Archive pour juin, 2008

X SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

X SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

http://santiebeati.it/

(metto questa immgine perché i vangeli dell’anno A sono di Matteo, lo sapevate però)

DOMENICA 8 GIUGNO 2008-06-09

MESSA DEL GIORNO

commento al vangelo del giorno, sulle beatitudini, Giovanni Paolo II sul monte delle beatitudini, 24 marzo 2000:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/06/09/giovanni-paolo-ii-israele-monte-delle-beatitudini-24-marzo-2000-1-cor-1-26/

Seconda Lettura   Rm 4, 18-25
18. Fratelli, Abramo ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. 19. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo — aveva circa cento anni —  e morto il seno di Sara. 20. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, 21. pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. 22. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato come giustizia, 23. ma anche per noi, ai quali sarà egualmente accreditato: 24. a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, 25. il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione. 

PRIMI VESPRI

Lettura breve Col 1, 2b-6
2B. Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro. 3. Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi, 4. per le notizie ricevute circa la vostra fede in Cristo Gesù, e la carità che avete verso tutti i santi, 5. in vista della speranza che vi attende nei cieli. Di questa speranza voi avete già udito l’annunzio dalla parola di verità del vangelo 6. il quale è giunto a voi, come pure in tutto il mondo fruttifica e si sviluppa; così anche fra voi dal giorno in cui avete ascoltato e conosciuto la grazia di Dio nella verità.

UFFICIO DELLE LETTURE

seconda lettura, è di Ignazio di Antiochia e continua lunedì e martedì , nei tre giorni c’è il testo integrale, è una lettura importante perché si tratta di uno dei Padri Apostolici, si sentono riflessi paolini solo leggendola, ve ne sono anche giovannei, vale la pena di presentarla tutta insieme con le citazioni a San Paolo ed un breve commento, la metto in una pagina a parte:

SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA – LETTERA AI ROMANI:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/2008/06/09/lettera-ai-romani-di-santignazio-di-antiochia-vescovo-e-martire/

responsorio alla seconda lettura

Responsorio Gal 6, 14; Fil 1, 21
R. Nostro unico vanto è la croce del Signore Gesù Cristo: * in lui il mondo per me è crocifisso, come io per il mondo.
V. Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno;
R. in lui il mondo per me è crocifisso, come io per il mondo.

Lettura Breve 2 Ts 2, 13-14
13. Noi dobbiamo rendere sempre grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, attraverso l’opera santificatrice dello Spirito e la fede nella verità, 14. chiamandovi a questo con il nostro vangelo, per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo.

LUNEDÌ 9 GIUGNO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

Sant’Ignazio di Antiochia, lettera ai Romani, vedere a domenica;

VESPRI

Lettura breve 1 Ts 2, 13
13.Noi ringraziamo Dio continuamente, perché, avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l’avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete:

MARTEDÌ 10 GIUGNO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

responsorio alla prima lettura: (Dal libro di Giosuè 2, 1-24) :

Cfr. Gc 2, 24-26; Eb 11, 31
R. L’uomo è giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede. Così anche Raab, che ospitò gli esploratori e li rimandò per altra via. * Come il corpo senza lo spirito è morto, anche la fede senza le opere è morta.
V. Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl’increduli, avendo accolto con bontà gli esploratori.
R. Come il corpo senza lo spirito è morto, anche la fede senza le opere è morta.

seconda lettura, vedere domenica (San Ignazio di Antiochia)

Responsorio alla seconda lettura

Col 1, 24. 29
R. Sono lieto delle sofferenze, e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, * a favore del suo corpo, che è la Chiesa.
V. Mi affatico e lotto, con la forza che viene da Cristo e che agisce in me con potenza,
R. a favore del suo corpo, che è la Chiesa.

LODI

Lettura Breve 1 Ts 5, 4-5
4. Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che il giorno del Signore possa sorprendervi come un ladro: 5. voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre.

VESPRI

Lettura Breve Rm 3, 23-25a
23. Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24. ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. 25. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia.

MERCOLEDÌ 11 GIUGNO 2008

SAN BARNABA Apostolo (sec. I) – Memoria

 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

http://santiebeati.it/

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura  At 11,21-26; 13,1-3 
11, 21. In quei giorni, un gran numero credette e si convertì al Signore. 22. La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Barnaba ad Antiochia. 23. Quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, 24. da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. E una folla considerevole fu condotta al Signore. 25. Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia. 26. Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani. 13, 1. C’erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode tetrarca, e Saulo. 2. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». 3. Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono. 

Dopo la Comunione
Signore, che nel glorioso ricordo dell’apostolo Barnaba ci hai dato il pegno della vita eterna, fa’ che un giorno contempliamo nello splendore della liturgia celeste il mistero che abbiamo celebrato nella fede. Per Cristo nostro Signore.  

Ætérnæ pignus vitæ capiéntes, te, Dómine, humíliter implorámus, ut, quod pro beáti Bárnabæ apóstoli memória in imágine gérimus sacraménti, manifésta perceptióne sumámus. Per Christum..  

UFFICIO DELLE LETTURE

sentenza sul salmo

SALMO 38, 8-14   La creazione è stata sottomessa alla caducità … e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloria dei figli di Dio … ma anche noi gemiamo aspettando la redenzione del nostro corpo (cfr. Rm 8, 20-23). Ora, che attendo, Signore? *
In te la mia speranza. 
Liberami da tutte le mie colpe, *
non rendermi scherno dello stolto. 

Sto in silenzio, non apro bocca, *
perché sei tu che agisci. 
Allontana da me i tuoi colpi: *
sono distrutto sotto il peso della tua mano. 

Castigando il suo peccato tu correggi l’uomo, †
corrodi come tarlo i suoi tesori. *
Ogni uomo non è che un soffio. 

Ascolta la mia preghiera, Signore, *
porgi l’orecchio al mio grido, 

non essere sordo alle mie lacrime, †
poiché io sono un forestiero, *
uno straniero come tutti i miei padri. 
Distogli il tuo sguardo, che io respiri, *
prima che me ne vada e più non sia.

seconda lettura, citazioni: Ef 5,8; cfr 1Ts 5,5; cfr. Fil 2, 15-16;

Seconda Lettura
Dai «Trattati sul vangelo di Matteo» di san Cromazio, vescovo
(Tratt. 5, 1. 3-4; CCL 9, 405-407)
 
Voi siete la luce del mondo
«Voi siete la luce del mondo. Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5, 14-15). Il Signore ha chiamato i suoi discepoli «sale della terra», perché hanno dato sapore, per mezzo della sapienza celeste, ai cuori degli uomini resi insipidi dal diavolo. Ora li chiama anche «luce del mondo» perché, illuminati da lui stesso che è la luce vera ed eterna, sono diventati, a loro volta, luce che splende nelle tenebre. Egli è il sole di giustizia. Molto giustamente quindi chiama luce del mondo anche i suoi discepoli, in quanto, per mezzo loro, come attraverso raggi splendenti, ha illuminato tutta la terra con la luce della sua verità. Diffondendo la luce della verità, essi hanno tolto le tenebre dell’errore dai cuori degli uomini. Anche noi siamo stati illuminati per mezzo di loro, così da trasformarci da tenebre in luce, come dice l’Apostolo: «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore: comportatevi come figli della luce» (Ef 5, 8). E ancora: Voi non siete figli della notte e delle tenebre, ma figli della luce del giorno (cfr. 1 Ts 5, 5). Ben a ragione quindi anche san Giovanni ha lasciato scritto nella sua lettera: «Dio è luce» (1 Gv 1, 5) e chi rimane in Dio si trova nella luce. Poiché dunque ci rallegriamo di essere stati liberati dalle tenebre dell’errore, è logico che quali figli della luce dobbiamo camminare sempre in essa. Per questo l’Apostolo dice ancora: Risplendete come astri in questo mondo, attenendovi fedelmente alla parola di vita (cfr. Fil 2, 15-16). Se non faremo questo, noi nasconderemo e oscureremo con il velo della nostra infedeltà, a danno nostro e degli altri, quella luce che splende a utilità di tutti. Sappiamo infatti, e lo abbiamo anche letto, che quel servo invece di portare in banca il talento ricevuto per guadagnarsi il cielo aveva preferito nasconderlo, e così fu colpito da giusto castigo. Quella lucerna spirituale che è stata accesa perché ne usiamo a nostra salvezza, deve sempre risplendere in noi. Abbiamo a nostra disposizione la lucerna dei comandamenti di Dio e della grazia spirituale, di cui David dice: Il tuo comandamento è lucerna ai miei piedi e luce nei miei sentieri (cfr. Sal 118, 105). Di questa parla anche Salomone quando afferma: Il comando della legge è come una lucerna (cfr. Pro 6, 23). Non dobbiamo quindi tener nascosta questa lucerna della legge e della fede. Dobbiamo anzi tenerla alta nella Chiesa, come sopra un candelabro, affinché sia di salvezza a molti, perché noi stessi ci confortiamo alla luce della stessa verità e tutti i credenti ne siano illuminati.    

Responsorio
    At 11, 23-24
R. Quando Barnaba giunse ad Antiochia e vide la grazia del Signore, si rallegrò: * era un uomo virtuoso, pieno di Spirito Santo e di fede, alleluia.
V. Esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore:
R. era un uomo virtuoso, pieno di Spirito Santo e di fede.

Orazione
O Dio, che hai scelto san Barnaba, pieno di fede e di Spirito Santo, per convertire i popoli pagani, fa’ che sia sempre annunziato fedelmente, con la parola e con le opere, il Vangelo di Cristo, che egli testimoniò con coraggio apostolico. Per il nostro Signore.

LODI

Lettura Breve 1 Cor 15, 1-2a. 3-4
1. Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2a. e dal quale anche ricevete la salvezza. 3. Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4. fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture.

VESPRI

Lettura Breve Col 1, 3-6
3. Noi rendiamo continuamente grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, nelle nostre preghiere per voi, 4. per le notizie ricevute della vostra fede in Cristo Gesù, e circa la carità che avete verso tutti i santi, 5. in vista della speranza che vi attende nei cieli. Di questa speranza voi avete già udito l’annunzio dalla parola di verità del vangelo, 6. il quale è giunto a voi, come pure in tutto il mondo, e fruttifica e si sviluppa.

STORIA DI SAN BARNABA 

http://www.santiebeati.it/dettaglio/23350

San Barnaba Apostolo

11 giugno

Primo secolo dopo Cristo

Barnaba (figlio della Consolazione), cipriota, diede agli Apostoli ciò che recavo dalla vendita del suo campo: » Così Giuseppe, soprannominato gli apostoli Barnaba « figlio dell’esortazione », un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo ai piedi degli apostoli e uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. Accreditò Paolo di fronte alla Chiesa, fu suo compagno nel primo viaggio missionario e nel primo Concilio di Gerusalemme. (Mess. Rom.)

Etimologia: Barnaba = figlio di consolazione, dall’arameo

Martirologio Romano: Memoria di san Barnaba, Apostolo, che, uomo mite e colmo di Spirito Santo e di fede, fu annoverato tra i primi fedeli di Gerusalemme. Predicò il Vangelo ad Antiochia e introdusse Saulo di Tarso da poco convertito nel novero dei fratelli, accompagnandolo pure nel suo primo viaggio per l’evangelizzazione dell’Asia; partecipò poi al Concilio di Gerusalemme e, fatto ritorno all’isola di Cipro, sua patria di origine, vi diffuse il Vangelo.

L’ebreo Giuseppe nativo di Cipro si fa cristiano, vende un suo campo e consegna il ricavato « ai piedi degli apostoli », in Gerusalemme. Così lo incontriamo, presentato dagli Atti degli Apostoli, con questo gesto di conversione radicale. La Chiesa neonata impara presto a onorarlo col soprannome di Barnaba, ossia “figlio dell’esortazione”. E la sua autorità cresce. Un giorno i cristiani di Gerusalemme sono sottosopra perché in città è tornato Saulo di Tarso, già persecutore spietato. Dicono che ora sia cristiano, ma chi si fida? Ed ecco che Barnaba, preso Saulo con sé, « lo presentò agli apostoli », dicono gli Atti, garantendo per lui. Basta la sua parola: Saulo, che poi si chiamerà Paolo, « poté stare con loro ». Qualche tempo dopo arriva la notizia che ad Antiochia di Siria si fanno cristiani anche dei non ebrei: novità mai vista. La Chiesa di Gerusalemme « mandò Barnaba ad Antiochia »; è l’uomo delle emergenze. E ad Antiochia capisce subito: « Vide la grazia del Signore e si rallegrò ». Nessuna incertezza, nessun “vedremo”, “concerteremo”: subito egli invita « tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore ». Risoluto lui per primo, porta Paolo da Tarso ad Antiochia, predicano insieme, poi insieme portano soccorsi ai cristiani di Gerusalemme affamati da una carestia. Ad Antiochia matura il piano per una missione in terra pagana, diretta anzitutto alle comunità ebraiche, ma che poi si aprirà a tutti. Barnaba e Paolo sono designati all’impresa, prendendo con sé il giovane indicato all’inizio come « Giovanni detto Marco », cugino di Barnaba. Quello che, secondo l’antica tradizione cristiana, sarà poi l’evangelista Marco. Questo primo viaggio missionario tocca Cipro e una parte dell’Asia Minore. Barnaba è ancora con Paolo (verso l’anno 49) a Gerusalemme, per la focosa disputa sui pagani convertiti (devono circoncidersi o no?), che porterà alla decisione di non imporre loro altri pesi, oltre ai precetti profondamente radicati nell’animo degli ebreo-cristiani. Tra gli anni 50 e 53 c’è il secondo viaggio missionario che toccherà anche l’Europa. Barnaba vorrebbe portare ancora Giovanni-Marco, ma Paolo rifiuta, perché nel primo viaggio il giovane si è separato da loro. Insiste Barnaba, ed è rottura completa. Gli Atti dicono soltanto: « Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro ». E non parleranno più di lui. Se ne ricorda invece assai Paolo, probabilmente riconciliato con Marco: scrivendo ai Colossesi e a Filemone, manda loro i saluti anche « di Marco » (e ai Colossesi precisa: « il cugino di Barnaba »). Infine, nella prima lettera ai Corinzi, l’apostolo ricorda che anche Barnaba, come lui, si manteneva col suo lavoro. Non poteva essere altrimenti per il “figlio dell’esortazione”, che per farsi cristiano si è fatto innanzitutto povero. 

Autore: Domenico Agasso

CATECHESI DEL PAPA (31 gennaio 2007, già messa sotto Papa Bendedetto)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070131_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 31 gennaio 2007

Barnaba, Silvano e Apollo

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo il nostro viaggio tra i protagonisti delle origini cristiane, dedichiamo oggi la nostra attenzione ad alcuni altri collaboratori di san Paolo. Dobbiamo riconoscere che l’Apostolo è un esempio eloquente di uomo aperto alla collaborazione: nella Chiesa egli non vuole fare tutto da solo, ma si avvale di numerosi e diversificati colleghi. Non possiamo soffermarci su tutti questi preziosi aiutanti, perché sono molti. Basti ricordare, tra gli altri, Èpafra (cfr Col 1,7; 4,12; Fm 23), Epafrodìto (cfr Fil 2,25; 4,18), Tìchico (cfr At 20,4; Ef 6,21; Col 4,7; 2 Tm 4,12; Tt 3,12), Urbano (cfr Rm 16,9), Gaio e Aristarco (cfr At 19,29; 20,4; 27,2; Col 4,10). E donne come Febe (cfr Rm 16, 1), Trifèna e Trifòsa (cfr Rm 16, 12), Pèrside, la madre di Rufo — della quale san Paolo dice: “È madre anche mia” (cfr Rm 16, 12-13) — per non dimenticare coniugi come Prisca e Aquila (cfr Rm 16, 3; 1Cor 16, 19; 2Tm 4, 19). Oggi, tra questa grande schiera di collaboratori e di collaboratrici di san Paolo rivolgiamo il nostro interessamento a tre di queste persone, che hanno svolto un ruolo particolarmente significativo nell’evangelizzazione delle origini: Barnaba, Silvano e Apollo.  Barnaba significa «figlio dell’esortazione» (At 4,36) o «figlio della consolazione» ed è il soprannome di un giudeo-levita nativo di Cipro. Stabilitosi a Gerusalemme, egli fu uno dei primi che abbracciarono il cristianesimo, dopo la risurrezione del Signore. Con grande generosità vendette un campo di sua proprietà consegnando il ricavato agli Apostoli per le necessità della Chiesa (cfr At 4,37). Fu lui a farsi garante della conversione di Saulo presso la comunità cristiana di Gerusalemme, la quale ancora diffidava dell’antico persecutore (cfr At 9,27). Inviato ad Antiochia di Siria, andò a riprendere Paolo a Tarso, dove questi si era ritirato, e con lui trascorse un anno intero, dedicandosi all’evangelizzazione di quella importante città, nella cui Chiesa Barnaba era conosciuto come profeta e dottore (cfr At 13,1). Così Barnaba, al momento delle prime conversioni dei pagani, ha capito che quella era l’ora di Saulo, il quale si era ritirato a Tarso, sua città. Là è andato a cercarlo. Così, in quel momento importante, ha quasi restituito Paolo alla Chiesa; le ha donato, in questo senso, ancora una volta l’Apostolo delle Genti. Dalla Chiesa antiochena Barnaba fu inviato in missione insieme a Paolo, compiendo quello che va sotto il nome di primo viaggio missionario dell’Apostolo. In realtà, si trattò di un viaggio missionario di Barnaba, essendo lui il vero responsabile, al quale Paolo si aggregò come collaboratore, toccando le regioni di Cipro e dell’Anatolia centro-meridionale, nell’attuale Turchia, con le città di Attalìa, Perge, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe (cfr At 13-14). Insieme a Paolo si recò poi al cosiddetto Concilio di Gerusalemme dove, dopo un approfondito esame della questione, gli Apostoli con gli Anziani decisero di disgiungere la pratica della circoncisione dall’identità cristiana (cfr At 15,1-35). Solo così, alla fine, hanno ufficialmente reso possibile la Chiesa dei pagani, una Chiesa senza circoncisione: siamo figli di Abramo semplicemente per la fede in Cristo. I due, Paolo e Barnaba, entrarono poi in contrasto, all’inizio del secondo viaggio missionario, perché Barnaba era dell’idea di prendere come compagno Giovanni Marco, mentre Paolo non voleva, essendosi il giovane separato da loro durante il viaggio precedente (cfr At 13,13; 15,36-40). Quindi anche tra santi ci sono contrasti, discordie, controversie. E questo a me appare molto consolante, perché vediamo che i santi non sono “caduti dal cielo”. Sono uomini come noi, con problemi anche complicati. La santità non consiste nel non aver mai sbagliato, peccato. La santità cresce nella capacità di conversione, di pentimento, di disponibilità a ricominciare, e soprattutto nella capacità di riconciliazione e di perdono. E così Paolo, che era stato piuttosto aspro e amaro nei confronti di Marco, alla fine si ritrova con lui. Nelle ultime Lettere di san Paolo, a Filèmone e nella seconda a Timoteo, proprio Marco appare come “il mio collaboratore”. Non è quindi il non aver mai sbagliato, ma la capacità di riconciliazione e di perdono che ci fa santi. E tutti possiamo imparare questo cammino di santità. In ogni caso Barnaba, con Giovanni Marco, ripartì verso Cipro (cfr At 15,39) intorno all’anno 49. Da quel momento si perdono le sue tracce. Tertulliano gli attribuisce la Lettera agli Ebrei, il che non manca di verosimiglianza perché, essendo della tribù di Levi, Barnaba poteva avere un interesse per il tema del sacerdozio. E la Lettera agli Ebrei ci interpreta in modo straordinario il sacerdozio di Gesù. Un altro compagno di Paolo fu Sila, forma grecizzata di un nome ebraico (forse sheal, «chiedere, invocare», che è la stessa radice del nome «Saulo»), di cui risulta anche la forma latinizzata Silvano. Il nome Sila è attestato solo nel Libro degli Atti, mentre il nome Silvano compare solo nelle Lettere paoline. Egli era un giudeo di Gerusalemme, uno dei primi a farsi cristiano, e in quella Chiesa godeva di grande stima (cfr At 15,22), essendo considerato profeta (cfr At 15,32). Fu incaricato di recare «ai fratelli di Antiochia, Siria e Cilicia» (At 15,23) le decisioni prese al Concilio di Gerusalemme e di spiegarle. Evidentemente egli era ritenuto capace di operare una sorta di mediazione tra Gerusalemme e Antiochia, tra ebreo-cristiani e cristiani di origine pagana, e così servire l’unità della Chiesa nella diversità di riti e di origini. Quando Paolo si separò da Barnaba, assunse proprio Sila come nuovo compagno di viaggio (cfr At 15,40). Con Paolo egli raggiunse la Macedonia (con le città di Filippi, Tessalonica e Berea), dove si fermò, mentre Paolo proseguì verso Atene e poi Corinto. Sila lo raggiunse a Corinto, dove cooperò alla predicazione del Vangelo; infatti, nella seconda Lettera indirizzata da Paolo a quella Chiesa, si parla di «Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo» (2 Cor 1,19). Si spiega così come mai egli risulti come co-mittente, insieme a Paolo e Timoteo, delle due Lettere ai Tessalonicesi. Anche questo mi sembra importante. Paolo non agisce da “solista”, da puro individuo, ma insieme con questi collaboratori nel “noi” della Chiesa. Questo “io” di Paolo non è un “io” isolato, ma un “io” nel “noi” della Chiesa, nel “noi” della fede apostolica. E Silvano alla fine viene menzionato pure nella Prima Lettera di Pietro, dove si legge: «Vi ho scritto per mezzo di Silvano, fratello fedele» (5,12). Così vediamo anche la comunione degli Apostoli. Silvano serve a Paolo, serve a Pietro, perché la Chiesa è una e l’annuncio missionario è unico. Il terzo compagno di Paolo, di cui vogliamo fare memoria, è chiamato Apollo, probabile abbreviazione di Apollonio o Apollodoro. Pur trattandosi di un nome di stampo pagano, egli era un fervente ebreo di Alessandria d’Egitto. Luca nel Libro degli Atti lo definisce «uomo colto, versato nelle Scritture… pieno di fervore» (18,24-25). L’ingresso di Apollo sulla scena della prima evangelizzazione avviene nella città di Efeso: lì si era recato a predicare e lì ebbe la fortuna di incontrare i coniugi cristiani Priscilla e Aquila (cfr At 18,26), che lo introdussero ad una conoscenza più completa della “via di Dio” (cfr At 18,26). Da Efeso passò in Acaia raggiungendo la città di Corinto: qui arrivò con l’appoggio di una lettera dei cristiani di Efeso, che raccomandavano ai Corinzi di fargli buona accoglienza (cfr At 18,27). A Corinto, come scrive Luca, «fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo» (At 18,27-28), il Messia. Il suo successo in quella città ebbe però un risvolto problematico, in quanto vi furono alcuni membri di quella Chiesa che nel suo nome, affascinati dal suo modo di parlare, si opponevano agli altri (cfr 1 Cor 1,12; 3,4-6; 4,6). Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi esprime apprezzamento per l’operato di Apollo, ma rimprovera i Corinzi di lacerare il Corpo di Cristo suddividendosi in fazioni contrapposte. Egli trae un importante insegnamento da tutta la vicenda: sia io che Apollo – egli dice – non siamo altro che diakonoi, cioè semplici ministri, attraverso i quali siete venuti alla fede (cfr 1 Cor 3,5). Ognuno ha un compito differenziato nel campo del Signore: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere… Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio» (1 Cor 3,6-9). Rientrato a Efeso, Apollo resistette all’invito di Paolo di tornare subito a Corinto, rimandando il viaggio a una data successiva da noi ignorata (cfr 1 Cor 16,12). Non abbiamo altre sue notizie, anche se alcuni studiosi pensano a lui come a possibile autore della Lettera agli Ebrei, della quale, secondo Tertulliano, sarebbe autore Barnaba. Tutti e tre questi uomini brillano nel firmamento dei testimoni del Vangelo per una nota in comune oltre che per caratteristiche proprie di ciascuno. In comune, oltre all’origine giudaica, hanno la dedizione a Gesù Cristo e al Vangelo, insieme al fatto di essere stati tutti e tre collaboratori dell’apostolo Paolo. In questa originale missione evangelizzatrice essi hanno trovato il senso della loro vita, e in quanto tali stanno davanti a noi come modelli luminosi di disinteresse e di generosità. E ripensiamo, alla fine, ancora una volta a questa frase di san Paolo: sia Apollo, sia io siamo tutti ministri di Gesù, ognuno nel suo modo, perché è Dio che fa crescere. Questa parola vale anche oggi per tutti, sia per il Papa, sia per i Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i laici. Tutti siamo umili ministri di Gesù. Serviamo il Vangelo per quanto possiamo, secondo i nostri doni, e preghiamo Dio perché faccia Lui crescere oggi il suo Vangelo, la sua Chiesa.

GIOVEDÌ 12 GIUGNO 2008 

UFFICIO DELLE LETTURE 

riferimenti  

Seconda Lettura
Dalle «Omelie sul libro di Giosuè» di Origène, sacerdote
(Om. 6, 4; PG 12, 855-856)

La presa di Gerico
Gerico viene circondata, è necessario che sia espugnata. Come dunque viene espugnata Gerico? Non si usa la spada contro di essa, non viene spinto l’ariete, né vengono lanciati i giavellotti, si usano soltanto le trombe sacerdotali e da queste sono atterrate le mura di Gerico. Nelle Scritture troviamo frequentemente che Gerico viene portata come immagine del mondo del male e dell’errore. Infatti anche nel vangelo, dove si dice che un uomo era disceso da Gerusalemme a Gerico ed era incappato nei ladri, senza dubbio vi era contenuta l’immagine di quell’Adamo che dal paradiso era stato cacciato nell’esilio di questo mondo. E anche i ciechi che si trovavano a Gerico, ai quali si accostò Gesù per dar loro la vista, rappresentavano l’immagine di coloro che in questo mondo erano colpiti dalla cecità dell’ignoranza e ai quali venne incontro il Figlio di Dio. Perciò questa Gerico, cioè questo mondo, dovrà finire. E difatti la consumazione del mondo è già stata da tempo rivelata nei libri santi. In che modo sarà distrutto? Con quali strumenti? «Con le voci delle trombe», dice. Di quali trombe? Paolo ti svela il segreto di questo mistero. Ascolta quello che egli dice: Suonerà, esclama, la tromba, e coloro che sono morti in Cristo, risorgeranno intatti, e il Signore stesso al comando, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba discenderà dal cielo (cfr. 1 Cor 15, 52; 1 Ts 4, 16). Gesù nostro Signore vincerà quindi Gerico con il suono delle trombe e la annienterà a tal punto che di essa si salverà soltanto la donna peccatrice e tutta la sua casa. «Verrà», dice, «il Signore nostro Gesù e verrà al suono della tromba». E salverà quella sola che accolse i suoi esploratori, quella che, dopo aver ricevuto gli apostoli nella fede e nell’obbedienza, li ha collocati nei posti più alti, e unirà e congiungerà questa donna peccatrice con la casa di Israele. Ma non richiamiamo più alla memoria e non attribuiamo a lei la vecchia colpa, non imputiamogliela più. Un tempo fu una peccatrice, ora invece, come vergine casta, è stata unita ad un solo uomo casto, Cristo. Da lei discendeva anche colui stesso che diceva: Anche noi un tempo eravamo stolti, increduli, erranti, soggetti a ogni sorta di passioni e voluttà (cfr. Tt 3, 3).
Vuoi apprendere, ancora più per esteso in che modo la peccatrice non è ormai più peccatrice? Ascolta allora Paolo che dice: Anche voi certo foste tutto questo, ma siete stati purificati, siete stati santificati nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio (cfr. 1 Cor 6, 11). Perché dunque potesse salvarsi per non perire con Gerico, ricevette dagli esploratori un efficacissimo contrassegno di salvezza: una cordicella di color scarlatto: segno che per mezzo del sangue di Cristo è salvata la Chiesa universale nello stesso Gesù Cristo nostro Signore, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.  

LODI 

Lettura Breve   Rm 14, 17-19
17. Il regno di Dio non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: 18. chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. 19. Diamoci dunque alle opere della pace e alla edificazione vicendevole. 

VENERDÌ 13 GIUGNO 2008

SAN ANTONIO DI PADOVA (m)
Sacerdote e Dottore della Chiesa 

MESSA DEL GIORNO 

Canto al Vangelo  Fil 2,15.15 (Mt 5, 27-32)
Alleluia, alleluia.

Splendente come astri nel mondo,
tenendo alta la parola di vita.
Alleluia.

SABATO 14 GIUGNO 2008 

UFFICIO DELLE LETTURE 

Seconda Lettura
Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo
(Sal 1, 9-12; CSEL 64, 7. 9-10)

Canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza. Che cosa di più dolce di un salmo? Per questo lo stesso Davide dice splendidamente: «Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo come a lui conviene» (Sal 146, 1). Davvero! Il salmo infatti è benedizione per i fedeli, lode a Dio, inno del popolo, plauso di tutti, parola universale, voce della Chiesa, professione e canto di fede, espressione di autentica devozione, gioia di libertà, grido di giubilo, suono di letizia. Mitiga l’ira, libera dalle sollecitudini, solleva dalla mestizia. E’ protezione nella notte, istruzione nel giorno, scudo nel timore, festa nella santità, immagine di tranquillità, pegno di pace e di concordia che, a modo di cetra, da voci molteplici e differenti ricava un’unica melodia. Il salmo canta il sorgere del giorno, il salmo ne fa risonare il tramonto. Nel salmo il gusto gareggia con l’istruzione. Nello stesso tempo si canta per diletto e si apprende per ammaestramento. Che cos’è che non trovi quando tu leggi i salmi? In essi leggo: «Canto d’amore» (Sal 44, 1) e mi sento infiammare dal desiderio di un santo amore. In essi passo in rassegna le grazie della rivelazione, le testimonianze della risurrezione, i doni della promessa. In essi imparo ad evitare il peccato, e a non vergognarmi della penitenza per i peccati. Che cos’è dunque il salmo se non lo strumento musicale delle virtù, suonando il quale con il plettro dello Spirito Santo, il venerando profeta fa echeggiare in terra la dolcezza del suono celeste? Modulava gli accordi di voci diverse sulle corde della lira e dell’arpa, che sono resti di animali morti, e così innalza verso il cielo il canto della divina lode. In tal modo ci insegnava che prima si deve morire al peccato e solamente dopo si può stabilire in questo corpo la varietà delle diverse opere di virtù con le quali rendere al Signore l’omaggio della nostra devozione.  Davide ci ha dunque insegnato che bisogna cantare, che bisogna salmeggiare nell’intimo del cuore come cantava anche Paolo dicendo: «Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza» (1 Cor 14, 15). Davide ci ha detto che bisogna formare la nostra vita e i nostri atti alla contemplazione delle cose superne, perché il piacere della dolcezza non ecciti le passioni del corpo, dalle quali la nostra anima è oppressa e non liberata. Il santo profeta ci ha ricordato che egli salmeggiava per liberare la sua anima e per questo disse: «Ti canterò sulla cetra, o santo d’Israele. Cantando le tue lodi esulteranno le mie labbra e la mia vita, che tu hai riscattato» (Sal 70, 22-23). 

LODI 

Lettura Breve   Rm 12, 14-16a
14. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. 15. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. 16a. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili.

LO SCANDALO DELLA CROCE – di Padre Mons. Luigi Padovese – n. 1

LO SCANDALO DELLA CROCE

di Padre Mons. Luigi Padovese, Lo scandalo della croce, la polemica anticristiana nei primi secoli, Edizioni Dehoniane, Roma 1988

di questo libro solo il capitolo I, divido questo articolo in quattro post;

CAPITOLO I

LA TESTIMONIANZA DEI PADRI APOSTOLICI SULLO « SCANDALO » DEL DIO INCARNATO E CROCIFISSO

pagg. 17-

Ci è noto il concetto del Dio aristotelico che muove senza essere mosso ed è amato senza amare. Verso che cosa muoversi se si è già perfetti? Amare chi se si è già sazi dell’amore per sé. Veramente, tanto 1.

Alla concezione di un Dio totalmente trascendete fa eco quanto il platonico Apuleio scrive:

Ancora un medio platonico, Plutarco, osserva che 3. Se si confrontano queste espressioni con quanto leggiamo nella lettera di Ignazio d’Antiochia ai Romani, 6<(lasciate che io imiti la passione del mio Dio>, il contrasto tra la concezione di Dio presente parzialmente nel mondo pagano colto e quanto i cristiani affermano di Dio, appare stridente ed inconciliabile. Si comprende perciò come fin da principio la fede cristiana centrata nell’adorazione di un crocifisso si ponesse in rottura con il milieu religioso circostante. E giustamente, dal momento che . 4.

Occorre insistere nel rilevare che chi reagisce contro l’immagine cristiana di Dio non è un mondo , indifferente, o carico di sola superstizione come forse potrebbe suggerire l’espressione generica di , bensì un mondo di profonde convinzioni religiose e di riti cultuali diversi tra loro eppure unificati in taluni aspetti. 5. 6.

A questa luce, la qualifica di loro attribuita, non va intesa in senso odierno; non riguarda uno di incredulità circa l’esistenza di Dio; . 7. Questa osservazione pone in luce il carattere formalistico della religione pagana che pur non escludendo sentimenti profondi ed emozioni, non produce neanche profondi mutamenti interiori. 8. Si tratta, n fondo, di una religione intesa come un atto civico. È un >culto statale>, assunto come sacra eredità della tradizione ma senza scorgere in esso delle motivazioni profonde. Il formalismo che reputa sicuri mezzi di salvezza l’adempimento esatto di certi gesti, formule, osservanze, si radica in questa fedeltà a consuetudini ataviche ma, alla lunga, smarrisce il suo legame a valori etici. 9. Lo mette in rilievo Lattanzio, quando scrive: . 10.

È certo possibile che Lattanzio esageri un poco in questa raffigurazione della religiosità pagana, ma certo non al punto di mentire.

L’accusa di ateismo lanciata ai cristiani va perciò letta e compresa in questo contesto di formalismo. Detta accusa, poi, non contrasta ma si affianca a quell’altra di che pure grava sul cristianesimo. Con questo termine si qualificava tutto ciò che si oppone a .

È di Cicerone l’osservazione che 11. Pertanto quando Svetonio presenta i cristiani come un genere di uomini d’una superstizione nuova e malefica> 12., o Tacito qualifica il cristianesimo come 13. e Plinio, dal canto suo, lo considera una 14. è sempre la stessa convinzione che ritorna: il cristianesimo contrasta con il vero sentimento religioso. È un’aberrazione di esso, una temibile e malefica malvagità. La superstizione, insomma, sta in rapporto alla religione come una malattia alla salute.

Il cuore di questa è la fede in un uomo che – come dichiara Tacito – 15.

Occorre osservare che questi dati: nome del procuratore romano e constatazione della esecuzione suonano per un cittadino romano in modo del tutto diverso che per un cristiano. Nella esecuzione stabilita da un funzionario statale, il cittadino romano percepisce anzitutto la giusta sentenza di condanna. Pertanto ai suoi occhi, il fondatore della religione cristiana non può essere che qualificato un delinquente 16.

Stando così le cose, l’osservatore che egli dai cristiani viene adorato come Dio 17., non può apparire che insensata, paradossale, anzi mostruosa e politicamente sospetta 18.

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO, Père Jean Lévêque (traduzione) – n. 1

LA PREGHIERA PASTORALE IN SAN PAOLO

di Père Jean Lévêque

il testo è abbastanza lungo: sono circa 14 pagine « A4″, la traduzione è mia,  penso che farò 4 post, pubblico mano a mano poi rivedo tutto, non elaboro troppo il testo, lo lascio il più possibile così come l’ha scritto il professore; per le citazioni dalla Bibbia utilizzo la versione CEI; per rileggere il testo francese della Bibbia utilizzo la: « Bible de Jerusalem » originale; per qualche confronto (quei pochi che sono in grado di fare) con il testo greco utilizzo: Nestle-Aland, Novum Testamentum  Graece et Latine, che, comunque, devo traslitterare;

http://perso.jean-leveque.mageos.com/pri.paul.htm

Riguardo i testi del Nuovo Testamento sulla preghiera, le lettere di Paolo meritano una attenzione tutta speciale, perché Paolo, il convertito, è il primo Pastore, nella Chiesa di Gesù, del quale noi abbiamo conservato le confidenze e gli insegnamenti.

È vero che le preghiere si trovano disseminate in tutte le Epistole, e questa dispersione rende malagevole il lavoro di sintesi. Inoltre tutte le lettere sono scritti di circostanza, che non riflettono che una parte delle preoccupazioni e delle speranze d’un uomo, e non si può pretendere di trovare nella corrispondenza di Paolo tutti gli aspetti e tutte le particolarità del suo insegnamento pastorale sulla preghiera. Ma per fortuna Paolo, molto spontaneo di carattere, ci offre volentieri i suoi ricordi e le sua esperienza, e i passaggi dove prega o parla della preghiera sono sufficientemente numerosi e molteplici per permette dei raggruppamenti assai convincenti.

Uno dei fatti il più impressionanti che appaiono all’evidenza di chi percorre le epistole di Paolo è che è impossibile separare, presso di lui (nei suoi scritti), la preghiera dalla vita in Gesù Cristo e l’attività missionaria (ossia la preghiera dalla vita che in Paolo è missionaria). Questa osmosi intensa della vita e della preghiera è l’oggetto della prima parte.

I. L’OSMOSI DELLA VITA E DELLA PREGHIERA

Presso San Paolo la preghiera e la missione non fanno che tutt’uno, e prima di rivelare le grandi scostanti della sua vita di preghiera, è, forse, interessante domandarci quali sono le ragioni di questa armonia tra la vita profonda e la testimonianza dell’Apostolo. Senza voler tracciare un ritratto spirituale completo di Paolo, noi conserviamo quattro tratti, quelli che più caratterizzano la sua fisionomia di pastore.

1. Paolo si è donato irrevocabilmente

Dio, per lui, è sempre un « Qualcuno », il grande presente e il grande vivente, e Paolo non gli ha mai riposto a metà. L’avvenimento sul cammino di Damasco ha molto meno inaugurato una conversione di Paolo che orientato di nuovo (e definitivamente) tutte le sue forze vive verso la testimonianza da rendere a Gesù risuscitato.

Ma questo incontro con Cristo ha creato in lui una novità radicale, e oramai Paolo non vive più per se stesso. Egli non cerca più né felicità, né successo, né potere, né la realizzazione di se stesso fuori di Cristo: « Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. » (Gal 2,20b) « Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunciassi in mezzo ai pagani… » (Gal 1,15-16a); e dal qual giorno Paolo non ha più altro progetto che co-rispondere con il progetto di Dio, il « mistero » per lungo tempo velato e, ora, svelato. Paolo è stato preso da Gesù Cristo e ora, dice: « mi sforzo di correre per conquistarlo » (Fil 3,12). Per lui vivere è Cristo (cfr Fil 1,21); egli vive, certo, ma nella stessa misura con la quale che Cristo vive in lui (cfr. 2,20b): « Se noi viviamo – scrive – viviamo per il Signore (cfr. Rm 14,8).

Sicuro della chiamata di Dio, cosciente di essere, ogni giorno, inviato, Paolo si affretta « perché il tempo si è fatto breve » (1Cor 7,29); il tempo ha « ripiegato le vele » (non conosco il termine esatto) come una nave, un veliero, quando il porto è in vista, e, con tutta l’umanità tutte le « nazioni » che Paolo vorrebbe sbarcare nel porto di Dio: « Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo! » (1Cor 9,16)

Non c’è dunque più spazio, nella vita di Paolo,, per una vita parallela a quella dell’evangelizzare (dell’ essere pastore), per dei momenti neutri, staccati dalla missione. Sempre, ovunque, e in tutti i momenti, fino alla impotenza della prigione, Paolo è un ambasciatore per il Cristo (2Cor 5,20; Ef 6,20).

2. Ma se Paolo può identificarsi così con la sua missione, è che lui stesso, una volte per tutte, ha identificato la sua missione a quella di Cristo Servitore di Dio

fermiamoci un momento su questo secondo aspetto.

Come Gesù nella sua prima omelia nella Sinagoga di Nazareth (Lc 4,17-21) Paolo ha visto la sua missione prefigurata in quella del Servo di JHWH chiamato da Dio « al tempo favorevole per essere alleanza delle nazioni » e portare la salvezza alle estremità della terra (cfr. Is 49,6.8; 2Cor 6,1-2; At 13,47; Lc 2.32). Abitato (dentro di se) da questo disegno universale, Paolo ha davanti ai suoi occhi le sofferenze paradossali attraverso le quali il Servo Gesù a compiuto l’opera di salvezza. A questo ricordo, l’amore di Cristo lo spinge (2Cor 5,14), nello stesso tempo l’amore che Cristo a mostrato e l’amore che Paolo vuole donare a Cristo. Questo amore lo « tiene alle strette », lo stringe senza lasciargli riposo, un pensiero si sofferma nello spirito dell’Apostolo: il Cristo è morto per tutti, dunque il vivente, tutti i viventi, non devono più vivere per se stessi, ma per Lui, che è morto e risuscitato per loro. E lui stesso, Paolo, attraverso la sua azione missionaria e pastorale, vuole penetrare a fondo in questo mistero di Gesù Servo, conoscerlo, Lui, con la potenza della sua risurrezione e la comunione alle sue sofferenze (Fil 3,9-11). Dato che la vita opera nei cristiani, egli accetta che la morte operi in lui stesso (2Cor 4,12). Oramai, crocifisso con Cristo (Gal 2,20), quello che manca alle afflizioni di Cristo, egli le completa nella sua carne, nella sua vita d’uomo limitato e fragile, in favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24).

Ugualmente, l’eventualità della morte, è inserita in questa prospettiva missionaria. Paolo non teme la morte, perché egli sa che deve divenire conforme a Cristo anche nella morte alfine di arrivare alla resurrezione (Fil 3,10, il passo di filippesi è così: E questo perché io possa conoscer lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte; in questo senso la morte è un guadagno « andarsene (essere sciolto da corpo in Fil) (Fil 1,21.23). L’importante ai suoi occhi è che il Cristo sia esaltato nel suo corpo d’apostolo, sia nella vita, sia nella morte (Fil 1,20); il fine è che l’esistenza dei convertiti divenga un sacrificio che Dio gradirà. Allora Paolo non avrà corso invano, né sofferto invano: « Se anche il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi » (Fil 2,17)

3. Questo ministero della nuova alleanza, questa diaconia della riconciliazione, che è il suo orgoglio, questo tesoro del Vangelo a lui affidato da Cristo, Paolo sa che egli lo porta in un vaso di creta; e questa umiltà di fronte alla missione e di fronte a Dio che lo invia è una costante della spiritualità pastorale di Paolo.

Paolo si considera come il più piccolo degli apostoli, nato alla fede cristiana come un aborto (« un peu en catastrophe » scrive il professore, a me viene da tradurre: nato come un aborto, un po’ come una disgrazia, ma non sono sicura), anche se egli lavora più di tutti (1Cor 15,10), anche se egli è stato, con Barnaba e tutto il gruppo di Antiochia, l’iniziatore de la missione presso i gentili, anche se ha udito nella sua preghiera delle parole indicibile che non è lecito ad alcuno pronunziare (2Cor 12,4), egli è cosciente in modo doloroso delle sue debolezze, e mantiene nella sua vita personale una disciplina d’atleta, « anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato. » (1Cor 9,27)
Paolo non vuole altro titolo di gloria che la Croce di Gesù Cristo (Gal 6,14). Tutto quello che resta, tutte le ragioni che avrebbe per appoggiare la sua fiducia in se stesso, tutto questo non è che spazzatura (Fil 3,8). Tuttavia questa diffidenza di Paolo per una vanagloria e una fama troppo facili non è dettata né da disfattismo, né a causa di un disprezzo sistematico della sua opera di testimone, la sua umiltà resta gioiosa: è il suo modo di riconciliarsi con i suoi limiti e con le sue insicurezze; Paolo mette il suo orgoglio nella debolezza (2Cor 12,8), perché dimori in lui la potenza di cristo (v. 9).

4. Un ultima riflessione che è bene rimarcare, per meglio rendere conto della preghiera missionaria di Paolo, è la sua fiducia inalterabile nella potenza di Dio, di Cristo, o dello Spirito.

È stato Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo (2Cor 5,19), e ora, ancora, egli è all’opera; Dio non è soltanto spettatore, ma attore nella storia degli uomini; Dio ha un progetto, e Dio riuscirà. Tali sono le certezze che su cui poggia l’ottimismo missionario di Paolo. Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa?…Ma in tute queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita…né presente, né avvenire…(niente) potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rm 8,31ss; 37ss)

Ugualmente è la certezza della vittoria di Gesù che è la fonte della grandezza dell’anima di Paolo. Certo, egli ha le sue idee, egli ama i suoi metodi, egli ha orrore che si costruisca in argilla (torchis, materiale da costruzione fatto di argilla, paglia, fibre vegetali, un materiale debole, credo) (vedere 1Cor 3, 12-13) la dove egli ha posto delle solide fondamenta, ma egli rifiuterà sempre che lo si opponga a gli altri missionari come un eroe o un maestro di scuola. Anche le piccolezze e i tradimenti non arrivano a turbarlo a lungo « quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiunger dolore alle mie catene. Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,17ss).

Alla fine, Paolo ne è convinto, solo la potenza dello Spirito può muovere le nazioni all’obbedienza della fede, solo essa (potenza/Spirito Santo) può fare abbondare la speranza (Rm 15, 13.16) ed è lo stesso Spirito che ha già santificato l’offerta dei popoli.

Ma se lo Spirito di Gesù collabora così attivamente al lavoro missionario, è ancora più vero dire testimone di Gesù nella testimonianza dello Spirito; e è per questo, agli occhi di Paolo, il servizio del Vangelo costituisce già una prestazione sacra, una « liturgia » della Parola (Rm 15,16).

Così è la presenza vivente dello Spirito di Gesù che unifica nella vita di Paolo la testimonianza e la preghiera. Ora noi vedremo, in questa parte come vive e reagisce Paolo, testimone di Gesù, ora a noi non resta che ascoltarlo pregare (comprenderlo nella preghiera)

II.  LE DOSSOLOGIE 

La preghiera di Paolo si spiega innanzitutto su l’asse dossologico, quella della lode pura. 

Questo traspare già dal modo sorprendente, nella maniera in cui Paolo parla di Dio. Se si raggruppano i diversi qualificativi che l’Apostolo unisce al nome di Dio si ottiene, non una fredda litania, ma una vera meditazione sul Padre e sul suo atteggiamento verso l’uomo.. Il Dio di Paolo est, quindi, secondo i testi: 

il Creatore (Rm 1,26), 

il Dio beato (1Tm 1,11), 

il Dio vivente e vero (1Tess 1,9), 

il Padre della gloria (Ef 1,17), 

il Dio fedele (1Cor 10,13) che non fa preferenze di persone, 

il Dio della pace (Rm 15,33; 16,20; cfr 1Tess 5,25), (Gal 2,6), 

il Dio dell’amore e della pace (2Cor 13,11), 

il Dio della speranza (Rm 15,3),  il Dio della perseveranza e della consolazione (Rm 15,5), 

e, nelle Lettere Pastorali, Dio nostro salvatore (1Tm 1,1; 2,3; 4,1; Tt 1,3; 2,10; 3,4). 

Tuttavia è necessaria a Paolo tutta una frase per fissare una fisionomia nuova dell’essere e dell’agire di Dio, e ognuna di queste frasi est il condensato di una preghiera. Dio è: 

Colui che dona la vita a tutte le cose (1Tm 6,13), 

Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento (2Cor 9,10), 

il Re dei secoli, il Dio immortale, invisibile ed unico (1Tm 1,17, sulla Bibbia CEI invece di immortale c’è incorruttibile, sulla Bibbia di Gerusalemme, originale francese ugualmente: « incorruptible », ma in greco trovo « aionon » che dovrebbe significare eterno), 

il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione  (2Cor 1,3), 

Dio nostro Padre che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza (2 Tess 2,16), 

Dio che da vita ai morti e che chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono (Rm 4,17) 

Le Lettere di Paolo sono così disseminate di brevi dossologie che l’Apostolo ama concluderle con l’Amen ebraico tradizionale, soprattutto quando « benedetto » e « gloria » si presentano in fine di frase: 

Rm 1,25 …(i pagani)…hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è  benedetto nei secoli. Amen! 

Gal 1,5  …secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.  Un Amen simile accompagna qualche volta dei brevi auguri che Paolo indirizza ai « suoi » cristiani:  « Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen » (Rm 15,33) 

Paolo ama ugualmente concludere uno sviluppo dottrinale importante con una dossologia solenne: 

Così, nella Lettera si Romani, i capitoli appassionati che Paolo consacra al rigetto di Israele e alla sua conversione finale (Rm 9-11) finiscono con una sorta  di inno alla sapienza divina, ispirata in parte ad Isaia 40, 10-13 e Giobbe 41, 3:

« 33. O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi  e inaccessibili le sue vie! 34. Infatti chi ha mai potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35. O chi gli ha dato qualcosa per primo? si che abbia a riceverne il contraccambio? (cfr. Is 40, 13,28)  Perché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

A questa lunga dossologia fa pendant quella che chiude l’Epistola in 16,25-27. Essa è indirizzata a Dio « solo saggio » che porta il suo « mistero (il suo piano d’amore) alla conoscenza di tutte le nazioni.

fine primo post;

Giovanni Paolo II – udienza 10 aprile 1991 (camminare secondo lo Spirito, da lettere diverse)

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/1991/documents/hf_jp-ii_aud_19910410_it.html

GIOVANNI PAOLO IIUDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 aprile 1991

1. San Paolo ci ha parlato, nella catechesi precedente, della legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù” (Rm 8, 2): una legge secondo la quale bisogna vivere, se si vuole camminare secondo lo Spirito (Gal 5, 25), compiendo le opere dello Spirito, non quelle della carne. LApostolo dà rilievo allopposizione tra carne e Spirito, e tra i due generi di opere, di pensieri e di vita che ne dipendono: Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, pensano alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace (Rm 8, 5-6). Lo spettacolo delle opere della carne e delle condizioni di decadenza spirituale e culturale a cui giunge l’“homo animalis” è desolante. Esso tuttavia non deve far dimenticare la ben diversa realtà della vita secondo lo Spirito, che pure è presente nel mondo e soppone al dilagare delle forze del male. San Paolo ne parla nella Lettera ai Galati rilevando, in opposizione alle opere della carne che escludono dal regno di Dio, il frutto dello Spirito che è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (cf. Gal 5, 19-22). Queste cose, sempre secondo San Paolo, sono dettate al credente dallinterno, cioè dalla legge dello Spirito (Rm 8, 2), che è in lui e che lo guida nella vita interiore (cf. Gal 5, 18.25).

2. Si tratta dunque di un principio della vita spirituale e della condotta cristiana, che è interiore e nello stesso tempo trascendente, come già si deduce dalle parole di Gesù ai discepoli: Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce . . . sarà in voi (Gv 14, 17). Lo Spirito Santo viene dallalto, ma penetra e risiede in noi per animare la nostra vita interiore. Gesù non dice solo: Egli dimora presso di voi” (Gv 14, 17), il che può suggerire lidea di una presenza che è soltanto vicina, ma aggiunge che si tratta di una presenza dentro di noi. San Paolo, a sua volta, augura agli Efesini che il Padre conceda loro di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore” (Ef 3, 16): nelluomo cioè che non si accontenta di una vita esterna, spesso superficiale, ma intende vivere nelle profondità di Dio, scrutate dallo Spirito Santo (cf. 1 Cor 2, 10). La distinzione fatta da Paolo circa luomo psichico e luomo spirituale (cf. 1 Cor 2, 13-14) ci aiuta a capire la differenza e la distanza tra la maturazione connaturale alle capacità dellanima umana e la maturità propriamente cristiana, che implica lo sviluppo della vita dello Spirito, la maturazione della fede, della speranza, della carità. La coscienza di questa Radice divina della vita spirituale, che dallintimo dellanima si espande in tutti i settori dellesistenza, anche esterni e sociali, è un aspetto fondamentale e sublime dellantropologia cristiana. Fondamento di tale coscienza è la verità di fede per cui credo che lo Spirito Santo abita in me (1 Cor 3, 16), prega in me (Rm 8, 26; Gal 4, 6), mi guida (Rm 8, 14) e fa sì che Cristo viva in me (Gal 2, 20).

3. Anche la similitudine, usata da Gesù nel colloquio con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, circa l’“acqua viva” che egli darà a chi crede, acqua che diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna (Gv 4, 14), significa la scaturigine interiore della vita spirituale. È quanto chiarisce Gesù stesso in occasione della festa delle Capanne (cf. Gv 7, 2), quando, levatosi in piedi, esclamò ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me come dice la Scrittura (cf. Is 55, 1): fiumi dacqua viva sgorgheranno dal suo seno. E levangelista Giovanni commenta: Questo egli disse riferendosi allo Spirito Santo che avrebbero ricevuto i credenti in lui (Gv 7, 37-39). Nel credente lo Spirito Santo sviluppa tutto il dinamismo della grazia che dà la vita nuova, e delle virtù che traducono questa vitalità in frutti di bontà. Dal seno del credente lo Spirito Santo opera anche come fuoco, secondo laltra similitudine usata dal Battista a proposito del battesimo: Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Mt 3, 11); e da Gesù stesso circa la sua missione messianica: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra (Lc 12, 49). Lo Spirito suscita perciò una vita animata da quel fervore che San Paolo raccomandava nella lettera ai Romani: Siate ferventi nello Spirito (Rm 12, 11). È la fiamma viva di amore che purifica, illumina, brucia e consuma, come ha spiegato così bene San Giovanni della Croce.

4. Nel credente si sviluppa così, sotto lazione dello Spirito Santo, una santità originale, che assume, eleva e porta a perfezionamento, senza distruggerla, la personalità di ciascuno. Così ogni santo ha la sua fisionomia propria. Stella differt a stella, si può dire con San Paolo: Ogni stella differisce dallaltra nello splendore (1 Cor 15, 41): non solo nella futura risurrezione, a cui si riferisce lApostolo, ma anche nella presente condizione delluomo, che non è più solo psichico (dotato di vita naturale), ma spirituale (animato dallo Spirito Santo) (cf. 1 Cor 15, 44ss.). La santità sta nella perfezione dellamore. Essa tuttavia varia secondo la molteplicità di aspetti che lamore prende nelle diverse condizioni della vita personale. Sotto lazione dello Spirito Santo ognuno vince nellamore listinto dellegoismo, e sviluppa le forze migliori nel suo modo originale di donarsi. Quando la forza espressiva ed espansiva delloriginalità è particolarmente potente, lo Spirito Santo fa sì che intorno a tali persone (anche se a volte rimangono nascoste) si formino gruppi di discepoli e seguaci. Nascono così correnti di vita spirituale, scuole di spiritualità, istituti religiosi, la cui varietà nellunità è dunque effetto di quel divino intervento. È lo Spirito Santo che valorizza, nelle persone e nei gruppi, nelle comunità e nelle istituzioni, tra i sacerdoti e tra i laici, le capacità di tutti.

5. Dalla interiore sorgente dello Spirito deriva anche il nuovo valore di libertà, che caratterizza la vita cristiana. Come dice San Paolo: Dov’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3, 17). Direttamente, lApostolo si riferisce alla libertà acquisita dai seguaci di Cristo nei confronti della legge giudaica, in sintonia con linsegnamento e latteggiamento dello stesso Gesù. Ma il principio che egli enuncia ha un valore generale. Egli, infatti, parla più volte della libertà come vocazione del cristiano: Voi . . ., fratelli, siete stati chiamati alla libertà” (Gal 5, 13). E spiega bene di che si tratta. Secondo lApostolo, chi cammina secondo lo Spirito (Gal 5, 13), vive nella libertà, perché non si trova più sotto il giogo opprimente della carne: Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne (Gal 5, 16). I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace (Rm 8, 6). Leopere della carne, da cui è liberato il cristiano fedele allo Spirito, sono quelle dellegoismo e delle passioni, che impediscono laccesso al regno di Dio. Le opere dello Spirito, invece, sono quelle dellamore: Contro queste cose, osserva San Paolo, non c’è legge (Gal 5, 23). Ne risulta, secondo lApostolo, che se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge (Gal 5, 18). Scrivendo a Timoteo, egli non esita a dire: La legge non è fatta per il giusto (1 Tm 1, 9). E San Tommaso spiega: Sui giusti la legge non ha forza coattiva, come sui cattivi (San Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 96, a. 5, ad 1), poiché i giusti non fanno niente che sia contrario alla legge. Anzi, guidati dallo Spirito Santo, fanno liberamente più di quanto richiede la legge (cf. Rm 8, 4; Gal 5, 13-16).

6. Questa è la mirabile conciliazione della libertà e della legge, frutto dello Spirito Santo operante nel giusto, come avevano predetto Geremia ed Ezechiele annunciando linteriorizzazione della legge nella Nuova Alleanza (cf. Ger 31, 31-343; Gal 5, 13-16). Porrò il mio Spirito dentro di voi (Ez 36, 27). Questa profezia si è verificata e continua ad attuarsi sempre nei fedeli di Cristo e nellinsieme della Chiesa. È lo Spirito Santo che dà la possibilità di essere non dei semplici osservanti della Legge, ma dei liberi, ferventi e fedeli realizzatori del disegno di Dio. Si attua allora quanto dice lApostolo: Tutti quelli . . . che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre! (Rm 8, 14-15). È la libertà da figli che era stata annunciata da Gesù come la vera libertà (cf. Gv 8, 36). È una libertà interiore, fondamentale, ma sempre orientata verso lamore, che rende possibile o quasi spontaneo laccesso al Padre nellunico Spirito (cf. Ef 2, 18). È la libertà guidata che splende nella vita dei Santi.

Publié dans:PAPA GIOVANNI PAOLO II |on 1 juin, 2008 |Pas de commentaires »

P. Cantalamessa: La fede in Cristo in San Paolo (dalle Lettere)

dal sito: 

http://www.cantalamessa.org/it/predicheView.php?id=41

La fede in Cristo in San Paolo

2005-12-16- III Predica di Avvento alla Casa Pontificia

1. Giustificati per la fede in Cristo

La volta scorsa abbiamo cercato di riscaldare la nostra fede in Cristo al contatto con quella dellevangelista Giovanni; questa volta cerchiamo di fare la stessa cosa al contatto con la fede dellapostolo Paolo.
La fede in Cristo, per Paolo,
è tutto. Questa vita che vivo nella carne -scrive a modo di testamento nella Lettera ai Galati- io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20) [1]. Su di essa l
Apostolo fonda la propria vita e invita noi a fondare la nostra.Quando si parla di fede in san Paolo il pensiero corre subito al grande tema della giustificazione mediante la fede . Ed è su di esso che vogliamo concentrare lattenzione, non per imbastirvi unennesima discussione, ma per accoglierne il consolante messaggio. Dicevo nella prima meditazione che oggi c’è bisogno di una predicazione kerigmatica, atta a suscitare la fede là dove essa non c’è ancora o è morta. La giustificazione gratuita mediante la fede in Cristo è il cuore di una tale predicazione ed è

un peccato che essa sia invece praticamente assente dalla predicazione ordinaria della Chiesa.
A suo riguardo
è successo una cosa strana. Alle obbiezioni mosse dai riformatori, il concilio di Trento aveva dato una risposta cattolica in cui cera posto per la fede e per le buone opere, ognuna, sintende, nel suo ordine. Non ci si salva per le buone opere, ma non ci si salva senza le buone opere. Di fatto però, dal momento che i protestanti insistevano unilateralmente sulla fede, la predicazione e la spiritualità cattolica finirono per accettare quasi solo lingrato compito di ricordare la necessità delle buone opere e dellapporto personale alla salvezza. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei cattolici giungeva alla fine della vita senza aver mai ascoltato un annuncio diretto della giustificazione gratuita mediante la fede, senza troppi ma e però”
.
Dopo l
accordo su questo tema dell’ottobre 1999, tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale delle Chiese luterane, la situazione è mutata in linea di principio, ma stenta ancora a passare nella pratica. Nel testo di quellaccordo, viene espresso lauspicio che la dottrina comune sulla giustificazione passi ora alla pratica, divenendo esperienza vissuta da parte di tutti i cre denti e non più solo oggetto di dotte dispute tra teologi. È
quello che ci proponiamo di ottenere, almeno in piccola parte, con la presente meditazione. Leggiamo anzitutto il testo:
Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù”
(Rm 3, 23-26).
Dopo avere, nei precedenti due capitoli e mezzo della Lettera ai Romani, presentato l
umanità intera nel suo universale stato di peccato e di perdizione, lApostolo ha lincredibile coraggio di proclamare che questa situazione è ora radicalmente cambiata per tutti, giudei e greci, in virtù della redenzione realizzata da Cristo, per lobbedienza di un solo uomo
(Rom 3, 24; 5, 19).
Non si capisce nulla per
ò di questa affermazione dellApostolo, e anzi essa finirebbe per incutere spavento più che consolazione (come avvenne di fatto per secoli), se non si interpreta correttamente lespressione giustizia di Dio. Fu Lutero che riscoprì, che giustizia di Dio non indica qui il suo castigo, o peggio la sua vendetta, nei confronti delluomo, ma indica, al contrario, latto mediante il quale Dio rende giusto luomo. (Egli veramente diceva dichiara, non rende, giusto, perché pensava a una giustificazione estrinseca e forense, a una imputazione di giustizia, più
che a un reale essere resi giusti).
Ho detto
riscoprì”, perché ben prima di lui santAgostino aveva scritto: La giustizia di Dio è quella grazie alla quale, per sua grazia, egli fa di noi dei giusti (iustitia Dei, qua iusti eius munere efficimur), esattamente come la salvezza del Signore (Sal 3,9) è quella per la quale Dio fa di noi dei salvati
[2].
Il concetto di
giustizia di Dio è spiegato così nella Lettera a Tito: Quando si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia (Tt 3, 4-5). Dire: Si è manifestata la giustizia di Dio, equivale dunque a dire: si è manifestata la bontà di Dio, il suo amore, la sua misericordia. Non sono gli uomini che, improvvisamente, hanno mutato vita e costumi e si sono messi a fare il bene; la novità è che Dio ha agito, ha teso per primo la sua mano all
uomo peccatore e la sua azione ha compiuto i tempi.
Qui sta la novit
à del cristianesimo. Ogni altra religione traccia alluomo una via di salvezza, mediante osservanze ascetiche o speculazioni intellettuali, promettendogli, come premio finale, la salvezza o la illuminazione, ma lasciandolo sostanzialmente solo nel realizzare tale compito. Il cristianesimo non comincia con quello che luomo deve fare per salvarsi, ma con quello che Dio ha fatto per salvarlo. Lordine è
rovesciato.
È vero che amare Dio con tutto il cuore è il primo e il più grande dei comandamenti; ma quello dei comandamenti non è il primo ordine, è il secondo. Prima dellordine dei comandamenti c’è lordine del dono. Il cristianesimo, dicono con stupenda espressione gli Atti degli apostoli, è lannuncio, o il vangelo, della grazia di Dio
(At 14,3;20,32).

2. Giustificazione e conversione

Vorrei ora mostrare come la dottrina della giustificazione gratuita per fede non è uninvenzione di Paolo, ma il puro insegnamento di Gesú. Allinizio del suo ministero, Gesù andava proclamando: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo (Mc 1, 15). Quello che Cristo racchiude nellespressione regno di Dio e cioè liniziativa salvifica di Dio, la sua offerta di salvezza allumanità , san Paolo lo chiama giustizia di Dio, ma si tratta della stessa fondamentale realtà. Regno di Dio e giustizia di Dio sono accostati tra di loro da Gesù stesso quando dice: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6, 33). Gesú, scriveva già san Cirillo di Alessandria, chiama regno di Dio la giustificazione mediante la fede, la purificazione battesimale e la comunione dello Spirito[3].
Quando Ges
ù diceva: Convertitevi e credete al Vangelo, insegnava dunque già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre tornare indietro (come indica lo stesso termine usato, in ebraico, per questazione e cioè il termine shub); significava tornare all
alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge.
Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua mutando condotta di vita. La conversione
è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. Sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all
inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto.
Convertirsi non significa pi
ù tornare indietro, allantica alleanza e allosservanza della legge; significa piuttosto fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi. Ed entrarvi mediante la fede. Convertitevi e credete non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! Prima conversio ad Deum fit per fidem, scrive san Tommaso dAquino: La prima conversione a Dio consiste nel credere
[4].
Se ci fosse stato detto: la porta per entrare nella salvezza
è linnocenza, la porta è losservanza esatta dei comandamenti, la porta è la tale o la talaltra virtù, poveri noi! Chi avrebbe potuto sperare di salvarsi? Ma ci viene detto: la porta è la fede e questa possibilità non è troppo alta per te, né troppo lontana da te, non è di là del mare; è sulla tua bocca e nel tuo cuore, dice lApostolo Rm 10, 8). È alla portata di tutti; Dio ci ha creati liberi forse proprio perché potessimo produrre l
atto di fede.

3. La fede-appropriazione

Tutto dunque dipende dalla fede. Ma sappiamo che ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dellintelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9). Di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione mediante la fede? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione. Io non mi stanco di citare a questo proposito un testo di san Bernardo:
Io, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio
[5].
È scritto infatti: Cristo Gesù [...] è diventato per noi, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (1 Cor 1, 30). Per noi, non per se stesso! Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi, avendoci egli ricomprati a caro prezzo (1 Cor 6, 20), inversamente quello che è di Cristo ci appartiene più che se fosse nostro. Io chiamo questo il colpo di audacia, o il colpo d
ala, nella vita cristiana e non dovremmo rassegnarci a morire senza averlo realizzato.
San Cirillo di Gerusalemme cos
ì esprimeva, in altre parole, la stessa convinzione: O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dellAntico Testamento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di unora. Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone
[6].

4. Giustificazione e confessione

Dicevo allinizio che la giustificazione gratuita mediante la fede deve diventare esperienza vissuta dal credente. Noi cattolici abbiamo in ciò un vantaggio enorme: i sacramenti e, in particolare, il sacramento della riconciliazione. Esso ci offre un mezzo eccellente e infallibile per fare, ogni volta di nuovo, lesperienza della giustificazione mediante la fede. In essa si rinnova quello che è avvenuto una volta nel battesimo in cui, dice Paolo, il cristiano è stato lavato, santificato e giustificato (cf 1 Cor 6, 11).
Nella confessione avviene ogni volta il
mirabile scambio, ladmirabile commercium. Cristo prende su di sé i miei peccati e io prendo su di me la sua giustizia! A Roma, come in ogni grande città, ci sono purtroppo tanti cosiddetti barboni, poveri fratelli vestiti di luridi stracci che dormono allaperto si trascinano appresso tutte le loro poche cose. Immaginiamo cosa succederebbe se un giorno si diffondesse la voce che in Via Condotti c’è una boutique di lusso dove ognuno di loro può andare, deporre i propri stracci, prendere una bella doccia, scegliersi il vestito che più gli piace e portarselo via così, gratuitamente, senza spesa né denaro, perché per qualche ignoto motivo il proprietario è in vena di generosità
.
È quello che avviene in ogni confessione ben fatta. Gesú ce lha inculcato con la parabola del figliol prodigo: Presto, portate qui il vestito più bello (Lc 15, 22). Rialzandoci dopo ogni confessione possiamo esclamare con le parole di Isaia: Mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia (Is 61, 10). Si ripete ogni volta la storia del pubblicano: O Dio, abbi pietà di me peccatore!. Vi dico: questi tornò a casa sua giustificato
(Lc 18, 13 s.).5. Perché io possa conoscere lui

Da dove ha attinto, san Paolo, il meraviglioso messaggio della giustificazione gratuita per mezzo della fede, cos
ì in sintonia, abbiamo visto, con quello di Gesù? Non lo ha attinto dai libri dei Vangeli che non erano ancora stati scritti, ma semmai dalle tradizioni orali sulla predicazione di Gesù e soprattutto dalla propria esperienza personale, cioè da come Dio aveva agito nella sua vita. Egli stesso lo afferma, dicendo che il Vangelo che predica (questo Vangelo della giustificazione per fede!) non lo ha imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo e mette in rapporto tale rivelazione con lavvenimento della propria conversione (cf Gal 1, 11 ss). A leggere la descrizione che san Paolo fa della sua conversione, in Filippesi 3, a me viene in mente limmagine di un uomo che avanza, di notte, attraverso un bosco, al fioco lume di una candeletta. Egli fa bene attenzione a che non si spenga, perché è tutto ciò che ha per farsi strada. Ma poi, ecco che, continuando a camminare, viene lalba; allorizzonte sorge il sole, la sua lucetta impallidisce rapidamente, finché non si accorge nemmeno più di averla in mano e la getta via.
La lucetta era per Paolo la sua giustizia, un misero lucignolo fumigante, anche se fondato su titoli tanto altisonanti: circonciso l
ottavo giorno, della stirpe dIsraele, ebreo, fariseo, irreprensibile quanto allosservanza della legge… (cf Fil 3, 5-6). Un bel giorno, anche allorizzonte della sua vita apparve il sole: il sole di giustizia che egli chiama, in questo testo, con sconfinata devozione, Cristo Gesú, mio Signore, e allora la sua giustizia gli apparve perdita, spazzatura, e non volle più
essere trovato con una sua giustizia, ma con quella che deriva dalla fede. Dio gli fece sperimentare prima, drammaticamente, quello che lo chiamava a rivelare alla Chiesa.
In questo testo autobiografico appare chiaro che il centro focale di tutto non
è, per Paolo, una dottrina, fosse pure quella della giustificazione mediante la fede, ma una persona, Cristo. Quello che desidera sopra ogni altra cosa è di essere trovato in lui, di conoscere lui, dove quel semplice pronome personale dice infinite cose. Mostra che per lApostolo Cristo era una persona reale, viva, non un
astrazione, un insieme di titoli e di dottrine.
L
unione mistica con Cristo, mediante la partecipazione al suo Spirito (il vivere in Cristo, o nello Spirito), è per lui il traguardo finale della vita cristiana; la giustificazione mediante la fede è solo linizio e un mezzo per raggiungerla[7]. Questo ci invita a superare le contingenti interpretazioni polemiche del messaggio paolino, centrate sul tema fede-opere, per ritrovare, al di sotto di esse, il genuino pensiero dellApostolo. Quello che al lui preme anzitutto affermare non è che siamo giustificati per la fede, ma che siamo giustificati per la fede in Cristo; non è
tanto che siamo giustificati per la grazia, quanto che siamo giustificati per la grazia di Cristo.
È Cristo il cuore del messaggio, prima ancora che la grazia e la fede. Laffermazione che questa salvezza si riceve per fede, e non per le opere, è presente nel testo ed era forse la cosa più urgente da mettere in luce al tempo della Riforma. Ma essa viene in secondo luogo, non in primo, specie nella lettera ai Romani dove la polemica contro i giudaizzanti è assai meno presente che nella Lettera ai Galati. Si è commesso lerrore di ridurre a un problema di scuole e di correnti, interno al cristianesimo, quello che era, per lApostolo, una affermazione di portata infinitamente più
vasta e universale.
Nella descrizione delle battaglie medievali c
’è sempre un momento in cui, superati gli arcieri, la cavalleria e tutto il resto, la mischia si concentrava intorno al re. Lì si decideva lesito finale della battaglia. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Come al tempo di Paolo la persona di Gesù Cristo è la vera posta in gioco, non questa o quella dottrina a suo riguardo, per quanto importante. Il cristianesimo sta o cade con Gesú Cristo, e con nient
altro.

6. Dimentico del passato

Nel seguito del testo autobiografico di Filippesi 3, Paolo ci suggerisce uno spunto pratico con cui concludere la nostra riflessione:
Fratelli, io non ritengo ancora di essere giunto [alla perfezione], questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesú” (Fil 3, 12-14).
Dimentico del passato. Quale passato? Quello di fariseo, di cui ha parlato prima? No, il passato di apostolo, nella Chiesa! Ora il guadagno da considerare perdita è un altro: è proprio laver già una volta considerato tutto una perdita per Cristo. Era naturale pensare: Che coraggio, quel Paolo: abbandonare una carriera di rabbino così ben avviata per una oscura setta di galilei! E che lettere ha scritto! Quanti viaggi ha intrapreso, quante chiese fondato!

L
Apostolo ha avvertito confusamente il pericolo mortale di rimettere tra sé e il Cristo una propria giustizia derivante dalle opere – questa volta le opere compiute per Cristo -, e ha reagito energicamente. Io non ritengo -dice- di essere arrivato alla perfezione. San Francesco dAssisi, verso la fine della vita, tagliava corto a ogni tentazione di autocompiacenza, dicendo: Cominciamo, fratelli, a servire il Signore, perché finora abbiamo fatto poco o niente[8].
Questa
è la conversione più necessaria a coloro che hanno già seguito Cristo e sono vissuti al suo servizio nella Chiesa. Una conversione tutta speciale, che non consiste nellabbandonare il male, ma, in certo senso, nellabbandonare il bene! Cioè nel distaccarsi da tutto ciò che si è fatto, ripetendo a se stessi, secondo il suggerimento di Cristo: Siamo servi inutili; abbiamo fatto quanto dovevamo
(Lc 17,10). E neppure, forse, bene come dovevamo farlo!
Una bella leggenda natalizia ci sprona a giungere a Natale cos
ì, con il cuore povero e vuoto di tutto. Tra i pastori che accorsero la notte di Natale ad adorare il Bambino ce nera uno tanto poverello che non aveva proprio nulla da offrire e si vergognava molto. Giunti alla grotta, tutti facevano a gara a offrire i loro doni. Maria non sapeva come fare per riceverli tutti, dovendo tenere in braccio il Bambino. Allora, vedendo il pastorello con le mani libere, prende e affida a lui Gesù. Avere le mani vuote fu la sua fortuna e, su un altro piano, sarà
anche la nostra.
Un prefazio di Avvento ci ricorda continuamente, in questi giorni, che
la Vergine Madre accolse Gesú e lo portò in grembo con ineffabile amore. Prepariamoci ad accoglierlo anche noi e a portarlo nel nostro cuore con tutta la fede e lamore che Cristo merita da noi.

[1] Vi è oggi chi vorrebbe vedere nellespressione fede del Figlio di Dio, o fede di Cristo, frequente negli scritti paolini (Rom 3,22.26; Gal 2, 16; 2,20; 3, 22; Fil 3,9), un genitivo soggettivo, come se si trattasse della fede propria di Cristo o della fedeltà di cui egli da prova sacrificandosi per noi. Io preferisco attenermi alla interpretazione tradizionale, seguita anche da autorevoli esegeti contemporanei (Cf. Dunn, op. cit., pp. 380-386), che vede in Cristo loggetto, non il soggetto della fede; non dunque la fede di Cristo (supposto che si possa parlare di fede in lui), ma la fede in Cristo.

[2] S. Agostino, Lo Spirito e la lettera, 32, 56 (PL 44, 237).

[3] S. Cirillo Al., Commento al vangelo di Luca, 22,26 (PG 72905).

[4] S. Tommaso, dAquino, S.Th, I-IIae, q.113, a. 4.

[5] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico, 61, 4-5 (PL 183, 1072).

[6] Cirillo di Gerusalemme, Catechesi V, 10 ( PG 33, 517).

[7] Cf. J. D.G. Dunn, La teologia dellapostolo Paolo, Brescia, Paideia, 1999, p.421.

[8] Celano, Vita prima, 103 (Fonti Francescane, n. 500).

IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

http://santiebeati.it/

 

IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

DOMENICA 1 GIUGNO 2008. 

MESSA DEL GIORNO 

il tema della giustificazione per la fede e il rapporto con la Legge è uno dei temi più dibattuti nell’interpretazione del pensiero di Paolo spero di potermi soffermare un poco su questo tema, in realtà sto rileggendo le interpretazioni  Seconda Lettura   Rm 3, 21-25a. 28
21. Fratelli, ora, invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; 22. giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: 23. tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24. ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. 25a. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue. 28. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge. 

questo commento è del sito francese Evangile Au Quotidien « EAQ » che posto tutti i giorni negli altri miei blog, oggi lo metto anche su questo Blog data le scelta, da loro fatta, per la liturgia di questa domenica: un commento a 1Cor 3,11 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/01/2008#

Sant’Afraate (?-circa 345), monaco e vescovo a Nìnive, nell’Iraq attuale
dimostrazioni, n° 1 ; SC 349, 210

« Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo » (1Cor 3,11) 

Un re non rimane in una casa svuotata di tutti i suoi beni; non vi abita. Il re necessita di tutto un apparato degno di lui, cosicché egli non manchi di nulla… Così è dell’uomo diventato dimora per Cristo-Messia: provvede a quanto conviene al servizio del Messia che abita in lui, a quanto gli piace. Infatti, costui costruisce prima il suo edificio sulla pietra, cioè sullo stesso Messia. Su questa pietra è posata la fede, e sulla fede si innalza tutto l’edificio. Perché la casa diventi la sua dimora, gli viene chiesto il digiuno puro, stabilito sulla fede. Gli viene chiesto la preghiera pura ricevuta nella fede. Necessita dell’amore, innalzatosi sulla fede. Ha bisogno anche dell’elemosina data con fede. Che domandi l’umiltà, amata con fede. Che scelga per lui la verginità, amata teneramente nella fede. Che coltivi in sè la santità, piantata sulla fede. Che mediti anche la sapienza, trovata nella fede. Domandi anche per lui la condizione di straniero, utile nella fede. Gli occorrerà anche la semplicità, unita alla fede. Domandi ancora la pazienza, che è compiuta dalla fede. Si renda perspicace mediante la mitezza, acquisita dalla fede. Ami la penitenza, che si mostra alla fede. Domandi anche la purezza, custodita dalla fede… Queste sono le opere richieste dal re Messia, che abita negli uomini che costruiscono se stessi con tali opere. La fede infatti è composta di molte cose e si adorna di molti colori, perché è simile a un edificio costruito con materiali molteplici e il suo edificio si innalza fino in alto…Così è della nostra fede: il suo fondamento è la vera pietra, cioè il nostro Signore Gesù il Messia… Questo fondamento è la base di tutto l’edificio. Se uno giunge alla fede, è posato sulla roccia, cioè sul nostro Signore Gesù il Messia. E il suo edificio non sarà scosso dai flutti, né danneggiato dai venti, né vacillerà nelle tempeste, perché questo edificio si innalza sopra la roccia, il vero fondamento.

PRIMI VESPRI 

Il tema della Sapienza ricorre continuamente nelle letture di questo periodo, abbiamo letto Giobbe per tutta questa settimana nell’Ufficio delle letture, e la settimana passata il Qoèlet 

Lettura breve   Rm 11, 33-36
33. O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! 34. Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35. O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? (Is 40, 13; Ger 23, 18; Gb 41, 3). 36. Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen. 

UFFICIO DELLE LETTURE 

la prima lettura è dal libro di Giobbe: 28, 1-28, il responsorio scelto per questa lettura è tratto da Paolo: 

Responsorio   Cfr. 1 Cor 2, 7; 1, 30
R. Parliamo di una sapienza divina e misteriosa, rimasta nascosta, * preordinata da Dio prima dei secoli per la nostra gloria.
V. Voi siete in Cristo Gesù: per opera di Dio egli per noi è diventato sapienza,
R. preordinata da Dio prima dei secoli per la nostra gloria. 

la seconda lettura è tratta dalle « Confessioni » di Sant’Agostino, come ho già detto altra volta che ho presentato una lettura di Sant’Agostino, in lui la presenza di riferimenti a Paolo è qualcosa di più di una citazione, appare piuttosto un elemento costitutivo del suo pensiero e della sua fede, voglio rileggere le Confessioni, almeno, per il momento (tra le altre cose che devo fare) ma credo di poter confermare, dopo una miglior lettura, questa mia interpretazione; 

Seconda Lettura
Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
(Lib. 1, 1. 1 – 2. 2; 5. 5; CSEL 33, 1-5)

Inquieto è il nostro cuore, finché non riposi in te
«Grande è il Signore e degno di ogni lode; la sua grandezza non si può misurare, la sua sapienza non ha confini» (Sal 47, 1; 95, 4; 144, 3; 146, 5). E l’uomo vuole lodarti, lui piccola parte di quanto hai creato; l’uomo che si porta attorno il suo essere mortale, l’uomo che viene accompagnato dalla testimonianza del suo peccato e dalla prova che tu resisti ai superbi. Nonostante ciò anche l’uomo, piccola parte di quanto hai creato, vuole lodarti. Tu lo spingi a trovare le sue delizie nel lodarti, perché ci hai creati per te e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te. Concedimi, o Signore, di conoscere e comprendere se prima si deve invocarti o lodarti, se prima conoscerti o invocarti. Ma chi ti può invocare se non ti conosce? Chi non conosce, non sa a chi dirigere la sua invocazione. Ma, per caso, non sarà necessario invocarti per conoscerti? «Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui?». E «come potranno credere, senza averne sentito parlare?» (Rm 10, 14). «Loderanno il Signore quanti lo cercano» (Sal 21, 27); poiché, cercandolo, lo troveranno e, trovandolo, lo loderanno. Che io ti cerchi, o Signore, invocandoti; che io ti invochi ì, credendo in te, perché sei stato annunziato a noi. O Signore, è la mia fede a invocarti, quella fede che tu mi hai donato, quella fede che, mediante l’opera del tuo annunziatore, mi hai ispirato per l’umanità del tuo Figlio fatto uomo. Ma come invocherò il mio Dio, il Dio e Signore mio? Certo lo chiamerò in me stesso, quando lo invocherò. E qual posto esiste in me, in cui il mio Dio possa venire dentro di me, lui che creò il cielo e la terra? Esiste così qualcosa in me, Signore mio Dio, capace di contenerti? O forse il cielo e la terra che tu hai creato e nei quali hai creato anche me, ti possono contenere? Oppure, poiché senza di te nulla esisterebbe di quanto esiste, accade che quanto esiste ti contenga? Intanto essendo che io esisto, perché ti chiedo di venire dentro di me, io che non esisterei se tu non fossi in me? Non sono ancora sceso negli inferi, sebbene tu sia presente anche là; infatti la Scrittura attesta: «Se scendo negli inferi, eccoti» (Sal 138, 8).
Dunque in non esisterei, o mio Dio, non esisterei affatto, se tu non fossi in me. Potrei esistere, se non fossi in te, dal quale, per il quale e nel quale tutto esiste? (cfr. 1 Cor 8, 6). E’ così, Signore; si, è così. Dove dunque vado a invocarti, se sono in te? Da dove tu verresti in me? Dove mi porterei, fuori dal cielo e dalla terra, perché di là venga in me il mio Dio che ha affermato: «Non riempio io il cielo e la terra?» (Ger 23, 24). Chi mi farà riposare in te? Chi mi concederà che tu venga nel mio cuore, così che io possa dimenticare i miei mali e abbracciare te, unico mio bene? Che cosa sei tu per me? Abbi misericordia, perché possa parlare. Che cosa sono io per te, perché tu mi comandi di amarti, e se non obbedisco ti adiri contro di me e mi minacci grandi sventure? E forse piccola questa stessa sventura, il non amarti? Oh, dimmi per tua misericordia, Signore mio Dio, che cosa tu sei per me. «Dimmi: Sono io la tua salvezza» (Sal 34, 3). Parla così, e io ascolterò. Ecco, il mio cuore ti ascolta, Signore; rendilo disponibile e dimmi: «Sono io la tua salvezza» (Sal 34, 3). Inseguirò il suono di questa tua parola e ti raggiungerò. Non nascondermi il tuo volto: che io muoia per non morire, per vedere il tuo volto. 

SECONDI VESPRI 

 naturalmente ogni quattro settimane per le Lodi ed i Vespri le sentenze si ripetono con i salmi, comunque le metto ugualmente perché, mentre si « cammina » nell’anno liturgico, e nella fede, la Parola di Dio è sempre nuova; 

SALMO 109, 1-5. 7   Il Messia, re e sacerdote
Bisogna che egli regni finché non abbia posto tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi  (1 Cor 15, 25) 

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Salmi&Capitolo=109

Lettura Breve   2 Cor 1, 3-4
3.  Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4.il quale ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio.

LUNEDÌ 2 GIUGNO 2008

(naturalmente le letture si ripetono ogni quattro settimane, salvo quando cambiano per una festività in giorno feriale, a me personalmente mi sembrano sempre nuove, cambia il tempo liturgico, cambia il cammino personale della fede)

LODI

Lettura Breve 2 Ts 3, 10b-13
10b. Chi non vuol lavorare neppure mangi. 11. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. 12. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. 13. Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene.

VESPRI

Lettura breve Col 1, 9b-11
9b. Abbiate una piena conoscenza della volontà di Dio con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10. perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio; 11. rafforzandovi con ogni energia secondo la sua gloriosa potenza, per poter essere forti e pazienti in tutto.

MARTEDÌ 3 GIUGNO 2008

IX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ
Ss. CARLO LWANGA E COMPAGNI MARTIRI (m)

LODI

Lettura Breve 2 Cor 1, 3-5
3. Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4. il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. 5. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.

MERCOLEDÌ 4 GIUGNO 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura 2 Tm 1, 1-3. 6-12
1. Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù, 2. al diletto figlio Timòteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. 3. Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno. 6. Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. 7. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. 8. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. 9. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, 10. ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, 11. del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro. 12. E’ questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti a chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato. 

COMMENTO ALLA MESSA DEL GIORNO DEL SITO FRANCESE EAQ:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/04/2008#

« Sant’Anastasio d’Antiochia, monaco poi patriarca d’Antiochia 549-570 e 593-599
Discorso 5, sulla Risurrezione di Cristo ; PG 89, 1358

« Non è un Dio dei morti ma dei viventi »

«Per questo Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14,9). «Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi». Perciò i morti sui quali domina colui che è risorto, non sono più morti, ma viventi; e domina su di loro la vita proprio perché vivano, senza temere più la morte, come «Cristo, risuscitato dai morti, non muore più» (Rm 6,9). Così risuscitati e liberati dalla corruzione, non vedranno più la morte, ma parteciperanno alla risurrezione di Cristo, come Cristo fu partecipe della loro morte. Non per altro motivo infatti egli discese sulla terra, incatenata da antiche catene, se non per «infrangere le porte di bronzo e spezzare le sbarre di ferro» (Is 45,2) della morte e per trarre a sé dalla corruzione la nostra vita, donandoci la libertà al posto della schiavitù.

Se non appare ancora ultimata l’opera di questo disegno divino (gli uomini infatti continuano a morire e i corpi si dissolvono nella morte), il fatto non deve certo per questo diventare motivo di diffidenza. Già in anticipo infatti abbiamo acquisito un pegno di tutti i beni futuri, mediante le primizie con le quali siamo già stati innalzati al cielo e ci siamo seduti con colui che ci ha portati in alto con sé, come dice san Paolo: «Con lui ci ha risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù» (Ef 2,6). Raggiungeremo il compimento quando verrà il tempo prestabilito dal Padre, quando avremo lasciato l’infanzia e arriveremo allo stato di uomo perfetto. Così piacque al Padre dei secoli, perché fosse stabile il dono concesso… L’apostolo Paolo inoltre dice che questo fatto, a lui ben noto, si sarebbe avverato per tutto il genere umano per mezzo di Cristo, «il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,21)… Cristo è risorto con un corpo spirituale, il quale non è altro che il «corpo seminato ignobile» (1 Cor 15,43), ma mutato poi in glorioso. Egli avendo portato al Padre le primizie della nostra natura, condurrà a lui anche tutto l’universo; lo ha promesso quando ha detto: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). »

UFFICIO DELLE LETTURE

responsorio alla prima lettura: Giobbe 32, 1-6; 33, 1-22

Responsorio Cfr. Rm 11, 33-34
R. O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! * Impenetrabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!
V. Chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?
R. Impenetrabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!

citazioni da: 1 Ts 2, 7 volgata; Tt 2, 15;

Seconda Lettura
Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 23, 23-24; PL 76, 265-266)

La vera scienza rifugge dalla superbia
«Ascolta, Giobbe, i miei discorsi, ad ogni mia parola porgi l’orecchio» (Gb 33, 1). L’insegnamento delle persone arroganti ha questo di proprio, che esse non sanno esporre con umiltà quello che insegnano, e anche le cose giuste che conoscono, non riescono a comunicarle rettamente. Quando insegnano danno l’impressione di ritenersi molto in alto e di guardare di là assai in basso verso gli ascoltatori, ai quali sembra vogliano far giungere non tanto dei consigli, quanto dei comandi imperiosi.
Ben a ragione, dunque, il Signore dice a costoro per bocca del profeta: «Li avete guidati con crudeltà e violenza» (Ez 34, 4). Comandano con durezza e violenza coloro che si danno premura non di correggere i loro sudditi, ragionando serenamente, ma di piegarli con imposizioni e ordini perentori.
Invece la vera scienza fugge di proposito con tanta più sollecitudine il vizio dell’orgoglio, quanto più energicamente perseguita con le frecciate delle sue parole lo stesso maestro della superbia. La vera scienza si guarda dal rendere omaggio con l’alterigia della vita a colui che vuole scacciare con i sacri discorsi dal cuore degli ascoltatori. Al contrario, con le parole e con la vita si sforza d’inculcare l’umiltà, che è la maestra e la madre di tutte le virtù, e la predica ai discepoli della verità più con l’esempio che con le parole.
Perciò Paolo, rivolgendosi ai Tessalonicesi, quasi dimenticando la grandezza della sua dignità di apostolo, dice: «Ci siamo fatti bambini in mezzo a voi» (1 Ts 2, 7 volgata). Così l’apostolo Pietro raccomanda: «Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» e ammonisce che nell’insegnare vanno osservate certe regole, e soggiunge: «Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, e con una retta coscienza» (1 Pt 3, 15-16).
Quando poi Paolo dice al suo discepolo: «Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità» (Tt 2, 15), non chiede un atteggiamento autoritario, ma piuttosto l’autorità della vita vissuta. Si insegna infatti con autorità, quando prima si fa e poi si dice. Si sottrae credibilità all’insegnamento, quando la coscienza impaccia la lingua. Perciò è assai raccomandabile la santità della vita che accredita veramente chi parla molto più dell’elevatezza del discorso. Anche del Signore è scritto: «Egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Mt 7, 29). Egli solo parlò con vera autorità in modo tanto singolare ed eminente, perché non commise mai, per debolezza, nessuna azione malvagia. Ebbe dalla potenza della divinità ciò che diede a noi attraverso l’innocenza della sua umanità.

GIOVEDÌ 5 GIUGNO 2008

SAN BONIFACIO (m) 
Vescovo e martire

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura   2 Tm 2, 8-15
8. Carissimo, ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, 9. a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! 10. Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. 11. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; 12. se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; 13. se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. 14. Richiama alla memoria queste cose, scongiurandoli davanti a Dio di evitare le vane discussioni, che non giovano a nulla, se non alla perdizione di chi le ascolta. 15. Sfòrzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della parola della verità.

comune dei martiri con salmodia dal giorno del salterio

UFFICIO DELLE LETTURE

responsorio alla seconda lettura:

Responsorio 1 Ts 2, 8; Gal 4, 19
R. Per il grande affetto che vi porto, vi avrei dato non solo il vangelo di Dio, ma la mia stessa vita: * siete diventati per me figli carissimi, alleluia.
V. Per voi soffro le doglie del parto, finché non sia formato Cristo in voi:
R. siete diventati per me figli carissimi, alleluia.

LODI 

Lettura Breve 2 Cor 1, 3-5
3. Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, 4. il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. 5. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.

VENERDÌ 6 GIUGNO 2008

MESSA DEL GIORNO

Prima Lettura 2 Tm 3, 10-16
10. Carissimo, tu mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nella condotta, nei propositi, nella fede, nella magnanimità, nell’amore del prossimo, nella pazienza, 11. nelle persecuzioni, nelle sofferenze, come quelle che incontrai ad Antiòchia, a Icònio e a Listri. Tu sai bene quali persecuzioni ho sofferto. Eppure il Signore mi ha liberato da tutte. 12. Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati. 13. Ma i malvagi e gli impostori andranno sempre di male in peggio, ingannatori e ingannàti nello stesso tempo. 14. Tu però rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto, sapendo da chi l’hai appreso 15. e che fin dall’infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù. 16. Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. 

commento del sito francese EAQ alla messa di oggi:

citazioni: 1 Tm 2,5; 1Cor 1,24:

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=06/06/2008#

San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorso 1 per la Natività del Signore

Figlio di Davide e Signore dei signori

E’ scelta una vergine regale, appartenente alla famiglia di David, che, destinata a portare in seno tale santa prole, concepisce il figlio, Uomo-Dio… Dunque il Verbo di Dio, Dio egli stesso e Figlio di Dio, che « era in principio presso Dio, per mezzo del quale tutto è stato fatto e senza del quale neppure una delle cose create è stata fatta » (Gv 1,1-3), per liberare l’uomo dalla morte eterna si è fatto uomo. Egli si è abbassato ad assumere la nostra umile condizione senza diminuire la sua maestà. E’ rimasto quel che era e ha preso ciò che non era, unendo la reale natura di servo a quella natura per la quale è uguale al Padre. Ha congiunto ambedue le nature in modo tale che la glorificazione non ha assorbito la natura inferiore, né l’assunzione ha sminuito la natura superiore.

Perciò le proprietà dell’una e dell’altra natura sono rimaste integre, benché convergano in una unica persona. In questa maniera l’umiltà viene accolta dalla maestà, la debolezza dalla potenza, la mortalità dall’eternità. Per pagare il debito, proprio della nostra condizione, la natura inviolabile si è unita alla natura che è soggetta ai patimenti, il vero Dio si è congiunto in modo armonioso al vero uomo. Or questo era necessario alle nostre infermità, perché avvenisse che l’unico e identico «Mediatore di Dio e degli uomini» (1 Tm 2,5) da una parte potesse morire e dall’altra potesse risorgere….

Tale natività, dilettissimi, si addiceva a Cristo, « virtù di Dio e sapienza di Dio » (1 Cor 1,24); con essa egli è uguale a noi quanto all’umanità, è superiore a noi quanto alla divinità. Se non fosse vero Dio non porterebbe la salvezza, se non fosse vero uomo non ci sarebbe di esempio.

alla messa oggi, per il primo venerdì del mese, il sacerdote ha fatto la « messa votiva » del Sacro Cuore ed ha citato l’Angelus del Papa di domenica scorsa:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2008/documents/hf_ben-xvi_ang_20080601_it.html

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 1 giugno 2008

Cari fratelli e sorelle,

nell’odierna domenica, che coincide con l’inizio di giugno, mi piace ricordare che questo mese è tradizionalmente dedicato al Cuore di Cristo, simbolo della fede cristiana particolarmente caro sia al popolo sia ai mistici e ai teologi, perché esprime in modo semplice e autentico la « buona novella » dell’amore, riassumendo in sé il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. E venerdì scorso abbiamo celebrato la solennità del Sacro Cuore di Gesù, terza e ultima delle feste che fanno seguito al Tempo Pasquale, dopo la Santissima Trinità e il Corpus Domini. Questa successione fa pensare ad un movimento verso il centro: un movimento dello spirito che è Dio stesso a guidare. Dall’orizzonte infinito del suo amore, infatti, Dio ha voluto entrare nei limiti della storia e della condizione umana, ha preso un corpo e un cuore; così che noi possiamo contemplare e incontrare l’infinito nel finito, il Mistero invisibile e ineffabile nel Cuore umano di Gesù, il Nazareno. Nella mia prima Enciclica sul tema dell’amore, il punto di partenza è stato proprio lo sguardo rivolto al costato trafitto di Cristo, di cui ci parla Giovanni nel suo Vangelo (cfr 19,37; Deus caritas est, 12). E questo centro della fede è anche la fonte della speranza nella quale siamo stati salvati, speranza che ho fatto oggetto della seconda Enciclica.

Ogni persona ha bisogno di un « centro » della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicendarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità. Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo. Invito pertanto ciascuno a rinnovare nel mese di giugno la propria devozione al Cuore di Cristo, valorizzando anche la tradizionale preghiera di offerta della giornata e tenendo presenti le intenzioni da me proposte a tutta la Chiesa.

Accanto al Sacro Cuore di Gesù, la liturgia ci invita a venerare il Cuore Immacolato di Maria. Affidiamoci sempre a Lei con grande confidenza. Vorrei invocare la materna intercessione della Vergine ancora una volta per le popolazioni della Cina e del Myanmar colpite dalle calamità naturali, e per quanti attraversano le tante situazioni di dolore, di malattia e di miseria materiale e spirituale che segnano il cammino dell’umanità.

LODI

Lettura Breve Ef 4, 29-32
Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. 
Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.

VESPRI

Lettura breve Rm 15, 1-3
Noi che siamo i forti abbiamo il dovere di sopportare l’infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma come sta scritto: gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me (Sal 68, 10).

123456

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01