Archive pour mai, 2008

dom Prosper Guéranger

dal sito: 

http://www.unavoce-ve.it/pg-29giu.htm

dom Prosper Guéranger

29 GIUGNO

SAN PIETRO E SAN PAOLO, APOSTOLI

La risposta dell’amore.

« Simone, figlio di Giona, mi ami tu? ». Ecco l’ora in cui si fa sentire la risposta che il Figlio dell’Uomo esigeva dal pescatore di Galilea. Pietro non teme la triplice domanda del Signore. Dalla notte in cui il gallo fu meno pronto a cantare che non il primo fra gli Apostoli a rinnegare il suo Maestro, lacrime senza fine hanno segnato due solchi sulle sue guance; ma è spuntato il giorno in cui cesseranno i pianti. Dal patibolo sul quale l’umile discepolo ha voluto essere inchiodato con il capo in giù, il suo cuore traboccante ripete infine senza timore la protesta che, dalla scena sulle rive del lago di Tiberiade, ha silenziosamente consumato la sua vita: « Sì, o Signore, tu sai che io ti amo! » (Gv 21,17).

L’amore, segno del nuovo sacerdozio.

L’amore è il segno che distingue dal ministero della legge di servitù il sacerdozio dei tempi nuovi. Impotente, immerso nel timore, il sacerdote ebreo non sapeva far altro che irrorare l’altare figurativo del sangue di vittime che sostituivano lui stesso. Sacerdote e vittima insieme, Gesù chiede di più a coloro che chiama a partecipare alla prerogativa che lo fa pontefice in eterno secondo l’ordine di Melchisedech (Sal 109,4). « Non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quel che fa il padrone. Ma vi ho chiamati amici perché vi ho comunicato tutto quello che ho udito dal Padre mio (Gv 15,15). « Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Perseverate nell’amor mio » (ivi, 9).

Ora, per il sacerdote ammesso in tal modo nella comunità del Pontefice eterno, l’amore è completo solo se si estende all’umanità riscattata nel grande Sacrificio. E, si noti bene: in ciò vi è per lui qualcosa di più dell’obbligo comune a tutti i cristiani di amarsi a vicenda come membra di uno stesso Capo; poiché, con il suo sacerdozio, egli fa parte del Capo, e per questo motivo la carità deve prendere in lui qualcosa del carattere e delle profondità dell’amore che questo Capo ha per le sue membra. Che cosa accadrebbe se, al potere che possiede di immolare Cristo stesso, al dovere di offrirsi insieme con lui nel segreto dei Misteri, la pienezza del pontificato venisse ad aggiungere la missione pubblica di dare alla Chiesa l’appoggio di cui ha bisogno, la fecondità che lo Sposo celeste si aspetta da essa? È allora che, secondo la dottrina espressa fin dalle più remote antichità dai Papi, dai Concili e dai Padri, lo Spirito Santo lo rende atto alla sua sublime missione identificando completamente il suo amore a quello dello Sposo di cui soddisfa gli obblighi e di cui esercita i diritti.

L’amore di san Pietro.

Affidando a Simone figlio di Giona l’umanità rigenerata, la prima cura dell’Uomo-Dio era stata quella di assicurarsi che egli sarebbe stato veramente il vicario del suo amore (Sant’Ambrogio, Comm. su san Luca, 10); che, avendo ricevuto più degli altri, avrebbe amato più di tutti (Lc 7,47; Gv 21,15); che, erede dell’amore di Gesù per i suoi che erano nel mondo li avrebbe amati al pari di lui sino alla fine (Gv 13,1). Per questo la costituzione di Pietro al vertice della sacra gerarchia, concorda nel Vangelo con l’annuncio del suo martirio (ivi 21,18): pontefice supremo, doveva seguire fino alla Croce il supremo gerarca (ivi 19,22).

Ora, la santità della creatura, e nello stesso tempo la gloria del Dio creatore e salvatore, non trovano la loro piena espressione che nel Sacrificio che abbraccia pastore e gregge in uno stesso olocausto.

Per questo fine supremo di ogni pontificato e di ogni gerarchia, dall’Ascensione di Gesù in poi Pietro aveva percorso la terra. A Joppe, quando era ancora agli inizi del suo itinerario apostolico, una misteriosa fame si era impadronita di lui: « Alzati, Pietro, uccidi e mangia », aveva detto lo Spirito; e, nello stesso tempo, una visione simbolica presentava riuniti ai suoi occhi gli animali della terra e gli uccelli del cielo (At 10,9-16). Era la gentilità che egli doveva congiungere, alla tavola del divino banchetto, ai resti d’Israele. Vicario del Verbo, condivideva la sua immensa fame; la sua carità, come un fuoco divoratore, si sarebbe assimilati i popoli; realizzando il suo attributo di capo, sarebbe venuto il giorno i cui, vero capo del mondo, avrebbe fatto di quella umanità offerta in preda alla sua avidità il corpo di Cristo nella sua stessa persona. Allora, nuovo Isacco, o piuttosto vero Cristo, avrebbe visto anche lui innalzarsi davanti a sé il monte dove Dio guarda, aspettando l’offerta (Gen 22,14).

Il martirio di san Pietro.

Guardiamo anche noi, poiché quel futuro è divenuto presente, e, come nel grande Venerdì, prendiamo anche noi parte allo spogliamento che si annuncia. Parte beata, tutta di trionfo: qui almeno, il deicidio non unisce la sua lugubre nota all’omaggio del mondo e il profumo d’immolazione che già si eleva dalla terra riempie i cieli della sua soave letizia. Divinizzata dalla virtù dell’adorabile ostia del Calvario, si direbbe infatti che la terra oggi basti a se stessa. Semplice figlio di Adamo per natura, e tuttavia vero pontefice supremo, Pietro avanza portando il mondo: il suo sacrificio completerà quello dell’Uomo-Dio che lo investì della sua grandezza (Col 1,24); inseparabile dal suo capo visibile, anche la Chiesa lo riveste della sua gloria (1Cor 11,7). Per il potere di quella nuova croce che si eleva, Roma oggi diventa la città santa. Mentre Sion rimane maledetta per avere una volta crocifisso il suo Salvatore, Roma avrà un bel rigettare l’Uomo-Dio, versarne il sangue nella persona dei suoi martiri, nessun delitto di Roma potrà prevalere contro il grande fatto che si pone in quest’ora: la croce di Pietro le ha delegato tutti i diritti di quella di Gesù, lasciando ai Giudei la maledizione; essa ora diventa la Gerusalemme.

Il martirio di san Paolo.

Essendo dunque tale il significato di questo giorno, non ci si stupirà che l’eterna Sapienza abbia voluto renderlo ancora più sublime, unendo l’immolazione dell’apostolo Paolo al Sacrificio di Simon Pietro. Più di ogni altro, Paolo aveva portato avanti, con le sue predicazioni, l’edificazione del corpo di Cristo (Ef 4,12); se oggi la santa Chiesa è giunta a quel pieno sviluppo che le consente di offrirsi nel suo capo come un’ostia di soavissimo odore, chi meglio di lui potrebbe dunque meritare di completare l’offerta? (Col 1,24; 2Cor 12,15). Essendo giunta l’età perfetta della Sposa (Ef 4,13), anche la sua opera è terminata (2Cor 11,2). Inseparabile da Pietro nelle sue fatiche in ragione della fede e dell’amore, lo accompagna parimenti nella morte (Antifona dell’Ufficio); entrambi lasciano la terra nel gaudio delle nozze divine sigillate con il sangue, e salgono insieme all’eterna dimora dove l’unione è perfetta (2Cor 5).

VITA DI SAN PIETRO – Dopo la Pentecoste, san Pietro organizzò con gli altri Apostoli la chiesa di Gerusalemme, quindi le chiese di Giudea e di Samaria, e infine ricevette nella Chiesa il centurione Cornelio, il primo pagano convertito. Sfuggito miracolosamente alla morte che gli riservava il re Erode Agrippa, lasciò la Palestina e si recò a Roma dove fondò, forse fin dall’anno 42, la Chiesa che doveva essere il centro della Cattolicità. Da Roma intraprese parecchi viaggi apostolici. Verso il 50 è a Gerusalemme per il Concilio che decretò l’ammissione dei Gentili convertiti nella Chiesa, senza obbligarli alle osservanze della legge mosaica. Passò ad Antiochia, nel Ponto, in Galazia, in Cappadocia, in Bitinia e nella provincia dell’Asia. Avendo un incendio distrutto la città di Roma nel 64, si accusarono i cristiani di essere gli autori della catastrofe e Nerone li fece arrestare in massa. Parecchie centinaia, forse anche parecchie migliaia furono condannati a morte mediante vari supplizi: alcuni furono crocifissi, altri bruciati vivi, altri dati in pasto alle belve nell’anfiteatro, altri infine decapitati. San Pietro, dapprima incarcerato secondo una antica tradizione nel carcere Mamertino, fu crocifisso con la testa in giù, negli orti di Nerone, sul colle Vaticano. Qui fu seppellito. La data esatta del suo supplizio è il 29 giugno del 67.

La festa del 29 giugno.

Dopo le grandi solennità dell’Anno Liturgico e la festa di san Giovanni Battista, non ve n’è alcun’altra più antica o più universale nella Chiesa di quella dei due Principi degli Apostoli. Molto presto Roma celebrò il loro trionfo nella data stessa del 29 giugno che li vide elevarsi dalla terra al cielo. La sua usanza prevalse subito su quella di alcune regioni, dove si era dapprima deciso di fissare la festa degli Apostoli agli ultimi giorni di dicembre. Certamente, era un nobile pensiero quello di presentare i padri del popolo cristiano al seguito dell’Emmanuele nel suo ingresso nel mondo. Ma come abbiamo visto, gli insegnamenti di questo giorno hanno, per se stessi, una importanza preponderante nell’economia del dogma cristiano; essi formano il complemento dell’intera opera del Figlio di Dio; la croce di Pietro costituisce la Chiesa nella sua stabilità, e assegna al divino Spirito l’immutabile centro delle sue operazioni. Roma era dunque ben ispirata quando, riservando al discepolo prediletto l’onore di vegliare per i suoi fratelli presso la culla del Dio-Bambino, conservava la solenne commemorazione dei Principi dell’apostolato nel giorno scelto da Dio per porre termine alle loro fatiche e coronare, insieme con la loro vita, l’intero ciclo dei misteri.

Il ricordo dei dodici Apostoli.

Ma era giusto non dimenticare, in un giorno così solenne, quegli altri messaggeri del padre di famiglia che irrorarono anch’essi dei loro sudori e del loro sangue tutte le strade del mondo, per accelerare il trionfo e radunare gli invitati del banchetto nuziale (Mt 22,8-10). Grazie appunto ad essi, la legge di grazia è ora definitivamente promulgata in mezzo alle genti e la buona novella ha risuonato in tutte le lingue e su tutte le sponde (Sal 18,4-5). Cosicché la festa di san Pietro, particolarmente completata dal ricordo di Paolo che gli fu compagno nella morte, fu tuttavia considerata, fin dai tempi più remoti, come quella dell’intero Collegio Apostolico. Non si sarebbe potuto pensare, nei primi tempi di poter separare dal glorioso capo alcuno di quelli che il Signore aveva riavvicinati così intimamente, nella solidarietà della comune opera. In seguito tuttavia furono consacrate successivamente particolari solennità a ciascuno di essi, e la festa del 29 giugno rimase attribuita più esclusivamente ai due principi il cui martirio aveva reso illustre questo giorno. Avvenne anche presto che la Chiesa romana, non credendo di poterli onorare convenientemente entrambi in uno stesso giorno, rimandò all’indomani la lode più esplicita del Dottore delle genti.

MESSA

EPISTOLA (At 12,1-11). – In quei giorni, il re Erode mise mano a maltrattare alcuni della Chiesa. Fece morir di spada Giacomo, fratello di Giovanni; e, vedendo che ciò era accetto ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano i giorni degli azzimi. E, presolo, lo mise in prigione, dandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, volendo dopo la Pasqua presentarlo al popolo. Pietro adunque era custodito nella prigione, ma dalla Chiesa si faceva continua orazione per lui. Or quando Erode stava per presentarlo al popolo, proprio la notte avanti, Pietro dormiva in mezzo a due soldati, stretto con doppia catena, e le sentinelle, alla porta, custodivano il carcere. Ed ecco presentarsi l’Angelo del Signore, e splendere una luce nella cella. E l’Angelo, percosso il fianco di Pietro, lo svegliò dicendo: Presto, levati. E le catene gli caddero dalle mani. L’Angelo gli disse: Cingiti e legati i sandali. E lo fece. E gli aggiunse: Buttati addosso il mantello e seguimi. E Pietro, uscendo, lo seguiva, e non sapeva essere realtà quel che era fatto dall’Angelo, ma credeva di vedere una visione. E passata la prima e la seconda sentinella, giunsero alla porta di ferro che mette in città, la quale si aprì loro da se medesima. E usciti fuori, si inoltrarono per una strada e d’improvviso l’Angelo sparì da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: Or veramente riconosco che il Signore ha mandato il suo Angelo e m’ha liberato dalle mani di Erode e dall’attesa del popolo dei Giudei.

La partenza verso Roma.

È difficile tornare con maggior insistenza di quanto faccia la Liturgia di questo giorno sull’episodio della prigionia di san Pietro a Gerusalemme. Parecchie Antifone e tutti i Capitoli dell’Ufficio sono tratti da esso; l’Introito lo cantava or ora; ed ecco che l’Epistola ci offre nella sua integrità il racconto che sembra interessare in modo tanto particolare oggi la Chiesa di Dio. Il segreto di tale preferenza è facile a scoprirsi. Questa festa è quella in cui la morte di Pietro conferma la Chiesa nelle sue auguste prerogative di Regina, di Madre e di Sposa; ma quale fu il punto di partenza di tali grandezze, se non il momento solenne fra tutti, in cui il Vicario dell’Uomo-Dio, scuotendo su Gerusalemme la polvere dei suoi calzari (Lc 10,11), volse la faccia verso l’Occidente, e trasferì in Roma i diritti della sinagoga ripudiata? Ora è appunto nell’uscire dalla prigione di Erode, che questo sublime episodio ebbe luogo. E uscendo dalla città se ne andò - dicono gli Atti – in un altro luogo (At 12,17). Questo altro luogo, secondo la testimonianza della storia e di tutta la tradizione, era la città chiamata a diventare la nuova Sion; era Roma, dove qualche settimana dopo giungeva Simon Pietro. Cosicché, riprendendo le parole dell’angelo in uno dei Responsori dell’Ufficio del Mattutino, la gentilità cantava questa notte: « Alzati, Pietro, e indossa i tuoi vestiti: cingiti di forza, per salvare le genti; poiché le catene sono cadute dalle tue mani ».

Il sonno di Pietro.

Come un giorno Gesù nella barca vicina ad affondare, Pietro dormiva tranquillamente alla vigilia del giorno in cui doveva morire. La tempesta, i pericoli d’ogni sorta, non saranno risparmiati nel corso dei secoli ai successori di Pietro. Ma non si vedrà più, sulla barca della Chiesa, il panico che si era impadronito dei compagni del Signore nel battello sollevato dall’uragano. Mancava allora ai discepoli la fede, ed era appunto la sua assenza a cagionare il loro spavento (Mc 4,40). Ma dalla discesa dello Spirito divino, quella fede preziosa da cui derivano tutti i doni non può far difetto alla Chiesa. Essa dà ai capi la serenità del Maestro; mantiene nel cuore del popolo fedele la preghiera ininterrotta, la cui umile fiducia vince silenziosamente il mondo, gli elementi e Dio stesso. Se accade che la barca di Pietro rasenti qualche abisso e il pilota sembri addormentato, la Chiesa non imiterà i discepoli nella tempesta del lago di Genezareth. Non si farà giudice del tempo e dei metodi della Provvidenza, né crederà lecito riprendere colui che deve vegliare per noi: ricordando che, per sciogliere senza tumulto le situazioni più difficili, possiede un mezzo migliore e più sicuro; non ignorando che, se non fa difetto l’intercessione, l’angelo del Signore verrà lui stesso a tempo opportuno a ridestare Pietro e a spezzare le sue catene.

Potere della preghiera.

Oh, come le poche anime che sanno pregare sono più potenti, nella loro ignorata semplicità, della politica e dei soldati di tutti gli Erodi del mondo! La piccola comunità raccolta nella casa di Maria, madre di Marco (At 12,12) era ben poco numerosa; ma da essa giorno e notte s’innalzava la preghiera. Fortunatamente, non vi si conosceva il fatale naturalismo che, sotto lo specioso pretesto di non tentare Dio, rifiuta di chiedergli l’impossibile quando sono in gioco gli interessi della sua Chiesa. Certo, le precauzioni di Erode Agrippa per non lasciar sfuggire il suo prigioniero facevano onore alla sua prudenza, e certo la Chiesa chiedeva l’impossibile esigendo la liberazione di Pietro: tanto è vero che quelli stessi che allora pregavano, una volta esauditi non riuscivano a credere ai propri occhi. Ma la loro forza era stata appunto quella di sperare contro ogni speranza (Rm 4,18) ciò che essi stessi consideravano come follia (At 12,14-15), di sottomettere nella loro preghiera il giudizio della ragione alle sole vedute della fede.

VANGELO (Mt 16,13-19). – In quei giorni: Venuto Gesù nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: La gente che dice mai che sia il Figlio dell’uomo? Ed essi risposero: Chi Giovanni Battista; chi Elia; chi Geremia, od uno dei profeti. Dice loro Gesù: Ma voi chi dite ch’io sia? Rispondendo Simon Pietro disse: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente. E Gesù gli replicò: Te beato, o Simone, figlio di Giona, perché non la carne né il sangue te l’ha rivelato; ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno mai prevarranno contro di lei. E a te darò le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa avrai legata sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli.

Confessione di san Pietro.

La grata letizia porta Roma a ricordare l’istante beato in cui, per la prima volta, lo Sposo fu salutato col suo divino appellativo dall’umanità: Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivo! L’amore e la fede costituiscono in questo momento Pietro suprema e antichissima sommità dei teologi, come lo chiama san Dionigi nel libro dei Nomi divini. Per primo, infatti, nell’ordine del tempo come per la pienezza del dogma egli risolse il problema la cui formula senza soluzione era stato il supremo sforzo della teologia dei secoli profetici.

Dignità di san Pietro.

Sei tu dunque, o Pietro, più sapiente di Salomone? E quanto lo Spirito Santo dichiarava al di sopra di ogni scienza, potrà essere il segreto di un povero pescatore? È così. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre (Mt 11,27); ma il Padre stesso ha rivelato a Simone il mistero del Figlio, e le parole che ne fanno fede non sono soggette a critica. Esse infatti non sono una giunta menzognera ai dogmi divini: oracolo dei cieli che passa attraverso una bocca umana, elevano il loro beato interprete al disopra della carne e del sangue. Al pari di Cristo di cui per esse diviene Vicario, egli avrà come unica missione di essere un’eco fedele del cielo quaggiù (Gv 15,15), dando agli uomini ciò che riceve (ivi 17,18): le parole del padre (ivi 14). È tutto il mistero della Chiesa, della terra e del cielo insieme, contro la quale l’inferno non prevarrà.

Il fondamento della Chiesa.

O Pietro, noi salutiamo la gloriosa tomba in cui sei disceso! Soprattutto a noi, infatti, figli di quell’Occidente che tu hai voluto scegliere, spetta celebrare nell’amore e nella fede le glorie di questo giorno. È su te che dobbiamo costruire, poiché vogliamo essere gli abitanti della città santa. Seguiremo il consiglio del Signore (Mt 7,24-27), costruendo sulla roccia le nostre case di quaggiù, perché resistano alla tempesta e possano diventare una dimora eterna. O come più viva è la nostra riconoscenza per te, che ti degni di sostenerci così, in questo secolo insensato che, pretendendo di costruire nuovamente l’edificio sociale, volle stabilirlo sulla mobile sabbia delle opinioni umane, e che ha saputo moltiplicare soltanto i crolli e le rovine! La pietra che i moderni architetti hanno rigettata, è forse meno perciò la pietra angolare? E la sua virtù non appare forse appunto nel fatto che, rigettandola, è contro di essa che urtano e s’infrangono? (1Pt 2,6-8).

Devozione verso san Pietro.

Ora dunque che l’eterna Sapienza eleva su di te, o Pietro, la sua casa, dove potremmo trovarla altrove? Da parte di Gesù risalito al cielo, non sei forse tu che possiedi ormai le parole di vita eterna? (Gv 6,69). La nostra religione, il nostro amore verso l’Emmanuele sono quindi incompleti, se non arrivano fino a te. E avendo tu stesso raggiunto il Figlio dell’uomo alla destra del Padre, il culto che ti rendiamo per le tue divine prerogative si estende al Pontefice tuo successore, nel quale continui a vivere mediante esse: culto reale che si rivolge a Cristo nel suo Vicario e che, pertanto, non potrebbe accontentarsi della troppo sottile distinzione fra la Sede di Pietro e colui che la occupa. Nel Romano Pontefice tu sei sempre, o Pietro, l’unico pastore e il sostegno del mondo. Se il Signore ha detto: « Nessuno va al Padre se non per me » (ivi 14,6), sappiamo pure che nessuno arriva al Signore se non per tuo mezzo. Come potrebbero i diritti del Figlio di Dio, pastore e vescovo delle anime nostre (1Pt 2,25), subire un detrimento in questi omaggi della terra riconoscente? Non possiamo celebrare le tue grandezze senza che, subito facendoci fissare i pensieri in Colui del quale sei come il segno sensibile, come un augusto sacramento, tu non ci dica, come dicesti ai padri nostri, mediante l’iscrizione posta sulla tua antica statua: Contemplate il Dio Verbo, la pietra divinamente tagliata nell’oro, sulla quale stabilito, io non sono crollato.

PREGHIAMO

O Dio, che hai santificato questo giorno col martirio degli apostoli Pietro e Paolo, concedi alla tua Chiesa di seguire in tutto l’insegnamento di questi due fondatori della nostra religione.

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 798-807

DOMENICA DI PENTECOSTE – 2008

DOMENICA DI PENTECOSTE  - 2008 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

DOMENICA DI PENTECOSTE

PRIMI VESPRI

Inno ai Primi Vespri

Vieni, o Spirito creatore,
visita le nostre menti,
riempi della tua grazia
i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,
dono del Padre altissimo,
acqua viva, fuoco, amore,
santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio,
promesso dal Salvatore,
irradia i tuoi sette doni,
suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto,
fiamma ardente nel cuore;
sana le nostre ferite
col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,
reca in dono la pace,
la tua guida invincibile
ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza,
svelaci il grande mistero
di Dio Padre e del Figlio
uniti in un solo Amore. Amen.

Veni, creátor Spíritus,
mentes tuórum vísita,
imple supérna grátia,
quæ tu creásti péctora.

Qui díceris Paráclitus,
donum Dei altíssimi,
fons vivus, ignis, cáritas,
et spiritális únctio.

Tu septifórmis múnere,
déxtræ Dei tu dígitus,
tu rite promíssum Patris,
sermóne ditans gúttura.

Accénde lumen sénsibus,
infúnde amórem córdibus,
infírma nostri córporis
virtúte firmans pérpeti.

Hostem repéllas lóngius
pacémque dones prótinus;
ductóre sic te prǽvio
vitémus omne nóxium.

Per te sciámus da Patrem
noscámus atque Fílium,
teque utriúsque Spíritum
credámus omni témpore.

PRIMI VESPRI

Lettura Breve Rm 8, 11
11. Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

MESSA DEL GIORNO

Seconda Lettura  1 Cor 12, 3b-7. 12-13
3b. Fratelli, nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo.
4. Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5. vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;6. vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune. 
12. Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. 13.E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito

Sequenza
Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.

Veni, Sancte Spíritus,

et emítte cǽlitus

lucis tuæ rádium.
Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Veni, pater páuperum,

veni, dator múnerum,

veni, lumen córdium.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

Consolátor óptime,

dulcis hospes ánimæ,

dulce refrigérium.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.

In labóre réquies,

in æstu tempéries,

in fletu solácium.
O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

O lux beatíssima,

reple cordis íntima

tuórum fidélium.

Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa. 

Sine tuo númine,

nihil est in hómine

nihil est innóxium.
Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina. 

Lava quod est sórdidum,

riga quod est áridum,

sana quod est sáucium.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò ch’è sviato. 

Flecte quod est rígidum,

fove quod est frígidum,

rege quod est dévium.
Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni. 

Da tuis fidélibus,

in te confidéntibus,

sacrum septenárium.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.

Da virtútis méritum,

da salútis éxitum,

da perénne gáudium.

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura  
Dalla lettera ai Romani di san Paolo, apostolo 8, 5-27
5.Fratelli, quelli che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. 6. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. 7. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. 8. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.
9. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. 11. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. 12. Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; 13. poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete. 14. Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. 15. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!». 16. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. 17. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. 18. Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. 19. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20. essa infatti è stata sottomessa alla caducità non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa e nutre la speranza 21. di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23. essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24. poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? 25. Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. 26. Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27. e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.

Responsorio Cfr. Gal 4, 6; 3, 26; 2 Tm 1, 7
R. Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Dio, infatti, * ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre, alleluia.
V. Non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza:
R. ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre, alleluia.

SECONDI VESPRI

Lettura Breve Ef 4, 3-6
3. Cercate di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. 4. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; 5. un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. 6. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

IL NUOVO CULTO DEL CRISTIANO (RM 12,1-2)

dal sito: 

http://www.paroledivita.it/upload/2006/articolo6_4.asp

IL NUOVO CULTO DEL CRISTIANO (RM 12,1-2) di Guido Benzi

Ogni lettera che si rispetti porta sempre delle raccomandazioni conclusive, quasi che il mittente, sentendo avvicinarsi la fine dello scritto voglia farsi ancor più presente alla vita del destinatario. Questo vale anche per l’epistolario paolino[1] e in particolare per la lettera ai Romani dove l’intera sezione 12,1-15,13 risponde a questa dimensione esortativa. Dobbiamo anche ricordare che in realtà i commenti non dedicano troppa attenzione alla trattazione di questa sezione: ovviamente l’interesse per la novità e l’importanza del kerygma paolino può in qualche modo mettere in secondo piano la sua riflessione etica, più disarticolata in proposte contingenti e meno originale rispetto alla tradizione etica giudaica, alla proposta neotestamentaria e anche assai vicina all’etica popolare del mondo greco-latino.Negli ultimi anni questo orientamento è però mutato e si è voluto ridare uno spazio importante al commento di questa sezione della lettera ai Romani[2]. Come la grande parte dottrinale dell’epistola incominciava con una tesi generale (denominata propositio: Rm 1,16-17) così anche la sezione esortativa incomincia con due versetti che svolgono il ruolo fondamentale di introdurre l’uditorio alle questioni etiche e morali che Paolo vuole sviluppare:

Vi esorto, dunque, fratelli, per impulso della misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo, gradito a Dio: è il vostro culto reso in piena coscienza; e non abbracciate la logica di questo tempo ma trasformatevi attraverso un rinnovamento della mente perché possiate discernere cosa è volontà di Dio, ciò che è buono, gradito e perfetto (Rm 12,1-2).

Il linguaggio che Paolo utilizza in questi versetti vuole anticipare in forma abbreviata e significativa, quanto esporrà nel seguito della lettera: la vita dei cristiani come culto vivente, santo e gradito a Dio.

Dal confronto con la già citata propositio della parte dottrinale (1,16-17) possiamo così trarre alcune indicazioni preziose per affrontare questi due versetti: infatti anche se in 12,1-2 non si tratta esplicitamente del vangelo né della fede o della giustizia, tuttavia dobbiamo subito notare che l’orizzonte teologico nel quale Paolo colloca la dimensione esortativa è il medesimo, infatti compare per tre volte il richiamo a Dio, alla sua misericordia e volontà, e alla profonda relazione che intercorre tra l’agire dei fedeli e l’agire e l’essere di Dio stesso. Questa caratteristica relazionale imprime alla proposta etica che Paolo presenterà nella sua lettera una dimensione profondamente dinamica, tale da rendere tutta la persona e la vita del credente un continuo cammino di discernimento verso la perfezione nell’amore.

L’agire del cristiano tra esortazione e consolazione

Il collegamento con tutta la precedente parte della lettera è attestato dal «dunque» collocato dopo il verbo e, proprio per sottolineare la dimensione relazionale nella quale Paolo colloca l’esortazione che sarà sviluppata, egli introduce l’appellativo «fratelli» così come ha già fatto in Rm 1,13; 7,1.4; 8,12; 10,1; 11,25.

Tuttavia ciò che deve subito attrarre la nostra attenzione è il verbo «esortare», in greco parakaleîn. Esso viene normalmente tradotto con l’italiano «ammonire» o «esortare»; tuttavia, il campo dei significati di questo verbo (molto amato da Paolo, che lo usa ben 54 volte nel suo epistolario) è molto più esteso: esso nel greco ellenistico del tempo di Paolo va dal significato primario di «invitare» o «convocare» a quello più denso di «invocare», «chiamare in aiuto», «pregare». Più raramente abbiamo anche il significato di «consolare» e «ammonire». Tuttavia, nella traduzione greca dell’Antico Testamento detta «dei Settanta», tale verbo greco traduce l’ebraico nachám che significa «consolare, confortare, incoraggiare»[3]; il soggetto di questo verbo è per lo più Dio.

L’uso paolino rimanda certamente a questo orizzonte di senso dedotto dall’Antico Testamento, per cui l’esortazione rivolta da Paolo ai Romani, non ha nulla di distaccato o di vagamente direttivo e moralistico: essa esprime invece tutto il coinvolgimento dell’Apostolo che mira a confortare i fratelli di fede perché essi si sentano animati nel vivere la novità del vangelo nella sua interezza, consapevoli di essere stati, e di essere ancora, oggetto della misericordia di Dio in Gesù Cristo.

Proprio a questa «misericordia» Paolo fa riferimento utilizzando un termine greco (al plurale) che dice riferimento all’ebraico dell’Antico Testamento dove si parla di «viscere» di Dio. La misericordia di Dio è pertanto la ragione ultima che muove l’agire del cristiano. Questa «esortazione», dunque, che è anche una «consolazione», pone insieme l’accento su ciò che il cristiano deve vivere in coerenza con il vangelo, ma anche su ciò che Dio ha compiuto e continua a compiere perché i suoi figli possano aprirsi al dono di grazia. Un altro testo paolino esplicita quanto qui in Romani è soltanto accennato:

Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio (2Cor 1,3-4).

Ancora in Rm 15,5 Paolo augura che «il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù». Questi rimandi mostrano, oltre a un contesto teologico più ampio rispetto a quello di una lettura solo di carattere moralistico del verbo parakaleîn, anche l’origine divina della esortazione/consolazione, tema che sarà esplicitato nella teologia giovannea con l’utilizzo del titolo paraklētos sia in riferimento allo Spirito Santo (Gv 14,16.26) sia in riferimento a Gesù (1Gv 2,1).

Il culto «in piena coscienza»

L’esortazione/consolazione ha come scopo la pienezza della vita cristiana, che viene espressa nella seconda parte del v. 1 attraverso un vocabolario cultuale. Già in Rm 6,13 Paolo aveva invitato i Romani a offrire se stessi «a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio», ma qui in Rm 12 il termine sóma non esprime solo la corporeità, bensì tutto il vissuto della persona nella sua interezza. Questa dimensione di «offerta» cultuale della propria vita è molto sviluppata da Paolo nelle sue lettere: essa non è sconosciuta alla teologia dell’Antico Testamento.

I profeti (ad esempio Is 1,10-20) richiedono la corrispondenza della conversione del cuore con l’offerta di sacrifici materiali, che altrimenti rimangono solo vuoti atti esteriori intrisi di ipocrisia. Una simile teologia è presente anche nel pensiero giudaico ellenistico. Scrive lo Pseudo-Filone commentando il sacrificio di Isacco: «… i popoli comprenderanno che il Signore ha considerato la vita dell’uomo degna (di essere offerta) in sacrificio». Si tratta, dunque, di un’estensione della metafora cultuale alla vita del cristiano: il modello è evidentemente il Cristo agnello pasquale (1Cor 5,7)[4].

Certamente questa dimensione di offerta totale di sé, attraverso il dono totale di Cristo, ci apre anche uno squarcio sulla dimensione «pasquale» e insieme «eucaristica» della vita dei cristiani. Il dono totale da parte dei cristiani della propria vita è animato, come dal di dentro, dal dono che il Cristo ha fatto di sé nella sua passione, morte e risurrezione, mistero continuamente ri-attualizzato nel sacrifico eucaristico.

I tre aggettivi che seguono esprimono che questo sacrificio deve essere «vivente, santo, gradito a Dio» così come deve essere la vittima sacrificale nelle prescrizioni di Lv 10 e 22. Non basta che l’offerta di se stessi da parte dei cristiani sia «vivente», e cioè connessa con un’esistenza umana autentica, essa deve anche essere «santa» e «gradita», cioè continuamente conforme al Signore e al suo volere. Ma ciò che può attirare in modo specifico la nostra attenzione è la conclusione di questo versetto, là dove Paolo chiama questo culto logikén latréian, cioè «culto razionale».

Questa definizione è assai enigmatica e, benché tutte le traduzioni ruotino intorno al concetto di consapevolezza e ragionevolezza, il dibattito tra gli autori non ha ancora trovato un punto di sintesi. Innanzitutto va ricordato che tale aggettivo in tutta la Bibbia greca si trova solo qui e in 1Pt 2,2: «Come bambini appena nati bramate il puro latte logikón». Come tradurre questa espressione? La Bibbia CEI sceglie sia in Romani e sia nella prima lettera di Pietro l’aggettivo «spirituale». Altre traduzioni rendono con «razionale» (così suggerisce A. Pitta), «logico», il che si avvicinerebbe sia al pensiero etico dello stoicismo sia a quello del giudaismo ellenista.

Il filosofo giudeo Filone di Alessandria, quando si riferisce alla mente umana usa questo aggettivo e dichiara che nei sacrifici «ciò che è prezioso davanti a Dio non è l’abbondanza delle vittime immolate ma l’estrema purezza dello spirito razionale (pnéuma logikón) di colui che offre». Un altro riferimento proverrebbe invece dalla letteratura delle religioni ermetiche e misteriche del mondo ellenista: il «culto razionale» sarebbe in qualche modo il pervenire intimo del logos a se stesso, una sorta di auto-consapevolezza della presenza del divino in se stessi[5].

Paolo dunque, in contrasto con una mistica auto-centrata, esprimerebbe qui l’idea che l’offerta di sé da parte dei cristiani debba avvenire in piena e illuminata coscienza sia del dono di misericordia ricevuto da Dio, sia dell’offerta piena di una vita conforme al volere di Dio. Si tratta di una ragionevolezza illuminata dalla fede, e di una fondata conoscenza di sé che richiede anche l’esercizio della mente. Abbiamo pertanto reso questa espressione con la traduzione «in piena coscienza», proprio per sottolineare la piena presenza del cristiano al suo agire, nella consapevolezza della dimensione spirituale che la vita concreta comporta in riferimento a Dio e al mondo. Ci sembra che questa traduzione permette di evidenziare anche un tratto di bruciante attualità nella proposta paolina, in riferimento alla deriva soggettiva ed «emozionale» che presentano tanti elementi delle religiosità contemporanea legata alla così detta New-age.

L’anticonformismo cristiano

Il v. 2 riprende, ampliandole, le prospettive già delineate nel v. 1. Innanzitutto va sottolineato anche qui l’uso di vocaboli che fanno riferimento alla dimensione della ragione e della mente, fino a giungere al «discernimento» del bene come pienezza del processo di trasformazione del cristiano.

In primo luogo, si delinea un anticonformismo cristiano (A. Pitta) rispetto alla mentalità corrente: il credente non si conforma alla «logica» di «questo tempo», ma si apre a un dimensione ulteriore, dettata da un senso «ultimo» della vita e del rapporto con Dio. L’orizzonte escatologico viene qui introdotto come categoria teologica capace di fecondare non solo la fede dei cristiani ma anche il loro agire concreto. La speranza cristiana si riverbera dunque anche sulla loro vita, invitandoli a uscire fuori dagli «schemi» correnti (l’imperativo negativo mè suschematízesthe esprime proprio questa esigenza di non conformità). Tale abbandono della mentalità mondana viene descritto come un processo graduale di trasformazione di sé, che passa attraverso il rinnovamento della mente e approda al discernimento. C’è dunque una trasformazione della vita che rende possibile l’offerta di sé da parte dei cristiani.

Che Paolo pensi a un processo graduale, esso stesso inserito nella vita e posto sotto la dinamica dello Spirito, lo sappiamo da un altro suo passaggio:

Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante a opera di un maggior numero, moltiplichi l’inno di lode alla gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno (2Cor 4,13-16).

La mente non è qui solo il luogo dell’esercizio del ragionamento, ma è il luogo del discernimento etico in cui vagliare e offrire un obbediente assenso a Dio e alla sua volontà. Si deve notare che – come sottolinea H. Schlier – Paolo non oppone alla mentalità mondana la trasformazione della medesima, ma la trasformazione di se stessi. Non viene prima la trasformazione del mondo, ma l’intimo rinnovamento del modo di pensare e agire del soggetto che pur vivendo nel mondo è proiettato verso l’eterno.

Ancora una volta vediamo come la dimensione escatologica inserisca nella vita cristiana un elemento dinamico molto importante. Essa innesca a partire dal battesimo e dalla vita di fede (come suggerisce proprio 2Cor 4,16) un «rinnovamento» che progredisce fino alla piena maturazione.

La fatica del discernimento come cammino del cristiano

Il discernimento della volontà di Dio è il fine della trasformazione della mente del credente. Possiamo così riflettere su due aspetti basilari della vita cristiana.

In primo luogo, si deve osservare che il cammino di rinnovamento porta il cristiano alle soglie della scelta continua tra il bene e il male, con la possibilità in Gesù Cristo di scegliere il bene. Ritornano qui, in forma succinta, le tematiche affrontate nei cc. 7-8 della lettera ai Romani, là dove Paolo ha trattato l’avvilente risultato che consegue la volontà umana da sola (Rm 7,15-25), rispetto al dono di grazia che promana dalla redenzione operata da Cristo e che permette al cristiano, attraverso lo Spirito, di accedere alla vita piena (Rm 8,1-17) di figlio di Dio.

In secondo luogo, possiamo notare come questo discernimento immetta la vita cristiana in una dinamica di continuo perfezionamento: al contrario di chi vanta di possedere e conoscere la volontà di Dio (si veda Rm 2,17-24, dove torna in modo polemico il tema del «discernimento»), il cristiano è chiamato a ricevere questo discernimento come un dono che nella sua vita continuamente lo spinge a una perfetta corrispondenza al volere di Dio.

I tre aggettivi che concludono il v. 2 descrivono proprio questa volontà di Dio. Essi certamente richiamano i tre aggettivi che concludevano il v. 1 (si noterà come ritorna il tema dell’offerta «gradita» a Dio), tuttavia qui ciò che è buono e gradito porta al «perfetto» (to téleion). In Paolo abbiamo tale espressione solo qui: ci può però aiutare nella sua interpretazione quest’altro brano.

Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea (Fil 3,12-16).

La vita cristiana, sull’esempio di Paolo stesso, è questo continuo cammino di maturazione nella fede che si esprime attraverso un sempre più fedele discernimento della volontà di Dio fino a giungere a questa «perfezione» che con 1Cor 13,10 e Col 3,14 possiamo identificare con l’agápe, «vincolo di perfezione».

In conclusione possiamo allora sintetizzare così la propositio esortativa della lettera ai Romani racchiusa in 12,1-2: l’esortazione/consolazione dell’apostolo Paolo rivolta ai cristiani di Roma, vuole spingerli a trarre le motivazioni del loro agire dalla misericordia di Dio che attraverso il dono di grazia ricevuto in Gesù Cristo, ha dato loro la possibilità di un pieno dono di sé, dei loro corpi e della loro vita concreta, in sacrificio vivente, così come Gesù stesso ha fatto nella sua Pasqua ri-attualizzata continuamente nel sacrificio eucaristico. La vita stessa dei cristiani diventa così liturgia, culto santo e gradito a Dio che comporta un distacco dalla logica del mondo presente e si colloca in un orizzonte escatologico pieno di speranza, potendo così accedere a un continuo e vero rinnovamento della mente, che permette loro di vedere e attuare la volontà di Dio fino alla perfezione dell’amore.

[1] Si veda A. Pitta, «Relazioni tra esortazione morale e kerygma paolino», in Id., Il paradosso della croce. Saggi di teologia paolina, Piemme, Casale M. 1998, 348-374.

[2] A. Pitta, Lettera ai Romani. Nuova versione introduzione e commento, Paoline, Milano 2001, 416-418.

[3] Si veda, ad es., il verbo in Gn 24,67; 37,35; 38,12; Is 51,12; Is 40,1. Cf. H. Schlier, La lettera ai Romani, Paideia, Brescia 1982, 566-568.

[4] Si veda R. Penna, «Laicità e categorie cultuali», in Id., L’Apostolo Paolo. Studi di esegesi e teologia, Edizioni Paoline, Cinisello B. 1991, 568-573.

[5] Per approfondire questi aspetti si veda Schlier, La lettera ai Romani, 576-577; Pitta, Lettera ai Romani, 421.

Publié dans:Lettera ai Romani |on 10 mai, 2008 |Pas de commentaires »

Veni Creator Spiritus (latino-italiano)

VENI CREATOR SPIRITUS

 

Veni creator spiritus

Veni, creátor Spíritus,

mentes tuórum vísita,

imple supérna grátia,

quæ tu creásti péctora.

Qui díceris Paráclitus,

donum Dei, Altíssimi,

fons vivus, ignis, cáritas,

et spiritális únctio.

Tu septifórmis múnere,

dextræ Dei tu dígitus,

tu rite promíssum Patris,

sermóne ditans gúttura.

Accénde lumen sénsibus:

infúnde amórem córdibus:

infírma nostri córporis

virtúte firmans pérpeti.

Hostem repéllas lóngius,

pacémque dones prótinus:

ductóre sic te prævio

vitémus omne nóxium.

Per te sciámus da Patrem,

noscámus atque Fílium,

te utriúsque Spíritum

credámus omni témpore.

Deo Patri sit gloria,

Et Filio, qui a mortuis

Surrexit, ac paraclito,

In sæculorum sæcula.

Amen.

Vieni, o Spirito creatore,

visita le nostre menti,

riempi della tua grazia

i cuori che hai creato.

O dolce consolatore,

dono del Padre altissimo,

acqua viva, fuoco, amore,

santo crisma dell’anima.

Dito della mano di Dio,

promesso dal Salvatore

irradia i tuoi sette doni,

suscita in noi la parola.

Sii luce all’intelletto,

fiamma ardente nel cuore;

sana le nostre ferite

col balsamo del tuo amore.

Difendici dal nemico,

reca in dono la pace,

la tua guida invincibile

ci preservi dal male.

Luce d’eterna sapienza,

svelaci il grande mistero

di Dio Padre e del Figlio uniti

in un solo Amore.

Sia gloria a Dio Padre,

al Figlio, che è risorto dai morti

e allo Spirito Santo

per tutti i secoli.

Amen.

Publié dans:temi - la liturgia |on 10 mai, 2008 |Pas de commentaires »

Papa Giovanni Paolo II: Udienza 18 febbraio 2004 (Ef 1,3-10) I

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2004/documents/hf_jp-ii_aud_20040218_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 18 febbraio 2004

Cantico cfr Ef 1,3-10 – Dio salvatore
Vespri del lunedì della 1a settimana (Lettura: Ef 1,3-6)

1. Lo splendido inno di «benedizione», che apre la Lettera agli Efesini e viene proclamato ogni lunedì nella Liturgia dei Vespri, sarà oggetto di una serie di meditazioni lungo il nostro itinerario. Per ora ci accontentiamo di uno sguardo d’insieme a questo testo solenne e ben strutturato, quasi come una maestosa costruzione, destinata ad esaltare la meravigliosa opera di Dio, attuata per noi in Cristo.

Si parte da un «prima» che antecede il tempo e la creazione: è l’eternità divina nella quale già prende vita un progetto che ci supera, una «pre-destinazione», cioè il disegno amoroso e gratuito di un destino di salvezza e di gloria.

2. In questo progetto trascendente, che ingloba la creazione e la redenzione, il cosmo e la storia umana, Dio aveva prestabilito, «nella sua benevolenza», di «ricapitolare in Cristo», cioè di riportare a un ordine e a un senso profondo tutte le realtà, quelle celesti e quelle terrene (cfr 1,10). Certo, Egli è «capo della Chiesa, la quale è il suo corpo» (1,22-23), ma è anche il principio vitale di riferimento dell’universo.

La signoria di Cristo si estende, perciò, sia al cosmo sia a quell’orizzonte più specifico che è la Chiesa. Cristo svolge una funzione di «pienezza», così che in Lui si riveli il «mistero» (1,9) nascosto nei secoli e tutta la realtà realizzi – nel suo ordine specifico e nel suo grado – il disegno concepito dal Padre fin dall’eternità.

3. Come avremo occasione di vedere in seguito, questa sorta di Salmo neotestamentario fissa l’attenzione soprattutto sulla storia della salvezza che è espressione e segno vivo della «benevolenza» (1,9), del «beneplacito» (1,6) e dell’amore divino.

Ecco, allora, l’esaltazione della «redenzione mediante il sangue» della croce, la «remissione dei peccati», l’abbondante effusione «della ricchezza della grazia» (1,7). Ecco la filiazione divina del cristiano (cfr 1,5) e la «conoscenza del mistero della volontà» di Dio (1,9), mediante la quale si entra nell’intimo della stessa vita trinitaria.

4. Dato questo sguardo d’insieme all’inno che apre la Lettera agli Efesini, noi ora ascoltiamo san Giovanni Crisostomo, straordinario maestro e oratore, interprete fine della Sacra Scrittura, vissuto nel IV secolo e divenuto anche Vescovo di Costantinopoli, in mezzo a difficoltà di ogni genere, e sottoposto persino all’esperienza di duplice esilio.

Nella sua Prima omelia sulla Lettera agli Efesini, commentando questo Cantico, egli riflette con riconoscenza sulla «benedizione» con cui siamo stati benedetti «in Cristo»: «Che cosa ti manca, infatti? Sei diventato immortale, sei diventato libero, sei diventato figlio, sei diventato giusto, sei diventato fratello, sei diventato coerede, con lui regni, con lui sei glorificato. Tutto ci è stato donato e – come sta scritto – « come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8,32). La tua primizia (cfr 1Cor 15,20.23) è adorata dagli angeli, dai cherubini, dai serafini: che cosa ti manca, ormai?» (PG 62, 11).

Dio ha fatto tutto questo per noi, continua il Crisostomo, «secondo il beneplacito della sua volontà». Che cosa significa questo? Significa che Dio appassionatamente desidera e ardentemente brama la nostra salvezza. «E perché ci ama in tal modo? Per quale motivo ci vuol tanto bene? Per sola bontà: la « grazia », infatti, è propria della bontà» (ibidem, 13).

Appunto per questo, conclude l’antico Padre della Chiesa, san Paolo afferma che tutto fu compiuto «a lode e gloria della sua grazia che ci ha dato nel suo Figlio diletto». Dio infatti «non solo ci ha liberati dai peccati, ma ci ha resi anche amabili..: ha ornato la nostra anima e l’ha resa bella, desiderabile e amabile». E quando Paolo dichiara che Dio lo ha fatto mediante il sangue del suo Figlio, san Giovanni Crisostomo esclama: «Nulla è più grande di tutto ciò: che il sangue di Dio sia stato versato per noi. Più grande dell’adozione a figli e degli altri doni, è che neppure

sia stato risparmiato il Figlio (cfr Rm 8,32); grande, infatti, è che siano stati rimessi i peccati: ma più grande ancora è che ciò sia avvenuto mediante il sangue del Signore» (ibidem, 14).

Papa Giovanni Paolo II: Udienza 13 ottobre 2004 (Ef 1,3-10) II

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2004/documents/hf_jp-ii_aud_20041013_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 13 ottobre 2004

Cantico cfr Ef 1,3-10 – Dio Salvatore
Vespri del Lunedì della 2a settimana (Lettura: Ef 1,3.7-8)

1. Siamo di fronte al solenne inno di benedizione che apre la Lettera agli Efesini, una pagina di grande densità teologica e spirituale, mirabile espressione della fede e forse della liturgia della Chiesa dei tempi apostolici.

Per ben quattro volte, in tutte le settimane in cui si articola la Liturgia dei Vespri, l’inno è riproposto, perché il fedele possa contemplare e gustare questa grandiosa icona di Cristo, cuore della spiritualità e del culto cristiano, ma anche principio di unità e di senso dell’universo e di tutta la storia. La benedizione sale dall’umanità al Padre che è nei cieli (cfr v. 3), muovendo dall’opera salvifica del Figlio.

2. Essa inizia dall’eterno progetto divino, che Cristo è chiamato a compiere. In questo disegno brilla innanzitutto la nostra elezione ad essere «santi e immacolati» non tanto a livello rituale – come sembrerebbero suggerire questi aggettivi usati nell’Antico Testamento per il culto sacrificale – bensì «nell’amore» (cfr v. 4). Si tratta, quindi, di una santità e di una purezza morale, esistenziale, interiore.

Per noi, tuttavia, il Padre ha in mente un’ulteriore meta: attraverso Cristo ci destina ad accogliere il dono della dignità filiale, divenendo figli nel Figlio e fratelli di Gesù (cfr Rm 8,15.23; 9,4; Gal 4,5). Questo dono della grazia si effonde attraverso «il Figlio diletto», l’Unigenito per eccellenza (cfr vv. 5-6).

3. Per questa via il Padre opera in noi una radicale trasformazione: una piena liberazione dal male, «la redenzione mediante il sangue» di Cristo, «la remissione dei peccati» attraverso «la ricchezza della sua grazia» (cfr v. 7). L’immolazione di Cristo sulla croce, atto supremo di amore e di solidarietà, effonde su di noi un’onda sovrabbondante di luce, di «sapienza e intelligenza» (cfr v. 8). Siamo creature trasfigurate: cancellato il nostro peccato, conosciamo in pienezza il Signore. Ed essendo la conoscenza, nel linguaggio biblico, espressione di amore, essa ci introduce più profondamente nel «mistero» della volontà divina (cfr v. 9).

4. Un «mistero», ossia un progetto trascendente e perfetto, che ha per contenuto un mirabile piano salvifico: «ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (v. 10). Il testo greco suggerisce che Cristo è diventato il kefalaion, ossia è il punto cardine, l’asse centrale verso cui converge e acquista senso tutto l’essere creato. Lo stesso vocabolo greco rimanda a un altro, caro alle Lettere agli Efesini e ai Colossesi: kefale, «capo», che indica la funzione espletata da Cristo nel corpo della Chiesa.

Ora lo sguardo è più ampio e cosmico, pur includendo la dimensione ecclesiale più specifica dell’opera di Cristo. Egli ha riconciliato «a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» (Col 1,20).

5. Concludiamo la nostra riflessione con una preghiera di lode e di gratitudine per la redenzione di Cristo operata in noi. Lo facciamo con le parole di un testo conservato in un antico papiro del quarto secolo.

«Noi ti invochiamo, Signore Iddio. Tu conosci ogni cosa, niente ti sfugge, Maestro di verità. Hai creato l’universo e vegli su ogni essere. Tu guidi sulla strada della verità quelli che erano nelle tenebre e nell’ombra di morte. Tu vuoi salvare tutti gli uomini e far loro conoscere la verità. Tutti insieme ti offriamo lodi e inni di ringraziamento». L’orante prosegue: «Ci hai redenti, con il sangue prezioso e immacolato del tuo unico Figlio, da ogni traviamento e dalla schiavitù. Ci hai liberati dal demonio e ci hai concesso gloria e libertà. Eravamo morti e ci hai fatto rinascere, anima e corpo, nello Spirito. Eravamo sporchi e ci hai resi puri. Ti preghiamo, dunque, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione: confermaci nella nostra vocazione, nell’adorazione e nella fedeltà». La preghiera si conclude con l’invocazione: «Fortificaci, o Signore benevolo, con la tua forza. Illumina l’anima nostra con la tua consolazione… Concedici di guardare, di cercare e di contemplare i beni del cielo e non quelli della terra. Così per la forza della tua grazia sarà resa gloria alla potestà onnipotente, santissima e degna di ogni lode, nel Cristo Gesù, il Figlio prediletto, con lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen» (A. Hamman, Preghiere dei primi cristiani, Milano 1955, pp. 92-94).

Papa Giovanni Paolo II . Udienza 4 agosto 2004 (Fil 2,6-11)

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2004/documents/hf_jp-ii_aud_20040804_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledí, 4 agosto 2004

1. Nel nostro itinerario attraverso i Salmi e i Cantici che costituiscono la Liturgia delle Ore ci incontriamo con il Cantico di Filippesi 2,6-11, che scandisce i Primi Vespri di tutte le quattro domeniche in cui si articola la Liturgia.

È la seconda volta che lo meditiamo, continuando a penetrarne la ricchezza teologica. In questi versetti, brilla la fede cristiana delle origini, centrata sulla figura di Gesù, riconosciuto e proclamato nostro fratello in umanità, ma anche Signore dell’universo. È, quindi, una vera e propria confessione di fede cristologica, che ben riflette il pensiero di san Paolo, ma che può anche echeggiare la voce della comunità giudeo-cristiana anteriore all’Apostolo.

2. Il Cantico muove dalla divinità, propria di Gesù Cristo. A lui, infatti, compete la «natura» e la condizione divina, la morphè – come si dice in greco – ossia la stessa realtà intima e trascendente di Dio (cfr v. 6). Tuttavia egli non considera questa sua identità suprema e gloriosa come un privilegio orgoglioso da ostentare, un segno di potenza e di mera superiorità.

Il movimento dell’inno procede chiaramente verso il basso, cioè verso l’umanità. «Spogliandosi» e quasi «svuotandosi» di quella gloria, per assumere la morphè, ossia la realtà e la condizione del servo, il Verbo entra per questa via nell’orizzonte della storia umana. Anzi, egli diventa simile agli esseri umani (cfr v. 7) e giunge fino ad assumere quel segno del limite e della finitudine che è la morte. È, questa, un’umiliazione estrema, perché la morte accettata è quella di croce, considerata la più infame nella società di allora (cfr v. 8).

3. Cristo sceglie di abbassarsi dalla gloria alla morte di croce: è questo il primo movimento del Cantico, sul quale avremo occasione di ritornare per svelarne altre sfumature.

Il secondo movimento procede in senso inverso: dal basso si ascende verso l’alto, dall’umiliazione si sale verso l’esaltazione. Ora è il Padre che glorifica il Figlio strappandolo dalla morte e intronizzandolo come Signore dell’universo (cfr v. 9). Anche san Pietro nel discorso di Pentecoste dichiara che «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36). La Pasqua è, dunque, l’epifania solenne della divinità di Cristo, prima velata dalla condizione di servo e di uomo mortale.

4. Davanti alla figura grandiosa di Cristo glorificato e intronizzato tutti si prostrano in adorazione. Non solo dall’intero orizzonte della storia umana, ma anche dai cieli e dagli inferi (cfr Fil 2,10) si leva una possente professione di fede «Gesù Cristo è il Signore» (v. 11). «Quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli sperimentasse la morte a vantaggio di tutti» (Eb 2,9).

Concludiamo questa nostra breve analisi del Cantico di Filippesi, sul quale dovremo ritornare, lasciando la parola a sant’Agostino che, nel suo Commento al Vangelo di san Giovanni, rimanda all’inno paolino per celebrare il potere vivificante di Cristo che opera la nostra risurrezione, strappandoci dal nostro limite mortale.

5. Ecco le parole del grande Padre della Chiesa: «Cristo, « di natura divina, non tenne per sé gelosamente l’essere pari a Dio ». Che sarebbe stato di noi, quaggiù nell’abisso, deboli e attaccati alla terra e perciò nell’impossibilità di raggiungere Dio? Potevamo essere abbandonati a noi stessi? No assolutamente. Egli « annientò se stesso prendendo la forma di servo »; senza, però, abbandonare la forma di Dio. Si fece dunque uomo colui che era Dio, assumendo ciò che non era senza perdere ciò che era; così Dio si fece uomo. Da una parte qui trovi il soccorso alla tua debolezza, dall’altra qui trovi quanto ti occorre per raggiungere la perfezione. Ti sollevi Cristo in virtù della sua umanità, ti guidi in virtù della sua umana divinità, ti conduca alla sua divinità. Tutta la predicazione cristiana, o fratelli, e l’economia della salvezza incentrata nel Cristo, si riassumono in questo e non in altro: nella risurrezione delle anime e nella risurrezione dei corpi. Ambedue erano morti: il corpo a causa della debolezza, l’anima a causa dell’iniquità; ambedue erano morti ed era necessario che ambedue, l’anima e il corpo, risorgessero. In virtù di chi risorge l’anima, se non in virtù di Cristo Dio? In virtù di chi risorge il corpo, se non in virtù di Cristo uomo?… Risorga la tua anima dall’iniquità in virtù della sua divinità e risorga il tuo corpo dalla corruzione in virtù della sua umanità» (Commento al Vangelo di san Giovanni, 23,6, Roma 1968, p. 541).

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