritture, ma ignaro di qualche punto essenziale della nuova dottrina c ristiana, come il battesimo di Gesù. Aquila e Priscilla, mossi da apostolico zelo, si presero cura di completare la sua istruzione e probabilmente di battezzarlo prima che egli partisse per Corinto. Ad Efeso offrirono la loro casa a servizio della comunità per le adunanze cultuali (ecclesia domestica) e, secondo la lezione di alcuni codd. greci, seguiti dalla Volgata latina, s. Paolo sarebbe stato loro ospite anche ad Efeso, come già lo era stato a Corinto. Scrivendo infatti da Efeso (verso il 55) la prima lettera ai Corinti, dice: « Molti saluti nel Signore vi mandano Aquila e Priscilla, con quelli che nella loro casa si adunano, dei quali sono ospite ». Ma l’elogio più caldo di Aquila e Priscilla Io fa l’apostolo scrivendo da Corinto ai Romani nell’a. 58 (intanto i due coniugi per ragione del loro commercio si erano trasferiti a Roma). Nella lunga serie di venticinque persone salutate nel c. 16 della lettera ai Romani Aquila e Priscilla sono i primi: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù: per salvare a me la vita, essi hanno rischiato la testa; a loro non solo io rendo grazie, ma anche tutte le Chiese dei gentili. Salutate anche la comunità che si aduna in casa loro ». In queste parole si sente l’animo grato dell’apostolo per i suoi insigni benefattori, che con grave loro pericolo gli hanno salvato la vita, in un’occasione non meglio precisata: forse ad Efeso, durante il tumulto degli argentieri capeggiati da Demetrio. Grande lode è poi per i due santi sposi che tutte le Chiese dei gentili siano loro debitrici d i gratitudine; di tre delle principali – Corinto, Efeso, Roma – si è fatto cenno nei testi sopracitati. L’ultima menzione di Aquila e Priscilla l’abbiamo nell’ultima lettera di s. Paolo che, prigioniero di Cristo per la seconda volta a Roma, scrive al suo discepolo Timoteo, vescovo di Efeso, incaricandolo di salutare Priscilla e Aquila, che di nuovo si erano recati ad Efeso. Niente si può asserire con certezza sul tempo, luogo e genere di morte di Aquila e Priscilla, dato che le uniche fonti su di essi sono le poche notizie bibliche citate. Alcuni, volendo identificare Priscilla, moglie di Aquila, con la vergine e martire romana s. Prisca. venerata nella chiesa omonima sull’Aventino, e con Priscilla, la titolare delle Catacombe della Via Salaria, e credendo altresì ravvisare nel nome di Aquila qualcuno della gens Acilia collegata con le dette Catacombe, li fanno martiri, anzi, prendendo occasione dal « cervices suas supposuerunt » di Rom. 16,4. determinano il genere di martirio: la decapitazione.
Autore: Teofilo Garcia de Orbiso

poi il collegamento alla catechesi di Papa Benedetto che ho già messo in una « Pages » insieme ai collaboratori di Paolo:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070207_it.html

di Mons. Gianfranco Ravasi, su Aquila e Priscilla, anche questo già postato:

http://www.novena.it/ravasi/2004/032004.htm

Mons. Gianfranco Ravasi

Aquila e Priscilla, sposi Cristiani


In quella festa paesana che ha al centro una coppia anonima di sposi e che è narrata dal Vangelo di Giovanni (2,1-11), letto in questa domenica, c’è la storia di tante coppie cristiane che nella loro città o nel loro villaggio, ben lontano da Cana di Galilea, hanno consacrato il loro amore con la presenza santificante di Cristo. Vorremmo far emergere da quella folla immensa di sposi cristiani due figure neotestamentarie, Aquila e Prisca (o Priscilla). Esse occhieggiano nelle pagine dell’epistolario paolino (lettere ai Romani, ai Corinzi e a Timoteo) e in quelle degli Atti degli Apostoli (capitolo 18).
Il marito portava un nome latino, Aquila, grecizzato in Akylas, ma era un ebreo nativo del Ponto (regione dell’attuale Turchia). Da quel territorio era emigrato a Roma ove si era sposato con Prisca, chiamata col diminutivo di Priscilla, nome anch’esso romano. Quando l’imperatore Claudio (41-50 d.C.) espulse da Roma con un editto gli Ebrei ivi residenti, anche i due, che si erano convertiti al cristianesimo, dovettero lasciare la capitale e rifugiarsi a Corinto, in Grecia. Qui incontrarono Paolo e – come scrive Luca negli Atti degli Apostoli – « poiché erano del medesimo mestiere, Paolo si stabilì nella loro casa e lavorava con loro: erano, infatti, di mestiere fabbricatori di tende » (18,3). Questa amicizia con l’Apostolo continuò anche quando egli si trasferì a Efeso, nell’attuale Turchia costiera: essi Io seguirono e lo aiutarono nell’attività missionaria, dedicandosi alla formazione, « con maggiore accuratezza », di un convertito di nome Apollo, che sarebbe poi diventato un acclamato predicatore cristiano (18,26). Essi erano ancora con Paolo quando egli scrisse da Efeso la prima lettera ai Corinzi. Infatti, in finale a quel testo si legge: « Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa » (16,19). È suggestiva la menzione della loro casa nella quale i cristiani si incontravano per ascoltare la Parola di Dio e per celebrare l’Eucaristia, trasformando così quell’appartamento in una « chiesa domestica », come accadeva nei primi anni del cristianesimo. Cessato il divieto di Claudio, Aquila e Priscilla ritornarono a Roma e, allora, Paolo – scrivendo da Corinto ai cristiani della capitale la famosa lettera che è anche il suo capolavoro teologico -non esita a ricordare i suoi amici, tessendo una lode e un ringraziamento per il loro amore nei suoi confronti, un amore che gli aveva salvato la vita durante un tumulto scoppiato a Efeso, quando vivevano ancora insieme: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù: per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa e ad essi non io soltanto sono grato! » (Romani16,3-4). Anche scrivendo per la seconda volta al discepolo e collaboratore Timoteo, Paolo non esiterà a menzionare questa coppia di sposi 2 Timoteo 4,19: « Saluta Prisca e Aquila », un vero modello di coniugi cristiani impegnati a testimoniare il Vangelo con la semplicità della loro vita e l’intensità del loro amore.

c’è la Chiesa di Santa Prisca all’Aventino, a Roma, che ricorda i coniugi martiri, metto la descrizione:

 http://penelope.uchicago.edu/Thayer/I/Gazetteer/Places/Europe/Italy/Lazio/Roma/Rome/churches/_Texts/Armellini/ARMCHI*/2/Ripa.html

S. Prisca
In quella parte dell’ Aventino che è rivolta ad oriente, sorge una chiesa antichissima, ove si vuole fossero stato un tempio di Ercole. Narrano favolosamente le antiche leggende che quivi fosse una grotta di Fauno e di Pico con una fonte in cui Numa pose del vino per inebriarli, con altre simili assurdità. Ricordo ciò perchè s’ intendano questi versi, che leggonsi nella chiesa a mano sinistra dell’ altar maggiore, postivi da Callisto III:

PRIMA VBI AD EVANDRO SACRATA EST HERCVLIS ARA

VRBIS ROMANAE PRIMA SVPERSITITO
POST VBI STRVCTA AEDES LONGE CELEBRATA DIANAE,

MONTIS AVENTINI NVNC FACTA EST GLORIA MAIOR,

VNIVS VERI RELIGIONE DEI.
PRAECIPVE OB PRISCAE QVOD CERNIS NOBILE TEMPLVM,

QVOD PRISCVM MERITO PARETE SIBI NOMEN HABET
NAM PETRVS ID DOCVIT POPVLVS DVM SAEPE DOCERET,

DVM FACERET MAGNO SACRAQVE SAEPE DEO.
DVM QVOS FAVNORVM FONTIS DECEPERAT ERROR

HIC MELIVS SACRA PVRIFICARET AQVA.
QVOD DEMVM MVLTISSTESSE SE VOLVENTIBVS ANNIS

CORRVIT HAVD VLLA SVBVENIENTE MANV.
SVMMVS AT ANTISTES CALLISTVS TERTIVS IPSVM

EXTVLI OMNE EIVS RESTITVITQVE DECVS
CVI SIMVL AETERNAE TRIBVIT DONA AMPLA SALVTIS,

IPSIVS NE QVA PARTE CARERET OPE.

Secondo questo epigramma, s. Pietro, mentre fu in Roma, avrebbe abitato quel questo luogo e vi avrebbe battezzati molti che venivano alla fede. Nel catalogo di Pietro Natale si dice che papa Eutichiano, per rivelazione, seppe il luogo ove era sepolto il corpo di s. Prisca, e trovatolo e lavotolo di colà, quel pontefice lo portò a Roma, ponendolo nel luogo ove oggi è la sua chiesa, prima dedicata a s. aquila; onde fu detto titolo di Aquila e Prisca. Egli è certo che questo titolo antichissimo vien p578ricordato fino dal secondo concilio romano tenuto da Simmaco, che fu nel 499. Adriano I ristorò la detta chiesa nel 772, e poi Callisto III circa il 1455. Il cardinale Benedetto Giustiniani genovese, verso il 1600, la riparò coi disegni di Carlo Lombardo di Arezzo; vi aggiunse la facciata, e fecevi altri miglioramenti, fra i quali fu il rinnovellamento della confessione e dell’ altare sotterraneo, che si dice consacrato da s. Pietro. Finalmente Clemente XII la ridusse nello stato in cui trovasi, a memoria di che leggesi una iscrizione posta nella parete a destra presso la porta dal lato interno. Anticamente la chiesa ebbe due ingressi, ma ai tempi dell’ Ugonio già non ne aveva che uno solo. Essa è divisa in tre navi con quattordici colonne antiche, le quali, a renderle più salde, furono incassate nel muro di altrettanti pilastri. I muri furono dipinti a fresco dal Fontebuono: il quadro dell’ altare principale è del Passignani, e rappresenta il battesimo della santa titolare. A sinistra dell’ altare suddetto sono i versi di Callisto III, recati sopra; a destra v’ è una iscrizione riguardante il nominato cardinal Giustiniani. Le due cappellette in fondo alle navate minori sono dedicate: quella a sinistra, a s. Antonio di Padova; quella a destra, alla Madonna. I due altari nella crocera sono dedicati: uno al Crocefisso, a mano manca; ed uno a s. Gio. Gualberto, a mano dritta. In mezzo alla navata grande è un’ ampia inferriata che illumina a sufficienza la sottoposta confessione, alla quale si scende per una comoda e doppia scala circondata da balaustrate. In essa è un quadro di musaico rappresentante s. Pietro, opera del secolo XIII, guasto però assai nella parte inferiore; incontro all’ altare è il vaso che erroneamente si pretende servisse di battisterio a s. Pietro, quando battezzò le sante Aquila e Priscilla, ed altri pagani venuti alla fede. Il vaso consiste in un gran capitello dorico, assai ben lavorato, del tempo forse degli Antonini, e molto simile a quello del portico del museo capitolino; ha tre buche, una maggiore e due minori, con attorno l’ epigrafe in lettere del secolo XIII, con abbreviature: BAPTISMVS SANCTI PETRI. Presso la chiesa v’ era una vigna della celebre famiglia dei Porcari, come risulta da un documento dell’ archivio di s. Pietro in Vincoli del 1477: Vinea posita prope ecclesiam sanctae Priscae eundo ad s. Alexium, quam tenet Antonius Porcharius qui habitat prope Minervam. È assai probabile che quell’ antichissimo titolo fosse stato già la casa dei coniugi Aquila e Prisca sull’ Aventino, ove era la ecclesia domestica di che parla s. Paolo, e che furono cacciati da Roma per l’ editto di Claudio contro gli ebrei. p579 Nel secolo XIV si leggeva ancora sull’ architrave della porta della chiesa la seguente iscrizione, che Pietro Sabino, autore di quel medesimo secolo, vide incisa litteris antiquis:

HAEC DOMVS EST AQVILAE SEV PRISCAE VIRGINIS ALMAE
. QVOS . LVPE (?) PAVLE TVO ORE VEHIS DOMINO
HIC PETRE DIVINI TRIBVERAS FERCVLA VERBI
SAEPIVS HOCCE LOCO SACRIFICANS DOMINO.
L’ epigramma, come risulta dallo stile, è del medio evo. Anche in un documento del secolo XII la chiesa di s. Prisca, divenuta bazia, è appellata abbatia sanctorum Priscae et Aquilae. Il ch. De Rossi, a questo proposito, cita un sermone de sanctis Aquila et Prisca esistente nel codice vaticano 1193, ove si fa menzione della loro chiesa sull’ Aventino; la quale negli atti di s. Prisca vergine e martire è altresì chiamata Aquilae et Priscae; finalmente nella vita di Leone III l’ antico titolo di s. risca è appellato titulus beatorum Aquilae et Priscae. Insomma dall’ antica denominazione di quel titolo risulta che fino dai primi secoli della pace della Chiesa era creduto il sito ove dimoò e s’ adunò la domestica ecclesia dei primi convertiti all’ evangelo, presieduta spesso da Paolo e da Pietro.
Un insigne bronzo, edito ed illustrato splendidamente dal ch. De Rossi, ha portato nuova luce sull’ origine apostolica di quel titolo e sulla tradizione che fosse veramente la Domus Priscae. Nel 1776, sotto il pontificato di Pio VI, presso la chiesa fu scoperta un’ antica casa romana con dipinti ed altri monumenti cristiani e in questa si rinvenne il seguente diploma in bronzo, offerto da una città della Spagna nell’ anno 222 a Caio Mario Pudente Corneliano, personaggio senatorio che quella città elesse suo patrono:

IMP . CAES . M . AVR . SEVERO . ALEXANDRO
COS . EIDIB APRILIBVS
CONCILIVM . CONVENTVS . CLVNIENS
C . MARIVM . PVDENTEM . CORNELIA
NVM . LEG . LEG . C . V . PATRONVM
SIBI . LIBERIS . POSTERISQVE SVIS
COOPTAVIT . OB . MVLTA . ET . EGREGIA
EIVS . IN . SINGVLOS . VNIVERSOS
QVE . MERITA . PER . LEGATVM
VAL . MARCELLVM
CLVNIENSEM
p580 Cotesti decreti, costruiti quali città importanti si ponevano a titolo d’ onore sotto il patronato di personaggi ufficiali dell’ impero, erano affissi negli attribuisceî delle case illustri, come stemmi ed emblemi d’ onore. Ora, come dichiara il De Rossi, il nome del predetto senatore lo mostre chiamato dapprima Cornelio Pudente e poi per adozione Mario Pudente Corneliano: il che è un grave indizio circa la veracità dei rapport che la casa di Pudente ebbe con Pietro.
Ecco dunque, che presso la casa di Aquila e Prisca, la quale ebbe strette relazioni con l’ altra celeberrima di Pudente, titulus Pudentis, si trova un monumento d’ un discendente dei Corneli Pudenti. Ma la scoperta, prosegue il De Rossi, fatta sotto Pio VI a s. Prisca non finisce nell’ insigne bronzo di Pudente Corneliano, cimelio preziosissimo che si custodisce nel museo cristiano della biblioteca vaticana. Egli ha trovato nel codice latino 9697 della biblioteca imperiale di Parigi, fra le carte del celebre Ennio Quirino Visconti, commissario delle antichità sotto il predetto pontefice, una notizia d’ una scoperta che era avvenuta da poco presso s. Prisca. Da quella risulta che ivi, poco tempo prima, era stato rinvenuto un antico oratorio adorno di pitture cristiane del secolo quarto quasi cancellate dal tempo, eccetto le imagini degli apostoli. Questo complesso d’ indizî armonizza perfettamente colle tradizioni locali, le quali accennano in quel punto ad un centro della predicazione apostolica in Roma e trovano poi il confronto nelle memoria esistenti d’ un antichissimo cimitero cristiano, cioè quello di Priscilla sulla via Salaria, dove si trovano i nomi dei personaggi ricordati da s. Paolo nelle sue lettere, e che, con la ecclesia domestica di Aquila sull’ Aventino, e di Pudene sul Viminale, ebbero rapporti. Quell’ oratorio era nell’ orto contiguo alla chiesa, e sembra anche avesse fatto parte della casa abitata da quel Pudente Corneliano. Fra quei ruderi si scoprì anche un vaso di vetro sulla cui circonferenza erano effigiate ad incavo le imagini degli apostoli, sopra le cui teste era scritto il loro nome. Il De Rossi ne ha trovato notizia nel Bianchini. Quell’ arnese doveva spettare alle suppellettili sacre e domestiche dei discendenti di Pudente Corneliano. Sembra impossibile che di quella scoperta e del luogo così celebre per la storia delle origini apostoliche del cristianesimo in Roma, niun conto si facesse, e dopo alcun tempo si distruggessero e si abbandonassero, giacchè ivi si rinvennero p581pure frammenti di musaici rappresentanti pesci di ogni specie, che traspaiono dentro l’ acqua, noto simbolo di Cristo e della rigenerazione dei fedeli nella grazia sacramentale, i quali davano nuovo suggello alla tradizione antichissima che ivi l’ apostolo Pietro avesse battezzato. Nel secolo VIII, nell’ annesso monastero abitarono monaci greci; da questi, nel 1062, passò ai Benedettini, che lasciatolo per qualche tempo, vi tornarono sotto Innocenzo III e vi dimorarono sino al 1414. Finalmente la chiesa fu offerta ai Francescani, che la ricusarono per cagione della malvagità ed insalubrità dell’ aria; quindi venne argento Agostiniani.

da ultimo ho trovato delle immagini della Chiesa di Santa Prisca, metto il collegamento:

http://www.gliscritti.it/gallery2/v/Il+colle+Aventino+con+Santa+Prisca+e+Santa+Sabina/

Publié dans:COLLABORATORI DI PAOLO |on 8 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

Le radici del pellegrinaggio (non solo, ma soprattutto San Paolo)

dal sito dell’Opera Romana Pellegrinaggi:

http://www.odpt.it/radici.htm

Le radici del pellegrinaggio

da: « PELLEGRINAGGIO »
Nostalgia e fascino del mistero – San Paolo, 1997
di Mons. Romeo Maggioni
 
introduzione:

Il pellegrinaggio nella vita dell’uomo viene da lontano: ha radici profonde nel suo essere e nella sua storia.

Ha radici nella sua dimensione psicologica ed esistenziale. L’uomo è in ricerca, è curioso di sapere e di conoscere: è pellegrino della verità e della felicità. Il quesito sulla sua identità, sul senso della vita e sul proprio destino lo rendono viator: ricercatore oltre gli stessi confini umani, aperto all’Assoluto, con la voglia di possederlo e divenire simile a Lui. Ma a questa ricerca – non sempre positiva e vera – un giorno ha voluto affiancarsi Dio stesso per guidare, purificare, elevare, indirizzare al punto giusto la ricerca dell’uomo verso il mistero. E’ la vicenda storica di Israele trasmessaci dalla Bibbia, dove si narra l’esporsi graduale di Dio nella vicenda umana, per manifestarsi e comunicarsi, fino a rendersi visibile fisicamente in Gesù di Nazaret, rivelazione piena di Dio e del progetto di uomo creato da Dio. E’ il pellegrinaggio di Dio verso l’uomo che precede e sollecita come risposta il pellegrinaggio della fede dell’uomo verso Dio. « Dio s’è fatto uno di noi per fare ognuno di noi uno di Lui » (sant’Ireneo). Da qui la terza radice del pellegrinaggio, quella teologica, che fonda il vero e puro anelito dell’uomo verso Dio. Scrive san Paolo: « Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli » (Rm 8,29). Creati, predestinati, strutturati quali figli di Dio come l’Unigenito, è iscritto in noi – necessariamente, naturalmente – il bisogno di Dio, impastati come siamo di divino, col destino e il desiderio profondo di divenirne eredi. Qui si fonda la sete di Dio, incancellabile, che arde in ogni uomo e che lo spinge alla sua ricerca e al suo possesso. Più precisamente parliamo di « nostalgia » perché è ritorno e scoperta di una sua radice lontana. Dio si è insediato nella storia; l’evento cristiano ne è il cuore e il culmine, ma per dilatarsi e raggiungere tutti. Come un fiume d’acqua viva, da quel punto storico, scorre la realtà visibile della Chiesa, mistero e – contemporaneamente – luogo di salvezza. Lì si incontra la memoria di quell’evento, ma una memoria efficace che per l’opera dello Spirito Santo attualizza per ognuno di noi atti e frutti di trasformazione e santificazione. Il pellegrinaggio verso Dio allora sfocia nella Chiesa e nel sacramento se vuol essere davvero approdo di salvezza. A questa precisa meta sacramentale deve giungere ogni pellegrinaggio a un santuario. Infine l’ultima radice o dimensione del pellegrinaggio è quella « escatologica », perché il nostro approdo al mistero cristiano è solo un inizio, una promessa: « Nella speranza noi siamo stati salvati… » (Rm 8,24). La nostra è una situazione del « già e non ancora »: siamo già salvati, ma in attesa del possesso pieno di una salvezza che ci sarà data come compimento, anche nel corpo, con il ritorno glorioso di Cristo. La Chiesa, nella sua indole, è « pellegrina » verso quel compimento che l’Apocalisse vede come un giorno di nozze, di totale e definitiva comunione dello sposo con la sposa, di ogni cristiano con Cristo, in Casa Trinità, dove Dio sarà tutto in tutti! Modello e primizia di questa peregrinazione e di questo compimento è Maria. Perciò ogni pellegrinaggio mariano è rievocazione e lettura della nostra stessa vicenda di uomini incamminati nella fede verso un destino di vita in cui Maria ci ha preceduti e di cui è segno e speranza.  
La radice esistenziale Camminare verso una meta è ciò che qualifica l’intima condizione dell’uomo viator, segnato già nella sua crescita fisica e psichica da una tensione verso una maturità. Così si può dire anche della sua aspirazione a una rilevanza sociale sempre più vasta. Ma l’itinerario della sua crescita è più interiore, assetato com’egli è di curiosità, di conoscenze, di possesso. Si potrebbe affermare che a ogni assaggio di bellezza si dilata in lui il senso e il gusto di una bellezza maggiore. Così è della verità. Una molla interiore lo spinge alla totalità, all’infinità, all’eternità perché non esistono limiti che riesca a sopportare, se non quelli sentiti come innaturali e costringenti la sua libertà che egli vuole e ipotizza come totale e assoluta. L’intima psicologia dell’uomo lo spinge verso un pellegrinaggio oltre ogni frontiera, uno scavalcamento costante di barriere per naufragare in un mare dagli spazi infiniti.
E qui che si colloca la radice di quel quesito esistenziale che fa dell’uomo il vero pellegrino verso l’assoluto e verso il mistero!
Essenzialmente sono tre le angosce che avvelenano l’esistenza dell’uomo: la paura della morte, l’incertezza sul senso della vita, il peso interiore del rimorso col bisogno urgente di perdono. Sono esigenze insopprimibili dell’anima, interrogativi e problemi di limite, là dove la ragione sfiora l’assurdo e il cuore teme la disperazione. Spinto da questi bisogni l’uomo parte alla ricerca di una soluzione, perché l’uomo vuol essere uomo!E l’uomo cerca nella cultura: miti, letteratura, arte, poesia. Valori umani certamente elevati, ma parziali. Qualcuno, infatti, s’accontenta ancora soltanto d’estetismo! L’uomo cerca nella scienza e nella tecnologia: è già arrivato fin sulla luna. Ma non ha risolto i guai della sua quotidianità. Questo della scienza e del progresso è un idolo ancora tenace. L’uomo cerca nella sua libertà. Si scatena al massimo del suo capriccio individuale: non gli mancano oggi né possibilità né stimoli. Ma la natura si ribella, la società diventa invivibile. C’è un vincolo comunque tra libertà e verità. L’uomo cerca nella solidarietà. L’amore però, anche il più fortunato, non sazia fino in fondo. O cerca nella rivoluzione; ma s’imbatte spesso in una dittatura di segno opposto. L’uomo infine cerca nel mistero, oltre se stesso. Asseconda il senso religioso e s’affida a un richiamo che viene dal profondo dell’essere, dal creato, dall’anima. Dentro l’uomo c’è un qualcosa che grida un bisogno di pienezza che travalica l’esperienza dei suoi limiti. L’uomo è una creatura aperta che invoca nella frammentarietà l’unità, nel tempo l’eterno, nel piccolo il tutto e l’infinito. Sono desti nell’uomo un anelito e una nostalgia di Dio. In fondo al cuore d’ognuno si erge un altare dedicato a un dio ancora ignoto, ma di cui siamo alla ricerca come a tentoni nel buio. L’uomo avverte un bisogno naturale, « creaturale » di Dio; sperimenta un vuoto che grida di essere riempito. Soffocare tale bisogno è chiudersi alla razionalità e condannarsi all’assurdo, rinunciare a essere uomini!

E nasce la religione.

Induismo, buddismo, islam… le grandi religioni storiche raccolgono questo anelito, lo cristallizzano in forme sociali e l’incanalano verso una certa visione di Dio e dell’uomo.
Va dato atto e stima a tale sforzo umano di ricerca, alle grandi costruzioni unitarie di sistemi morali e religiosi atti a pacificare il cuore dell’uomo sul tema soprattutto dell’aldilà. Penso a tutta la cultura dell’antico Egitto e al suo anelito alla sopravvivenza espresso in templi, tombe e piramidi. Il senso religioso allora è la prima radice del pellegrinaggio dell’uomo e la religione resta la strada di un esistenziale anelito verso la vita e la sua pienezza. Ma con quali risultati? Il bisogno di verità è bisogno di certezza, non di ipotesi; necessita di chiarezza, non di immagini nebulose e confuse. La vera pacificazione del cuore sta anche in una risposta razionale. Per questo, oggi, una religiosità che si frantuma in sètte irrazionali e alla moda non è una risposta degna dell’uomo!

E un pellegrinaggio che manca di traguardo rende schiavo l’uomo.
 
La radice biblica Un giorno Dio chiamò Abramo e gli disse: « Esci dalla tua terra e va’ nel paese che io ti indicherò » (Gn 12,1). E Abramo inizia il pellegrinaggio della sua vita guidato da Dio stesso. Dopo di lui Mosè è chiamato dal roveto ardente e inviato a condurre il suo popolo fuori dalla schiavitù d’Egitto. E’ il braccio potente di Dio a far passare Israele per le acque del Mar Rosso; è Dio a convocarlo al Sinai per offrirgli un’alleanza; è Lui a guidarlo e a metterlo alla prova nel deserto per 40 anni. Mosè ne avrà coscienza: « Se tu non cammini con noi, io non mi muoverò! » (Es 33,15).
Tutta la Bibbia è la storia di questo graduale esporsi di Dio dentro la vicenda di un popolo per rivelargli sempre più il suo volto preciso, per comunicarsi a lui con una solidarietà che diviene salvezza, e invitarlo ad accogliere un’alleanza che mira a portare l’uomo a una partecipazione più piena al suo mistero. Il lungo pellegrinaggio dell’uomo verso il mistero della vita incrocia il pellegrinaggio di Dio verso l’uomo che viene incontro ai suoi passi incerti, per purificarne gli aneliti e dirigerlo verso esperienze che svelino una vicenda di Dio e dell’uomo che li accomuna. Più precisamente: l’esperienza dell’Esodo segna il paradigma dell’itinerario che Dio fa compiere all’uomo perché possa raggiungere la salvezza. L’iniziativa è di Dio che « ha compassione del suo popolo » e si muove a liberarlo da una schiavitù, di cui l’uomo a volte ha nostalgia! Per la mediazione di un suo inviato, Mosè, che agisce non per forza propria ma per poteri ricevuti, Dio libera il suo popolo per portarlo a un’esperienza e a una comunione con Lui: è il momento solenne dell’alleanza al Sinai. Ma il dono di Dio va stimato e fatto proprio, anche negli avvenimenti difficili della prova: il deserto rappresenta il momento educativo robusto di questo Dio che conduce alla fine il suo popolo nella terra promessa. Altra immagine emblematica del pellegrinaggio che Dio disegna con il suo popolo è la vicenda personale di Osea: parabola dell’alleanza che i profeti leggono in chiave sponsale. Quest’uomo, Osea, aveva sposato una donna cui voleva un gran bene e dalla quale aveva avuto tre bei bambini. Dopo dieci anni di matrimonio, questa donna abbandona marito e figli e se ne va con altri amanti. Osea rimane sconcertato. Dio interviene a dirgli: Va’ a fare il profeta a mio nome e racconta l’angoscia che ti ha preso, perché tale è anche il mio sconcerto e la mia angoscia; il mio popolo mi ha abbandonato e tradito con altri amanti, con altre divinità, e ha disprezzato tutte le tenerezze e le premure di sposo che io ho sempre avuto nei suoi confronti. E Dio si lamenta: « Che altro potevo fare di più alla mia vigna che io non abbia fatto? » (Is 5,4). Dio farà di tutto per richiamare il suo popolo alla fedeltà, anche con castighi. Ma alla fine dirà a Osea: « Ama la tua donna, anche se ti tradisce con un amante. Amala, come il Signore ama gli Israeliti anche se si rivolgono ad altre divinità » (Os 3,1). In questa coppia difficile, quando il partner umano viene meno, al partner divino non resta altra scelta che la misericordia e il perdono! E alla fine sarà proprio Dio a venire a rimetterci la pelle per riscattare l’uomo dai suoi mali più profondi: il peccato e la morte. L’incarnazione del Figlio di Dio che si fa uomo in Gesù di Nazaret segna la condivisione più piena di Dio con la vicenda umana, fino a divenirne cosí solidale da « portare lui il peccato di tutti noi, per le cui piaghe noi siamo stati guariti » (Is 53). E’ appunto lì che deve sfociare l’itinerario dell’uomo verso la propria salvezza e vita. Cristo è il culmine della storia umana, dove il Dio invisibile s’è reso accessibile e consanguineo all’uomo così da condividerne tutta la vicenda e portarla a pieno riscatto. Potremmo riassumere questo aspetto del pellegrinaggio dell’uomo nell’icona dei Magi. Li muove una ricerca, certamente quella di Dio. Una stella interviene e li guida. Il creato già dice molto su Dio! Ma quella stella li indirizza a Gerusalemme, dove Dio da tempo s’è reso vicino e dove le Scritture parlano di una sua imminente apparizione. E vengono indirizzati a Betlemme, dove il cielo ha toccato la terra, dove l’Assoluto ha preso volto di uomo e l’Eterno s’è fatto bambino! La Bibbia indirizza la ricerca verso il posto giusto fissato da Dio per l’incontro vero e definitivo tra umanità e divinità. I Magi, che cercavano sinceramente Dio, lo hanno trovato e adorato in quel bambino posto nella mangiatoia.
Il cristianesimo non è un’incantevole favola sentimentale, o una teoria filosofica, né una religione inventata da uomini saggi: è semplicemente un fatto, un evento – documentabile e certo dell’unico ed eterno Dio che s’è mescolato come uomo tra gli uomini per incontrare l’uomo che da sempre ne è in ricerca. Da allora non è più ipotizzabile un altro volto del mistero, di Dio. « In lui – dirà san Paolo di Gesù – abita la pienezza della divinità in un modo fisico » (Col 2,9). Questo in sostanza è l’unico sbocco salvifico del pellegrinaggio dell’uomo!
 
La radice teologica Ritorniamo indietro a scoprire le primissime fila di queste nostre radici.

Avvenne che un giorno, in Casa Trinità, si tenne consiglio di famiglia e si prese una prima sorprendente decisione. Viveva da sempre lì un Figlio profondamente in sintonia col Padre, era l’Unigenito, goccia del tutto simile a Lui, « della stessa sostanza del Padre ». Ebbene, si decise di allargare famiglia e di avere come figlio proprio un uomo: quel Figlio Unigenito avrebbe assunto anche una natura umana, diventando uomo-Dio, il Figlio di Dio che è anche uomo. E’ Gesù Cristo, inizio e fine di tutta la successiva creazione dell’uomo e delle cose. Così si esprime san Paolo: « Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui » (Col 1,15-17). Appunto « in vista di lui » si prese la seconda impensabile decisione: creare, cioè, ogni uomo su quel modello, quasi sua espansione e prolungamento, diventando Lui non il caso unico, ma « il primogenito di molti fratelli ». Lo afferma ancora san Paolo: « Ci ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli » (Rm 8,29). Ogni uomo quindi è progettato, creato, strutturato, « stampato » secondo quel prototipo: cioè uomo-figlio di Dio, chiamato a diventare come l’Unigenito figlio proprio di Dio e suo erede: « Vedete come ci ha voluto bene il Padre? Egli ci ha chiamati a essere suoi figli. E noi lo siamo realmente » (1 Gv 3,1). Questo significa che dentro ogni uomo, impastato com’è di divino, è inscritto un bisogno assoluto di Dio; la sua più intima struttura tende a realizzare in pieno quella sua destinazione a essere « simile a Lui », a raggiungere quella intimità e quel possesso di Dio che l’Unigenito da sempre ha col Padre. Per usare un’immagine: ogni uomo è come nella condizione di un fidanzato promesso a un matrimonio grande e alto, quello con la divinità, nel cammino di una sua progressiva identificazione a quel Figlio di Dio incarnato sul quale è stato predestinato, fino a trasformarsi « in un uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo » (Ef 4,13). E’ qui che si fonda in verità l’anelito dell’uomo verso Dio, il suo cercarlo senza sosta, in forme diverse, ma incessanti. E’ quello che propriamente qui si chiama « nostalgia » di Dio. Sant’Agostino ne ha colto in profondità tutta la ripercussione psicologica ripensando alla sua lunga e appassionata ricerca di Dio: « Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te ». Qui si fonda l’impulso profondo del pellegrinaggio: in una natura e quindi in un cuore assetato di Dio perché bramoso della riuscita della sua unica identità e del destino che gli è dato fin dall’atto creativo! La radice ecclesiale Nel pellegrinaggio di Dio verso l’uomo, in una prima tappa Egli ha come voluto scavalcare i cieli e rendersi presente sulla terra, nella nostra storia; è l’evento cristiano come fatto. Ma la fantasia di Dio è andata oltre: ha voluto valicare anche il tempo e rendersi contemporaneo a ogni uomo, entro le successive generazioni e dentro il cuore e la libertà di ognuno. E’ quello che noi chiamiamo il dono dello Spirito Santo. Sant’Ireneo dice che il Padre agisce con due mani: il Verbo e lo Spirito. Alla « missione » del Verbo succede ora la « missione » dello Spirito, che prolunga e porta a destinazione definitiva l’opera iniziata da Gesù. Cristo rimase fisicamente tra noi fino all’ascensione dopo essere risuscitato dai morti; ma poi cambia il suo tipo di presenza: da quella fisica (limitata nel tempo-spazio) a quella « pneumatica », mediante cioè il suo Spirito che invia continuamente nel mondo. E’ il suo nuovo modo di essere tra noi; l’aveva pur promesso: « Non vi lascerò orfani » (Gv 14,18); « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre » (Gv 14,16). E’ ciò che chiamiamo, in termine tecnico, l’evento cristiano come mistero, più precisamente come sacramento. Si tratta dell’agire dello Spirito nella storia mediante segni che fanno memoria dell’opera di Cristo e ne rendono presenti nella loro sostanza atti e frutti salvifici. Certo, lo Spirito – datoci da Gesù in croce (cfr. Gv 19,30) – è quale rugiada e acqua feconda che scende come pioggia su tutti gli uomini. Ma dal giorno di Pentecoste Gesù ha voluto che quest’acqua viva scorresse fino a noi, fino alla fine del mondo, come in un canale sicuro, quasi un frammento divino, non manipolabile, esterno, visibile, riferimento e indirizzo preciso cui ogni uomo potesse rivolgersi per attingere direttamente all’azione efficace di Dio. Si tratta della Chiesa, sacramento primordiale di salvezza; o meglio sacramento nel tempo di Cristo, che a sua volta è sacramento del Padre. E’ nella Chiesa allora l’approdo concreto di chi vuol incontrare efficacemente l’azione di Dio oggi. « Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre » (san Cipriano). La Chiesa è costituita essenzialmente da tre elementi, stabiliti da Gesù come « deposito del sacro » e strumenti efficaci di santificazione: la parola di Dio scritta, la grazia dei sacramenti e il ministero apostolico. E in particolare, come fonte e culmine di questa presenza/azione di Cristo in forma sacramentale, l’eucaristia. La divina liturgia è come il vestito entro il quale si cala e si comunica l’azione di Cristo che agisce interiormente mediante l’azione dello Spirito, che noi chiamiamo grazia santificante. Il sacramento allora è come l’ultima tappa raggiunta dal pellegrinaggio di Dio per incontrare l’uomo; ed è quindi lì la stazione di contatto in cui il pellegrinaggio dell’uomo in cerca di Dio deve approdare. Ogni pellegrinaggio che non voglia fallire il suo appuntamento non può non avere questa dimensione ecclesiale e sacramentale. Se l’incerto sentiero personale dell’uomo non sfocia in questa strada maestra stabilita da Dio succederà – come spesso capita – di incontrare un volto sbagliato di Dio, che invece di liberare rende più schiavo l’uomo e lo distrugge! E’ cronaca quotidiana in clima di inflazione di sètte!
 
La radice escatologica La speranza è il caso serio della vita. E’ la speranza a muovere l’uomo; è sempre l’ultima a morire.

La speranza è il presagio di un possesso. Ma spesso si rivela un miraggio, un’illusione. E il cuore si ostina, diventando così, la speranza, una bambina dagli occhi bendati. Cioè solo… fortuna. E siamo all’irrazionalità subumana! La speranza dev’essere un’attesa di ciò che è garantito, magari come caparra di un contratto stipulato. E’ questa l’unica speranza razionale, degna dell’uomo. Ed è la speranza cristiana. « Nella speranza noi siamo stati salvati » (Rm 8,24). In che consiste dunque? Uno dei temi più classici del Nuovo Testamento è quello degli « ultimi tempi ». E cioè: con la morte e la risurrezione di Cristo il tempo è giunto al suo « colmo », al suo compimento; la vicenda umana è giunta al vertice, ha realizzato in pieno quei sogni di vittoria, di riuscita e di felicità che si attendeva. Un uomo, Gesù di Nazaret, ha vinto il peccato e la morte, ha raggiunto come uomo quel pieno possesso di Dio che è sempre stata aspirazione di tutti; siede ora alla destra del Padre, anche col suo corpo glorificato. Non solo è possibile vincere, ma di fatto uno di noi ha vinto, ha scavalcato la morte e già vive in pienezza una nuova e perenne vita in Dio. E, naturalmente, non come caso unico, ma con dichiarata promessa d’essere primizia e primogenito di altri risorti. Tutto il cristianesimo è incentrato in questa promessa. O, più precisamente, in questo anticipo che noi chiamiamo Spirito Santo, « che è Signore e dà la vita ». Lui, lo Spirito, un giorno « darà vita anche ai vostri corpi mortali a causa del suo Spirito che abita in voi » (Rm 8,11). La speranza cristiana è un « già e non ancora »: « Già fin d’ora noi siamo figli di Dio; ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui perché lo vedremo così come egli è » (1Gv 3,2). Qualcosa di nuovo e di definitivo è già avvenuto nel mondo con la risurrezione di Cristo; qualcosa di divino è già in noi col battesimo e la vita di grazia; qualcosa di eterno è già stato gettato nel tempo con la Chiesa, sposa di Cristo. E l’immagine della sposa è quella che sigla la Bibbia: « Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! – Sì, vengo presto! – Amen. Vieni, Signore Gesù! » (Ap 22,17-20). E di ogni cristiano san Paolo dirà: « Io vi ho promesso in matrimonio a un solo sposo, a Cristo, e intendo presentarvi a lui come una vergine pura » (2Cor 11,2). Noi cristiani in questo mondo siamo « ospiti e pellegrini ».. incamminati verso una patria definitiva (cfr. Eb 19,14). In questo senso allora tutta la Chiesa è pellegrina verso la sua definitiva realizzazione e tiene viva in ogni credente questa fedele e vigilante attesa di « Cieli nuovi e terra nuova », e a essi li prepara. E’ il pellegrinaggio della fede, « fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono » (Eb 11,1). Maria, primizia e modello della Chiesa, questa dimensione pellegrinante della fede l’ha vissuta fino in fondo, anche nelle prove del sabato santo! E non è rimasta delusa. Anche lei ha già ottenuto « la risurrezione della carne e la vita eterna ». E qui che trova spazio privilegiato ogni pellegrinaggio a un santuario mariano: lì la Madonna ci sta davanti come lettura autentica dell’esperienza umana di cammino, come certa speranza di un pellegrinaggio riuscito della vita, e nelle apparizioni ci squarcia quel lembo di cielo che lei, come madre, è andata avanti a preparare per noi!

Publié dans:temi - il pellegrinaggio |on 7 juillet, 2008 |Pas de commentaires »

XIV SETTIMANA DEL T.O.

XIV SETTIMANA DEL T.O. dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥ spablo

http://www.geocities.com/SoHo/Museum/8225/spablo.htm

DOMENICA 6 LUGLIO 2008

PRIMI VESPRI

Lettura breve Col 1, 2b-6
2b. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro. 3. Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi, 4. per le notizie ricevute circa la vostra fede in Cristo Gesù, e la carità che avete verso tutti i santi, 5. in vista della speranza che vi attende nei cieli. Di questa speranza voi avete già udito l’annunzio dalla parola di verità del vangelo 6. il quale è giunto a voi, come pure in tutto il mondo fruttifica e si sviluppa; così anche fra voi dal giorno in cui avete ascoltato e conosciuto la grazia di Dio nella verità.

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  Rm 8, 9. 11-13
9. Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 11. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. 
12. Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; 13. poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete. 

VESPRI

Lettura Breve 2 Ts 2, 13-14
13. Noi dobbiamo rendere sempre grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità, 14. chiamandovi a questo con il nostro vangelo, per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo.

LUNEDÌ 7 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

l’esempio di San Paolo

Seconda Lettura
Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
 
Ciascuno ricerchi ciò che è utile a tutti e non il proprio tornaconto
Sta scritto: Unitevi ai santi, perché quelli che li seguono saranno santificati. E ancora in un altro passo: Con l’uomo innocente sarai innocente, con l’eletto sarai eletto, ma con il perverso ti pervertirai (cfr. Sal 17, 26). Perciò stiamo uniti agli innocenti e ai giusti, perché essi sono gli eletti di Dio. Perché liti, collere, discordie, scismi e guerre tra voi? Non abbiamo forse un unico Dio, un unico Cristo, un unico Spirito di grazia diffuso su di noi, un’unica vocazione in Cristo? Perché straziare e lacerare le membra di Cristo, perché ribellarsi contro il proprio corpo e arrivare a tal punto di delirio da dimenticare di essere gli uni membra degli altri? Ricordate le parole di Gesù nostro Signore. Egli ha detto: Guai a quell’uomo! Sarebbe stato
meglio se non fosse mai nato; piuttosto che recare scandalo a uno dei miei eletti; sarebbe meglio che gli fosse messa al collo una pietra da mulino e fosse sommerso nel mare, piuttosto che trarre al male uno dei miei eletti (cfr. Lc 17, 1-2). La vostra scissione ha sviato molti, ha gettato molti nello scoraggiamento, molti nel dubbio, tutti noi nel dolore; e il vostro dissidio perdura tuttora. Prendete in mano la lettera di san Paolo apostolo. Qual è la cosa che vi ha scritto per prima all’inizio del suo messaggio? Certo è sotto un’ispirazione divina che egli vi ha scritto una lettera su se stesso, su Cefa, su Apollo, perché fin da allora vi era tra voi la tendenza alle fazioni. Ma quel parteggiare vi ha causato allora un peccato minore, perché le vostre preferenze andavano verso apostoli famosi per chiara reputazione e verso un uomo approvato da loro. Ora invece date ascolto a gente da nulla, a persone che vi pervertono e gettano il discredito su quella vostra coesione fraterna, che vi ha resi meritatamente celebri. E’ un disonore che dobbiamo eliminare al più presto. Buttiamoci ai piedi del Signore e supplichiamo con lacrime perché, fattosi propizio, ci restituisca la sua amicizia e ci ristabilisca in una magnifica e casta fraternità d’amore. Questa infatti è la porta della giustizia aperta alla vita, come sta scritto: «Apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore. E’ questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti» (Sal 117, 19). Sono molte, è vero, le porte aperte, ma la porta della giustizia è precisamente quella di Cristo: beati tutti quelli che sono entrati per essa e hanno diretto i loro passi nella santità e nella giustizia, compiendo tutto nella carità e nella pace. Vi è qualcuno fedele, capace nell’esporre la dottrina, sapiente nel discernimento dei discorsi, casto nell’agire? Egli deve essere tanto più umile quanto più è ritenuto grande, e deve cercare ciò che è utile a tutti, non il proprio tornaconto.

Responsorio     1 Cor 9, 19. 22; cfr. Gb 29, 15-1
R. Libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, debole con i deboli. * Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno.
V. Ero occhio per il cieco, e piede per lo zoppo; padre io ero per i poveri.
R. Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno.

VESPRI

Lettura breve 1 Ts 2, 13
13. Noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete.

MARTEDÌ 8 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Sant’Agostino, come sempre
Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo
(Sal 32, 29; CCL 38, 272-273)
 
Coloro che si trovano al di fuori, lo vogliono o no, sono nostri fratelli
Fratelli, vi esortiamo ardentemente a questa carità, non soltanto verso i vostri compagni di fede, ma anche verso quelli che si trovano al di fuori, siano essi pagani che ancora non credono in Cristo, oppure siano divisi da noi, perché, mentre riconoscono con noi lo stesso capo, sono però separati dal corpo. Fratelli, proviamo dolore per essi, come per nostri fratelli. Cesseranno di essere nostri fratelli, quando non diranno più «Padre nostro» (Mt 6, 9). Il Profeta ha detto ad alcuni: «A coloro che vi dicono: Non siete nostri fratelli, rispondete: Siete nostri fratelli» (Is 66, 5 sec. LXX). Riflettete di chi abbia potuto usare questa espressione: forse dei pagani? No, perché secondo il linguaggio scritturistico ed ecclesiastico non li chiamiamo fratelli. Forse dei giudei che non hanno creduto in Cristo? Leggete l’Apostolo e noterete che quando egli dice «fratelli» senza alcuna aggiunta, vuol intendere i cristiani: «Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello?» (Rm 14, 10). E in un altro passo scrive: «Siete voi che commettete ingiustizia e rubate, e questo ai fratelli!» (1 Cor 6, 8). Perciò costoro, che dicono: «Non siete nostri fratelli», ci chiamano pagani. Ecco perché ci vogliono ribattezzare, affermando che noi non possediamo ciò che essi danno. Ne viene di conseguenza il loro errore, di negare cioè che noi siamo loro fratelli. Ma per qual motivo il profeta ci ha detto: «Voi dite loro: siete nostri fratelli», se non perché riconosciamo in essi ciò che da loro non viene riconosciuto in noi? Essi quindi, non riconoscendo il nostro battesimo, dicono che noi non siamo loro fratelli; noi invece, non esigendo di nuovo in loro il battesimo, ma riconoscendolo nostro, diciamo loro: «Siete nostri fratelli». Dicano pure essi: «Perché ci cercate, perché ci volete?». Noi risponderemo: «Siete nostri fratelli». Ci dicano: «Andatevene da noi, non abbiamo niente a che fare con voi». Ebbene, noi invece abbiamo assolutamente parte con voi: confessiamo l’unico Cristo, dobbiamo essere in un solo corpo, sotto un unico Capo. Perciò vi scongiuriamo, fratelli, per le stesse viscere della carità, dal cui latte siamo nutriti, dal cui pane ci fortificheremo, per Cristo nostro Signore, per la sua mansuetudine vi scongiuriamo. E’ tempo che usiamo una grande carità verso di loro, una infinita misericordia nel supplicare Dio per loro perché conceda finalmente ad essi idee e sentimenti di saggezza per ravvedersi e capire che non hanno assolutamente nessun argomento da opporre alla verità. Ad essi è rimasta solo la debolezza dell’animosità, la quale tanto più è inferma quanto più crede di abbondare in forze. Vi scongiuriamo, dicevo, per i deboli, per i sapienti secondo la carne, per gli uomini rozzi e materiali, per i nostri fratelli che celebrano gli stessi sacramenti anche se non con noi, ma tuttavia gli stessi; per i nostri fratelli che rispondono un unico Amen come noi, anche se non con noi. Esprimete a Dio la vostra profonda carità per loro.

Responsorio Cfr. Ef 4, 1. 3. 4
R. Comportatevi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto: * conservate l’unità dello Spirito nel vincolo della pace.
V. Un solo corpo, un solo Spirito, una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati:
R. conservare l’unità dello Spirito nel vincolo delle pace.

LODI

Lettura Breve 1 Ts 5, 4-5
4. Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che il giorno del Signore possa sorprendervi come un ladro: 5. voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre.

VESPRI

Lettura Breve Rm 3, 23-25a
23. Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24. ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. 25a. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia.

MERCOLEDÌ 9 LUGLIO 2008

LODI

Lettura Breve Rm 8, 35.37
35. Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 37. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.

GIOVEDÌ 10 LUGLIO 2008

LODI

Lettura Breve Rm 14, 17-19
17. Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: 18. chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. 19. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole.

VENERDÌ 11 LUGLIO 2008
SAN BENEDETTO (f)
Abate e patrono d’Europa

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo 4, 1-24

A ciascuno è stata data la sua grazia, per edificare il corpo di Cristo
1. Fratelli, vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, 2. con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, 3. cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. 4. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; 5. un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. 6. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. 7. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. 8. Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini» (Sal 67, 19). 9. Ma che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? 10. Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose. 11. E’ lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, 12. per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, 13. finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. 14. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. 15. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, 16. dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità. 17. Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani nella vanità della loro mente, 18. accecati nei loro pensieri, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, e per la durezza del loro cuore. 19. Diventati così insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza, commettendo ogni sorta di impurità con avidità insaziabile. 20. Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo, 21. se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, 22. per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici 23. e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente 24. e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera.

Seconda Lettura

c’è un solo riferimento a San Paolo, la metto ugualmente

Seconda Lettura
Dalla «Regola» di san Benedetto, abate
(Prologo 4-22; cap. 72, 1-12; CSEL 75, 2-5. 162-163)

Non antepongano a Cristo assolutamente nulla
Prima di ogni altra cosa devi chiedere a Dio con insistenti preghiere che egli voglia condurre a termine le opere di bene da te incominciate, perché non debba rattristarsi delle nostre cattive azioni dopo che si è degnato di chiamarci ad essere suoi figli. In cambio dei suoi doni, gli dobbiamo obbedienza continua. Se non faremo così, egli come padre sdegnato, sarà costretto a diseredare un giorno i suoi figli e, come Signore tremendo, irritato per le nostre colpe, condannerà alla pena eterna quei malvagi che non l’hanno voluto seguire alla gloria. Destiamoci, dunque, una buona volta al richiamo della Scrittura che dice: E’ tempo ormai di levarci dal sonno (cfr. Rm 13, 11). Apriamo gli occhi alla luce divina, ascoltiamo attentamente la voce ammonitrice che Dio ci rivolge ogni giorno: «Oggi se udite la sua voce non indurite i vostri cuori» (Sal 94, 8). E ancora: «Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese» (Ap 2, 7). E che cosa dice? Venite, figli, ascoltate, vi insegnerò il timore del Signore. Camminate mentre avete la luce della vita, perché non vi sorprendono le tenebre della morte (cfr. Gv 12, 35). Il Signore cerca nella moltitudine del popolo il suo operaio e dice: C’è qualcuno che desidera la vita e brama trascorrere giorni felici? (cfr. Sal 33, 13). Se tu all’udire queste parole rispondi: Io lo voglio! Iddio ti dice: Se vuoi possedere la vera e perpetua vita, preserva la lingua dal male e le tue labbra non pronunzino menzogna: fuggi il male e fa` il bene: cerca la pace e seguila (cfr. Sal 33, 14-15). E se farete questo, i miei occhi saranno sopra di voi e le mie orecchie saranno attente alle vostre preghiere: prima ancora che mi invochiate dirò: Eccomi. Che cosa vi è di più dolce, carissimi fratelli, di questa voce del Signore che ci invita? Ecco, poiché ci ama, ci mostra il cammino della vita. Perciò, cinti i fianchi di fede e della pratica di opere buone, con la guida del vangelo, inoltriamoci nelle sue vie, per meritare di vedere nel suo regno colui che ci ha chiamati. Ma se vogliamo abitare nei padiglioni del suo regno, persuadiamoci che non ci potremo arrivare, se non affrettandoci con le buone opere.
Come vi è uno zelo cattivo e amaro che allontana da Dio e conduce all’inferno, così c’è uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. In questo zelo i monaci devono esercitarsi con amore vivissimo; e perciò si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore, sopportino con somma pazienza le infermità fisiche e morali degli altri, si prestino a gara obbedienza reciproca. Nessuno cerchi il proprio utile, ma piuttosto quello degli altri, amino i fratelli con puro affetto, temano Dio, vogliano bene al proprio abate con sincera e umile carità.
Nulla assolutamente anteponiamo a Cristo e così egli, in compenso, ci condurrà tutti alla vita eterna.

LODI

Lettura Breve Rm 12, 1-2
1. Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

VESPRI

Lettura Breve Rm 8, 28-30
28. Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30. quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.

SABATO 12 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

come sempre, Sant’Agostino

Seconda Lettura
Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo
(Sal 126, 2; CCL 40. 1857-1858)
 
Il vero Salomone è il Signore Gesù Cristo
Salomone aveva innalzato un tempio al Signore, sicuramente come tipo e figura della Chiesa futura e del corpo del Signore. Per questo Gesù afferma nel vangelo: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Gv 2, 19). Come dunque egli aveva edificato quel tempio, così il vero Salomone, il Signore nostro Gesù Cristo, il vero pacificatore, si costruì anche lui un tempio. Il nome di Salomone infatti significa «Pacificatore». Ora il vero operatore della pace è quello di cui parla l’Apostolo: «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo» (Ef 2, 14). Egli è il vero pacificatore che ha unito i sé le due pareti provenienti da opposte direzioni, di cui egli è la pietra angolare, sia del popolo dei credenti che proveniva dalla circoncisione, sia del popolo, anch’esso di credenti, che proveniva dai pagani non circoncisi. Di due popoli fece una sola Chiesa, divenne per essi pietra d`angolo e perciò fu veramente pacificatore. Il vero Salomone, cioè Salomone, figlio di Davide e della moglie Betsabea, re d’Israele, era la figura di questo pacificatore. Perché tu non creda che sia quel Salomone che edificò la casa a Dio, quando costruì il tempio, la Scrittura, indicandoti un altro Salomone, così comincia il salmo: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Sal 126, 1). Il Signore dunque edifica la casa, il Signore Gesù Cristo edifica la sua casa. Molti sono impegnati nella costruzione. Ma se non è lui che edifica, «invano vi faticano i costruttori». Chi sono coloro che lavorano per costruire? Tutti coloro che nella Chiesa predicano la parola di Dio, i ministri dei sacramenti di Dio. Tutti corriamo, tutti ci affatichiamo, tutti ora costruiamo. E prima di noi, altri hanno corso, faticato, costruito. Ma «se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori». Perciò non mancarono i richiami degli apostoli che videro alcuni comportarsi malamente e in particolare risuonò la voce di Paolo che disse: «Voi infatti osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Temo per voi che io mi sia affaticato invano a vostro riguardo» (Gal 4, 10-11). Poiché sapeva di essere interiormente edificato dal Signore, compiangeva costoro perché si era affaticato tra di loro senza un esito proporzionato. Noi dunque parliamo all’esterno, egli edifica all’interno. Noi vediamo come voi ascoltate, ma ciò che pensate lo conosce solo colui che vede i vostri pensieri. E’ lui che costruisce, ammonisce, incute paura, apre l’intelligenza, indirizza la vostra mente alla fede. E tuttavia lavoriamo anche noi come operai.

LODI

Lettura Breve Rm 12, 14-16a
14. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. 15. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. 16a. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili.

Giovanni Paolo II ad Atene, tema: Atti 17, 23 (Paolo ad Atene)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/2001/documents/hf_jp-ii_hom_20010505_athens_it.html

SANTA MESSA NEL PALAZZO DELLO SPORT
DEL CENTRO OLIMPICO DI ATENE
OMELIA DEL SANTO PADRE
Sabato, 5 maggio 2001
 
Cari Fratelli e care Sorelle,
1. “Quello che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annunzio” (At 17, 23).
Riportate dagli Atti degli Apostoli, queste parole di Paolo pronunciate nell’Areopago di Atene
costituiscono uno dei primi annunci della fede cristiana in Europa. “Se si considera il ruolo avuto dalla Grecia nella formazione della cultura antica, si comprende come quel discorso di Paolo possa considerarsi in qualche modo il simbolo stesso dell’incontro del Vangelo con la cultura umana” (Lettera sul pellegrinaggio ai luoghi legati alla Storia della Salvezza, n. 9).
“A coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo…; grazie a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo” (1 Cor 1, 2-3). Con queste parole dell’Apostolo alla comunità di Corinto, saluto con affetto tutti voi, Vescovi, sacerdoti e laici cattolici che vivete in Grecia. Ringrazio innanzitutto Monsignor Foscolos, Arcivescovo dei cattolici di Atene e Presidente della Conferenza Episcopale di Grecia, per la sua accoglienza e per le sue cordiali
parole. Riuniti questa mattina per la Celebrazione Eucaristica, chiediamo all’Apostolo Paolo di
donarci il suo ardore nella fede e nell’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni, così come la sua
sollecitudine per l’unità della Chiesa. Sono lieto della presenza alla Liturgia Divina di fedeli di
altre confessioni cristiane, che rendono così testimonianza della loro attenzione verso la vita
della comunità cattolica e della loro comune fraternità in Cristo.
2. Paolo ricorda chiaramente che non possiamo rinchiudere Dio nei nostri modi di vedere e di
agire del tutto umani. Per accogliere il Signore, siamo chiamati alla conversione. Questo è il
cammino che ci viene proposto, cammino che ci fa seguire Cristo per vivere come Lui, figli nel
Figlio. Possiamo allora rileggere il nostro cammino personale e quello della Chiesa come
un’esperienza pasquale; dobbiamo purificarci per aderire pienamente alla volontà divina,
accettando che Dio, mediante la sua grazia, trasformi il nostro essere e la nostra esistenza,
come avvenne con Paolo che da persecutore si fece missionario (cfr Gal 1, 11-24). Passiamo
così per la prova del Venerdì Santo, con le sue sofferenze, con le notti della fede, con le
incomprensioni reciproche. Ma viviamo anche momenti di luce, simili all’alba di Pasqua, in cui il
Risorto ci comunica la sua gioia e ci fa giungere alla verità completa. Prospettando in tal modo
la nostra storia personale e la storia della Chiesa, non possiamo che perseverare nella speranza, sicuri che il Maestro della storia ci conduce lungo vie che solo Lui conosce. Chiediamo allo Spirito Santo di spingerci a essere, mediante le nostre parole e i nostri atti, testimoni della Buona Novella e della carità di Dio! Poiché lo Spirito suscita l’ardore missionario nella sua Chiesa, è lui a chiamare e a inviare, e il vero apostolo è innanzitutto un uomo “all’ascolto”, un servitore disponibile all’azione di Dio.
3. Ricordare ad Atene la vita e l’operato di Paolo significa essere invitati ad annunciare il
Vangelo fino ai confini della terra, proponendo ai nostri contemporanei la salvezza portata da
Cristo e mostrando loro le vie della santità e della retta vita morale che costituiscono le risposte all’appello del Signore. Il Vangelo è una buona novella universale, che tutti i popoli possono udire. Nel rivolgersi agli Ateniesi, San Paolo non vuole nascondere nulla della fede che ha ricevuto; egli deve, come ogni apostolo, custodirne fedelmente il deposito (cfr 2 Tm 1, 14). Se parte dai riferimenti comuni dei suoi ascoltatori e dai loro modi di pensare è per far comprendere meglio il Vangelo che è venuto a portare loro. Paolo si fonda sulla conoscenza naturale di Dio e sul desiderio spirituale profondo che i suoi interlocutori possono avere, per prepararli ad accogliere la rivelazione del Dio unico e vero. Se ha potuto citare davanti agli Ateniesi autori dell’Antichità classica è perché, in un certo senso, la sua cultura personale era stata forgiata dall’ellenismo. Si è dunque servito di ciò per annunciare il Vangelo con parole che possono colpire i suoi interlocutori (cfr At 17, 17). Che lezione! Per annunciare la Buona Novella agli uomini di questo tempo, la Chiesa deve essere attenta ai diversi aspetti delle loro culture e ai loro mezzi di comunicazione, senza che ciò porti ad alterare il suo messaggio o a ridurne il senso e la portata. “Il cristianesimo del terzo millennio dovrà rispondere sempre meglio a questa esigenza di inculturazione” (Novo millennio ineunte, n. 40). Il discorso magistrale di Paolo invita i discepoli di Cristo a partecipare a un dialogo veramente missionario con i loro contemporanei, nel rispetto di ciò che sono, ma anche con una proposta chiara e forte del Vangelo, come pure delle sue implicazioni e delle sue esigenze nella vita delle persone.
5. Fratelli e sorelle, il vostro Paese beneficia di una lunga tradizione di saggezza e di umanesimo. Fin dalle origini del cristianesimo, i filosofi si sono impegnati per “far emergere il legame fra la ragione e la religione… Si intraprese, così, una strada che, uscendo dalle tradizioni antiche particolari, si immetteva in uno sviluppo che corrispondeva alle esigenze della ragione universale” (Fides et ratio, n. 36). Questa opera dei filosofi e dei primi apologisti cristiani permette di avviare, nella sequela di San Paolo e del suo discorso di Atene, un dialogo fecondo fra la fede cristiana e la filosofia. Sull’esempio di San Paolo e delle prime comunità, è urgente sviluppare le occasioni di dialogo con i nostri contemporanei, soprattutto nei luoghi in cui è in gioco il futuro dell’uomo e dell’umanità, affinché le decisioni prese non siano guidate unicamente da interessi politici ed economici che disconoscono la dignità delle persone e le esigenze che ne derivano, ma perché vi sia quel supplemento d’anima che ricorda il posto insigne e la dignità dell’uomo. Gli areopaghi che sollecitano oggi la testimonianza dei cristiani sono numerosi (cfr Redemptoris missio, n. 37); vi incoraggio a essere presenti nel mondo; come il profeta Isaia, i cristiani sono posti quali sentinelle in cima alla muraglia (cfr Is 21, 11-12), per discernere le sfide umane delle situazioni presenti, per percepire nella società i germi di speranza e per mostrare al mondo la luce della Pasqua, che illumina di un nuovo giorno tutte le realtà umane. Cirillo e Metodio, i due fratelli di Salonicco, hanno udito l’appello del Risorto: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15). Partiti per incontrare i popoli slavi, hanno saputo portare loro il Vangelo nella loro lingua. Non solo “svolsero la loro missione nel pieno rispetto della cultura già esistente presso i popoli slavi, ma insieme con la religione eminentemente e incessantemente la promossero ed accrebbero” (Slavorum Apostoli, n. 26). Che il loro esempio e la loro preghiera ci aiutino a rispondere sempre meglio all’esigenza di inculturazione e a rallegrarci della bellezza di questo volto multiforme della Chiesa di Cristo! 6. Nella sua esperienza personale di credente e nel suo ministero di apostolo, Paolo ha compreso che solo Cristo è il cammino di salvezza, Lui che, mediante la grazia, riconcilia gli uomini fra di loro e con Dio. “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo” (Ef 2, 14). L’Apostolo si è poi fatto difensore dell’unità, in seno alle comunità e anche fra di esse, poiché ardeva della “preoccupazione per tutte le Chiese” (2 Cor 11, 28)! La passione per l’unità della Chiesa deve essere quella di tutti i discepoli di Cristo. “Purtroppo, le tristi eredità del passato ci seguono ancora oltre la soglia del nuovo millennio…, ancora tanto cammino rimane da fare” (Novo millennio ineunte, n. 48). Tuttavia ciò non ci deve scoraggiare; il nostro amore per il Signore ci spinge a impegnarci sempre più a favore dell’unità. Per fare nuovi passi in tal senso è importante “ripartire da Cristo” (Ibidem, n. 29). “È sulla preghiera di Gesù, non sulle nostre capacità, che poggia la fiducia di poter raggiungere anche nella storia, la comunione piena e visibile di tutti i cristiani… Il ricordo del tempo in cui la Chiesa respirava con “due polmoni” spinga i cristiani d’Oriente e d’Occidente a camminare insieme, nell’unità della fede e nel rispetto delle legittime diversità, accogliendosi e sostenendosi a vicenda come membra dell’unico Corpo di Cristo” (Ibidem, n. 48)! La Vergine Maria ha accompagnato con la sua preghiera e con la sua presenza materna la vita e la missione della prima comunità cristiana, attorno agli Apostoli (cfr At 1, 14). Ha ricevuto con essi lo Spirito di Pentecoste! Che Ella vegli sul cammino che dobbiamo percorrere ora, per procedere verso la piena unità con i nostri fratelli d’Oriente e per compiere gli uni verso gli altri, con disponibilità ed entusiasmo, la missione che Cristo Gesù ha affidato alla sua Chiesa! Che la Vergine Maria, tanto venerata nel vostro Paese e in particolare nei santuari delle isole, come Vergine dell’Annunciazione nell’isola di Tinos, e con il nome di Nostra Signora della Pietà a Funeromeni nell’isola di Syros, ci conduca sempre a suo Figlio Gesù (cfr Gv 2, 5)! È lui Cristo, è lui il Figlio di Dio, “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” venuta nel mondo (Gv 1, 9)! Forti della speranza che proviene da Cristo e sostenuti dalla preghiera fraterna di tutti coloro che ci hanno preceduti nella fede, continuiamo il nostro pellegrinaggio terreno come veri messaggeri della Buona Novella, felici della lode pasquale che dimora nel nostro cuore e desiderosi di condividerla con tutti:
“Lodate il Signore, popoli tutti,
voi tutte, nazioni, dategli gloria;
perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura in eterno” (Sal 116).

San Paolo, El Greco

San Paolo, El Greco dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) spablo

http://www.geocities.com/SoHo/Museum/8225/spablo.htm

mi è arrivata ieri sera da un amico che si chiama Alfonso, c’è il testo di spiegazione in spagnolo lo metto (non traduco, non sono capace):

San Pablo, girado hacia su lado derecho, nos representa la figura de un hombre enjuto, maduro, conbarbas y cabellos negros ligeramente tocados de canas, está vestido con túnica azul y un manto carmesí claro. Lleva en su mano derecha una gran espada o mandoble, instrumento que fué de su martirio, así mismo en su mano izquierda lleva un papel, donde reza la inscripción « A Tito, primer obispo de la iglesia de los cretenses, consagrado por imposición de manos », esta inscripción es la dedicatoria de la carta de San Pablo a Tito, obispo de la isla de Creta. Es realmente significativa la elección de El Greco de este texto, tal vez un recuerdo de su tierra natal.

professor Buscemi, stralcio dal libro: San Paolo…sulla « redenzione » e « giustificazione

stralcio dal libro: Buscemi A. M., San Paolo, vita opera messaggio, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1996 

LETTERA AI ROMANI 

sulla « redenzione » e « giustificazione » 

pagg.  190-193 

Il professore ha cominciato a parlare della lettera ai Romani nella pagina precedente l’inizio di questo stralcio, scrive dell’esordio molto solenne della lettera, del desiderio di Paolo di visitare la Chiesa di Roma, fino a che non avrà anche a loro annunciato il vangelo che è salvezza di chiunque crede, di questa salvezza hanno bisogno tutti i popoli – scrive ancora – pagani e giudei, tutta l’umanità è soggetta al peccato ed è bisognosa di giustificazione (Rm 3,1-20), (pag 190), di qui inizia lo stralcio che si vuole riportare e che riguarda la redenzione dell’uomo e la « giustificazione »: 

« La redenzione non viene dall’uomo, ma è data gratuitamente da Dio, che nella sua grazia misericordiosa  ha costituito Cristo « quale propiziatorio » (Rm 3,25) nel suo proprio sangue, in modo che egli fosse espiazione perfetta e totale dei peccati i tutti gli uomini alla sola condizione di credere in lui (Rm 3,21-31). Infatti come Abramo fu giustificato per la fede, così tutti gli uomini vengono giustificati non in virtù delle opere che compiono, ma solo in virtù della fede. Le parole: « Abramo credette e gli fu computato a giustizia » (Gen 15,6) non furono scritte soltanto per lui, ma anche per noi che crediamo in Colui che risuscitò dai morti Gesù Cristo Signore nostro, il quale fu dato alla morte per i nostri peccati e fu risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4,1-25). 

Tale giustificazione è pegno di salvezza eterna per tutti noi « perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rm 5,5). Lo prova il fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8). La sua morte ci ha procurato la giustizia e ci ha ristabilito nel piano salvifico di Dio, violato dalla disobbedienza di Adamo, a causa del quale è entrato nel mondo il peccato e la morte. Ma dove abbondò il peccato, lì sovrabbondò la grazia, per mezzo di Gesù Cristo che ci ha meritato giustizia e vita (Rm 5, 1-21). 

Morti con lui al peccato e risorti alla giustizia di Dio, dobbiamo camminare in novità di vita. Questo passaggio dalla morte alla vita è avvenuto nel battesimo, che ci ha immerso in uno stato permanente di grazia e di amore. È morto l’uomo vecchio, è nato l’uomo nuovo, vivente per Dio nella giustizia e santità e destinato nel Cristo Gesù alla vita eterna (Rm 6,1-23). 

La liberazione del cristiano dal peccato non potrà essere completa se non diviene anche liberazione dalla legge, che è lo strumento che attualizza il potere del peccato sull’uomo. Non la legge sia di per sé cattiva, essa è santa, giusta e buona, ma è il peccato che, per manifestarsi, l’ha trasformata in strumento di schiavitù e di morte. La legge è spirituale, ma il dramma di chi la segue sta nel fatto che essa non riesce a liberarlo dalla forza vincolante del peccato. Così l’uomo, a causa della legge, si trova diviso nel suo intimo: da una parte, per quanto riguarda la ragione, sente il precetto di Dio, ma dall’altra, per ciò che riguarda la carne, lo respinge e serve alla legge del peccato (Rm 7,1-25). Solo Cristo ci ha liberato da questo lacerante dramma interiore, perché ci ha donato lo Spirito della vita che è libertà dalla legge del peccato e della morte. Questo Spirito abita in noi, ci conduce verso la pienezza della vita, ci testimonia continuamente di essere figli di Dio: Lasciandosi guidare da lui, il cristiano non vive più da debitore della carne, ma da figlio di Dio, che attende insieme a tutta la creazione la redenzione del corpo e la rivelazione piena della gloria di Dio, per essere conforme all’immagine del Figlio suo e vivere nel suo amore, dal quale nessuna cosa ci può separare, perché la sua vita è divenuta la nostra vita (Rm 8, 1-39. » 

1234

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01