Archive pour juin, 2008

La figura di S. Paolo nei Padri della Chiesa (Lino Cignelli) (SBF JERUSALEM)

“S. PAOLO” — SBF • 34º Corso di Aggiornamento Biblico-Teologico — Gerusalemme, 25-28 marzo 2008

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La figura di S. Paolo nei Padri della Chiesa (Lino Cignelli)

I Padri della Chiesa, successori degli Apostoli e pastori del popolo di Dio nei primi secoli della nostra era (I-VIII), hanno venerato, celebrato e imitato S. Paolo apostolo, come gli altri Santi dell’Antico e Nuovo Testamento (cf. S. Giovanni Damasceno, De fide orth. 4,15s). Raccogliendo le lodi e i titoli onorifici che gli hanno prodigato, ne verrebbe fuori una litania interminabile. Essendo un autore biblico di singolare importanza, “il grande Paolo” – come lo chiamano S. Gregorio Nisseno (Or. cat. 32,8) e S. Agostino (Conf. 13,40) – è stato sempre molto letto e studiato nella Chiesa di Dio, anche se non sempre ben compreso e seguito sia nell’antichità che nella modernità (e post-modernità). Come tutti i grandi e come Gesù stesso, anche S. Paolo ha i tre popoli: nemici più o meno feroci (come alcune sette giudaizzanti e gnostiche nei primi secoli e R. Renan nei tempi moderni), falsi amici o tifosi (come Marcione e Lutero) e veri amici e devoti (come Orìgene e il Crisostomo, il B. Charles de Foucauld e il B. Giacomo Alberione). I Santi Padri sono, nel loro insieme, tra i migliori devoti del grande Apostolo. Data la vastità dell’assunto e il tempo ristretto a disposizione, procederò per flash o piccoli quadri. Va da sé che non pretendo di esaurire la gigantesca figura di Paolo: cosa impossibile a tutti… L’Apostolo è sempre una sfida per chi lo vuol conoscere sul serio (cf. già 2Pt 3,16).

1. Ritratto di S. Paolo e notizie varie su di lui

La letteratura patristica ci trasmette non poche notizie sull’apostolo Paolo che la Bibbia non contiene, almeno esplicitamente. Ci limitiamo a riferirne alcune, quelle che ci sembrano più importanti e utili.

Ritratto fisico-morale di S. Paolo. Ce lo trasmette uno scritto anonimo del II secolo, gli Atti di Paolo, una vita romanzata dell’Apostolo dove c’è del valido e del meno valido, come un po’ in tutta la letteratura apocrifa di ogni tempo (M. Erbetta, Gli apocrifi del N.T., II, Marietti 1966, 242ss). Paolo – ci dice l’apocrifo – era “piccolo di statura, testa calva / rasa, gambe curve, corpo ben formato, naso un po’ sporgente, pieno di bontà. Alle volte sembrava un uomo, alle volte aveva la faccia di un angelo” (II,3: ivi 259). Più avanti Paolo stesso così si autopresenta ai fratelli di fede: “Io sono un servo di Dio,… piccolo e ignorato fra i gentili” (III: ivi 270).

Martire a Roma sotto Nerone. La Scrittura lascia S. Paolo prigioniero a Roma (At 28). Il resto lo sappiamo dalla letteratura patristica. Il martirio dell’apostolo a Roma è già attestato nel I secolo da S. Clemente Papa (1Clem. 5), ma sono gli Atti di Paolo che ce ne parlano con molti particolari (IX: ivi 285-88).

Vergine o vedovo? L’antichità cristiana ci trasmette due immagini di S. Paolo: una ce lo presenta vergine, l’altra vedovo. La prima è la più attestata, a partire – penso – dagli Atti di Paolo, dove l’Apostolo compare come un fervido predicatore della perfetta continenza (II,5ss: ivi 259-69). Dello stesso parere sono vari Padri, tra cui S. Ambrogio (Exhort. virg. 4,22s), S. Agostino (De s. virg. 40,41), S. Girolamo che scrive: Paolo “restò vergine, non per un ordine ricevuto ma di propria spontanea volontà” (Ep. 22,20; cf. 48,3).

S. Tecla vergine e martire, la Maria di S. Paolo. Anche questa notizia ci viene dagli Atti di Paolo. L’Apostolo, predicando a Iconio (Asia Minore), converte Tecla, una nobile vergine che lascia subito il fidanzato pagano e diventa un po’ la madonna, la Maria di S. Paolo, la sua discepola e collaboratrice fedelissima nell’annuncio della Parola di Dio (II,7ss: ivi 260-69). Nel documento riceve vari titoli onorifici, come “ancella di Cristo”, “apostola e vergine di Dio” (II,43: ivi 267s).

Ha conosciuto S. Paolo la Madonna? La Scrittura non ce ne parla, ma la letteratura patristica ne sa qualcosa e integra così il racconto biblico. I Padri – è noto – sono attenti a tutto, non trascurano niente della vita cristiana, ne esplorano tutte le dimensioni essenziali, quindi anche “la dimensione mariana” (Giov. Paolo II, Red. Mater 45s). E fanno questo anche a proposito di S. Paolo. Cf. Atti di Paolo (VII,2s: Erbetta II,280s); Transito di Maria, ugualmente del II secolo (cc. 22s.28: Erbetta I/2, Marietti 1981, 468s); S. Atanasio di Alessandria († 373), il quale ritiene che l’insegnamento paolino sulla verginità consacrata sia stato ispirato dall’esempio della Madonna, conosciuta in qualche modo dall’Apostolo (Lettera alle vergini: CSCO 151,62.72).

S. Paolo scrittore. I Padri, letterati quali sono, parlano anche di S. Paolo scrittore, rilevandone sia la straordinaria ricchezza e profondità di pensiero, sia le non poche difficoltà che il suo stile offre ai lettori di ogni categoria. A differenza di S. Giovanni evangelista, che unisce mirabilmente profondità dottrinale e semplicità stilistica, S. Paolo ha solo la profondità dottrinale. Cf. Orìgene, In Rom. com., praef.; S. Girolamo (Ep. 120,10); S. Agostino (Retr. I,25, dove il Santo si dice “spaventato” dalla complessità della lettera ai Romani).

2. L’innamorato di Cristo. S. Paolo si autorivela – senza rispetto umano – come un grande e folle innamorato del Cristo Dio-Uomo, di cui ha intuito e già pregusta “le imperscrutabili ricchezze” (Ef 3,8). Di qui il suo continuo nominarLo, rilevato – e imitato – bene dai mistici (cf. S. Teresa di Gesù, Vita 22,7). Sappiamo che si nomina ciò che si ama, come si parla di ciò che si ama (De imit. Chr. 3,48,2). I Padri esaltano e cercano di imitare l’amore di Paolo per il Dio-Uomo. “Nessuno più di Paolo amò Cristo”, scrive il Crisostomo (De Sacer. 2,5), e di conseguenza nessuno amò gli uomini più di lui (De laudibus Pauli 3,9s), dato che i due amori sono indivisibili (1Gv 4,20s). Cf. Orìgene, In Rom. com. 5,10; Teodoreto, St. relig. 31.

3. Il testimone di Cristo. È la conseguenza logica di quanto detto sopra. L’amore infatti conforma l’amante all’amato, fa vero testimone ossia copia conforme della persona amata. Si diventa ciò che si ama, ci ricorda S. Agostino con la sana psicologia (In 1Io. tr. 2,14). L’amore ha trasformato Paolo in un “alter Christus”, ne ha fatto una cristofanìa esemplare e, di conseguenza, un vero superuomo, come i Padri amano presentarlo. Cf. Orìgene, In Lev. hom. 4,6; 7,4; S. Gregorio Nisseno, La perf. cristiana (CTP 15,78s); specialmente il Crisostomo, De laud. Pauli (passim); S. Girolamo, Ep. 58,1; 55,4…

4. L’Apostolo di Cristo. S. Paolo è “l’Apostolo (di Cristo)” per eccellenza: un titolo che la Chiesa gli riconosce da sempre. E lo è sia per la vastità del suo campo di lavoro, sia per l’efficacia della sua azione missionaria, come i Padri non cessano di sottolineare. Cf. specialmente Orìgene, C. Celsum 1,63; il Crisostomo, De laud. Pauli (passim).

5. Esempio da imitare. L’eccellenza etico-spirituale fonda l’esemplarità e il dovere dell’imitazione. Dobbiamo imitare i migliori, non già i peggiori (come troppo spesso si fa). Come il suo Signore e Maestro (Mt 11,28ss; 16,24ss; Gv 13,18ss), anche S. Paolo esige sequela e imitazione dai suoi discepoli e devoti: non li vuole semplici ascoltatori o ammiratori della sua dottrina, ma imitatori della sua vita, incarnazione esemplare di ciò che insegna (cf. 2Ts 3,7; Fil 3,17). Ecco un suo testo famoso: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo!” (1Cor 11,1; cf. 4,16 lv). Per l’Apostolo si ha diritto a chiedere l’imitazione degli altri, dei condiscepoli, se si è personalmente (veri) imitatori del Maestro, “il modello supremo” e fontale (Paolo VI, MC 57). Un principio sacrosanto, ma quanto disatteso nella pratica quotidiana dai “maestri in Israele”! (Gv 3,10; cf. Mt 23,2ss). A loro volta, i Padri imitano ed esortano all’imitazione di S. Paolo. Cf. specialmente Orìgene, In Ez. hom. 4,5 (stupendo!), In Ps. 38 hom. 2,1; e il Crisostomo (De laud. Pauli, passim)…

La figura di S. Paolo nei Padri della Chiesa (L. Cignelli)

A Damasco nei luoghi di Paolo

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-14821?l=italian

A Damasco nei luoghi di Paolo

ROMA, mercoledì, 25 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito alcuni estratti del colloquio con Sua Beatitudine Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa cattolica Greco-Melkita, apparso sulla primo numero della rivista “Paulus” .

* * *

Cè qualcuno che san Paolo ce lha nel DNA. Una vocazione scritta nel sangue e nello spirito, viene da dire. Questo qualcuno è Sua Beatitudine Gregorio III Laham, patriarca della Chiesa cattolica Greco-Melkita, che ci racconta come la sua vita sia stata segnata dallApostolo fin dal suo inizio. Anzi, prima ancora… «La mia appartenenza paolina ci dice il Patriarca è viscerale nel senso letterale del termine, perché comincia addirittura con la mia gestazione. Mia madre proveniva infatti da una località nota come il monte degli arabi, a 50 km da Damasco, in direzione di Amman. È il luogo dove Paolo fuggì dopo la persecuzione dei Giudei e che cita nella lettera ai Galati, quando afferma di essere andato in Arabia (Gal 1,17) prima ancora che a Gerusalemme: non si tratta dellArabia Saudita, ma di una zona desertica tra Damasco e la Giordania. Sono nato a Daraya, dove Paolo è stato convertito dallincontro con il Signore, ma vivo a Damasco, lunica città al di fuori della Terra Santa dove è apparso il Risorto. Il mio legame con lApostolo delle genti si è rafforzato ancora di più quando, alla mia ordinazione vescovile, il precedente patriarca Massimo V mi ha assegnato il titolo di vescovo di Tarso, per cui mi sento a tutti gli effetti il successore di Paolo. Tuttora continuo ad appartenergli perché la mia residenza si trova in quello che io amo chiamare il quartiere paolino, cioè quella zona dove sorge da un lato la casa di Anania e dallaltro la cappella dove Paolo ricevette il battesimo. Vivere in quel luogo è per me fondamentale, proprio perché vi ha operato Anania. E Anania è forse uno dei primi vescovi del mondo in senso moderno, prima ancora dello stesso Pietro, perché mentre Pietro era anche missionario e si spostava di frequente, Anania era fisso presso una sede precisa, proprio come un vescovo locale. Mi piace anche ricordare il 15 febbraio 1959, prima della mia ordinazione sacerdotale, quando mi sono raccolto in ritiro spirituale presso le Tre Fontane e poi alla prigione di san Paolo a Roma. Proprio ieri ho celebrato la divina liturgia nella Basilica di San Paolo fuori le Mura e ho pregato sulla tomba di san Paolo come patriarca e come suo successore. E mi sono commosso perché, 49 anni fa, vi avevo celebrato la mia prima divina liturgia».[...] sul versante dell

ecumenismo il Patriarca coltiva il carisma dellunità proprio del suo protettore, e ci racconta come si possa essere costruttori di chiese in senso spirituale e in senso materiale allo stesso tempo. «Un altro cantiere di lavori ancora aperto è la costruzione di una chiesa a Damasco. Nel frattempo, nel nostro piccolo villaggio abbiamo già costruito unaltra chiesa dedicata a san Paolo ed è stata inaugurata nel 2004. Si tratta di una vera rarità mondiale, una chiesa comune come solo lo spirito paolino poteva ispirarci: è una co-proprietà dei greco-ortodossi e dei greco-cattolici. Credo sia lunico esemplare di co-proprietà tra cattolici e ortodossi. [...]».

Sul fronte delle iniziative per il bimillenario fervono i preparativi. È unoccasione unica per la Chiesa intera, ma in particolare per quanto resta come un seme seminato a fondo delle antichissime comunità cristiane fondate dallApostolo. «Per lAnno Paolino sto pensando a diverse iniziative che si dovrebbero svolgere in tutto il Libano. Tra le tante cose, desideriamo produrre un film sulla vita di Paolo che ripercorra gli Atti degli Apostoli e le Lettere. Abbiamo già pronta la sceneggiatura un testo di grande bellezza spirituale e ora occorrono solo i fondi per girarlo. Stiamo anche cercando di rivitalizzare alcune località significative per le celebrazioni, anche se sono poco note. Ad esempio è degno di menzione Msimiè, posto a 50 minuti a sud di Damasco, dove Paolo trovò rifugio trattandosi di una regione romana: se fosse rimasto a Damasco, lo avrebbero ucciso. Ma restando nella geografia spirituale paolina del Medioriente, i due luoghi più importanti restano Damasco e Roma. Un altro luogo importante potrebbe essere Atene, ma essendo la Grecia di religione ortodossa non sappiamo quale potrebbe essere la risposta a uniniziativa voluta dal Papa. Lo stesso discorso vale per la Turchia, che è musulmana. Damasco ha una maggioranza Ortodossa e in un primo momento non sembrava interessata alliniziativa, ma ora che si è lasciata trascinare dal fervore dei cattolici ne è entusiasta. Oltre tutto Damasco, che è interamente musulmana, ora passa agli occhi dellattenzione mondiale grazie alla sua sparuta minoranza cristiana. Questo offrirà loccasione per far conoscere a tutti che anche nel mondo arabo, dove siamo una minoranza, si celebra un evento cristiano che testimonia la fede in Gesù Cristo e che incoraggia tutti i cristiani orientali. Così il nostro Presidente si è mostrato molto interessato e ha dato ordine ai ministri di rendersi disponibili nei confronti dei Patriarchi della Chiesa cattolica e ortodossa per lAnno Paolino! Così sono a nostra disposizione anche il Ministro del Turismo, dellEconomia e delle Comunicazioni».

[...] la Chiesa senza Paolo sarebbe una Chiesa che non avrebbe voce. Questa voce ci dice che devesserci un papa nel mondo, e che la presenza dei cristiani nel mondo non può essere che forte. Ma la voce di Paolo ci ricorderà anche che il più grande ministero del Papa non è il primato, ma quello di confermare e fortificare i suoi fratelli. Abbiamo bisogno perciò di una voce cristiana unica nel mondo, che predichi lannuncio fondamentale del vangelo senza scendere in quei particolarismi che finiscono per creare solo divisione. Ricordiamo sempre quello che disse Giovanni XXIII: Quello che ci unisce è molto di più di quello che ci divide”».

Gregorio III Laham

Patriarca della

Chiesa cattolica Greco-Melkita

di Antiochia, di Gerusalemme

e di tutto l’Oriente

L’Anno Paolino, momento di grazia per la Chiesa in America Latina

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-14823?l=italian

L’Anno Paolino, momento di grazia per la Chiesa in America Latina

Secondo un Arcivescovo brasiliano incoraggerà lo “stato di missione”

di Alexandre Ribeiro

BELÉM, giovedì, 26 giugno 2008 (ZENIT.org).- L’Anno Paolino porterà molti frutti alla Chiesa in America Latina, che cerca sempre più di porsi in stato di missione sulla via indicata dalla Conferenza di Aparecida, ha indicato un Arcivescovo brasiliano.

Alla vigilia dell’inizio dell’anno che commemora il bimillenario della nascita dell’apostolo Paolo, monsignor Orani João Tempesta, Arcivescovo di Belém (Pará), sottolinea in un messaggio inviato a ZENIT il momento di grazia e di grandi possibilità d’animazione che rappresenterà l’evento convocato dal Papa.

Instancabile nelle sue peregrinazioni, San Paolo è per noi oggi un grande segno affinché in questo nostro difficile secolo non abbiamo paura di affrontare i nuovi areopaghi che compaiono ogni giorno davanti ai nostri occhi e ci pongono sempre sulla via di nuovi dialoghi e nuove scoperte, ha affermato.

Apostolo accettato e rifiutato, festeggiato e lapidato, accolto e non ricevuto, si solleva sempre con nuove energie e con nuovo coraggio e continua la sua peregrinazione e la sua testimonianza.

Secondo l’Arcivescovo, è l’esperienza dell’incontro con Cristo che Paolo ripeterà sempre come motivazione principale della sua trasformazione.Monsignor Tempesta ha osservato che l’anno commemorativo sar

à un’occasione per studiare in modo più approfondito gli scritti e il lavoro di Paolo, chiedendo a Dio che ci aiuti ad avere lo stesso coraggio che ha guidato la sua vita e la disposizione a essere con lui in costante stato di missione.Il prossimo sabato, a Belém, ci si riunirà alle 18.00 nella chiesa di San Francesco d’Assisi (Cappuccini), da dove partirà la processione per la chiesa della parrocchia di San Pietro e San Paolo.

Alle 19.00 verranno celebrate l’apertura e la proclamazione dell’anno giubilare nell’Arcidiocesi e saranno annunciati i principali orari ed eventi del calendario annuale.

Un’immagine di San Paolo percorrerà per tutto l’anno le parrocchie dell’Arcidiocesi. Monsignor Tempesta invita i fedeli a partecipare all’apertura dell’anno giubilare per iniziare insieme, con grande ardore, l’Anno Paolino nella nostra Arcidiocesi.

vi racconto quache cosa perché ho uno strappo muscolare e non riesco a fare molto

vi racconto quache cosa perché ho uno strappo muscolare e non riesco a fare molto dans 1. CON TE PAOLO

http://www.flickr.com/

oggi vi racconto qualcosa perché di più non riesco a fare, il problema è che per inserire il cavo della machina fotografica digitale nella porta USB mi sono procurata uno strappo muscolare alla spalla sinistra, e, quindi, per qualche giorno posso lavorare di meno, faccio fatica a consultare i libri, quindi se c’è qualche studio che posso inserire lo faccio, ma prima leggo tutto e un po’ faccio fatica anche a fare questo perché mi fa male, oggi pomeriggio va meglio così posso continuare con il mio « lavoro »; tra l’altro per dar via alcuni vestiti che non utilizzo più ho fatto una scemenza, ossia: ho fatto due pacchetti e sono andata ai cassonetti gialli, quelli fatti apposta, non solo, quindi, ho fatto la fatica ad aprire e chiudere – che sono un po’ duri – ma, dato che non si chiudeva bene gli ho dato una assestata e, naturalmente, ho peggiorato il dolore deello strappo muscolare;

per quando riguarda San Paolo sono contenta di quello che sto facendo, qualche volta mi farebbe piacere che qualcuno mi dicesse qualcosa, mi desse qualche consiglio, chi vuole;

ho scritto un paio di poesie/preghiere a San Paolo, non so se pubblicarle e dove,  se qui, o creare una categoria apposita;

questa fotografia l’ho fatta nella Basilica di San Giovanni in Laterano, nella entrata laterale della Basilica – quella che da su Piazza San Giovanni non su Porta San Giovanni – in alto, diciamo sul soffitto, ci sono diverse immagini, tra le altre questa di San Paolo, non so quanti la notano tra tante belle – e preziose – immagini, ma a me piace e l’ho fotografata, è in alto e lontana, con la mia macchina fotografica meglio di così non viene, però si vede abbastanza;

saluti a tutti;

Omelia del Papa per la messa conclusiva del Congresso in Québec (liturgia)

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-14792?l=italian

Omelia del Papa per la messa conclusiva del Congresso in Québec

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 23 giugno 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata da Benedetto XVI in collegamento diretto televisivo via satellite con la spianata di Abraham, a Québec (Canada), dove domenica si è celebrata la messa conclusiva del 49° Congresso eucaristico internazionale presieduta dal Cardinale Jozef Tomko.

* * *

Signori cardinali,
Eccellenze,
Cari fratelli e sorelle,

Mentre siete riuniti per il quarantanovesimo Congresso eucaristico internazionale, sono lieto di raggiungervi attraverso la televisione e di unirmi così alla vostra preghiera. Desidero prima di tutto salutare il signor cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec, e il signor cardinale Josef Tomko, inviato speciale per il Congresso, e tutti i cardinali e i vescovi presenti. Rivolgo altresì i miei saluti cordiali alle personalità della società civile che hanno tenuto a prendere parte alla liturgia. Il mio pensiero affettuoso va ai sacerdoti, ai diacono e a tutti i fedeli presenti, come pure a tutti i cattolici del Québec, dell’intero Canada e degli altri continenti. Non dimentico che il vostro Paese celebra quest’anno il quattrocentesimo anniversario della sua fondazione. È un’occasione perché ognuno ricordi i valori che hanno animato i pionieri e i missionari nel vostro Paese.

« L’Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo », questo è il tema scelto per questo nuovo Congresso eucaristico internazionale. L’Eucaristia è il nostro tesoro più bello. È il sacramento per eccellenza; essa ci introduce maggiormente nella vita eterna, contiene tutti i misteri della nostra salvezza, è la fonte e il culmine dell’azione e della vita della Chiesa, come ricorda il Concilio Vaticano II (Sacrosanctum Concilium, n. 8). È dunque particolarmente importante che i pastori e i fedeli s’impegnino costantemente ad approfondire questo grande sacramento. Ognuno potrà così consolidare la propria fede e compiere sempre meglio la propria missione nella Chiesa e nel mondo, ricordandosi che vi è una fecondità dell’Eucaristia nella sua vita personale, nella vita della Chiesa e del mondo. Lo Spirito di verità testimonia nei vostri cuori; testimoniate, anche voi, Cristo dinanzi agli uomini, come dice l’antifona dell’alleluia di questa messa. La partecipazione all’Eucaristia non allontana dunque dai nostri contemporanei, al contrario, poiché essa è l’espressione per eccellenza dell’amore di Dio, ci invita a impegnarci con tutti i nostri fratelli per affrontare le sfide presenti e per fare della terra un luogo in cui si vive bene. Per questo dobbiamo lottare incessantemente affinché ogni persona sia rispettata dal suo concepimento fino alla sua morte naturale, le nostre società ricche accolgano i più poveri e riconferiscano loro tutta la loro dignità, ogni persona possa alimentarsi e far vivere la propria famiglia e la pace e la giustizia risplendano in tutti i continenti. Queste sono le sfide che devono mobilitare tutti i nostri contemporanei e per le quali i cristiani devono attingere la loro forza dal mistero eucaristico. « Il mistero della fede »: è questo che proclamiamo in ogni messa. Desidero che tutti si impegnino a studiare questo grande mistero, specialmente rivisitando ed esplorando, individualmente e in gruppo, il testo del Concilio sulla Liturgia, la Sacrosanctum Concilium, al fine di testimoniare con coraggio il mistero. In questo modo, ciascuna persona giungerà a capire meglio il significato di ogni aspetto dell’Eucaristia, comprendendone la profondità e vivendola con maggiore intensità. Ogni frase, ogni gesto ha un proprio significato e nasconde un mistero. Auspico sinceramente che questo Congresso serva da appello a tutti i fedeli affinché si impegnino allo stesso modo per un rinnovamento della catechesi eucaristica, di modo che acquisiscano essi stessi un’autentica consapevolezza eucaristica e a loro volta insegnino ai bambini e ai giovani a riconoscere il mistero centrale della fede e costruiscano la loro vita intorno a esso. Esorto specialmente i sacerdoti a rendere il dovuto onore al rito eucaristico e chiedo a tutti i fedeli di rispettare il ruolo di ogni individuo, sia sacerdote sia laico, nell’azione eucaristica. La liturgia non appartiene a noi: è il tesoro della Chiesa.

La ricezione dell’Eucaristia, l’adorazione del Santissimo Sacramento – con ciò intendiamo approfondire la nostra comunione, prepararci a essa e prolungarla – significa consentire a noi stessi di entrare in comunione con Cristo, e attraverso di lui con tutta la Trinità, per diventare ciò che riceviamo e per vivere in comunione con la Chiesa. È ricevendo il Corpo di Cristo che riceviamo la forza « dell’unità con Dio e con gli altri » (cfr san Cirillo d’Alessandria, In Ioannis Evangelium, 11, 11; cfr. sant’Agostino, Sermo 577). Non dobbiamo mai dimenticare che la Chiesa è costruita intorno a Cristo e che, come hanno detto sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino e sant’Alberto Magno, seguendo san Paolo (cfr 1 Cor, 10, 17), l’Eucaristia è il sacramento dell’unità della Chiesa perché tutti noi formiamo un solo corpo di cui il Signore è il capo. Dobbiamo ritornare continuamente indietro all’ultima cena del giovedì santo, dove abbiamo ricevuto un pegno del mistero della nostra redenzione sulla croce. L’ultima cena è il luogo della Chiesa nascente, il grembo che contiene la Chiesa di ogni tempo. Nell’Eucaristia il sacrificio di Cristo viene costantemente rinnovato, la Pentecoste viene costantemente rinnovata. Possiate tutti voi diventare sempre più consapevoli dell’importanza dell’Eucaristia domenicale, perché la domenica, il primo giorno della settimana, è il giorno in cui onoriamo Cristo, il giorno in cui riceviamo la forza per vivere quotidianamente il dono di Dio!

Desidero anche invitare i pastori e i fedeli a un’attenzione rinnovata per la loro preparazione alla ricezione dell’Eucaristia. Nonostante la nostra debolezza e il nostro peccato, Cristo vuole dimorare in noi. Per questo, dobbiamo fare tutto il possibile per riceverlo in un cuore puro, ritrovando costantemente, mediante il sacramento del perdono, quella purezza che il peccato ha macchiato, « armonizzando la nostra anima con la nostra voce », secondo l’invito del Concilio (cfr Sacrosanctum Concilium, n. 11). Di fatto, il peccato, soprattutto quello grave, si oppone all’azione della grazia eucaristica in noi. D’altro canto, coloro che non possono comunicarsi per la loro situazione troveranno comunque in una comunione di desiderio e nella partecipazione all’Eucaristia una forza e un’efficacia salvatrice.

L’Eucaristia ha un posto molto speciale nella vita dei santi. Rendiamo grazie a Dio per la storia di santità del Québec e del Canada, che ha contribuito alla vita missionaria della Chiesa. Il vostro paese onora in modo particolare i suoi martiri canadesi, Jean de Brébeuf, Isaac Jogues e i loro compagni, che hanno saputo donare la propria vita per Cristo, unendosi così al suo sacrificio sulla Croce. Appartengono alla generazione degli uomini e delle donne che hanno fondato e sviluppato la Chiesa in Canada, con Marguerite Bourgeoys, Marguerite d’Younville, Marie de l’Incarnation, Marie-Catherine de Saint-Augustin, monsignor François de Laval, fondatore della prima diocesi in America del Nord, Dina Bélanger e Kateri Tekakwitha. Imparate da loro, e come loro, siate senza paura; Dio vi accompagna e vi protegge; fate di ogni giorno un’offerta alla gloria di Dio Padre e prendete parte alla costruzione del mondo, ricordandovi con orgoglio della vostra eredità religiosa e del suo irradiamento sociale e culturale, e preoccupandovi di diffondere attorno a voi i valori morali e spirituali che giungono a noi dal Signore.

L’Eucaristia non è solo un pasto fra amici. È mistero di alleanza. « Le preghiere e i riti del sacrificio eucaristico fanno continuamente rivivere davanti agli occhi della nostra anima, nel corso del ciclo liturgico, tutta la storia della salvezza, e ci fanno penetrare sempre più il suo significato » (Santa Thérèse-Bénédicte de la Croix, [Edith Stein], Wege zur inneren Stille, Aschaffenburg, 1987, p. 67). Siamo chiamati a entrare in questo mistero di alleanza conformando ogni giorno di più la nostra vita al dono ricevuto nell’Eucaristia. Questa ha un carattere sacro, come ricorda il Concilio Vaticano ii: « ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado » (Sacrosanctum Concilium, n. 7). In un certo senso, essa è « liturgia celeste », anticipazione del banchetto nel Regno eterno, annunciando la morte e la resurrezione di Cristo, « finché Egli venga » (1 Cor, 11, 26).

Affinché il popolo di Dio non manchi mai di ministri per donargli il Corpo di Cristo, dobbiamo chiedere al Signore di fare alla sua Chiesa il dono di nuovi sacerdoti. Vi invito anche a trasmettere la chiamata al sacerdozio ai giovani, affinché accettino con gioia e senza paura di rispondere a Cristo. Non saranno delusi. Che le famiglie siano il luogo primordiale e la culla delle vocazioni!
Prima di terminare, è con gioia che vi annuncio il prossimo Congresso eucaristico internazionale. Si terrà a Dublino, in Irlanda, nel 2012. Chiedo al Signore di fare scoprire a ognuno di voi la profondità e la grandezza del mistero della fede. Che Cristo, presente nell’Eucaristia, e lo Spirito Santo, invocato sul pane e sul vino, vi accompagnino nel vostro cammino quotidiano e nella vostra missione! Che, sull’esempio della Vergine Maria, siate disponibili all’opera di Dio in voi! Affidandovi all’intercessione di Nostra Signora, di sant’Anna, patrona del Québec, e di tutti i santi della vostra terra, imparto a tutti voi un’affettuosa Benedizione Apostolica, e anche a tutte le persone presenti, venute da diversi Paesi del mondo.

Cari amici, mentre questo importante evento nella vita della Chiesa sta giungendo al termine, invito tutti voi a unirvi a me nel pregare per il buon esito del prossimo Congresso eucaristico internazionale, che si terrà nel 2012 nella città di Dublino! Colgo l’opportunità per salutare cordialmente il popolo d’Irlanda mentre si prepara a ospitare questo incontro ecclesiale. Sono fiducioso che, insieme a tutti i partecipanti al prossimo Congresso, vi troverà una fonte di rinnovamento spirituale duraturo.

Publié dans:temi - la liturgia |on 24 juin, 2008 |Pas de commentaires »

Padre Cantalamessa: La fede in Cristo in San Paolo (temi: giustificazione per fede)

ho trovato questa omelia questi giorni, riguarda la « giustificazione mediante la fede », questa omelia di Padre Cantalamessa è una riflessione di considerevole importanza ed è bello che l’abbia pronunciata, « annunziata », durante un’omelia:

 http://www.cantalamessa.org/it/predicheView.php?id=41

La fede in Cristo in San Paolo 2005-12-16- III Predica di Avvento alla Casa Pontificia

1. Giustificati per la fede in Cristo

La volta scorsa abbiamo cercato di riscaldare la nostra fede in Cristo al contatto con quella dell’evangelista Giovanni; questa volta cerchiamo di fare la stessa cosa al contatto con la fede dell’apostolo Paolo. La fede in Cristo, per Paolo, è tutto. “Questa vita che vivo nella carne -scrive a modo di testamento nella Lettera ai Galati- io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20) [1]. Su di essa l’Apostolo fonda la propria vita e invita noi a fondare la nostra. Quando si parla di fede in san Paolo il pensiero corre subito al grande tema della giustificazione mediante la fede . Ed è su di esso che vogliamo concentrare l’attenzione, non per imbastirvi un’ennesima discussione, ma per accoglierne il consolante messaggio. Dicevo nella prima meditazione che oggi c’è bisogno di una predicazione kerigmatica, atta a suscitare la fede là dove essa non c’è ancora o è morta. La giustificazione gratuita mediante la fede in Cristo è il cuore di una tale predicazione ed è un peccato che essa sia invece praticamente assente dalla predicazione ordinaria della Chiesa. A suo riguardo è successo una cosa strana. Alle obbiezioni mosse dai riformatori, il concilio di Trento aveva dato una risposta cattolica in cui c’era posto per la fede e per le buone opere, ognuna, s’intende, nel suo ordine. Non ci si salva per le buone opere, ma non ci si salva senza le buone opere. Di fatto però, dal momento che i protestanti insistevano unilateralmente sulla fede, la predicazione e la spiritualità cattolica finirono per accettare quasi solo l’ingrato compito di ricordare la necessità delle buone opere e dell’apporto personale alla salvezza. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei cattolici giungeva alla fine della vita senza aver mai ascoltato un annuncio diretto della giustificazione gratuita mediante la fede, senza troppi “ma” e “però”.  Dopo l’accordo su questo tema dell’ottobre 1999, tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale delle Chiese luterane, la situazione è mutata in linea di principio, ma stenta ancora a passare nella pratica. Nel testo di quell’accordo, viene espresso l’auspicio che la dottrina comune sulla giustificazione passi ora alla pratica, divenendo esperienza vissuta da parte di tutti i credenti e non più solo oggetto di dotte dispute tra teologi. È quello che ci proponiamo di ottenere, almeno in piccola parte, con la presente meditazione. Leggiamo anzitutto il testo: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù” (Rm 3, 23-26). Dopo avere, nei precedenti due capitoli e mezzo della Lettera ai Romani, presentato l’umanità intera nel suo universale stato di peccato e di perdizione, l’Apostolo ha l’incredibile coraggio di proclamare che questa situazione è ora radicalmente cambiata per tutti, giudei e greci, “in virtù della redenzione realizzata da Cristo”, “per l’obbedienza di un solo uomo” (Rom 3, 24; 5, 19). Non si capisce nulla però di questa affermazione dell’Apostolo, e anzi essa finirebbe per incutere spavento più che consolazione (come avvenne di fatto per secoli), se non si interpreta correttamente l’espressione “giustizia di Dio”. Fu Lutero che riscoprì, che “giustizia di Dio” non indica qui il suo castigo, o peggio la sua vendetta, nei confronti dell’uomo, ma indica, al contrario, l’atto mediante il quale Dio “rende giusto” l’uomo. (Egli veramente diceva “dichiara”, non “rende”, giusto, perché pensava a una giustificazione estrinseca e forense, a una imputazione di giustizia, più che a un reale essere resi giusti). Ho detto “riscoprì”, perché ben prima di lui sant’Agostino aveva scritto: “La ‘giustizia di Dio’ è quella grazie alla quale, per sua grazia, egli fa di noi dei giusti (iustitia Dei, qua iusti eius munere efficimur), esattamente come la ‘salvezza del Signore’ (Sal 3,9) è quella per la quale Dio fa di noi dei salvati”[2]. Il concetto di “giustizia di Dio” è spiegato così nella Lettera a Tito: “Quando si sono manifestati la bontà di Dio e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia” (Tt 3, 4-5). Dire: “Si è manifestata la giustizia di Dio”, equivale dunque a dire: si è manifestata la bontà di Dio, il suo amore, la sua misericordia. Non sono gli uomini che, improvvisamente, hanno mutato vita e costumi e si sono messi a fare il bene; la novità è che Dio ha agito, ha teso per primo la sua mano all’uomo peccatore e la sua azione ha compiuto i tempi. Qui sta la novità del cristianesimo. Ogni altra religione traccia all’uomo una via di salvezza, mediante osservanze ascetiche o speculazioni intellettuali, promettendogli, come premio finale, la salvezza o la illuminazione, ma lasciandolo sostanzialmente solo nel realizzare tale compito. Il cristianesimo non comincia con quello che l’uomo deve fare per salvarsi, ma con quello che Dio ha fatto per salvarlo. L’ordine è rovesciato. È vero che amare Dio con tutto il cuore è “il primo e il più grande dei comandamenti”; ma quello dei comandamenti non è il primo ordine, è il secondo. Prima dell’ordine dei comandamenti c’è l’ordine del dono. Il cristianesimo, dicono con stupenda espressione gli Atti degli apostoli, è “l’annuncio, o il vangelo, della grazia di Dio” (At 14,3;20,32).

2. Giustificazione e conversione

Vorrei ora mostrare come la dottrina della giustificazione gratuita per fede non è un’invenzione di Paolo, ma il puro insegnamento di Gesù. All’inizio del suo ministero, Gesù andava proclamando: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15). Quello che Cristo racchiude nell’espressione “regno di Dio” – e cioè l’iniziativa salvifica di Dio, la sua offerta di salvezza all’umanità –, san Paolo lo chiama “giustizia di Dio”, ma si tratta della stessa fondamentale realtà. “Regno di Dio” e “giustizia di Dio” sono accostati tra di loro da Gesù stesso quando dice: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6, 33). “Gesù, scriveva già san Cirillo di Alessandria, chiama ‘regno di Dio’ la giustificazione mediante la fede, la purificazione battesimale e la comunione dello Spirito”[3]. Quando Gesù diceva: “Convertitevi e credete al Vangelo”, insegnava dunque già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre “tornare indietro” (come indica lo stesso termine usato, in ebraico, per quest’azione e cioè il termine shub); significava tornare all’alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge. Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua mutando condotta di vita. La conversione è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. Sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all’inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto. Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge; significa piuttosto fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi. Ed entrarvi mediante la fede. “Convertitevi e credete” non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! “Prima conversio ad Deum fit per fidem”, scrive san Tommaso d’Aquino: “La prima conversione a Dio consiste nel credere” [4]. Se ci fosse stato detto: la porta per entrare nella salvezza è l’innocenza, la porta è l’osservanza esatta dei comandamenti, la porta è la tale o la talaltra virtù, poveri noi! Chi avrebbe potuto sperare di salvarsi? Ma ci viene detto: la porta è la fede e questa possibilità non è troppo alta per te, né troppo lontana da te, non è “di là del mare”; è “sulla tua bocca e nel tuo cuore”, dice l’Apostolo Rm 10, 8). È alla portata di tutti; Dio ci ha creati liberi forse proprio perché potessimo produrre l’atto di fede.

3. La fede-appropriazione

Tutto dunque dipende dalla fede. Ma sappiamo che ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dell’intelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9). Di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione “mediante la fede”? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione. Io non mi stanco di citare a questo proposito un testo di san Bernardo: “Io, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio”[5]. È scritto infatti: “Cristo Gesù [...] è diventato per noi, sapienza, giustizia, santificazione e redenzione” (1 Cor 1, 30). “Per noi”, non per se stesso! Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi, avendoci egli ricomprati a caro prezzo (1 Cor 6, 20), inversamente quello che è di Cristo ci appartiene più che se fosse nostro. Io chiamo questo il colpo di audacia, o il colpo d’ala, nella vita cristiana e non dovremmo rassegnarci a morire senza averlo realizzato. San Cirillo di Gerusalemme così esprimeva, in altre parole, la stessa convinzione: “O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dell’Antico Testamento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di un’ora. Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone”[6].

4. Giustificazione e confessione

Dicevo all’inizio che la giustificazione gratuita mediante la fede deve diventare esperienza vissuta dal credente. Noi cattolici abbiamo in ciò un vantaggio enorme: i sacramenti e, in particolare, il sacramento della riconciliazione. Esso ci offre un mezzo eccellente e infallibile per fare, ogni volta di nuovo, l’esperienza della giustificazione mediante la fede. In essa si rinnova quello che è avvenuto una volta nel battesimo in cui, dice Paolo, il cristiano è stato “lavato, santificato e giustificato” (cf 1 Cor 6, 11). Nella confessione avviene ogni volta il “mirabile scambio”, l’admirabile commercium. Cristo prende su di sé i miei peccati e io prendo su di me la sua giustizia! A Roma, come in ogni grande città, ci sono purtroppo tanti cosiddetti barboni, poveri fratelli vestiti di luridi stracci che dormono all’aperto si trascinano appresso tutte le loro poche cose. Immaginiamo cosa succederebbe se un giorno si diffondesse la voce che in Via Condotti c’è una boutique di lusso dove ognuno di loro può andare, deporre i propri stracci, prendere una bella doccia, scegliersi il vestito che più gli piace e portarselo via così, gratuitamente, “senza spesa né denaro”, perché per qualche ignoto motivo il proprietario è in vena di generosità. È quello che avviene in ogni confessione ben fatta. Gesú ce l’ha inculcato con la parabola del figliol prodigo: “Presto, portate qui il vestito più bello” (Lc 15, 22). Rialzandoci dopo ogni confessione possiamo esclamare con le parole di Isaia: “Mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia“ (Is 61, 10). Si ripete ogni volta la storia del pubblicano: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”. “Vi dico: questi tornò a casa sua giustificato” (Lc 18, 13 s.).

5. “Perché io possa conoscere lui”

Da dove ha attinto, san Paolo, il meraviglioso messaggio della giustificazione gratuita per mezzo della fede, così in sintonia, abbiamo visto, con quello di Gesù? Non lo ha attinto dai libri dei Vangeli che non erano ancora stati scritti, ma semmai dalle tradizioni orali sulla predicazione di Gesù e soprattutto dalla propria esperienza personale, cioè da come Dio aveva agito nella sua vita. Egli stesso lo afferma, dicendo che il Vangelo che predica (questo Vangelo della giustificazione per fede!) non lo ha imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo e mette in rapporto tale rivelazione con l’avvenimento della propria conversione (cf Gal 1, 11 ss). A leggere la descrizione che san Paolo fa della sua conversione, in Filippesi 3, a me viene in mente l’immagine di un uomo che avanza, di notte, attraverso un bosco, al fioco lume di una candeletta. Egli fa bene attenzione a che non si spenga, perché è tutto ciò che ha per farsi strada. Ma poi, ecco che, continuando a camminare, viene l’alba; all’orizzonte sorge il sole, la sua lucetta impallidisce rapidamente, finché non si accorge nemmeno più di averla in mano e la getta via. La lucetta era per Paolo la sua giustizia, un misero lucignolo fumigante, anche se fondato su titoli tanto altisonanti: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, ebreo, fariseo, irreprensibile quanto all’osservanza della legge… (cf Fil 3, 5-6). Un bel giorno, anche all’orizzonte della sua vita apparve il sole: il “sole di giustizia” che egli chiama, in questo testo, con sconfinata devozione, “Cristo Gesù, mio Signore”, e allora la sua giustizia gli apparve “perdita”, “spazzatura”, e non volle più essere trovato con una sua giustizia, ma con quella che deriva dalla fede. Dio gli fece sperimentare prima, drammaticamente, quello che lo chiamava a rivelare alla Chiesa. In questo testo autobiografico appare chiaro che il centro focale di tutto non è, per Paolo, una dottrina, fosse pure quella della giustificazione mediante la fede, ma una persona, Cristo. Quello che desidera sopra ogni altra cosa è di “essere trovato in lui, di “conoscere lui”, dove quel semplice pronome personale dice infinite cose. Mostra che per l’Apostolo Cristo era una persona reale, viva, non un’astrazione, un insieme di titoli e di dottrine. L’unione mistica con Cristo, mediante la partecipazione al suo Spirito (il vivere “in Cristo”, o “nello Spirito”), è per lui il traguardo finale della vita cristiana; la giustificazione mediante la fede è solo l’inizio e un mezzo per raggiungerla[7]. Questo ci invita a superare le contingenti interpretazioni polemiche del messaggio paolino, centrate sul tema fede-opere, per ritrovare, al di sotto di esse, il genuino pensiero dell’Apostolo. Quello che al lui preme anzitutto affermare non è che siamo giustificati per la fede, ma che siamo giustificati per la fede in Cristo; non è tanto che siamo giustificati per la grazia, quanto che siamo giustificati per la grazia di Cristo. È Cristo il cuore del messaggio, prima ancora che la grazia e la fede. L’affermazione che questa salvezza si riceve per fede, e non per le opere, è presente nel testo ed era forse la cosa più urgente da mettere in luce al tempo della Riforma. Ma essa viene in secondo luogo, non in primo, specie nella lettera ai Romani dove la polemica contro i giudaizzanti è assai meno presente che nella Lettera ai Galati. Si è commesso l’errore di ridurre a un problema di scuole e di correnti, interno al cristianesimo, quello che era, per l’Apostolo, una affermazione di portata infinitamente più vasta e universale. Nella descrizione delle battaglie medievali c’è sempre un momento in cui, superati gli arcieri, la cavalleria e tutto il resto, la mischia si concentrava intorno al re. Lì si decideva l’esito finale della battaglia. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Come al tempo di Paolo la persona di Gesù Cristo è la vera posta in gioco, non questa o quella dottrina a suo riguardo, per quanto importante. Il cristianesimo “sta o cade” con Gesù Cristo, e con nient’altro.

6. Dimentico del passato

Nel seguito del testo autobiografico di Filippesi 3, Paolo ci suggerisce uno spunto pratico con cui concludere la nostra riflessione: “Fratelli, io non ritengo ancora di essere giunto [alla perfezione], questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3, 12-14). “Dimentico del passato”. Quale “passato”? Quello di fariseo, di cui ha parlato prima? No, il passato di apostolo, nella Chiesa! Ora il “guadagno” da considerare “perdita” è un altro: è proprio l’aver già una volta considerato tutto una perdita per Cristo. Era naturale pensare: “Che coraggio, quel Paolo: abbandonare una carriera di rabbino così ben avviata per una oscura setta di galilei! E che lettere ha scritto! Quanti viaggi ha intrapreso, quante chiese fondato!” L’Apostolo ha avvertito confusamente il pericolo mortale di rimettere tra sé e il Cristo una “propria giustizia” derivante dalle opere – questa volta le opere compiute per Cristo -, e ha reagito energicamente. “Io non ritengo -dice- di essere arrivato alla perfezione”. San Francesco d’Assisi, verso la fine della vita, tagliava corto a ogni tentazione di autocompiacenza, dicendo: “Cominciamo, fratelli, a servire il Signore, perché finora abbiamo fatto poco o niente”[8]. Questa è la conversione più necessaria a coloro che hanno già seguito Cristo e sono vissuti al suo servizio nella Chiesa. Una conversione tutta speciale, che non consiste nell’abbandonare il male, ma, in certo senso, nell’abbandonare il bene! Cioè nel distaccarsi da tutto ciò che si è fatto, ripetendo a se stessi, secondo il suggerimento di Cristo: “Siamo servi inutili; abbiamo fatto quanto dovevamo” (Lc 17,10). E neppure, forse, bene come dovevamo farlo! Una bella leggenda natalizia ci sprona a giungere a Natale così, con il cuore povero e vuoto di tutto. Tra i pastori che accorsero la notte di Natale ad adorare il Bambino ce n’era uno tanto poverello che non aveva proprio nulla da offrire e si vergognava molto. Giunti alla grotta, tutti facevano a gara a offrire i loro doni. Maria non sapeva come fare per riceverli tutti, dovendo tenere in braccio il Bambino. Allora, vedendo il pastorello con le mani libere, prende e affida a lui Gesù. Avere le mani vuote fu la sua fortuna e, su un altro piano, sarà anche la nostra. Un prefazio di Avvento ci ricorda continuamente, in questi giorni, che “la Vergine Madre accolse Gesù e lo portò in grembo con ineffabile amore”. Prepariamoci ad accoglierlo anche noi e a portarlo nel nostro cuore con tutta la fede e l’amore che Cristo merita da noi. [1] Vi è oggi chi vorrebbe vedere nell’espressione “fede del Figlio di Dio”, o “fede di Cristo”, frequente negli scritti paolini (Rom 3,22.26; Gal 2, 16; 2,20; 3, 22; Fil 3,9), un genitivo soggettivo, come se si trattasse della fede propria di Cristo o della fedeltà di cui egli da prova sacrificandosi per noi. Io preferisco attenermi alla interpretazione tradizionale, seguita anche da autorevoli esegeti contemporanei (Cf. Dunn, op. cit., pp. 380-386), che vede in Cristo l’oggetto, non il soggetto della fede; non dunque la fede di Cristo (supposto che si possa parlare di fede in lui), ma la fede in Cristo.

[2] S. Agostino, Lo Spirito e la lettera, 32, 56 (PL 44, 237).

[3] S. Cirillo Al., Commento al vangelo di Luca, 22,26 (PG 72905).

[4] S. Tommaso, d’Aquino, S.Th, I-IIae, q.113, a. 4.

[5] Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico, 61, 4-5 (PL 183, 1072).

[6] Cirillo di Gerusalemme, Catechesi V, 10 ( PG 33, 517).

[7] Cf. J. D.G. Dunn, La teologia dell’apostolo Paolo, Brescia, Paideia, 1999, p.421.

[8] Celano, Vita prima, 103 (Fonti Francescane, n. 500).

epistolario di san Paolo Le-Bao-Tinh: La partecipazione dei martiri alla vittoria del Cristo capo (a San Paolo il pensiero iniziale e fondante)

Dall’epistolario di san Paolo Le-Bao-Tinh agli alunni del Seminario di Ke-Vinh nel 1843.
(Launay A.: Le clergé tonkinois et ses prétres martyrs, MEP, Paris 1925, pp. 80-83).
La partecipazione dei martiri alla vittoria del Cristo capo

Io, Paolo, prigioniero per il nome di Cristo, voglio farvi conoscere le tribolazioni nelle quali quotidianamente sono immerso, perché infiammati dal divino amore, innalziate con me le vostre lodi a Dio: eterna è la sua misericordia (Sal 135,3). Questo carcere è davvero un’immagine dell’inferno eterno: ai crudeli supplizi di ogni genere, come i ceppi, le catene di ferro, le funi, si aggiungono odio, vendette, calunnie, parole oscene, false accuse, cattiverie, giuramenti iniqui, maledizioni e infine angoscia e tristezza. Dio, che liberò i tre giovani dalla fornace ardente, mi è sempre vicino; e ha liberato anche me da queste tribolazioni, trasformandole in dolcezza: eterna è la sua misericordia. In mezzo a questi tormenti, che di solito piegano e spezzano gli altri, per la grazia di Dio sono pieno di gioia e letizia, perché non sono solo, ma Cristo è con me. Egli, nostro maestro, sostiene tutto il peso della croce, caricando su di me la minima e ultima parte: egli stesso combattente, non solo spettatore della mia lotta; vincitore e perfezionatore di ogni battaglia. Sul suo capo è posta la splendida corona di vittoria, a cui partecipano anche le membra. Come sopportare questo orrendo spettacolo, vedendo ogni giorno imperatori, mandarini e i loro cortigiani, che bestemmiano il tuo santo nome, Signore, che siedi sui Cherubini (cfr. Sal 79,2) e i Serafini? Ecco, la tua croce è calpestata dai piedi dei pagani! Dov’è la tua gloria? Vedendo tutto questo preferisco, nell’ardore della tua carità, aver tagliate le membra e morire in testimonianza del tuo amore. Mostrami, Signore, la tua potenza, vieni in mio aiuto e salvami, perché nella mia debolezza si è manifestata e glorificata la tua forza davanti alle genti; e i tuoi nemici non possono alzare orgogliosamente la testa, se io dovessi vacillare lungo il cammino. Fratelli carissimi, nell’udire queste cose, esultate e innalzate un perenne inno di grazie a Dio, fonte di ogni bene, e beneditelo con me: eterna è la sua misericordia. L’anima mia magnifichi il Signore e il mio spirito esulti nel mio Dio, perché ha guardato l’umiltà del suo servo e d’ora in poi le generazioni future mi chiameranno beato (cfr. Lc 1,46-48): eterna è la sua misericordia. Lodate il Signore, popoli tutti; voi tutte, nazioni, dategli gloria (Sal 116,1), poiché Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole, per confondere i forti; ciò che è spregevole, per confondere i potenti (cfr. 1Cor 1,27). Con la mia lingua e il mio intelletto ha confuso i filosofi, discepoli dei saggi di questo mondo: eterna è la sua misericordia. Vi scrivo tutto questo, perché la vostra e la mia fede formino una cosa sola. Mentre infuria la tempesta getto l’àncora fino al trono di Dio: speranza viva, che è nel mio cuore. E voi, fratelli carissimi, correte in modo da raggiungere la corona (cfr. 1Cor 9,24); indossate la corazza della fede (cfr. 1Ts 5,8); brandite le armi del Cristo, a destra e a sinistra (cfr. 2Cor 6,79), come insegna san Paolo, mio patrono. È bene per voi entrare nella vita zoppicanti o con un occhio solo (cfr. Mt 18,8-9), piuttosto che essere gettati fuori con tutte le membra. Venite in mio soccorso con le vostre preghiere, perché possa combattere secondo la legge, anzi sostenere sino alla fine la buona battaglia, per concludere felicemente la mia corsa (cfr. 2Tm 4,7). Se non ci vedremo più nella vita presente, questa sarà la nostra felicità nel mondo futuro: staremo davanti al trono dell’Agnello immacolato e canteremo unanimi le sue lodi esultando in eterno nella gioia della vittoria. Amen.

Publié dans:temi - il martirio |on 23 juin, 2008 |Pas de commentaires »
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