Archive pour juillet, 2008

LA CHIESA SPOSA DI CRISTO NELL’EPISTOLARIO PAOLINO

6. LA CHIESA SPOSA DI CRISTO NELL’EPISTOLARIO PAOLINO

 

stralcio dal libro di Battaglia V., Il Signore Gesù Sposo della Chiesa, EDB 2001

Capitolo primo, 6, pagg. 58-62;

per quanto riguarda le note, metto solamente quelle in riferimento a citazioni;

Padre Vincenzo Battaglia ofm., docente di Teologia Dogmatica nella Pontifica Università « Antonianum » di Roma;

 

« Sono molte le immagini con le quali la Chiesa viene designata nell’epistolario paolino: ciascuna ne sotto linea un aspetto specifico, ma « c’è una realtà che tutte le accomuna ed è l’esperienza di una relazione interpersonale che coinvolge tutta l’esistenza dei cristiani come comunione e partecipazione di vita con Cristo e tra di loro » nota 1. In questo orizzonte l’immagine della sposa oltre che a mostrare con efficacia il rapporto interpersonale definitivo tra la Chiesa e il Signore Gesù, soprattutto se letta in relazione con l’immagine del corpo e con il ruolo di Cristo come Capo del corpo, si rivela particolarmente adatta a descrivere la tensione, tipica dell’escatologia cristiana, tra il già della comunione con il Signore e il non ancora della pienezza e della definitività attese per il giorno della sua parusia (2Cor 11,2; Ef 5,21-33, specialmente 25-32).

6.1. La Chiesa come sposa promessa di Cristo (2Cor 11,2)

La tensione escatologica cui si è accennato sopra attraversa il testo di 2Cro 11,2: « Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi ad un unico sposo, per presentarvi quale vergine asta a Cristo ». Qui l’apostolo paolo, rifacendosi al rituale del matrimonio ebraico, si presenta come l’amico dello Sposo che ha l’incarico di provvedere a che la comunità di Corinto, la quale è stata già riservata in modo definitivo per il Cristo e appartiene perciò solo a lui, arrivi al giorno in cui saranno celebrate le nozze e incomincerà ad abitare per sempre con il suo Sposo avendo conservato integra la propria fedeltà. Pertanto, siccome è a lui che spetta il compito di presentare la sposa allo Sposo, esorta con vigore la comunità cristiana a vivere nella , cioè nella fedeltà esclusiva al suo Signore. Fedeltà che consiste anche nel mantenere integra la fede nel vangelo predicato dall’apostolo, senza farsi traviare dal primo venuto, senza farsi sedurre dai falsi predicatori, i quali mirano a far deviare dalla semplicità e dalla purezza nei confronti di Cristo (2Cor 11,3-6).

6.2. Il rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa suo Corpo in Ef 5, 21-33

Il brano di Ef 5,21-33 appartiene al genere letterario della parenesi domestica e contiene tutta una serie di esortazioni rivolte ai coniugi sulla base di una motivazione teologica ben precisa: il rapporto sponsale tra Cristo e la Chiesa. Qui la tensione escatologica si stempera, pur senza scomparire, in quanto l’attenzione è rivolta al legame nuziale che, nel presente, unisce il Cristo alla Chiesa. Questo legame – che riguarda non più solo una comunità particolare, come nel caso di 2Cor 11,2, ma la Chiesa universale – è stato posto in essere dal Cristo mediante il sacrificio di sé compiuto sulla croce, con il quale ha dimostrato l’immensa gratuità che caratterizza il suo amore per la Chiesa: « Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei (5,25b). Avendola scelta come propria sposa, egli se l’è assicurata pagando il prezzo dovuto – il mohar, secondo gli usi ebraici – e questo prezzo coincide con il dono di sé. Di conseguenza, mediante la propria morte l’ha purificata e santificata: e ora l’efficacia della sua morte avvenuta una volta per sempre agisce nel tempo quando si celebra il battesimo (5,26). C’è però dell’altro. Il Signore Gesù non ha affidato la sposa ad alcun amico o intermediario, ma è lui stesso che l’ha condotta e la conduce quotidianamente a sé. È lui stesso a « farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa ed immacolata » (5,27) e porterà a termine questo compito nel giorno della sua parusia. L’aggettivo possessivo che si trova nell’espressione « la sua Chiesa » sta a dire quanto dia chiara nella mente dell’autore la certezza che il Cristo ha unito a sé in modo indissolubile la Chiesa e la sente tutta sua. Perciò le dedica ogni cura e provvede a lei in tutto (5,28-30).

Questo secondo aspetto del rapporto nuziale è fondato sulla dottrina della chiesa come corpo di Cristo alla quale si fa riferimento in 5,29-30. Questa dottrina, enunciata nel v. 23c: « …Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo », è reperibile in vari luoghi della lettera (cfr. 1,22-23; 2,18; 3,6; 4,4.15-16). Inoltre, va compresa all’interno della luce di tuta la concezione paolina relativa all’immagine di « corpo di Cristo>, che rappresenta « il frutto più maturo del pensiero ecclesiologico neotestamentario » nota 2. e che esprime in modo esplicito il rapporto con il Cristo. Cosa che non rientra, almeno immediatamente, nelle immagini di , , .

« La chiesa rimane nel Nuovo Testamento il , ma è un popolo di Dio costituito a nuovo in Cristo e su Cristo. La sua nuova e particolarissima forma viene designata nella maniera più felice come ; con questo concetto è permesso studiare nel migliore dei modi totalità e articolazione, fondamento e fine, vita e crescita della Chiesa » nota 3.

Per cui tutte le comunità meritano di essere chiamate (Rm 16,16), o (1Ts 2,14; cfr. Gal 1,22). Ora, in linea generale, va detto che, nell’attribuire alla comunità cristiana l’immagine del corpo, l’apostolo segue tre orientamenti: la paragona al corpo umano (Rm 12,4-58; 1Cor 12,12-30; Ef 4,1-17); la definisce quale corpo di Cristo (Rm 12,5; 1Cor 6,15; 12,27; Col 1,24; Ef 1,23; 4,12; 5,30); assegna a Cristo la funzione di capo/testa di questo corpo (Ef 1,22;4,15-16; Col 1,18; 2,19). In secondo luogo, se nella Lettera ai Romani e la prima Lettera ai Corinzi mettono a tema soprattutto il rapporto di appartenenza e di immanenza che intercorre tra il Cristo e la Chiesa, quelle deutero paoline agli Efesini e ai Colossesi, attribuendo al Cristo il titolo di capo/testa, insistono piuttosto sulla differenza.

Gesù Cristo in quanto mediatore, svolge quindi la duplice funzione di Signore e fonte di vita del suo corpo che è la Chiesa. Sono questi, infatti, i due significati principali del titolo cristologico Kephalé. Per un verso il Cristo è colui che sta a capo: egli è il Signore, il Dominatore di tutte le potenze celesti e terrestri, il Sovrano che governa sull’intera creazione. Questa supremazia o primato universale li esercita, in modo del tutto speciale, sulla Chiesa e a favore della Chiesa (cfr. Col 1,18; 2,10; Ef 1,20-23). Per l’altro verso egli è, per la Chiesa, la sorgente della grazia, della vita divina che, fluendo d lui senza interruzione, si espande per tutto il corpo, lo sostiene e lo fa crescere (cfr. Col 2,19; Ef 4,15-16).

La chiesa deve a Cristo la propria esistenza: in proposito Ef 2,15 è l’unico caso in tutto il Nuovo Testamento in cui il Cristo è presentato come autore in prima persona di una creazione, quella « di un solo uomo nuovo » formato dai due popoli da lui riconciliati. essa inoltre, è descritta, con accostamenti di immagini altamente espressivi, come (Ef 2,21) e (Ef 4,16). L’idea appena enunciata trova conferma nella definizione della Chiesa quale di Cristo. Essa <è suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose> (Ef 1,23); cfr. anche Col 1,19; 2,10). Il versetto va inteso come segue: Cristo riempie completamente di sé e della sua grazia redentrice la Chiesa; la Chiesa è totalmente colmata da lui, egli le basta in tutto:

nota 4.

Sulla scorta di questi cenni attinenti il significato del titolo cristologico , ritorniamo ora brevemente sulla descrizione della comunione tra il cristo e la Chiesa in chiave di rapporto sponsale inserita a supporto del brano di Ef 5,21-33).

Nei vv. 23-24 il titolo di attribuito al Cristo ha il senso di Signore: a lui si deve sottomissione. L’attribuzione del titolo viene giustificata con il rimando alla funzione soteriologica: egli è (v 23; cfr. anche Ef 4,12; 5,30). Anzi è il secondo titolo che spiega il primo. Come abbiamo visto, è nell’atto salvifico compiuto con il dono di sé che prende forma e si manifesta interamente l’amore che egli nutre per la Chiesa: infatti, con il purificarla dal peccato l’ha resa santa e immacolata e così l’ha predisposta all’unione sponsale (cfr. vv 25-27 e 5,2). Infine nei vv. 29-30, dove si dice che Cristo nutre e cura la Chiesa, alla quale ogni battezzato appartiene in qualità di membro, riecheggia l’idea presente nella seconda accezione del termine Kephalé cioè quella di principio vitale del corpo (cfr. 4,16).

In ultima analisi, l’insegnamento di Ef 5,21-33 permette di cogliere con evidenza il carattere di reciprocità inerente al rapporto tra il Cristo e la Chiesa disegnato dal paradigma del corpo. In verità la comunione qui evocata pone i soggetti uno di fronte all’altro nella irrevocabilità dell’appartenenza reciproca. nel sottolineare questa conclusione, giova rimandare a un contributo per l’approfondimento che iene offerto dal prendere in considerazione un dato rilevante della spiritualità paolina: l’esito della comunione con Cristo enunciato nei termini di Gal 2,20 non avrebbe alcuna portata reale se la Chiesa, e ogni suo membro, non fossero resi disponibili dallo Spirito Santo a lasciarsi amare e possedere da Cristo nel modo descritto dal paradigma sponsale. L’uso di questo paradigma – vale la pena ripeterlo- comporta e garantisce l’unione vicendevole, la donazione reciproca,come si evince dalla citazione di Gen 2,24 fatta per intero in Ef 5,31, la quale riceve un senso nuovo dal versetto successivo: « Questo misero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa ».

La comunione con Cristo non avrebbe alcuna portata reale, quindi se egli non unisse a sé la Chiesa come suo e i singoli credenti come le proprie . Egli, infatti, in forza dell’efficacia redentrice che inerisce al proprio sacrificio pasquale, ha fatto della Chiesa una sua proprietà esclusiva (cfr. 1Cor 6,15-20), un’entità che appartiene ormai intrinsecamente, indissolubilmente alla sua persona – questo sta a dire l’immagine del corpo! – e senza la quale egli non sarebbe « Dio con noi ».

NOTE:

1. (52 nel testo) E. Franco, « Chiesa come Koinonía: immagini, realtà, mistero », in Rivista Biblica 44 (1996) 157-192 (159).

2. (57 nel testo) R. Schnackenburg, La chiesa nel Nuovo testamento, Morcelliana, Brescia 1975, 176.

3. (58 nel testo) Ivi, 176.

4. (61 nel testo) Penna R., Lettera agli Efesini, 124.

24 luglio – A San paolo, preghiera

 24 luglio - A San paolo, preghiera dans 1. CON TE PAOLO 1075734235273
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stammattina la preghiera a San Paolo che mi è sorta nel cuore l’ho scritta per ricordare i momenti in cui Paolo è particolarmente vicino, con la sua presenza e con la sua parola, riporto la preghiera che ho scitto come in quel momento  così come l’ho appuntata in un mio quaderno:

24 luglio 2008

Paolo, tu vieni sempre quando soffro, al di la dei meriti, che non ne ho, vieni con la tua Parola, che è quella di Dio, hai raccolto nell’Ufficio e nelle Lodi del mattino tutte le parole, gli incoraggiamenti, l’amore di Dio ed il tuo, grazie Paolo;

« Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostre Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo » (Ef 1,3)

XVI SETTIMANA DEL T.O.

XVI SETTIMANA DEL T.O. dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

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DOMENICA 20 LUGLIO 2008

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura   Rm 8, 26-27
26.
Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27. e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio. 

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 1, 1-14

1. Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Timòteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto e a tutti i santi dell`intera Acaia: 2 grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. 3 Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4 il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. 5 Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. 6 Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. 7 La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siete anche della consolazione. 8 Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. 9 Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. 10 Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora, 11 grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci da molte persone, siano rese grazie per noi da parte di molti. 12 Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio. 13 Non vi scriviamo in maniera diversa da quello che potete leggere o comprendere; spero che comprenderete sino alla fine, 14 come ci avete già compresi in parte, che noi siamo il vostro vanto, come voi sarete il nostro, nel giorno del Signore nostro Gesù.

Responsorio Sal 93, 18-19; 2 Cor 1, 5
R. La tua grazia, Signore, mi ha sostenuto; * oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato.
V. Come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la consolazione:
R. oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato.

LODI

Lettura Breve 2 Tm 2, 8.11-13
8. Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti. Certa è questa parola: 11.Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; 12. se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; 13. se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve Eb 12, 22-24
22. Voi vi siete accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa 23. e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, 24. al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele.

LUNEDÌ 21 LUGLIO 2007

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 1, 15 – 2, 11
1,15. Fratelli, avevo deciso in un primo tempo di venire da voi, perché riceveste una seconda grazia, 16. e da voi passare in Macedonia, per ritornare nuovamente dalla Macedonia in mezzo a voi ed avere da voi il commiato per la Giudea. 17. Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? O quello che decido lo decido secondo la carne, in maniera da dire allo stesso tempo «sì,sì» e «no,no,»? 18. Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no». 19. Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu «sì» e «no», ma in lui c’è stato il «sì». 20. E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute «sì». Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria. 21. E’ Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l’unzione, 22. ci ha impresso il sigillo e ci ha dato 23. la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori. 23. Io chiamo Dio a testimone sulla mia vita, che solo per risparmiarvi non sono più venuto a Corinto. Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi. 2,1. Ritenni pertanto opportuno non venire di nuovo fra voi con tristezza. 2. Perché se io rattristo voi, chi mi rallegrerà se non colui che è stato da me rattristato? 3. Perciò vi ho scritto in quei termini che voi sapete, per non dovere poi essere rattristato alla mia venuta da quelli che dovrebbero rendermi lieto, persuaso come sono riguardo a voi tutti che la mia gioia è quella di tutti voi. 4. Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, però non per rattristarvi, ma per farvi conoscere l’affetto immenso che ho per voi. 5. Se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me soltanto, ma in parte almeno, senza voler esagerare, tutti voi. 6. Per quel tale però è già sufficiente il castigo che gli è venuto dai più, 7. cosicché voi dovreste piuttosto usargli benevolenza e confortarlo, perché egli non soccomba sotto un dolore troppo forte. 8. Vi esorto quindi a far prevalere nei suoi riguardi la carità; 9. e anche per questo vi ho scritto, per vedere alla prova se siete effettivamente obbedienti in tutto. 10. A chi voi perdonate, perdono anch’io; perché quello che io ho perdonato, se pure ebbi qualcosa da perdonare, l’ho fatto per voi, davanti a Cristo, 11. per non cadere in balìa di satana, di cui non ignoriamo le macchinazioni.

Responsorio
2 Cor 1, 21-22; cfr. Dt 5, 2. 4
R. Dio stesso ci conferma in Cristo: ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo * e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori.
V. Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un’alleanza, ci ha parlato a faccia a faccia.
R. e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori.

MEMORIA FACOLTATIVA

oggi è memoria facoltativa di Santa Prassede di Roma, la Basilica non è lontana da casa mia, lo so che non c’entra niente, ma l’ho visitata diverse volte, tutta la storia non la ricordo, ma il riferimento a San Paolo c’è nella vita di Santa Prassede, metto la storia della Santa dal sito: Santi, Beati e Testimoni, le due foto le ho fatte io (non sono molto belle):

 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

porta d’entrata laterale della Basilica

Cappella di San Zenone, una è Maria, l’altra Santa Prassede, l’altra Santa Pudenziana, la quarta non lo so, quale è Santa Prassede non lo so e, per ora, non ho trovato chi lo sapesse

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Santa Prassede di Roma Vergine e martire

21 luglio – II sec.

Fu vittima con la sorella Pudenziana (festeggiata il 19 maggio) delle persecuzioni. Riposa nella basilica romana che porta il suo nome insieme ad altri martiri. (Avvenire); Etimologia: Prassede = colei che agisce, dal greco; Emblema: Giglio, Palma; Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di santa Prassede, sotto il cui nome fu dedicata a Dio una chiesa sul colle Esquilino. Il suo nome abbinato a quello di s. Pudenziana martire romana sua sorella, figura negli itinerari del sec. VII dai quali risulta che esse erano venerate dai pellegrini nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria. Inoltre sono menzionate nel ‘Kalendarium Vaticanum’ della basilica di s. Pietro del XII secolo, Pudenziana al 19 maggio e Prassede sua sorella il 21 luglio. La loro vita è raccontata nei ‘Leggendari’ o ‘Passionari’ romani, essi furono composti intorno al V-VI sec. ad uso dei chierici e dei monaci per fornire loro le preghiere per gli Uffici religiosi, sia per edificanti e pie letture; i ‘Passionari’ racconti delle vite e delle sofferenze dei santi martiri, si diffusero largamente negli ambienti religiosi dell’Alto e Basso Medioevo. Le ‘Gesta’ delle due sante martiri, raccontano, che Pastore, prete di Roma, scrive a Timoteo discepolo di s. Paolo, che Pudente ‘amico degli Apostoli’, dopo la morte dei suoi genitori e della moglie Savinella, aveva trasformato la sua casa in una chiesa con l’aiuto dello stesso Pastore. Poi Pudente muore lasciando quattro figli, due maschi Timoteo e Novato e due femmine Pudenziana e Prassede. Le due donne con l’accordo del prete Pastore e del papa Pio I (140-155), costruiscono un battistero nella chiesa fondata dal padre, convertendo e amministrando il battesimo ai numerosi domestici e a molti pagani, il papa visita spesso la chiesa (titulus) e i fedeli, celebrando la Messa per le loro intenzioni. Pudenziana (Potentiana) muore all’età di sedici anni, forse martire e viene sepolta presso il padre Pudente, nel cimitero di Priscilla, sulla via Salaria. Dopo un certo tempo, anche il fratello Novato si ammala e prima di morire dona i suoi beni a Prassede, a Pastore e al papa Pio I. Il racconto prosegue con una lettera inviata dai tre suddetti all’altro fratello Timoteo, per chiedergli di approvare la donazione ricevuta. Timoteo, che evidentemente era lontano, risponde affermativamente, lasciandoli liberi di usare i beni di famiglia. Allora Prassede chiede al papa Pio I, di edificare una chiesa nelle terme di Novato (evidentemente di sua proprietà) ‘in vico Patricius’, il papa acconsente intitolandola alla beata vergine Pudenziana (Potentiana), inoltre erige un’altra chiesa ‘in vico Lateranus’ intitolandola alla beata vergine Prassede, probabilmente una santa omonima. Due anni dopo scoppia un’altra persecuzione e Prassede nasconde nella sua chiesa (titulus) molti cristiani; l’imperatore Antonino Pio (138-161) informato, ne arresta e condanna a morte molti di loro, compreso il prete Semetrius; Prassede durante la notte provvede alla loro sepoltura nel cimitero di Priscilla, ma molto addolorata per questi eventi, ottiene di morire martire anche lei qualche giorno dopo. Il prete Pastore seppellisce anche lei vicino al padre Pudente e alla sorella Pudenziana. Il racconto delle ‘Gesta’ delle due sante è fantasioso, opera senz’altro di un monaco o pio chierico del V-VI secolo. La loro esistenza comunque è certa, perché esse sono menzionate in molti antichi codici. Il 20 gennaio 817 il papa Pasquale I fece trasferire i corpi di 2300 martiri dalle catacombe o cimiteri, all’interno della città, per preservarli dalle devastazioni e sacrilegi già verificatesi durante le invasioni dei Longobardi; le reliquie furono distribuite nelle varie chiese di Roma. Quelle di s. Pudenziana nella chiesa di s. Pudente suo padre e quelle di Prassede nella chiesa di s. Prassede che secondo alcuni studiosi non erano la stessa persona. Il corpo di s. Pudenziana (Potentiana) venne traslato sia nel 1586, che nel 1710, quando fu restaurata la chiesa poi a lei intitolata, sotto l’altare maggiore; dal IV secolo fino a tutto il VI secolo la chiesa portava il nome del fondatore Pudente (Ecclesiae Pudentiana); dal VII secolo la chiesa cambiò prima il nome in “Ecclesiae S. Potentianae” e poi dal 1600 ad oggi esclusivamente in chiesa di S. Pudenziana, trasferendo così l’intitolazione dal nome del padre a quella della figlia. Per quanto riguarda le reliquie di s. Prassede, anch’esse riposano nella chiesa che porta il suo nome, insieme ad alcune della sorella e di altri martiri, raccolte in quattro antichi sarcofagi nella cripta. La celebrazione liturgica è rimasta divisa: s. Prassede al 21 luglio e s. Pudenziana il 19 maggio. Una delle più antiche rappresentazioni delle due sante sorelle è un affresco del IX secolo ritrovato nel 1891 nella chiesa Pudenziana, che le raffigura insieme a s. Pietro, inoltre le si vede insieme alla Madonna in una pittura murale in fondo alla cripta della chiesa di santa Prassede, come pure nel grandioso mosaico della conca absidale della stessa chiesa, donato da papa Pasquale I. Ad ogni modo le due chiese sono un concentrato di opere d’arte a cui si sono dedicati artisti di ogni tempo, per rendere omaggio alle due sante sorelle romane, testimoni dell’eroicità dei cristiani dei primi secoli. Autore: Antonio Borrelli

VESPRI

Lettura breve 1 Ts 3, 12-13
12. Il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come
è il nostro amore verso di voi, 13. per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.

MARTEDÌ 22 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 2, 12 – 3, 6

2,12. Fratelli, quando giunsi a Tròade per annunziare il vangelo di Cristo, sebbene la porta mi fosse aperta nel Signore, 13. non ebbi pace nello spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; perciò, congedatomi da loro, partii per la Macedonia. 14. Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! 15. Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; 16. per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita. E chi è mai all’altezza di questi compiti? 17. Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo. 3, 1. Cominciamo forse di nuovo a raccomandare noi stessi? O forse abbiamo bisogno, come altri, di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra? 2. La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori conosciuta e letta da tutti gli uomini. 3. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori. 4. Questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. 5. Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, 6. che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita.

Responsorio 
   Cfr. 2 Cor 3, 4. 6. 5
R. Questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio, * che ci ha resi ministri di una Nuova Alleanza, non nella lettera ma nello spirito.
V. Da noi stessi non sappiamo pensare qualcosa che venga da noi, ma la nostra capacità viene da Dio,
R. che ci ha resi ministri di una Nuova Alleanza, non nella lettera ma nello spirito.

LODI

Lettura Breve Rm 12, 1-2
1. Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

VESPRI

Lettura breve Rm 8, 28-30
28. Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30. quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.

MERCOLEDÌ 23 LUGLIO 2008

SANTA BRIGIDA (festa)

LODI

Lettura Breve Rm 12, 1-2
1. Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

VESPRI

Lettura Breve Rm 8, 28-30
28. Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, 30. perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.

GIOVEDÌ 24 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 4, 5-18
5. Noi fratelli, non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. 6. E Dio che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre» (Gn 1, 3), rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. 7. Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. 8. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; 9. perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, 10. portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. 11. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. 12. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita. 13. Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato (Sal 115, 10), anche noi crediamo e perciò parliamo, 14. convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. 15. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio. 16. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. 17. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, 18. perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.
 
Responsorio Cfr. 2 Cor 4, 6; Dt 5, 24
R. Dio che disse: Rifulga la luce delle tenebre, * fa risplendere nei nostri cuori la gloria che illumina il volto di Cristo.
V. Il Signore nostro Dio ci ha mostrato la sua gloria e la sua grandezza, e noi abbiamo udito la sua voce:
R. fa risplendere nei nostri cuori la gloria che illumina il volto di Cristo.

Seconda Lettura
Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo
(Sal 43, 89-90; CSEL 64, 324-326)

Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto
«Perché nascondi il tuo volto?» (Sal 43, 25). Noi crediamo che Dio distolga da noi il suo volto quando ci troviamo in qualche tribolazione. Allora sul nostro spirito si stende un velo tenebroso, che ci impedisce di scorgere il fulgore della verità. Ma se Dio fa attenzione alla nostra intelligenza e si degna di visitare la nostra mente, siamo sicuri che nulla ci può gettare nell’oscurità. Già il volto dell’uomo è come una luce per chi lo guarda. Da esso veniamo a conoscere uno sconosciuto o riconosciamo una persona nota. Chi mostra il volto viene per ciò stesso identificato. Se allora il volto dell’uomo è come una luce, quanto più non lo sarà il volto di Dio per chi lo guarda? «E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6). Abbiamo sentito dunque dove Cristo brilla in noi. Egli infatti è lo splendore eterno delle anime, mandato dal Padre sulla terra per illuminarci con la luce del suo volto, perché potessimo osservare le cose eterne e celesti, noi che prima eravamo immersi nelle tenebre della terra. Ma perché parlare di Cristo, quando anche l’apostolo Pietro disse a quello storpio dalla nascita: «Guarda verso di noi»? (At 3, 4). Egli guardò verso Pietro e fu illuminato dalla grazia della fede; infatti non avrebbe ricevuto il rimedio della sanità se non avesse creduto con fede. Nonostante tutta questa luce di gloria, presente negli apostoli, Zaccheo preferì, giustamente, quella di Cristo. Sentendo che passava il Signore, salì su un albero, perché, essendo di bassa statura e piccolo, non poteva vederlo in mezzo alla folla. Vide Cristo e trovò la luce; lo vide, e mentre prima rubava le cose altrui, dopo distribuì le sue.  «Perché nascondi il tuo volto?» (Sal 43, 25). O meglio: Anche se distogli lo sguardo da noi, rimane ugualmente in noi l’impronta luminosa del tuo volto (cfr. Sal 4, 7). La teniamo nei nostri cuori e risplende nell’intimo dello spirito: nessuno infatti può sussistere, se tu distogli completamente da noi il tuo volto.

Responsorio Sal 4, 7; cfr. Eb 10, 32
R. Molti dicono. Chi ci farà vedere il bene? * Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.
V. Richiamate alla memoria quei primi giorni, quando, ormai illuminati, avete dovuto sopportare una grande e penosa lotta.
R. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.

LODI

Lettura Breve Rm 8, 18-21
18. Io ritengo, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. 19. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20. essa infatti è stata sottomessa alla caducità — non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa — e nutre la speranza 21. di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.

VESPRI

Lettura breve Cfr. Col 1, 23
23.Rimanete fondati e fermi nella fede e non vi lasciate allontanare dalla speranza promessa nel Vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunziato ad ogni creatura sotto il cielo.

VENERDÌ 25 LUGLIO 2008

SAN GIACOMO APOSTOLO (festa)

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura 2 Cor 4, 7-15
7. Fratelli, noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. 8. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; 9. perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, 10. portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. 11. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. 12. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita. 13. Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: « Ho creduto, perciò ho parlato », anche noi crediamo e perciò parliamo, 14. convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. 15. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio. 

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 4, 1-16
1. Fratelli, ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 2. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. 3. A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, 4. perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! 5. Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio. 6. Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. 7. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto? 8. Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. 9. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. 10. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. 11. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, 12. ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; 13. calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi. 14. Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. 15. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. 16. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!

LODI

Lettura Breve Ef 2, 19-22
19. Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20. edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22. in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

VESPRI

Lettura Breve Ef 4, 11-13
11. Cristo ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, 12. per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, 13. finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.

SABATO 26 LUGLIO 2008

SS. GIOACCHINO ED ANNA (memoria)

UFFICIO DELLE LETTURE

prima lettura

Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 6, 1 – 7, 1

1 E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. 2 Egli dice infatti: Al  momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! 3 Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il nostro ministero; 4 ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, 5 nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; 6 con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero; 7 con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; 8 nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; 9 sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte; 10 afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto! 11 La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. 12 Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. 13 Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore! 14 Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? 15 Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? 16 Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo. 17 Perciò uscite di mezzo a loro e riparatevi, dice il Signore, non toccate nulla d’impuro. E io vi accoglierò, 18 e sarò per voi come un padre e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente. 7,1. In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio.

Responsorio   2 Cor 6, 14. 16; 1 Cor 3, 16
R. Quale rapporto tra la giustizia e l’iniquità? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? * Voi siete il tempio del Dio vivente.
V. Non sapete che siete tempio di Dio e il suo Spirito abita in voi?
R. Voi siete il tempio del Dio vivente.

Benedetto XVI – Giornata missionaria mondiale 2008

du site: 

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/missions/documents/hf_ben-xvi_mes_20080511_world-mission-day-2008_it.html

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2008

« Servi e apostoli di Cristo Gesù »

Cari fratelli e sorelle,

in occasione della Giornata Missionaria Mondiale, vorrei invitarvi a riflettere sullurgenza che permane di annunciare il Vangelo anche in questo nostro tempo. Il mandato missionario continua ad essere una priorità assoluta per tutti i battezzati, chiamati ad essere « servi e apostoli di Cristo Gesù » in questo inizio di millennio. Il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, affermava già nellEsortazione apostolica Evangelii nuntiandi che « evangelizzare è la grazia, la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda » (n. 14). Come modello di questo impegno apostolico, mi piace indicare particolarmente san Paolo, lApostolo delle genti, poiché questanno celebriamo uno speciale giubileo a lui dedicato. È lAnno Paolino, che ci offre lopportunità di familiarizzare con questo insigne Apostolo, che ebbe la vocazione di proclamare il Vangelo ai Gentili, secondo quanto il Signore gli aveva preannunciato: « Va, perché io ti manderò lontano, tra i pagani » (At 22,21). Come non cogliere lopportunità offerta da questo speciale giubileo alle Chiese locali, alle comunità cristiane e ai singoli fedeli, per propagare fino agli estremi confini del mondo lannuncio del Vangelo, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (Rm 1,16)?

1. L’umanità ha bisogno di liberazione

Lumanità ha bisogno di essere liberata e redenta. La creazione stessa – dice san Paolo soffre e nutre la speranza di entrare nella libertà dei figli di Dio (cfr Rm 8,19-22). Queste parole sono vere anche nel mondo di oggi. La creazione soffre. Lumanità soffre ed attende la vera libertà, attende un mondo diverso, migliore; attende la « redenzione ». E in fondo sa che questo mondo nuovo aspettato suppone un uomo nuovo, suppone dei « figli di Dio ». Vediamo più da vicino la situazione del mondo di oggi. Il panorama internazionale, se da una parte presenta prospettive di promettente sviluppo economico e sociale, dallaltra offre alla nostra attenzione alcune forti preoccupazioni per quanto concerne il futuro stesso delluomo. La violenza, in non pochi casi, segna le relazioni tra gli individui e i popoli; la povertà opprime milioni di abitanti; le discriminazioni e talora persino le persecuzioni per motivi razziali, culturali e religiosi, spingono tante persone a fuggire dai loro Paesi per cercare altrove rifugio e protezione; il progresso tecnologico, quando non è finalizzato alla dignità e al bene delluomo né ordinato ad uno sviluppo solidale, perde la sua potenzialità di fattore di speranza e rischia anzi di acuire squilibri e ingiustizie già esistenti. Esiste inoltre una costante minaccia per quanto riguarda il rapporto uomo-ambiente dovuto alluso indiscriminato delle risorse, con ripercussioni sulla stessa salute fisica e mentale dellessere umano. Il futuro delluomo è poi posto a rischio dagli attentati alla sua vita, attentati che assumono varie forme e modalità. Dinanzi a questo scenario « sentiamo il peso dellinquietudine, tormentati tra la speranza e l’angoscia » (Cost. Gaudium et spes, 4) e preoccupati ci chiediamo : che ne sarà dellumanità e del creato? C’è speranza per il futuro, o meglio, c’è un futuro per lumanità? E come sarà questo futuro? La risposta a questi interrogativi viene a noi credenti dal Vangelo. È Cristo il nostro futuro e, come ho scritto nella Lettera enciclica Spe salvi, il suo Vangelo è comunicazione che « cambia la vita », dona la speranza, spalanca la porta oscura del tempo e illumina il futuro dellumanità e delluniverso (cfr n. 2).San Paolo aveva ben compreso che solo in Cristo lumanità può trovare redenzione e speranza. Perciò avvertiva impellente e urgente la missione di « annunciare la promessa della vita in Cristo Gesù » (2 Tm 1,1), « nostra speranza » (1 Tm 1,1), perché tutte le genti potessero partecipare alla stessa eredità ed essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo (cfr Ef 3,6). Era cosciente che priva di Cristo, lumanità è « senza speranza e senza Dio nel mondo (Ef 2,12) senza speranza perché senza Dio » (Spe salvi, 3). In effetti, « chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (Ef 2,12) » (ivi, 27).

2. La Missione è questione di amore

È dunque un dovere impellente per tutti annunciare Cristo e il suo messaggio salvifico. « Guai a me affermava san Paolo se non predicassi il Vangelo! » (1 Cor 9,16). Sulla via di Damasco egli aveva sperimentato e compreso che la redenzione e la missione sono opera di Dio e del suo amore. Lamore di Cristo lo portò a percorrere le strade dellImpero Romano come araldo, apostolo, banditore, maestro del Vangelo, del quale si proclamava « ambasciatore in catene » (Ef 6,20). La carità divina lo rese « tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno » (1 Cor 9,22). Guardando allesperienza di san Paolo, comprendiamo che lattività missionaria è risposta allamore con cui Dio ci ama. Il suo amore ci redime e ci sprona verso la missio ad gentes; è lenergia spirituale capace di far crescere nella famiglia umana larmonia, la giustizia, la comunione tra le persone, le razze e i popoli, a cui tutti aspirano (cfr Enc. Deus caritas est, 12). È pertanto Dio, che è Amore, a condurre la Chiesa verso le frontiere dellumanità e a chiamare gli evangelizzatori ad abbeverarsi « a quella prima originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio » (Deus caritas est, 7). Solo da questa fonte si possono attingere lattenzione, la tenerezza, la compassione, laccoglienza, la disponibilità, linteressamento ai problemi della gente, e quelle altre virtù necessarie ai messaggeri del Vangelo per lasciare tutto e dedicarsi completamente e incondizionatamente a spargere nel mondo il profumo della carità di Cristo.

3. Evangelizzare sempre

Mentre resta necessaria e urgente la prima evangelizzazione in non poche regioni del mondo, scarsità di clero e mancanza di vocazioni affliggono oggi varie Diocesi ed Istituti di vita consacrata. È importante ribadire che, pur in presenza di crescenti difficoltà, il mandato di Cristo di evangelizzare tutte le genti resta una priorità. Nessuna ragione può giustificarne un rallentamento o una stasi, poiché « il mandato di evangelizzare tutti gli uomini costituisce la vita e la missione essenziale della Chiesa » (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 14). Missione che « è ancora agli inizi e noi dobbiamo impegnarci con tutte le forze al suo servizio » (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris missio, 1). Come non pensare qui al Macedone che, apparso in sogno a Paolo, gridava: « Passa in Macedonia e aiutaci »? Oggi sono innumerevoli coloro che attendono lannuncio del Vangelo, coloro che sono assetati di speranza e di amore. Quanti si lasciano interpellare a fondo da questa richiesta di aiuto che si leva dallumanità, lasciano tutto per Cristo e trasmettono agli uomini la fede e lamore per Lui! (cfr Spe salvi, 8).

4. Guai a me se non evangelizzo (1 Cor 9,16)

Cari fratelli e sorelle, « duc in altum« ! Prendiamo il largo nel vasto mare del mondo e, seguendo linvito di Gesù, gettiamo senza paura le reti, fiduciosi nel suo costante aiuto. Ci ricorda san Paolo che non è un vanto predicare il Vangelo (cfr 1 Cor 9,16), ma un compito e una gioia. Cari fratelli Vescovi, seguendo lesempio di Paolo ognuno si senta « prigioniero di Cristo per i gentili » (Ef 3,1), sapendo di poter contare nelle difficoltà e nelle prove sulla forza che ci viene da Lui. Il Vescovo è consacrato non soltanto per la sua diocesi, ma per la salvezza di tutto il mondo (cfr Enc. Redemptoris missio, 63). Come lapostolo Paolo, è chiamato a protendersi verso i lontani che non conoscono ancora Cristo, o non ne hanno ancora sperimentato lamore liberante; suo impegno è rendere missionaria tutta la comunità diocesana, contribuendo volentieri, secondo le possibilità, ad inviare presbiteri e laici ad altre Chiese per il servizio di evangelizzazione. La missio ad gentes diventa così il principio unificante e convergente dellintera sua attività pastorale e caritativa. Voi, cari presbiteri, primi collaboratori dei Vescovi, siate generosi pastori ed entusiasti evangelizzatori! Non pochi di voi, in questi decenni, si sono recati nei territori di missione a seguito dellEnciclica Fidei donum, di cui abbiamo da poco commemorato il 50° anniversario, e con la quale il mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, dette impulso alla cooperazione tra le Chiese. Confido che non venga meno questa tensione missionaria nelle Chiese locali, nonostante la scarsità di clero che affligge non poche di esse.E voi, cari religiosi e religiose, segnati per vocazione da una forte connotazione missionaria, portate lannuncio del Vangelo a tutti, specialmente ai lontani, mediante una testimonianza coerente di Cristo e una radicale sequela del suo Vangelo. Alla diffusione del Vangelo siete chiamati a prendere parte, in maniera sempre più rilevante tutti voi, cari fedeli laici, che operate nei diversi ambiti della società. Si apre così davanti a voi un areopago complesso e multiforme da evangelizzare: il mondo. Testimoniate con la vostra vita che i cristiani « appartengono ad una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata » (Spe salvi, 4).

5. Conclusione

Cari fratelli e sorelle, la celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale vi incoraggi tutti a prendere rinnovata consapevolezza dellurgente necessità di annunciare il Vangelo. Non posso non rilevare con vivo apprezzamento il contributo delle Pontificie Opere Missionarie allazione evangelizzatrice della Chiesa. Le ringrazio per il sostegno che offrono a tutte le Comunità, specialmente a quelle giovani. Esse sono strumento valido per animare e formare missionariamente il Popolo di Dio e alimentano la comunione di persone e di beni tra le varie parti del Corpo mistico di Cristo. La colletta, che nella Giornata Missionaria Mondiale viene fatta in tutte le parrocchie, sia segno di comunione e di sollecitudine vicendevole tra le Chiese. Si intensifichi, infine, sempre più nel popolo cristiano la preghiera, indispensabile mezzo spirituale per diffondere fra tutti popoli la luce di Cristo, « luce per antonomasia » che illumina « le tenebre della storia » (Spe salvi, 49). Mentre affido al Signore il lavoro apostolico dei missionari, delle Chiese sparse nel mondo e dei fedeli impegnati in varie attività missionarie, invocando lintercessione dellapostolo Paolo e di Maria Santissima, « la vivente Arca dellAlleanza », Stella dellevangelizzazione e della speranza, imparto a tutti lApostolica Benedizione.

Dal Vaticano, 11 maggio 2008

BENEDICTUS PP. XVI

Giovanni Paolo II: Cantico cfr Col 1,3.12-20 (5.5.2004)

du site: 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2004/documents/hf_jp-ii_aud_20040505_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 5 maggio 2004

Cantico cfr Col 1,3.12-20
Cristo fu generato prima di ogni creatura,
è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti

Vespri del mercoledì della 1a settimana (Lettura: Col 1,3.12-15.17)

1. Abbiamo ascoltato il mirabile inno cristologico della Lettera ai Colossesi. La Liturgia dei Vespri lo propone in tutte le quattro settimane nelle quali essa si snoda e lo offre ai fedeli come Cantico, ripresentandolo nella veste che forse il testo aveva fin dalle sue origini. Infatti, molti studiosi ritengono che linno potrebbe essere la citazione di un canto delle Chiese dellAsia minore, posto da Paolo nella Lettera indirizzata alla comunità cristiana di Colossi, una città allora fiorente e popolosa. LApostolo, però, non si recò mai in questo centro della Frigia, una regione dellattuale Turchia. La Chiesa locale era stata fondata da un suo discepolo, originario di quelle terre, Epafra. Costui fa capolino nel finale della Lettera insieme allevangelista Luca, «il caro medico», come lo chiama san Paolo (4,14), e con un altro personaggio, Marco, «cugino di Barnaba» (4,10), forse lomonimo compagno di Barnaba e Paolo (cfr At 12,25; 13,5.13), divenuto poi evangelista.2. Poiché avremo occasione di tornare a più riprese in seguito su questo Cantico, ci accontentiamo ora di offrirne uno sguardo dinsieme e di evocare un commento spirituale, elaborato da un famoso Padre della Chiesa, san Giovanni Crisostomo (IV sec. d.C.), celebre oratore e Vescovo di Costantinopoli. Nellinno emerge la grandiosa figura di Cristo, Signore del cosmo. Come la divina Sapienza creatrice esaltata dallAntico Testamento (cfr ad esempio Pr 8,22-31), «egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui »; anzi, «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16-17). Si dispiega, dunque, nelluniverso un disegno trascendente che Dio attua attraverso lopera del Figlio. Lo proclama anche il Prologo del Vangelo di Giovanni quando afferma che «tutto è stato fatto per mezzo del Verbo e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3). Anche la materia con la sua energia, la vita e la luce portano limpronta del Verbo di Dio, «suo Figlio diletto» (Col 1,13). La rivelazione del Nuovo Testamento getta una nuova luce sulle parole del sapiente dellAntico Testamento, il quale dichiarava che «dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce lautore» (Sap 13,5).3. Il Cantico della Lettera ai Colossesi presenta unaltra funzione di Cristo: Egli è anche il Signore della storia della salvezza, che si manifesta nella Chiesa (cfr Col 1,18) e si compie nel «sangue della sua croce» (v. 20), sorgente di pace e di armonia per lintera vicenda umana. Non è, quindi, soltanto lorizzonte esterno a noi ad essere segnato dalla presenza efficace di Cristo, ma anche la realtà più specifica della creatura umana, ossia la storia. Essa non è in balía di forze cieche e irrazionali ma, pur nel peccato e nel male, è sorretta e orientata – per opera di Cristo – verso la pienezza. È così che per mezzo della Croce di Cristo tutta la realtà è «riconciliata» col Padre (cfr v. 20).Linno traccia, in tal modo, uno stupendo affresco delluniverso e della storia, invitandoci alla fiducia. Non siamo un granello di polvere inutile, disperso in uno spazio e in un tempo senza senso, ma siamo parte di un sapiente progetto scaturito dallamore del Padre. 4. Come abbiamo annunziato, passiamo ora la parola a san Giovanni Crisostomo, perché sia lui a coronare questa riflessione. Nel suo Commento alla Lettera ai Colossesi egli si sofferma ampiamente su questo Cantico. Allinizio egli sottolinea la gratuità del dono di Dio «che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce» (v. 12). «Perché la chiama « sorte »?», si domanda il Crisostomo, e risponde: «Per mostrare che nessuno può conseguire il Regno con le proprie opere. Anche qui, come il più delle volte, la « sorte » ha il senso di « fortuna ». Nessuno mostra un comportamento tale da meritare il Regno, ma tutto è dono del Signore. Per questo egli dice: « Quando avete fatto ogni cosa, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare »» (PG 62, 312).Questa benevola e potente gratuità riemerge più avanti, quando leggiamo che per mezzo di Cristo sono state create tutte le cose (cfr Col 1,16). «Da lui dipende la sostanza di tutte le cose – spiega il Vescovo -. Non soltanto le fece passare dal non essere allessere, ma è ancora lui che le sostiene, cosicché, se fossero sottratte alla sua provvidenza, perirebbero e si dissolverebbero Dipendono da lui: infatti, anche solo linclinare verso di lui è sufficiente a sostenerle e a rafforzarle» (PG 62, 319).E a maggior ragione è segno di amore gratuito quanto Cristo viene compiendo per la Chiesa, di cui è il Capo. In questo punto (cfr v. 18), spiega il Crisostomo, «dopo aver parlato della dignità di Cristo, lApostolo parla anche del suo amore per gli uomini: « Egli è il capo del suo corpo, che è la Chiesa », volendo mostrare la sua intima comunione con noi. Colui, infatti, che è così in alto e superiore a tutti, si unì a coloro che sono in basso» (PG 62, 320).

un bellissimo commento a Rm 8, 18-27, di Père Jean Lévêque;

di Jean Lèvêque

(di San Giovanni della Croce ho utilizzato il testo in traduzione italiana che ho, tuttavia non completamente perché è una traduzione dallo spagnolo e il professore ha probabilmente, perché potrebbe aver utilizzato l’originale, letto da testo francese)

(Études, commentaires et homélies, proposés par Jean Lévêque, carme, de la Province de Paris) dal sito:

http://perso.jean-leveque.mageos.com/

Il triplo gemito

Commento spirituale di Rm 8, 18-27

« Rm 8, 18,27

18 Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. 19 La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20 essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l`ha sottomessa – e nutre la speranza 21 di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22 Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23 essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l`adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24 Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? 25 Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. 26 Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27 e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio. »

 

commento spirituale del professore:

Se arrivassimo a fare silenzio, se riuscissimo per un istante ad allontanare il rumore delle nostre passioni o dei nostri desideri insoddisfatti, potremmo percepire, come San Paolo, nel cuore del mondo, nel cuore della storia, un triplo gemito.

Il primo non ha voce e non ne avrà mai: è il gemito della creazione, distorta dall’inizio a causa del peccato dell’uomo, schiava dei capricci dell’uomo, devastata, inquinata e resa sterile dall’ egoismo degli uomini. C’ è questa miseria originale della creazione deviata dall’ uomo dal suo scopo, che il vecchio poeta della Genesi interpretava come una maledizione di Dio:  » Maledetto sia il suolo per causa tua! …spine e cardi produrrà per te.  » (Gn 3,17a. 18a). Ma questo gemito della creazione non è disperato. La creazione geme tutta intera, ma non si rassegna; poiché ha qualcosa da attendere, e conserva la speranza. Al giorno della gloria dove nell’ uomo trasparirà interamente il figlio di Dio, il mondo avrà la sua parte di gloria e di libertà: vibrerà all’ unisono della gloria dell’uomo, in un modo che rimane per noi misterioso.

La creazione geme, non di disperazione, ma d’impazienza, poiché sa, sente, che la sua schiavitù cesserà e che i suoi dolori partoriscono un mondo diverso, realmente fatto per l’ uomo nell’amicizia di Dio.

Ma la creazione, che il genio poetico di Paolo personifica come una madre dolorosa, non è sola a gemere. Gemiamo anche, noi, gli uomini, noi, i credenti, perché dobbiamo attendere l’ accoglienza definitiva, da soli, la salvezza offerta in Gesù Cristo, quindi il momento dell’universo. Siamo adottati, ma ci occorre attendere la consegna del nostro corpo; noi possediamo le primizie dello Spirito, ma è solo un acconto sulla vita eterna.

Gemiamo, perché Dio ci dona di scorgere da lontano, sempre da lontano, e come impercettibili, delle meraviglie protette da uno schermo di gloria, e ciò che afferriamo, per grazia, della sua presenza ravviva la nostra impazienza dell’incontro definitivo: « Dove ti nascondesti, in gemiti, o Diletto? scriveva San Giovanni della Croce, che commenta immediatamente:  » È l’ assenza del Bene-amato che causa un gemito continuo presso quello che ama, perché, non gradendo nulla che Lui, non trova affatto riposo e sollievo. A ciò si riconosce chi ama veramente Dio: non si accontenta di qualcosa che sia meno di Dio (…) All’interno dei nostri cuori dove abbiamo il pegno, noi sentiamo quello che ci da pena, ed è l’ assenza. C’ è, sì, il gemito che abbiamo sempre considerando l’ assenza dell’Amico, soprattutto quando, avendo gustato qualche dolce e « gustosa » comunicazione di Lui, noi rimaniamo aridi e soli, dicendo:  » Simile al cervo fuggisti, dopo avermi ferito; »

Gemiamo a causa anche della nostra speranza, poiché « mette la memoria a vuoto ed in oscurità delle cose di questa vita e di quelle degli altri » (Montée 11.6); « svuota e separa la memoria di qualsiasi possesso, perché, dice San Paolo, la speranza è speranza di ciò di che non si possiede. Così evita alla memoria ciò che può possedersi, e la mette in quello che spera. E questo perché solo la speranza di Dio dispone la memoria per ad unirsi a Dio » (Notte oscura 17,22).

Abbiamo una voce per esprimerci, e tuttavia, allora che si tratta delle cose di Dio, di Dio nell’uomo, gemiamo « interiormente »; poiché queste cose non si richiedono né si ottengono a colpi di furia e d’ impazienza. Occorre « attenderle con perseveranza ».

Così il nostro gemito è allo stesso tempo il segno della nostra speranza e della nostra impotenza: « non sappiamo neppure come sia conveniente domandare. » (Rm 8.. .)

Ma l’ Spirito di Dio « viene in aiuto alla nostra debolezza. » Questa debolezza, che segna inevitabilmente la nostra testimonianza e tutte le nostre imprese missionari, è legata, in profondità, alla nostra condizione di pellegrini ed alle: « sofferenze del tempo presente. » Essa è sempre finitudine e spesso colpevolezza, in ogni caso limite al sapere e ferita della volontà dell’uomo. È questa debolezza che ci rende incapace di sapere « che cosa sia conveniente domandare » cioè a chiedere « secondo Dio » ciò che non è salito (neppure capito) al cuore dell’uomo e che tuttavia Dio prepara per lui.

C’è, sì, anche questa debolezza che ci fa gemere, e, paradossalmente, lo Spirito Santo ci viene in aiuto e geme lui stesso. C’è un terzo gemito, quello che misteriosamente porta e prolunga gli altri due. Nello stesso modo, in effetti, il gemito umano non soffoca il gemito cosmico, come il gemito dello Spirito non interrompe il gemito dell’uomo, ma l’ accompagna per completarlo e condurre a termine.

La nostra impotenza rimane, ma lo Spirito l’abita e l’ orienta verso la gloria, « secondo Dio ». Le parole continuano a mancare, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti senza parole, oltre a qualsiasi parola.

Queste intercessioni dello Spirito restano come un gemito, che attraversa quello del mondo ed entra in risonanza con il nostro, ma grazie a lui il nostro gemito di debolezza diventa realmente filiale e passa in Dio. Tutte le nostre domande impotenti e gementi, la nostra preoccupazione multipla e la nostra ricerca ansiosa del Regno confluiscono allora in una semplice aspirazione alla gloria, « secondo Dio ». E Dio che scruta i cuori legge nel nostro un desiderio che lo Spirito ha fatto suo. Ciò che s’opera così nella profondità delle sofferenze del tempo presente e con il gemito dello Spirito è un parto misterioso alla gloria.

Lo Spirito non è parola. È il soffio di Dio, è sospiro verso Dio; è, poiché, è, allo stesso tempo, Dono del Figlio e Dono del Padre, vuole trasformare tutta la nostra vita in una sola aspirazione filiale verso Dio.

Se il gemito dello Spirito è intraducibile nella nostra lingua di uomini, è senza dubbio perché egli riprende la preghiera del « Primogenito ». Quando Dio esplora il nostro cuore, è questa preghiera che desidera trovare, sotto forma di gemito, di grido o di mormorio, perché questa preghiera soffiata dallo Spirito Santo viene sempre prima del disegno di Dio. Non siamo mai più conformi all’immagine del Figlio che quando lasciamo lo Spirito riprendere in noi la sua preghiera; non inevitabilmente al livello emozionale, ma al livello della fede viva, al livello della consacrazione di tutto il nostro essere, a livello quotidiano della fedeltà e dell’amore. Ovunque dove lo Spirito geme, Dio intende il grido di un figlio o di una figlia. Ovunque dove lo Spirito intercede, l’immagine del Figlio si stampa in un cuore.

Nel frastuono delle città o nel silenzio dei luoghi di preghiera, basta che coincida un momento con il progetto di Dio, con il nostro essere filiale, per intendere nuovamente il gemito dello Spirito. Gemito paradossale, che ci rende felici ed fiduciosi e che sveglia in noi la certezza di essere amati, scelti, consacrati, inviati, con una folla di fratelli. Gemito di speranza, che viene ad essere in noi il seguito più profondo della preghiere: « Abba Padre!  »

XV DOMENICA DEL T.O.

XV DOMENICA DEL T.O.  dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥ 2653017261_c9e3586bd5_b

un bellissimo crocifisso da Canazei:

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XV DOMENICA DEL T.O.

13 LUGLIO 2008

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura Rm 8, 18-23
La creazione attende la rivelazione dei figli di Dio.

18. Fratelli, io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. 19. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20. essa infatti è stata sottomessa alla caducità — non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa — e nutre la speranza 21. di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23. essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

Padre Raniero Cantalamessa commenta la liturgia domenicale:

http://www.zenit.org/article-14963?l=italian

“L’abuso della parola può trasformare la vita in un inferno”

ROMA, venerdì, 11 luglio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima.

XV Domenica del tempo ordinario

Letture: Isaia 55, 10-11; Romani 8,18-23; Matteo 13, 1-23

Un Dio di parola

Le letture di questa domenica parlano della Parola di Dio con due immagini che si richiamano a vicenda: quella della pioggia e quella del seme. Isaia nella prima lettura paragona la Parola di Dio alla pioggia che scende dal cielo e non vi ritorna senza avere irrigato e fatto germogliare i semi; Gesù nel vangelo parla della Parola di Dio come di un seme che cade su terreni diversi e produce frutti diversi. La parola di Dio è seme perché genera la vita ed è pioggia che alimenta la vita, che permette al seme di germogliare. Parlando della parola di Dio diamo spesso per scontato il fatto più sconvolgente di tutti e cioè che Dio parli. Il Dio biblico è un Dio che parla! « Parla il Signore, Dio degli dei, non sta in silenzio », dice il salmo (Sal 50, 1-3); Dio stesso ripete spesso: « Ascolta, popolo mio, voglio parlare » (Sal 50, 7). In ciò la Bibbia vede la differenza più chiara con gli idoli che « hanno bocca, ma non parlano » (Sal 114, 5). Ma che significato dobbiamo dare a espressioni così antropomorfiche come: « Dio disse ad Adamo », « così parla il Signore », « dice il Signore », « oracolo del Signore » e altre simili? Si tratta evidentemente di un parlare diverso dall’umano, un parlare agli orecchi del cuore. Dio parla come scrive! « Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore », dice nel profeta Geremia (Ger 31, 33). Egli scrive sul cuore e anche le sue parole le fa risuonare nel cuore. Lo dice espressamente lui stesso attraverso il profeta Osea, parlando di Israele come di una sposa infedele: « Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore » (Os 2, 16). Dio non ha bocca e fiato umani: la sua bocca è il profeta, il suo fiato lo Spirito Santo. « Tu sarai la mia bocca » dice egli stesso ai suoi profeti, o anche « porrò la mia parola sulle tue labbra ». È il senso della celebre frase: « Mossi da parte di Dio parlarono quegli uomini da parte di Dio » (2 Pt 1, 21). La tradizione spirituale della Chiesa ha coniato per questo modo di parlare diretto alla mente e al cuore l’espressione di « locuzioni interiori ». È tuttavia si tratta di un parlare in senso vero; la creatura riceve un messaggio che può tradurre in parole umane. Così vivido e reale è il parlare di Dio che il profeta ricorda con precisione il luogo, il giorno e l’ora in cui una certa parola « venne » su di lui. Così concreta è la parola di Dio che di essa si dice che « cade » su Israele, come fosse una pietra (Is 9,7), o come fosse un pane che si mangia con gusto: « Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore » (Ger 15, 16). Nessuna voce umana raggiunge l’uomo alla profondità in cui lo raggiunge la parola di Dio. « Essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore » (Eb 4,12). A volte il parlare di Dio è « un tuono potente che schianta i cedri del Libano » (Sal 28), altre volte somiglia al « mormorio di un vento leggero » (1 Re 19,12). Conosce tutte le tonalità del parlare umano. Questa natura interiore e spirituale del parlare di Dio cambia radicalmente nel momento in cui « il Verbo si è fatto carne ». Con la venuta di Cristo, Dio parla anche con voce umana, udibile con gli orecchi non più solo dell’anima, ma anche del corpo. La Bibbia attribuisce, come si vede, alla parola una dignità immensa. Non sono mancati tentativi di cambiare la solenne affermazione con cui Giovanni inizia il suo vangelo: « In principio era la Parola ». Goethe fa dire al suo Faust: « In principio era l’azione » ed è interessante vedere come lo scrittore arriva a questa conclusione. Non posso, dice Faust, dare a « la parola » un valore così alto; forse devo intendere « il senso »; ma può il senso essere ciò che tutto opera e crea? Si dovrà allora dire: « In principio era la forza »? Ma no, un’improvvisa illuminazione mi suggerisce la risposta: « In principio era l’azione ». Ma sono tentativi di correzione ingiustificati. Il Verbo, o Logos, giovanneo contiene tutti i significati che Goethe assegna ad altri termini. Esso, lo si vede nel resto del Prologo, è luce, è vita ed è forza creatrice. Dio creò l’uomo « a sua immagine » proprio perché lo creò capace di parlare, di comunicare e di stabilire dei rapporti. Egli, che ha in se stesso, dall’eternità, una Parola, ha creato l’uomo dotato di parola. Per essere, però, non solo « a immagine », ma anche « a somiglianza » di Dio (Gen 1, 26), non basta che l’uomo parli, bisogna che imiti il parlare di Dio. Ora contenuto e movente del parlare di Dio è l’amore. Dio parla per lo stesso motivo per cui crea: « Per effondere il suo amore su tutte le creature e allietarle con gli splendori della sua gloria », come dice la Preghiera Eucaristica IV. La Bibbia, dall’inizio alla fine, non è che un messaggio d’amore di Dio alle sue creature. I toni possono cambiare, dall’adirato al tenerissimo, ma la sostanza è sempre e solo amore. Dio si è servito della parola per comunicare vita e verità, per istruire e consolare. Questo pone la domanda: noi che uso facciamo della parola? Nel suo dramma Porte chiuse, Sartre ci ha dato una immagine impressionante di quello che può diventare la comunicazione umana, quando manca l’amore. Tre persone vengono introdotte, a brevi intervalli, in una stanza. Non ci sono finestre, la luce è al massimo e non c’è possibilità di spegnerla, fa un caldo soffocante, e non c’è nulla all’infuori di un canapè per ciascuno. La porta naturalmente è chiusa, il campanello c’è, ma non dà suono. Chi sono? Sono tre morti, un uomo e due donne, e il luogo dove si trovano è l’inferno. Non vi sono specchi e ognuno di loro non può vedersi che attraverso le parole dell’altro che gli rimanda l’immagine più brutta di sé, senza nessuna misericordia, anzi con ironia e sarcasmo. Quando, dopo un po’, le loro anime sono diventate nude l’una all’altra e le colpe di cui ci si vergogna di più sono venute a galla una ad una e sfruttate dagli altri senza pietà, uno dei personaggi dice agli altri due: « Ricordate: lo zolfo, le fiamme, la graticola. Tutte sciocchezze. Non c’è nessun bisogno di graticole: l’inferno sono gli Altri ». L’abuso della parola può trasformare la vita in un inferno. San Paolo dà ai cristiani questa regola d’oro a proposito delle parole: « Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano » (Ef 4, 29). La parola buona è la parola che sa cogliere il lato positivo di un’azione e di una persona e, anche quando corregge, non offende; parola buona è quella che dà speranza. Parola cattiva è ogni parola detta senza amore, per ferire e umiliare il prossimo. Se la parola cattiva è uscita dalle labbra, bisognerà ritirarla indietro. Non sono del tutto veri i versi del nostro Metastasio:

« Voce dal sen fuggita

più richiamar non vale;

non si trattien lo strale,

quando dall’arco uscì« .

Si può richiamare una parola uscita di bocca, o almeno limitarne l’effetto negativo, chiedendo scusa. Che dono, allora, per i nostri simili e che miglioramento della qualità della vita in seno alla famiglia e alla società!

ho tradotto un commento spirituale di Padre Jean Lévêque su Rm 8, 18-27, a me sembra molto bello, metto il link:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/07/12/un-bellissimo-commento-a-rm-8-18-27-di-pere-jean-leveque/

LUNEDÌ 14 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

riferimenti

Seconda Lettura
Dal trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn. 8-11; SC 25 bis, 158-160)

Rinasciamo dall’acqua e dallo Spirito Santo
Che cosa hai visto nel battistero? L’acqua certamente, ma non essa sola: là c’erano i leviti che servivano e il sommo sacerdote che interrogava e consacrava. Prima di ogni altra cosa l’Apostolo ti ha insegnato che non dobbiamo «fissare lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili invece sono eterne» (2 Cor 4, 18). E altrove tu leggi che «dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1, 20) è riconosciuta attraverso le sue opere. Per questo il Signore stesso dice: «Anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere» (Gv 10, 38). Credi dunque che là vi è la presenza della divinità. Crederesti, infatti, alla sua azione e non crederesti alla sua presenza? Come potrebbe seguirne l’azione, se prima non precedesse la presenza? Considera, del resto, come questo mistero è antico e prefigurato fin dall’origine stessa del mondo. In principio, quando Dio fece il cielo e la terra «lo Spirito», dice il testo, «aleggiava sulle acque» (Gn 1, 2). Forse non agiva quello che aleggiava? Riconosci che era in azione quando si costruiva il mondo, mentre il profeta ti dice: «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera» (Sal 32, 6). Sulla testimonianza profetica sono appoggiate ambedue le cose: che aleggiava e che operava. Che aleggiasse lo dice Mosè, che operasse lo attesta Davide. Ecco un’altra testimonianza. Ogni uomo era corrotto a causa dei suoi peccati. E soggiunge: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne» (Gn 6, 3). Con ciò Dio dimostra che con l’immondezza della carne e con la macchia di una colpa assai grave la grazia spirituale si allontana. Così Dio, volendo ristabilire quello che aveva dato, fece venire il diluvio e ingiunse a Noè, giusto, di salire nell’arca. Cessando il diluvio prima mandò fuori il corvo, in un secondo tempo fece uscire la colomba, la quale, a quanto si legge, ritornò con un ramo d’olivo. Tu vedi l’acqua, tu vedi l’arca, tu osservi la colomba, e dubiti del mistero? L’acqua è quella nella quale viene immersa la carne perché sia lavato ogni suo peccato. In essa è sepolta ogni vergogna. Il legno è quello al quale fu affisso il Signore Gesù quando pativa per noi. La colomba è quella nella cui figura discese lo Spirito Santo, come hai imparato nel Nuovo Testamento: lo Spirito Santo che ti ispira pace nell’anima e tranquillità alla mente.

MARTEDÌ 15 LUGLIO

San Bonaventura Vescovo e Dottore della Chiesa (m)

UFFICIO DELLE LETTURE

riferimenti

Seconda Lettura
Dall’opuscolo «Itinerario della mente a Dio» di san Bonaventura, vescovo
(Cap. 7,1.2.4.6; Opera omnia, 5,312-313)

La mistica sapienza rivelata mediante lo Spirito Santo
Cristo è la via e la porta. Cristo è la scala e il veicolo. E il propiziatorio collocato sopra l’arca di Dio (cfr. Es 26,34). È «il mistero nascosto da secoli» (Ef 3,9). Chi si rivolge a questo propiziatorio con dedizione assoluta, e fissa lo sguardo sul crocifisso Signore mediante la fede, la speranza, la carità, la devozione, l’ammirazione, l’esultanza, la stima, la lode e il giubilo del cuore, fa con lui la Pasqua, cioè il passaggio; attraversa con la verga della croce il Mare Rosso, uscendo dall’Egitto per inoltrarsi nel deserto. Qui gusta la manna nascosta, riposa con Cristo nella tomba come morto esteriormente, ma sente, tuttavia, per quanto lo consenta la condizione di viatori, ciò che in croce fu detto al buon ladrone, tanto vicino a Cristo con l’amore: «Oggi sarai con me nel paradiso!» (Lc 23,43). Ma perché questo passaggio sia perfetto, è necessario che, sospesa l’attività intellettuale, ogni affetto del cuore sia integralmente trasformato e trasferito in Dio. È questo un fatto mistico e straordinario che nessuno conosce se non chi lo riceve. Lo riceve solo chi lo desidera, non lo desidera se non colui che viene infiammato dal fuoco dello Spirito Santo, che Cristo ha portato in terra. Ecco perché l’Apostolo afferma che questa mistica sapienza è rivelata dallo Spirito Santo.
Se poi vuoi sapere come avvenga tutto ciò, interroga la grazia, non la scienza, il desiderio non l’intelletto, il sospiro della preghiera non la brama del leggere, lo sposo non il maestro, Dio non l’uomo, la caligine non la chiarezza, non la luce ma il fuoco che infiamma tutto l’essere e lo inabissa in Dio con la sua soavissima unzione e con gli affetti più ardenti. Ora questo fuoco è Dio e questa fornace si trova nella santa Gerusalemme; ed è Cristo che li accende col calore della sua ardentissima passione. Lo può percepire solo colui che dice: L’anima mia ha preferito essere sospesa in croce e le mie ossa hanno prescelto la morte! (cfr. Gb 7,15). Chi ama tale morte, può vedere Dio, perché rimane pur vero che: «Nessun uomo può vedermi e restar vivo» (Es 33,20). Moriamo dunque ed entriamo in questa caligine; facciamo tacere le sollecitudini, le concupiscenze e le fantasie. Passiamo con Cristo crocifisso, «da questo mondo al Padre», perché, dopo averlo visto, possiamo dire con Filippo «questo ci basta» (Gv 14,8); ascoltiamo con Paolo: «Ti basta la mia grazia» (2Cor 12,9); rallegriamoci con Davide, dicendo: «Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre» (Sal 72,26). «Benedetto il Signore, Dio d’Israele da sempre e per sempre. Tutto il popolo dica: Amen» (Sal 105,48).

MERCOLEDÌ 16 LUGLIO 2008

oggi è la festa della Madonna del Monte Carmelo; letture della feria:

riferimenti

Seconda Lettura
Dal trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn. 19-21. 24. 26-38; SC 25 bis, 164-170)
 
L’acqua non purifica senza lo Spirito Santo
Ti è stato detto antecedentemente di non credere solo a ciò che vedi perché non abbia a dire: E’ forse questo quel grande mistero che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo? (cfr. 1 Cor 2, 9). Vedo le acque che vedevo ogni giorno. Queste acque nelle quali spesso mi sono immerso senza mondarmi, sono proprio esse che devono mondarmi? Da questo impara che l’acqua non monda senza lo Spirito. E’ per questo che tu hai letto che nel battesimo tre testimoni sono concordi (cfr. 1 Gv 5, 8): l’acqua, il sangue e lo Spirito, perché se di essi ne togli uno solo, non c’è più il sacramento del battesimo. Di fatto, che cos’è l’acqua senza lo croce di Cristo, se non una cosa ordinaria senza nessuna efficacia sacramentale? D’altra parte, senza acqua non vi è mistero di rigenerazione, perché «se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3, 5). Anche un catecumeno crede nella croce del Signore Gesù con la quale è segnato anche lui, ma se non sarà stato battezzato nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo non può ricevere la remissione dei peccati e neppure attingere il dono della grazia spirituale. Perciò quel Siro si immerse nell’acqua sette volte sotto la Legge, ma tu sei stato battezzato nel nome della Trinità. Hai confessato il Padre ricordati ciò che hai fatto, hai confessato il Figlio, hai confessato lo Spirito. Segui l’ordine delle cose. In questa fede sei morto al mondo, sei risorto a Dio e, quasi sepolto in quell’elemento del mondo cioè nell’acqua battesimale, sei morto al peccato, sei risorto alla vita eterna. Credi dunque che le acque non sono inefficaci. Così quel paralitico della piscina Probatica attendeva un uomo. E quale uomo se non il Signore Gesù, nato dalla Vergine Maria? Alla sua venuta avrebbe operato la liberazione, non più mediante la sua ombra, ma con la realtà della sua presenza. Non più di uno solo, ma di tutti. Era dunque lui di cui si aspettava la venuta, lui del quale Dio Padre disse a Giovanni Battista: «L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo» (Gv 1, 33). Era colui del quale Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui» (Gv 1, 32). E qui per quale ragione lo Spirito discese in forma di colomba se non perché tu vedessi, perché tu conoscessi che anche quella colomba, che il giusto Noè fece uscire dall’arca, era figura di questa colomba, cioè perché tu riconoscessi la figura del sacramento? E perché dubitare ancora dopo che nel vangelo te lo proclama chiaramente il Padre dicendo: «Questi è il Figlio mio nel quale mi sono compiaciuto?» (Mt 3, 17). Te lo proclama il Figlio sul quale lo Spirito Santo si è mostrato in forma di colomba. Te lo proclama lo Spirito Santo che è sceso in forma di colomba. Te lo proclama Davide: «Il Signore tuona sulle acque, il Dio della gloria scatena il tuono, il Signore, sull’immensità della acque» (Sal 28, 3). La Scrittura stessa ti attesta che alle preghiere di Gedeone il fuoco discese dal cielo (Gdc 6, 17-21) e a quelle di Elia fu mandato il fuoco che consacrò il sacrificio (1 Re 18, 38). Non fare attenzione ai meriti delle persone ma al ministero dei sacerdoti. Che se guardi ai meriti, come stimi Elia, così terrai conto anche dei meriti di Pietro e di Paolo, i quali ci hanno trasmesso questo mistero ricevuto dal Signore Gesù. A quelli era mandato un fuoco visibile perché credessero, invece in noi, che crediamo, agisce un fuoco invisibile; a loro in figura, a noi per proclamazione. Il Signore Gesù disse: Dove sono due o tre, là sono anch’io (cfr. Mt 18, 20). Credo perciò che quando è invocato dalle preghiere dei sacerdoti è presente. Quanto più non si degnerà di accordare la sua presenza dov’è la Chiesa, dove sono i misteri? Sei sceso dunque nel fonte battesimale. Ricordati che cosa hai risposto: che credi nel Padre, che credi nel Figlio, che credi nello Spirito Santo. Non hai detto: Credo in un maggiore, in un minore, in un ultimo, ma, con l’impegno della tua parola, ti sei obbligato a credere nel Figlio come credi nel Padre, a credere nello Spirito Santo come credi nel Figlio, e, se una differenza fai, è che, trattandosi della morte in croce, la credi solo di Gesù Cristo.

VESPRI

Lettura Breve Ef 3, 20-21
20. A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, 21. a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

GIOVEDÌ 17 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

riferimenti

Seconda Lettura
Dal trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn, 29-30. 34-35. 37. 42; SC 25 bis, 172-178)
 
Catechesi sui riti postbattesimali
Uscito dal fonte battesimale tu sei salito dal sacerdote. Pensa a ciò che è avvenuto dopo. Non forse ciò che dice Davide: «E’ come olio profumato sul capo, che scende sulla barba di Aronne»? (Sal 132, 2). E’ l’unguento del quale Salomone dice così: «Profumo olezzante è il tuo nome, per questo le giovinette ti amano» (Ct 1, 3) e ti hanno attratto a sé. Quante anime rinnovate oggi ti hanno amato, o Signore Gesù, e hanno detto: Attiraci dietro a te, noi correremo dietro la fragranza delle tue vesti (cfr. Ct 1, 4). Esse volevano sentire la fragranza della risurrezione del Signore. Cerca di capire come questo avvenga «Poiché il saggio ha gli occhi in fronte» (Qo 2, 14). Per questo scende sulla barba di Aronne, perché tu diventi «stirpe eletta», sacerdotale, preziosa (1 Pt 2, 9). Noi tutti, infatti, siamo unti con la grazia spirituale per formare il regno di Dio e il suo sacerdozio. In seguito hai ricevuto le vesti bianche come segno che ti sei spogliato dell’involucro dei peccati e ti sei rivestito delle caste vesti dell’innocenza delle quali il Profeta dice: «Purificami con issopo e sarò mondo; lavami e sarò più bianco della neve» (Sal 50, 9). Infatti chi è battezzato, appare purificato, sia secondo la legge, sia secondo il vangelo. Secondo la legge, perché Mosè aspergeva il sangue dell’agnello con un mazzetto di issopo. Secondo il vangelo, perché proprio il vangelo dice che, mentre Cristo mostrava la gloria della sua risurrezione, le sue vesti erano candide come neve. Colui al quale viene rimessa la colpa diventa bianco «più della neve». Così il Signore dice per mezzo di Isaia: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve» (Is 1, 18). La Chiesa, con queste vesti che ha indossato «mediante un lavacro di rigenerazione» (Tt 3, 5) dice con le parole del Cantico: Nera sono, ma bella, o figlie di Gerusalemme (cfr. Ct 1, 5). Nera a cagione della fragilità dell’umana condizione, bella per la grazia. Nera perché formata da peccatori, bella per il sacramento della fede. Scorgendo queste vesti, le figlie di Gerusalemme esclameranno stupefatte: Chi è costei che sale tutta vestita di bianco? Era nera, come mai d’un tratto è divenuta bianca? Cristo, vedendo in vesti candide la sua Chiesa — per la quale egli, come leggi nel libro del profeta Zaccaria, aveva indossato le sue vesti immonde (cfr. Zc 3, 3) — ossia vedendo l’anima monda e lavata nel lavacro della rigenerazione, dice: «Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe» (Ct 4, 1). E nella figura della colomba lo Spirito Santo è disceso dal cielo. Ricordati così che hai ricevuto il sigillo spirituale «spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di pietà, spirito di timore del Signore» (Is 11, 2), e conserva quello che hai ricevuto. Dio Padre ti ha marcato di un segno, Cristo Signore ti ha confermato e, come hai appreso dalla lettura dell’Apostolo, «ha impresso nel tuo cuore, come sigillo» lo Spirito (cfr. 2 Cor 1, 22).

Responsorio Ef 1, 13-14; 2 Cor 1, 21-22
R. Voi che credete, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo promesso, caparra della nostra eredità, * in attesa della piena redenzione di coloro che Dio si è acquistato.
V. Dio stesso ci ha segnato con l’unzione e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori,
R. in attesa della piena redenzione di coloro che Dio si è acquistato.

VENERDÌ 18 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn. 43. 47. 49; SC 25 bis, 178-180. 182)

Sull’Eucaristia ai neofiti
Così lavata e ricca di tale abbigliamento, la schiera dei neofiti avanza verso gli altari di Cristo dicendo: «Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo» (Sal 42, 4). Infatti, deposte le spoglie dell’antico errore, e rinnovata nella giovinezza dell’aquila (cfr. Sal 102, 5), s`’affretta ad accorrere a quel banchetto celeste. Viene dunque, e vedendo il sacro altare tutto adorno, esclama: «Davanti a me tu prepari una mensa» (Sal 22, 5). Davide così fa parlare ciascuna delle nuove reclute: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». E più avanti: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca» (Sal 22, 1-5). E’ mirabile che Dio abbia fatto piovere la manna per i padri e che si nutrissero con un alimento quotidiano disceso dal cielo. Per cui fu detto: «L’uomo mangiò il pane degli angeli» (Sal 77, 25). Ma quelli che mangiarono quel pane «morirono tutti» nel deserto; invece questo alimento che tu ricevi, questo «pane vivo disceso dal cielo» (Gv 6, 51) somministra il sostentamento della vita eterna, e chiunque ne avrà mangiato «non morirà in eterno» (Gv 11, 26) perché è il corpo di Cristo. Ora fa’ attenzione se sia più eccellente il pane degli angeli mangiato dagli Ebrei nel deserto o la carne di Cristo la quale è indubbiamente un corpo che dà la vita. Quella manna veniva dal cielo, questo corpo è al di sopra del cielo. Quella era del cielo, questo del Signore dei cieli. Quella, se si conservava per il giorno seguente, si guastava. Questo è alieno da ogni corruzione. Chiunque lo gusta con sacra riverenza non potrà soggiacere alla corruzione. Per gli Ebrei scaturì acqua dalla rupe, per te sangue del Cristo. L’acqua dissetò loro per un momento, te, invece, il sangue lava per sempre. Il giudeo beve e ha sete, tu quando avrai bevuto non potrai aver mai più sete. Quell’evento era figura, questo è verità. Se quello che tu ammiri è ombra, quanto grande è la realtà presente di cui tu ammiri l’ombra! Senti come è ombra quello che si verificò presso i padri: «Bevevano», dice, «da una roccia che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto. Ora ciò avvenne come esempio, per noi» (1 Cor 10, 4-6). Hai conosciuto ciò che vale di più: è migliore la luce dell’ombra, migliore la verità della figura, migliore il corpo del Creatore della manna del cielo.

Responsorio    Cfr. 1 Cor 10, 1-2. 11. 3-4
R. I nostri padri attraversarono il mare, tutti in Mosè furono battezzati nella nube e nel mare. * Queste cose accaddero a loro come segno ed esempio.
V. Tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale.
R. Queste cose accaddero a loro come segno ed esempio.

LODI

Lettura Breve 2 Cor 12, 9b-10
9b. Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

SABATO 19 LUGLIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura
Dal trattato «Sui misteri» di sant’Ambrogio, vescovo
(Nn. 52-54. 58; SC 25 bis, 186-188. 190)

Questo sacramento che ricevi si compie con la parola di Cristo
Noi costatiamo che la grazia ha maggiore efficacia della natura, ma la grazia della benedizione profetica è ancora superiore. Se poi la parola del profeta, cioè di un uomo, ha avuto tanta forza da cambiare la natura, che dire della benedizione fatta da Dio stesso dove agiscono le parole medesime del Signore e Salvatore? Giacché questo sacramento che tu ricevi si compie con la parola di Cristo. Che se la parola di Elia ebbe tanta potenza da far scendere il fuoco dal cielo, la parola di Cristo non sarà capace di cambiare la natura degli elementi? A proposito delle creature di tutto l’universo tu hai detto: «Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste» (Sal 32, 9). La parola di Cristo, dunque, che ha potuto creare dal nulla quello che non esisteva, non può cambiare le cose che sono in ciò che esse non erano? Infatti non è meno difficile dare alle cose un’esistenza che cambiarle in altre. Ma perché servirci di argomentazioni? Serviamoci dei suoi esempi e proviamo la verità del mistero con il mistero stesso della incarnazione. Forse che fu seguito il corso ordinario della natura quando Gesù Signore nacque da Maria? Se cerchiamo l’ordine della natura, la donna suole generare dall’unione con l’uomo. E’ chiaro dunque che la Vergine ha generato al di fuori dell’ordine della natura. Ebbene, quello che noi ripresentiamo è il corpo nato dalla Vergine. Perché cerchi qui il corso della natura nel corpo di Cristo, mentre lo stesso Signore Gesù Cristo è stato generato dalla Vergine all’infuori del corso della natura? E’ la vera carne di Cristo che fu crocifissa, che fu sepolta. E’ dunque veramente il sacramento della sua carne. Lo stesso Signore Gesù proclama: «Questo è il mio corpo». Prima della benedizione delle parole celesti la parola indica un particolare elemento. Dopo la consacrazione ormai designa il corpo e il sangue di Cristo. Egli stesso lo chiama suo sangue. Prima della consacrazione lo si chiama con altro nome. Dopo la consacrazione è detto sangue. E tu dici: «Amen», cioè. «E’ così». Ciò che pronunzia la bocca, lo affermi lo spirito. Ciò che enunzia la parola, lo senta il cuore. Anche la Chiesa vedendo una grazia così grande, esorta i suoi figli esorta i suoi intimi ad accorrere ai sacramenti dicendo: «Mangiate, amici, bevete; inebriatevi, o cari» (Ct 5, 1). Quello poi che mangiamo, quello che beviamo, lo Spirito Santo te lo ha specificato altrove per mezzo del Profeta dicendo: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia» (Sal 33, 9). In quel sacramento c’è Cristo, perché è il corpo di Cristo. non è dunque un cibo corporale, ma un nutrimento spirituale. Onde anche l’Apostolo della sua figura dice: «I nostri padri tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale» (1 Cor 10, 3). Infatti il corpo di Dio è un corpo spirituale, il corpo di Cristo è il corpo dello spirito divino, perché Cristo è spirito, come leggiamo: Cristo Signore è spirito davanti al nostro volto (cfr. Lam 4, 20 secondo i LXX). Questo nutrimento rinsalda il nostro cuore e questa bevanda «allieta il cuore dell’uomo» (Sal 103, 15) come ha ricordato il profeta.

LODI

Lettura Breve Fil 2, 14-15
14. Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, 15. perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo.

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