Archive pour mai, 2008

San Josemaria Éscriva – Anno liturgico, Cristo nel tempo

dal sito:

http://www.it.josemariaescriva.info/index.php?id_cat=776&id_scat=773

Anno liturgico, Cristo nel tempo

« Nel regalarti quella “Storia di Gesù”, scrissi come dedica: “Cerca Cristo, trova Cristo, ama Cristo”. — Sono tre tappe chiarissime. Hai tentato di vivere, almeno, la prima?» (San Josemaría, Cammino, 382).

La storia umana è e sarà sempre la « storia della salvezza »: ciò che la Chiesa celebra nel corso dell’anno liturgico. Le feste e i tempi non sono « anniversari », una mera ripetizione di alcuni momenti storici della vita del Signore; sono la celebrazione della sua presenza, rendono attuale la salvezza che il Padre, attraverso Gesù
, ci comunica nello Spirito Santo.

La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II presenta l’anno liturgico con queste parole: «La santa madre Chiesa considera suo dovere celebrare l’opera salvifica del suo sposo divino mediante una commemorazione sacra, in giorni determinati nel corso dell’anno» (Sacrosanctum Concilium, 102). Ogni anno liturgico è, quindi, una nuova opportunità di grazia e di presenza del Signore della storia nella nostra personale storia quotidiana, negli avvenimenti – anche i più insignificanti – di ogni giornata. Colui che era, è e sarà, ci viene incontro nel tempo, qui e ora, per vivere il presente, quello di ciascuno, con noi, gli uomini suoi fratelli.L’anno liturgico è ripieno della presenza salvifica del Signore perché in ogni tempo liturgico – con le sue caratteristiche specifiche – noi cristiani possiamo identificarci sempre di più con Lui, non solo nel senso morale di imitarlo, di cambiare i costumi e di migliorare la nostra condotta, ma di vera e immediata identificazione sacramentale con la vita di Cristo. Così

, la nostra vita quotidiana diventa un culto gradito al Padre per mezzo dello Spirito (cfr. Rm 12, 1-2).

Fin dai primi secoli, la Chiesa ha unito alla celebrazione dei misteri di Cristo, la festività della Madonna e i giorni del transito alla casa del Padre dei martiri e dei santi. Con la loro vita hanno saputo dare testimonianza della vita di Cristo, e in modo eminente della Passione, Morte, Risurrezione e dell’Ascensione gloriosa al cielo. Per questo durante l’anno liturgico sono proposti ai fedeli cristiani come esempio di amore a Dio.

“Spesso il Signore ci parla del premio che ci ha guadagnato con la sua Morte e la sua Risurrezione. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io (Gv 14, 2-3). Il cielo è la meta del nostro cammino terreno. Gesù ci ha preceduti e là, in compagnia della Vergine e di san Giuseppe — che io tanto venero —, degli Angeli e dei Santi, è in attesa del nostro arrivo.” (San Josemaría, Amici di Dio, 220).

Publié dans:temi - la liturgia |on 26 mai, 2008 |Pas de commentaires »

CANTICI DEL NUOVO TESTAMENTO NELLA LITURGIA DELLE ORE

sto cercando di presentare San Paolo nella liturgia e mi rendo conto con quanta inadeguatezza lo faccio, con questo stralcio cerco di presentare meglio – e soprattutto di capirla meglio io – la liturgia delle ore, i passi biblici; credo che sarà possibile trovare una sorta di presentazione del « corpo paolino » nella liturgia, per il momento ho trovato un sito francese, molto interessante, che presenterà San Paolo nella liturgia, hanno messo l’avviso che lo apriranno il 15 di giugno, io mi sono iscritta, spero di imparare qualcosa di più, per il momento presento questo stralcio sul cantici e le letture;

 

CANTICI DEL NUOVO TESTAMENTO NELLA LITURGIA DELLE ORE

 

stralcio da: Paternoster M., « Erano assidui nella preghiera », Riflessioni sulla liturgia delle ore, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1990, Capitolo IV: La Celebrazione della LH: struttura e articolazione, 4. Gli elementi costitutivi della LH, PAG 244-:

 

« 4 GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA LITURGIA DELLE ORE

4.B. CANTICI DEL NUOVO TESTAMENTO

b. In riferimento ai cantici del Nuovo Testamento, presenti nella celebrazione dei Vespri, l’IGLH (Istitutio Generalis Liturgia Horarum, link al testo italiano) fa rilevare quanto segue:

Dom. Ap 19,1b.2a.4b.5b.7.8a

Lun. Ef 1,3-10

Mar. Ap 4,11.5,9-10.12

Mer. Col 1,12-20

Gio. Ap 11, 17-18.12,10b.12a

Ven. Ap. 15,3-4

Sab. Fil 2,6-11

c. A proposito degli altri cantici del Nuovo Testamento, che si trovano dopo il responsorio che segue la lettura biblica delle Lodi, dei Vespri e di Compieta, L’IGLH si esprime in questi termini: Benedictus, Magnificat, Nunc dimittis abbiano il medesimo onore, la medesima dignità e solennità di cui si è soliti circondare il vangelo, quando si ascolta (IGLH 138). Pur essendo anch’essi cantici del Nuovo Testamento, si pongono però su un piano teologico e celebrativo diverso da quelli che concludono la salmodia dei Vespri, perché sono tratti dal vangelo. Rappresentano infatti una vera e propria proclamazione gioiosa del vangelo che è lo strumento di salvezza di tutti i popoli. Perciò la LH li ha sempre circondati di una particolare venerazione. Naturalmente la presenza di tanti cantici dell’Antico e del Nuovo Testamento non deve passare inosservata nella LH, ma deve trovare una precisa traduzione celebrativa. Essi, infatti, costituiscono delle vere e proprie : rappresentano quindi un genere letterario poetico ed epico nelle stesso tempo. Non si adattano bene alla recitazione. Bisognerebbe pensare un ritmo celebrativo diverso, perché il loro genere letterario sia maggiormente rispettato; nemmeno l’IGLH offre delle indicazioni di ordine celebrativo per favorire la comprensione di un elemento così originale della LH.

4.C. LE LETTURE BIBLICHE

Per quanto riguarda le letture bibliche, che caratterizza in modo particolare l’Ufficio delle letture della preghiera liturgica della Chiesa, la SC aveva già offerto delle interessanti indicazioni di riforma. Il merito della IGLH sta nell’aver esteso la sua attuazione anche alle letture bibliche brevi delle altre parti della LH. Bisogna però riconoscere che l’attenzione della Riforma si è concentrata soprattutto sulle letture bibliche dell’Ufficio delle letture che avevano maggiormente bisogno di revisione e di rinnovamento: (IGLH 140). Nei primi tempi della Chiesa, la lettura della Paola di Dio occupava un posto di assoluto rilievo nell’ambito della preghiera liturgica della comunità cristiana. Successivamente nei monasteri era norma comune che la Bibbia fosse letta interamente nel corso dell’anno. Simile usanza si mantenne a lungo specialmente nei monasteri cluniacensi. Fu solo nei secoli XII-XIII, quando la preghiera personale dei monaci andò progressivamente separandosi dalla recita corale della LH, che le letture bibliche furono notevolmente accorciate e ridotte di numero per dare la possibilità ai monaci di attendere alle loro devozioni private. Una simile lacuna fu già avvertita dai riformatori del Rinascimento, tanto che il cardinale Quiñonez, nella sua riforma del Breviario, aveva concesso uno spazio maggiore alle letture della Sacra Scrittura e specialmente a quelle del Nuovo Testamento. In tale senso si incamminò anche la riforma tridentina di San Pio V, che ridusse le letture agiografiche, spesso leggendarie ed apocrife, a tutto vantaggio di quelle bibliche. Ma la sua riforma non portò i frutti sperati, perché le letture agiografiche presero nuovamente il sopravvento sulla Parola di Dio. Prima della riforma liturgica del concilio Vaticano II, le pericopi bibliche apparivano a tutti troppo brevi e non sempre di facile comprensione. Perciò il Concilio, nello stabilire una lettura più ampia della Parola di Dio, non ha fatto altro che riprendere un’esigenza avvertita da tutta la Chiesa.

a. La nuova LH, oltre che presentare una più ampia serie di testi biblici, si è preoccupata di approfondire le motivazioni teologiche che hanno determinato una simile realtà. La ricchezza biblica della attuale preghiera liturgica della Chiesa è, in gran parte, riconducibile alla necessità di approfondire il mistero di Cristo, vertice sia della fede che della celebrazione cristiana, alla luce della Parola di Dio. La Sacra Scrittura, infatti,

b. L?IGLH, inoltre, si dimostra particolarmente attenta anche a sottolineare il rapporto di dipendenza che deve esserci fra la Parola di Dio e la preghiera cristiana: (IGLH 140). È un aspetto fortemente sentito dalla spiritualità della Chiesa d’oggi, che ha riscoperto la preghiera e la Parola di Dio come elementi fondamentali del profondo dinamismo che caratterizza il vivere nello Spirito l’intera esistenza umana, diversamente esposta a tutte le contaminazioni di un tipo di vita che non affonda le sue radici in Dio.

c. C’è poi da rilevare anche una altro importante aspetto: le letture bibliche della LH non devono essere considerate come un fatto a sé stante. Esse infatti sono state elaborate in stretta relazione con le letture che si fanno durante la celebrazione dell’eucarestia: (IGLH 146). Da ciò si deduce la necessità di utilizzare i due cicli di letture bibliche senza cadere in sterili ripetizioni. Infatti, anche l’attuale LH consta di un duplice ciclo di letture bibliche:

d. Quando si parla di letture bibliche nell’ambito della preghiera liturgica della Chiesa, non si deve fare riferimento solo a quelle presenti nell’Ufficio delle letture. Nelle LH, infatti, ci sono anche le letture bibliche brevi alle quali non si può riservare un ruolo marginale. Hanno la loro importanza e la loro dignità liturgica e costituiscono un prezioso elemento della LH. Il loro valore liturgico è chiaramente affermato dalla IGLH: (IGLH 45). Sono precisazioni molto importanti, perché restituiscono piena dignità liturgica e teologica a brani biblici molto brevi, ma non per questo meno efficaci ai fini di una vera proclamazione della Parola di Dio, dato che servono a porre in rilievo una sentenza o un’esortazione biblica di particolare efficacia spirituale. »

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Padre Cantalamessa: omelia per la solennità del Corpus Domini 25.5.08 – 1 Cor 10, 16-17

dal sito: 

http://www.cantalamessa.org/it/omelieView.php?id=324

solennità del « Corpus Domini » – 25 maggio 2008

Padre Cantalamessa 

Nella seconda lettura san Paolo ci presenta l’Eucaristia come mistero di comunione: « Il calice che benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? » Comunione significa scambio, condivisione. Ora la regola fondamentale della condivisione è questa: quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio. Proviamo ad applicare questa regola alla comunione eucaristica e ci renderemo conto della « enormità » della cosa.

Che cosa ho io di propriamente « mio »? La miseria, il peccato: questo solo è esclusivamente mio. E che cosa ha di « suo » Gesú se non santità, perfezione di tutte le virtù? Allora la comunione consiste nel fatto che io do a Gesú il mio peccato e la mia povertà, e lui mi da la sua santità. Si realizza il « meraviglioso scambio », come lo definisce la liturgia.Conosciamo diversi tipi di comunione. Una comunione assai intima è quella tra noi e il cibo che mangiamo, perché questo diventa carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. Ho sentito delle mamme dire alla loro creatura, mentre se la stringevano al petto e la baciavano: « Ti voglio così bene che ti mangerei! ».

È vero che il cibo non è una persona vivente e intelligente con la quale possiamo scambiarci pensieri e affetti, ma supponiamo, per un momento, che il cibo sia esso stesso vivente e intelligente, non si avrebbe, in tal caso, la perfetta comunione? Ma questo è precisamente ciò che avviene nella comunione eucaristica. Gesù, nel brano evangelico, dice: « Io sono il pane vivo disceso dal cielo…La mia carne è vero cibo…Chi mangia la mia carne avrà la vita eterna ». Qui il cibo non è una semplice cosa, ma è una persona vivente. Si ha la più intima, anche se la più misteriosa, delle comunioni.Guardiamo cosa avviene in natura, nell’ambito della nutrizione. È il principio vitale più forte che assimila quello meno forte. È il vegetale che assimila il minerale; è l’animale che assimila il vegetale. Anche nei rapporti tra l’uomo e Cristo si attua questa legge. È Cristo che assimila noi a sé; noi ci trasformiamo in lui, non lui in noi. Un famoso materialista ateo ha detto: « L’uomo è ciò che mangia ». Senza saperlo ha dato un’ottima definizione dell’Eucaristia. Grazie ad essa, l’uomo diventa davvero ciò che mangia, cioè corpo di Cristo! Ma leggiamo il seguito del testo iniziale di S. Paolo: « Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane ». È chiaro che in questo secondo caso la parola « corpo » non indica più il corpo di Cristo nato da Maria, ma indica « tutti noi », indica quel corpo di Cristo più grande che è la Chiesa. Questo vuol dire che la comunione eucaristica è sempre anche comunione tra noi. Mangiando tutti dell’unico cibo, noi formiamo un solo corpo.Quale la conseguenza? Che non possiamo fare vera comunione con Cristo, se siamo divisi tra noi, ci odiamo, non siamo pronti a riconciliarci. Se tu hai offeso un tuo fratello, diceva S. Agostino, se hai commesso un’ingiustizia contro di lui, e poi vai a ricevere la comunione come niente fosse, magari pieno di fervore nei confronti di Cristo, tu somigli a una persona che vede venire verso di sé un amico che non vede da molto tempo. Gli corre incontro, gli getta le braccia al collo e si alza in punta di piedi per baciarlo sulla fronte…Ma, nel fare questo, non si accorge che gli sta calpestando i piedi con scarpe chiodate. I fratelli infatti, specie i più poveri e derelitti, sono le membra di Cristo, sono i suoi piedi posati ancora sulla terra. Nel darci l’ostia il sacerdote dice: « Il corpo di Cristo », e noi rispondiamo: « Amen! ». Adesso sappiamo a chi diciamo « Amen », cioè sì, ti accolgo: non solo a Gesù, il Figlio di Dio, ma anche al prossimo. Nella festa del Corpus Domini non posso nascondere una tristezza. Ci sono delle forme di malattia mentale che impediscono di riconoscere le persone che sono accanto. Continuano a gridare per ore: « Dov’è mio figlio? Dove mia moglie? Perché non si fa vivo? » e, magari, il figlio o la moglie sono lì che gli stringono la mano e gli ripetono: « Sono qui, non mi vedi? Sono con te! ». Succede così anche a Dio. Gli uomini nostri contemporanei cercano Dio nel cosmo o nell’atomo; discutono se ci fu o meno un creatore all’inizio del mondo. Continuiamo a domandare: « Dov’è Dio? » e non ci accorgiamo che è con noi e si è fatto cibo e bevanda per essere ancora più intimamente unito a noi.

Giovanni Battista dovrebbe ripetere mestamente: « In mezzo a voi c’è uno che voi non conoscete ». La festa del Corpus Domini è nata proprio per aiutare i cristiani a prendere coscienza di questa presenza di Cristo in mezzo a noi, per tenere desto quello che Giovanni Paolo II chiamava « lo stupore eucaristico ».

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Solennità – 25 maggio 2008

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Solennità - 25 maggio 2008 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

http://santiebeati.it/

MESSA DEL GIORNO: 

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/CorpusApage.htm

Seconda Lettura  1 Cor 10, 16-17
16. Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17. Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.  

sequenza « Lauda Sion »: 

http://spazioinwind.libero.it/maxconti/p11.htm

L’Eucaristia, legame fra la prima creazione e la nuova creazione 

Papa Benedetto XVI dalla « Sacramentum Caritatis » 92 

dal sito: 

http://www.levangileauquotidien.org/www/main.php?language=FR&localTime=05/25/2008#

Per sviluppare una spiritualità eucaristica profonda, capace di incidere significativamente anche nel tessuto sociale, è necessario che il popolo cristiano, che rende grazie per mezzo dell’Eucaristia, abbia coscienza di farlo in nome dell’intera creazione, aspirando così alla santificazione del mondo e lavorando intensamente a tal fine… La liturgia stessa ci educa a tutto questo, quando, durante la presentazione dei doni, il sacerdote rivolge a Dio una preghiera di benedizione e di richiesta in relazione al pane e al vino, « frutto della terra », « della vite » e del « lavoro dell’uomo ». Con queste parole, oltre che coinvolgere nell’offerta a Dio tutta l’attività e la fatica umana, il rito ci spinge a considerare la terra come creazione di Dio, che produce per noi ciò di cui abbiamo bisogno per il nostro sostentamento. Essa non è una realtà neutrale, mera materia da utilizzare indifferentemente secondo l’umano istinto. Piuttosto si colloca all’interno del disegno buono di Dio, per il quale tutti noi siamo chiamati ad essere figli e figlie nell’unico Figlio di Dio, Gesù Cristo (cfr Ef 1,4-12). Le giuste preoccupazioni per le condizioni ecologiche in cui versa il creato in tante parti del mondo trovano conforto nella prospettiva della speranza cristiana, che ci impegna ad operare responsabilmente per la salvaguardia del creato. Nel rapporto tra l’Eucaristia e il cosmo, infatti, scopriamo l’unità del disegno di Dio e siamo portati a cogliere la profonda relazione tra la creazione e la « nuova creazione », inaugurata nella risurrezione di Cristo, nuovo Adamo. Ad essa noi partecipiamo già ora in forza del Battesimo (cfr Col 2,12s) e così alla nostra vita cristiana, nutrita dall’Eucaristia, si apre la prospettiva del mondo nuovo, del nuovo cielo e della nuova terra, dove la nuova Gerusalemme scende dal cielo, da Dio, « pronta come una sposa adorna per il suo sposo » (Ap 21,2). 

PRIMI VESPRI lettura breve come la seconda lettura della messa del giorno 

SECONDI VESPRI 

Lettura breve  1 Cor 11, 23-25
23. Io, fratelli, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane  24. e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». 25. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
 

da: Lémonon J. P., de Surgy P., Carrez M., Lettere di Paolo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1999, de Surgy Paul, Prima Lettera ai Corinzi, pagg. 295.298: 

« Per esortare i fratelli di Corinto a celebrare la cena secondo lo spirito voluto dal Signore, Paolo riprende la catechesi tradizionale che ha insegnato a Corinto.  [cita il passo 1Cor 11, 23-25] 

Paolo non ha appreso mediante rivelazione speciale ciò che era noto alle chiese: è da esse che ha ricevuto la catechesi eucaristica. Ma sottolinea l’origine divina di questo insegnamento: esso viene dal Signore. I versetti 23b-25 contengono un racconto tradizionale della cena del Signore: solo venticinque-trent’anni lo separano dall’istituzione dell’eucarestia, a cui si riallaccia attraverso la prima predicazione di Paolo a Corinto e, al di là di essa, attraverso la tradizione della Chiesa di Antiochia, legata ai primi testimoni della comunità apostolica di Gerusalemme. Quanto ai vangeli, il racconto dell’istituzione dell’eucarestia presente in luca è quello più affine al testo paolino, mentre i racconti di Marco e Matteo sono molto simili tra loro…[due pagine dopo, dopo aver presentato i vangeli di Marco e Matteo] A differenza di Marco e Matteo, che fanno riferimento al testo dell’Esodo, Paolo, al pari di Luca, rimanda alla profezia di Geremia mediante l’espressione : (Ger 31, 31-33). Il patto è nuovo rispetto a quello del Sinai: è l’alleanza annunciata ai profeti e appartenente alle realtà ultime instaurate dall’intervento definitivo e decisivo di Dio, che realizza la sua promessa. » 

 dans LETTURE DI SAN PAOLO NELLA LITURGIA DEL GIORNO ♥♥♥

sabato: Visitazione BV. Maria

http://santiebeati.it/

LUNEDÌ DELLA VIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

continuano le letture del T.O.: « Il tracciato della storia della salvezza contenuto nella Bibbia è vissuto nella liturgia…non solo noi siamo partecipi di Cristo, ma ogni suo fatto e parola sono per noi fonte di salvezza, perché ci sono compartecipati tramite la liturgia. È la liturgia l’esegeta perenne, che nel decorso dei secoli è capace di fare una presentazione unificata, progressiva, dinamica e reale dei contenuti biblici…Mediante la liturgia tutta la Chiesa con Cristo può compiere, un anno dopo l’altro, il proprio cammino fino alla vittoria finale e percorrere ad una ad una le principali fasi del mistero di Cristo, per conformarsi, così all’immagine di lui » (a cura di Domenico Sartore e e Achille M. Triacca, Nuovo Dizionario di Liturgia, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1988; di Achille Tracca, dalla voce: « Il Tempo liturgico storia della salvezza che continua »;

questa settimana continuiamo a leggere, nella prima lettura, fino a sabato, la Prima Lettera di Pietro, un buon commento alla 1Pietro si trova in:

http://www.arcidiocesi.trento.it/cpl/documenti/cpl_18-02-06_Zani_relazione_integrale.pdf

sabato troviamo La lettera di Giuda,

queste Lettere che si collocano, approssimativamente, tra il I ed il II secolo d.C., vanno identificate come lettere di insegnamento, perfezionamento della fede e correzione di eventuali distorsioni, sono state scritte infatti in un’epoca nella quale era necessario, appunto, sostenere le comunità nella retta fede ed aiutarle nei vari problemi dell’epoca, in entrambe può rilevarsi qualche pensiero paolino, ma, pur essendo scritte in un tempo posteriore a San Paolo, i problemi a cui rispondono appaiono diversi da quelli che affronta l’Apostolo;

nelle letture del Vangelo si sussegue il Vangelo di Marco 10, da 17-27 a 46-52, poi venerdì, per il Sacro Cuore di Gesù il Vangelo cambia, così anche sabato, per la Visitazione di Maria; si tratta dei discorsi di Gesù « fuori dalla Galilea » scrive la Bibbia CEI, si tratta di insegnamenti di Gesù: l’uomo ricco e Il pericolo delle ricchezze lunedì, ricompensa promessa alla rinuncia martedì, poi c’è, mercoledì, il terzo annunzio della passione, la domanda dei figli di Zebedeo, e « I capi devono servire », giovedì « Il cieco all’uscita di Gerico », venerdì e sabato vangeli appropriati alle feste;

LUNEDÌ 26 MAGGIO 2008-05-27

UFFICIO DELLE LETTURE

lettura dalla memoria di San Filippo Neri

frammenti, più che frammenti Sant’Agostino mi appare « traboccante » e come « sostenuto » dalla parola dell’Apostolo

Seconda Lettura
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 171, 1-3. 5; PL 38, 933-935)

Rallegratevi nel Signore, sempre
L’Apostolo ci comanda di rallegrarci, ma nel Signore, non nel mondo. «Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Gc 4, 4), come ci assicura la Scrittura. Come un uomo non può servire a due padroni, così nessuno può rallegrarsi contemporaneamente nel mondo e nel Signore.
Quindi abbia il sopravvento la gioia nel Signore, finché non sia finita la gioia nel mondo. Cresca sempre più la gioia nel Signore, mentre la gioia nel mondo diminuisca sempre finché sia finita. E noi affermiamo questo, non perché non dobbiamo rallegrarci mentre siamo nel mondo, ma perché, pur vivendo in questo mondo, ci rallegriamo già nel Signore.
Ma qualcuno potrebbe obiettare: Sono nel mondo, allora, se debbo gioire, gioisco là dove mi trovo. Ma che dici? Perché sei nel mondo, non sei forse nel Signore? Ascolta il medesimo Apostolo che parla agli Ateniesi e negli Atti degli Apostoli dice del Dio e Signore nostro creatore: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28).
Colui che è dappertutto, dove non è? Forse che non ci esortava a questo quando insegnava: «Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla»? (Fil 4, 5-6).
E’ una ineffabile realtà questa: ascese sopra tutti i cieli ed è vicinissimo a coloro che si trovano ancora sulla terra. Chi è costui, lontano e vicino al tempo stesso, se non colui che si è fatto prossimo a noi per la sua misericordia?
Tutto il genere umano è quell’uomo che giaceva lungo la strada semivivo, abbandonato dai ladri. Il sacerdote e il levita, passando, lo disprezzarono, ma un samaritano di passaggio gli si accostò per curarlo e prestargli soccorso. Lontano da noi, immortale e giusto, egli discese fino a noi, che siamo mortali e peccatori, per diventare prossimo a noi.
«Non ci tratta secondo i nostri peccati» (Sal 102, 10). Siamo infatti figli. E come proviamo questo? Morì per noi l’Unico, per non rimanere solo. Non volle essere solo, egli che è morto solo. L’unico Figlio di Dio generò molti figli di Dio. Si acquistò dei fratelli con il suo sangue. Rese giusti i reprobi. Donandosi, ci ha redenti; disonorato, ci onorò; ucciso, ci procurò la vita.
Perciò, fratelli, rallegratevi nel Signore, non nel mondo; cioè rallegratevi nella verità, non nel peccato; rallegratevi nella speranza dell’eternità, non nei fiori della vanità. Così rallegratevi: e dovunque e per tutto il tempo che starete in questo mondo, «il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla» (Fil 4, 5-6).

LODI

lettura breve dal Comune dei Pastori e dottori della Chiesa

Lettura Breve   Eb 13, 7-9a
Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine.

MARTEDÌ 27 MAGGIO 2008-05-27

UFFICIO DELLE LETTURE

sentenza sul salmo

SALMO 101, 2-12 (I) Aspirazioni e preghiere di un esule
Sia benedetto Dio … il quale ci consola in ogni nostra tribolazione (2 Cor 1, 4:.

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Salmi&Capitolo=101

come ho già detto per lunedì in Sant’Agostino i riferimenti a San Paolo sono quasi continui

Seconda Lettura
Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
(Lib. 10, 1. 1 – 2, 2; 5. 7; CSEL 33, 226-227. 230-231)

A te, o Signore, chiunque io sia, sono manifesto
Conoscerò te, o mio conoscitore, ti conoscerò come anch’io sono conosciuto (cfr. 1 Cor 13, 12). Forza della mia anima, entra in essa e uniscila a te, per averla e possederla «senza macchia né ruga» (Ef 5, 27). Questa è la mia speranza, per questo oso parlare e in questa speranza gioisco, perché gioisco di cosa sacrosanta. Tutto il resto in questa vita tanto meno richiede di essere rimpianto, quanto più si rimpiange, e tanto più merita di essere rimpianto, quanto meno si rimpiange. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 50, 8), poiché chi la realizza, viene alla luce (cfr. Gv 3, 21). Voglio quindi realizzarla nel mio cuore davanti a te nella mia confessione e nel mio scritto davanti a molti testimoni. 
Davanti a te, o Signore, è scoperto l’abisso dell’umana coscienza: può esserti nascosto qualcosa in me, anche se m’impegnassi di non confessartelo? Se mi comportassi così, io nasconderei te a me, anziché me a te. Ma ora il mio gemito manifesta che io dispiaccio a me stesso, e che tu rifulgi e piaci e meriti di essere amato e desiderato, al punto che arrossisco di me e rifiuto me per scegliere te, e non bramo di piacere né a te né a me, se non in te. 
Dunque, o Signore, tu mi conosci veramente come sono. Ho già espresso il motivo per cui mia manifesto a te. Non faccio questo con parole e voci della carne, ma con parole dell’anima e grida della mente, che il tuo orecchio ben conosce. Quando sono cattivo, l’atto di confessarmi a te non è altro che un dispiacere a me; quando invece sono buono, l’atto di confessarmi a te non è altro che un non attribuire a me questa bontà, poiché, «Signore, tu benedici il giusto» (Sal 5, 13), ma prima lo giustifichi quando è empio (cfr. Rm 4, 5). Perciò, o mio Dio, la mia confessione dinanzi a te avviene in forma tacita e non tacita: avviene nel silenzio, ma è forte il grido dell’affetto.
Tu solo, Signore, mi giudichi; infatti «chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?» (1 Cor 2, 11). Tuttavia c’è qualcosa nell’uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l’hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me. «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), e perciò, fino a quando sono pellegrino lontano da te, sono più vicino a me stesso che a te, e tuttavia so che tu sei inviolabile in modo assoluto. Ma io non so a quali tentazioni possa resistere e a quali no. Io ho speranza, perché tu sei fedele e non permetti che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione tu ci darai anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1 Cor 10, 13). Confesserò, dunque, quello che so e quello che non so di me; perché anche quanto so di me, lo conosco per tua illuminazione; e quanto non so di me, lo ignorerò fino a quando la mia tenebra non diventerà come il meriggio alla luce del tuo volto (cfr. Is 58, 10).

LODI

sentenza sul salmo:

SALMO 143, 1-10 Preghiera del Re per la vittoria e per la pace
Tutto posso in colui che mi dà forza (Fil 4, 13).+

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Salmi&Capitolo=143

VESPRI

sentenza sul salmo:

SALMO 136, 1-6 Sui fiumi di Babilonia
Finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione (2 Cor 5, 6. 7).

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Salmi&Capitolo=136

Lettura Breve Col 3, 16
La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali.

MERCOLEDÌ 28 MAGGIO 2008-05-29

UFFICIO DELLE LETTURE

come credo di avere già scritto, mi sembra che in Sant’Agostino San Paolo sia presente in un modo particolare, l’apostolo appare come fondamento, un maestro – o semplicemente l’Apostolo, quindi metto questo passo,– uno dei più belli e commoventi per me dalle Confessioni:

Seconda Lettura
Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
(Lib. 10, 26. 37 – 29. 40; CSEL 255-256)

Tutta la mia speranza è risposta nella tua grande misericordia
Dove ti ho trovato per conoscerti? Sicuramente non eri presente alla mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti ho trovato per conoscerti se non in te al di sopra di me? Ma tale sede non è per nulla un luogo. Ci allontaniamo e ci avviciniamo ad essa, è vero, ma, pur tuttavia, non è assolutamente un luogo. Dovunque ti trovi, o Verità, tu sei al di sopra di tutti quelli che ti interrogano e contemporaneamente rispondi a quanti ti interpellano sulle cose più diverse. Tu rispondi con chiarezza, ma non tutti ti comprendono con chiarezza. Tutti ti interrogano su ciò che cercano, ma non sempre ascoltano quanto cercano. Si dimostra tuo servo migliore non colui che pretende di sentire da te quello che egli vuole, ma che piuttosto vuole quello che ha udito da te. Tardi ti ho amato, o bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco che tu eri dentro e io fuori, e lì cercavo. Deforme come ero, mi gettavo su queste cose belle che hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in te. Mi hai chiamato, hai gridato, e hai vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato, e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso la tua fragranza, io l’ho respirata, e ora anelo a te. Ti ho assaporato, e ho fame e sete. Mi hai toccato, e aspiro ardentemente alla tua pace.
Quando aderirò a te con tutto me stesso, non vi sarà più posto per il dolore e la fatica, e la mia vita sarà viva, tutta piena di te. E’ un fatto che tu sollevi chi riempi; e poiché io non sono ancora pieno di te, sono di peso a me stesso. In me le mie deprecabili gioie contrastano con le mie tristezze di cui dovrei rallegrarmi, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè! Abbi la pietà di me, Signore. Le mie cattive tristezze contrastano con le gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè! Abbi pietà di me, Signore! Ahimè! Ecco, io non nascondo le mie ferite; tu sei il medico, io il malato; tu sei misericordioso, io misero. Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra? (cfr. Gb 7, 1). Chi vorrebbe molestie e difficoltà? Tu ci comandi di sopportarle, non di amarle. Nessuno ama quello che sopporta, anche se ama di sopportare; avviene che uno può godere di sopportare, ma tuttavia preferisce che non esista quello che deve sopportare. Nelle avversità desidero prosperità, nella prosperità temo le avversità. Qual è il giusto mezzo tra questi estremi, dove l’uomo non abbia un simile duro lavoro sulla terra? Guai alle prosperità del mondo, doppiamente indesiderabili e per il timore dell’avversità e per la caducità della gioia! Guai alle avversità del mondo, e una e due e tre volte e per il desiderio della prosperità, e perché l’avversità stessa è ben dura e la sopportazione fa naufragio! La vita dell’uomo sulla terra non è forse un duro lavoro (cfr. Gb 7, 1) senza mai una pausa? E allora ogni mia speranza è posta nella tua grande misericordia.

GIOVEDÌ 29 MAGGIO 2008

UFFICIO DELLE LETTURE

sentenza sul Salmo

SALMO 43, 10-17 (II) Il popolo di Dio nella sventura
In tutte le tribolazioni noi siamo più che vincitori, per virtù di colui che ci ha amati (Rm 8, 37).

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Salmi&Capitolo=43

responsorio dopo la prima lettura

Responsorio Cfr. 2 Cor 4, 8-9. 10
R. Siamo tribolati, ma non schiacciati; sconvolti ma non disperati; * subiamo persecuzione, ma non siamo perduti.
V. Portiamo sempre nel corpo la morte di Cristo, perché anche la sua vita si manifesti in noi:
R. subiamo persecuzione, ma non siamo perduti.

non conosco quanto precede e quanto segue questa lettura, in questo caso il commento è una vera e propria spiegazione di 1Cor 13, 4-6, una parte del, cosiddetto, » Inno alla carità »

Seconda Lettura
Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 10, 7-8. 10; PL 75, 922. 925-926)

Molteplice è la legge di Dio
Che cosa si deve intendere qui per legge di Dio se non la carità, per mezzo della quale sempre teniamo presente nella nostra mente come si debbano osservare nella pratica i precetti della vita? Di questa legge infatti dice la voce della Verità: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15, 12). Di essa Paolo afferma: «Pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13, 10). E della medesima dice ancora: «Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6, 2). In verità per legge di Cristo nulla si può intendere più convenientemente della carità, che adempiamo quando portiamo per amore i pesi dei fratelli. Ma questa stessa legge è detta molteplice, perché la carità si estende con premurosa sollecitudine alle opere di tutte le virtù. Essa comincia certo da due precetti, ma si dilata a innumerevoli altri. Assai bene Paolo enumera la complessità di questa legge, col dire: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità» (1 Cor 13, 4-6). «La carità è paziente», perché sopporta con serenità i torti ricevuti. «E’ benigna», perché in cambio dei mali offre beni con larghezza. «Non è invidiosa», perché nulla desidera in questo mondo, e quindi non sa invidiare i successi terreni. «Non si vanta», perché non si esalta dei beni esteriori, mentre desidera ardentemente il premio di una ricompensa interiore. «Non manca di rispetto», perché dilatandosi nel solo amore di Dio e del prossimo, ignora tutto ciò che è contrario alla rettitudine. «Non è ambiziosa», perché, occupandosi intensamente dei suoi beni interni, non sente affatto all’esterno il desiderio delle cose altrui. «Non cerca il suo interesse», perché tutto quello che possiede in modo transitorio quaggiù lo trascura come fosse di altri, e non riconosce nulla di suo, se non quello che perdura con essa. «Non si adira», perché, anche se provocata dalle ingiustizie, non si eccita ad alcun moto di vendetta, e attende maggiori ricompense future per i grandi travagli sostenuti. «Non tiene conto del male ricevuto», perché rinsaldando l’anima nell’amore del bene, svelle dalle radici ogni forma di odio e non sa trattenere nell’anima ciò che macchia. «Non gode dell’ingiustizia», perché, anelando unicamente all’amore verso tutti, non si compiace in alcun modo della rovina degli avversari. «Ma si compiace della verità», perché, amando gli altri come se stessa, e vedendo in essi la rettitudine, si rallegra come di un profitto e progresso proprio. Complessa e polivalente dunque è questa legge di Dio.

il responsorio prosegue sul tema dell’amore, da Rm e Gal:

Responsorio Cfr. Rm 13, 8. 10; Gal 5, 14
R. Non abbiate debiti con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; chi ama il suo simile ha adempiuto la legge, * e pieno compimento della legge è l’amore.
V. Tutta la legge ha la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso;
R. e pieno compimento della legge è l’amore.

sentenza sul Salmo

SALMO 142, 1-11 Preghiera nella tribolazione
Siamo giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge (Gal 2, 16).

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Salmi&Capitolo=142

sentenza sul Cantico

CANTICO Is 66, 10-14a Nella città di Dio consolazione e gioia
La Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre (Gal 4, 26)

http://www.bibbiaedu.it/pls/bibbiaol/GestBibbia.Ricerca?Libro=Isaia&Capitolo=66

Lettura Breve Rm 8, 18-21
18. Io ritengo, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. 19. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20. essa infatti è stata sottomessa alla caducità — non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa — e nutre la speranza 21. di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.

VENERDÌ 30 MAGGIO 2008-05-30 

SOLENNITÀ DEL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ

  http://santiebeati.it/

ho messo una « Pages » con il link ad una presentazione della festa liturgica del sacro cuore di Gesù: 

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/listituzione-della-festa-liturgica-del-sacro-cuore-di-gesu-storia-link-al-sito/

BENEDETTO XVI – ANGELUS
Domenica, 25 giugno 2006 
   

Cari fratelli e sorelle! 

L’odierna domenica, la dodicesima del Tempo Ordinario, si trova come « circondata » da solennità liturgiche significative. Venerdì scorso abbiamo celebrato il Sacro Cuore di Gesù, ricorrenza che unisce felicemente la devozione popolare alla profondità teologica. Era tradizionale – e in alcuni Paesi lo è ancora – la consacrazione al Sacro Cuore delle famiglie, che ne conservavano un’immagine nella loro casa. Le radici di questa devozione affondano nel mistero dell’Incarnazione; è proprio attraverso il Cuore di Gesù che in modo sublime si è manifestato l’Amore di Dio verso l’umanità. Per questo l’autentico culto del Sacro Cuore conserva tutta la sua validità e attrae specialmente le anime assetate della misericordia di Dio, che vi trovano la fonte inesauribile da cui attingere l’acqua della Vita, capace di irrigare i deserti dell’anima e di far rifiorire la speranza. La solennità del Sacro Cuore di Gesù è anche la Giornata Mondiale di Preghiera per la Santificazione dei Sacerdoti: colgo l’occasione per invitare tutti voi, cari fratelli e sorelle, a pregare sempre per i sacerdoti, affinché possano essere validi testimoni dell’amore di Cristo. Ieri la liturgia ci ha fatto celebrare la Natività di San Giovanni Battista, l’unico Santo di cui si commemora la nascita, perché segnò l’inizio del compimento delle promesse divine: Giovanni è quel « profeta », identificato con Elia, che era destinato a precedere immediatamente il Messia per preparare il popolo d’Israele alla sua venuta (cfr Mt 11, 14; 17, 10-13). La sua festa ci ricorda che la nostra vita è tutta e sempre « relativa » a Cristo e si realizza accogliendo Lui, Parola, Luce e Sposo, di cui noi siamo voci, lucerne e amici (cfr Gv 1, 1.23; 1, 7-8; 3, 29). « Egli deve crescere e io invece diminuire » (Gv 3, 30): questa espressione del Battista è programmatica per ogni cristiano. Lasciare che l’ »io » di Cristo prenda il posto del nostro « io » è stato in modo esemplare l’anelito degli Apostoli Pietro e Paolo, che la Chiesa venera con solennità il prossimo 29 giugno. San Paolo ha scritto di sé: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2, 20). Prima di loro e prima di ogni altro Santo, a vivere questa realtà è stata Maria Santissima, che ha conservato le parole del suo Figlio Gesù nel suo cuore. Ieri abbiamo contemplato questo suo Cuore immacolato, Cuore di Madre, che continua a vegliare con tenera sollecitudine su tutti noi. La sua intercessione ci ottenga di essere sempre fedeli alla vocazione cristiana.  

PRIMI VESPRI 

Lettura Breve   Ef 5, 25b-27
25b. Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, 26. per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, 27. al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. 

UFFICIO DELLE LETTURE 

Prima Lettura
Rm 8, 28-39

28. Fratelli, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30. quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati. 31. Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32. Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? 33. Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. 34. Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? 35. Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36. Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello (Sal 43, 22). 37. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 38. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, 39. né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.

Responsorio   Cfr. Ef 2, 5. 4. 7
R. Morti eravamo per i peccati, Dio ci ha fatti rivivere con Cristo: * grande è l’amore con il quale ci ha amati.
V. Per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia:
R. grande è l’amore con il quale ci ha amati. 

la seconda lettura dell’Ufficio non è collegata al pensiero di Paolo però è utile da leggere per questa festa:

http://www.maranatha.it/Ore/solenTO/cuorletPage.htm

SECONDI VESPRI 

Lettura breve  Ef 2, 4-7
4. Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, 5. da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. 6. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, 7. per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. 

SABATO 31 MAGGIO 2008-05-30 

VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

12%20AMIENS%20VISITATION%20OF%20MARY

Visitation of Mary Images of Religious and Theological Iconography Vanderbilt University, Divinity Library Nashville,

http://www.artbible.net/3JC/-Luk-01,39_Mary%20visits%20Elizabeth_La%20visitation/index.html

oggi nella liturgia non c’è nulla di San Paolo, peccato, forse qualche Padre della Chiesa ha collegato la storia di Maria con Paolo, ma fare ricerche senza avere una base è difficile; ho diversi libri di mariologia, un giorno me li guardo tutti e vedo se c’è qualcosa;  

c’è solo, nella messa del giorno, nella prima lettura, l’alternativa  nella prima Lettura tra: 

Sof 3, 14-18a 

e 

 Rm 12, 9-16:

9. Fratelli, la carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; 10. amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. 11. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. 12. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, 13. solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità. 14. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. 15. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. 16. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. 

i primi Vespri non ci sono perché ieri, venerdì, era solennità e, quindi, aveva i secondi Vespri 

UFFICIO DELLE LETTURE 

metto l’Inno che essendo di Dante è sempre bello, bellissimo: Inno
«Vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore
per lo cui caldo ne l’eterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra i mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia ed a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate». 

ho trovato un’omelia di Mons. Bruno Forte, la metto (documento pdf), dal sito: 

 http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/55/2008-05/21-195/pellegrinaggio2008.pdf

Bruno Forte 

Padre Arcivescovo 

Il racconto evangelico della visitazione a Santa Elisabetta si conclude con il cantico di Maria, il suo Magnificat (Lc 1,46-55): come l’incontro fra le due Donne aveva manifestato l’amore materno, generoso e irradiante della Madre del Signore, così il Suo cantico mostra come Maria sia la Sposa delle nozze messianiche, in cui l’Eterno è venuto a inaugurare e realizzare nel tempo le meraviglie del Suo amore, la Madre della speranza, che in Lei viene a farsi presente tra noi. Cantico di Maria, cantico della Chiesa, il Magnificat è veramente il canto delle nozze messianiche, dell’alleanza fra la terra e il cielo compiutasi nel Figlio di Maria, l’inno della speranza che non delude. Nel Magnificat i verbi sono al passato: la speranza si fonda su ciò che è già avvenuto, la vittoria di Dio compiutasi nella Pasqua di Gesù: “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili…” (vv. 51-52). Le numerose evocazioni dei Salmi dei poveri di Dio (“anawim Adonai”) ci ricordano che la speranza è viva, accolta e realizzata soprattutto in chi è vuoto di sé, per essere riempito dall’amore di Dio. La speranza cantata dalla Vergine Madre è radicata nella grande attesa d’Israele: Maria è veramente la Figlia di Sion, che vive nell’ascolto del Dio vivente (“Shemà, Israel” – “Ascolta, Israele”: Dt 6,4), mantenendosi aperta alle Sue sorprese. Sulle labbra della Vergine Madre risuona la buona novella della predilezione di Gesù per gli ultimi, particolarmente sottolineata da Luca. Maria, “beata” perché ha creduto (cf. Lc 1,45), è colei in cui si realizza in maniera esemplare la novità dell’evangelo, il nuovo inizio che Dio opera a partire dai poveri: con Lei l’Eterno stringe il patto dell’alleanza nuova e definitiva e inaugura il compimento della speranza messianica. Quanto è avvenuto nell’umile serva dell’Altissimo diviene così motivo di fiducia e di speranza per i poveri, provati e sofferenti delle prime generazioni cristiane e per quelli di tutte le generazioni che – insieme con esse – la chiameranno beata. Il Magnificat è il canto della salvezza possibile per chi non ritiene di avere alcun titolo a meritarla, è il canto della pura grazia che colma il cuore di gioia e fa della Chiesa dell’amore la comunità della festa delle nozze messianiche , in cui lo Sposo è venuto a saziare l’attesa umile della Sposa oltre ogni calcolo ed ogni misura. Cantico dell’esultanza per l’avvento del Messia, il Magnificat di Maria è veramente il cantico del possibile, impossibile amore, che, umanamente impensabile, è offerto da Dio con larghezza e gratuità a chiunque si apra a riceverlo con umiltà e fede. La spiritualità del Magnificat è così quella della Chiesa della speranza e dell’amore, nata dalle nozze del Messia col popolo che l’attendeva, di cui Maria Figlia di Sion è la figura più alta: nella Vergine Madre del cantico la fede dei discepoli trova la conferma più bella delle ragioni della sua speranza. Viviamo allora il nostro annuale pellegrinaggio mariano da Pollutri a Casalbordino chiedendo a Dio per intercessione di Maria, di essere i testimoni della speranza, i cantori del Magnificat con l’eloquenza della vita. Lo facciamo con le parole di un singolare testimone, Martin Lutero. Nel suo commento al Magnificat il Riformatore, che passerà alla storia anche come l’iniziatore di una polemica anti-mariana divenuta usuale in alcune espressioni della Riforma, rivela un atteggiamento verso Maria di grande rispetto e venerazione. Nell’ora di un grande pericolo, Lutero guarda alla Donna del Magnificat per trovare in lei luce, conforto, aiuto: “La dolce Madre di Dio – scrive – mi procuri lo Spirito, affinché io possa spiegare con giovamento e bene questo suo canto, in modo che tutti ne possiamo trarre un’intelligenza che ci porti alla salvezza e a una vita degna di lode, sì che poi nella vita eterna possiamo celebrare e cantare questo eterno Magnificat… Che questo canto non soltanto illumini e parli, ma arda e viva nel corpo e nell’anima. Cristo ce lo conceda per l’intercessione e il volere della sua diletta madre Maria!”. Maria, Madre della speranza, preghi per noi e ci accompagni nel pellegrinaggio della vita!

di Joseph Ratzinger/ Papa Benedetto XVI: « Il legame tra eucaristia e fede in Paolo »

di Joseph Ratzinger/ Papa Benedetto XVI:

« IL LEGAME TRA EUCARISTIA E FEDE IN PAOLO »

(pongo questa lettura anche sotto la categoria: teologia-cristologia ed ecclesiologia)

stralcio dal libro: La Comunione nella Chiesa, Edizioni San Paolo 2004, Cinisello Balsamo (MI) 2004, dal: Cap. V Eucaristia e Missione, parte prima: « La teologia della croce come presupposto e fondamento della teologia eucaristica », 1. « La teologia della croce come presupposto e fondamento della teologia eucaristica », pag 97-101:

« …Se…cerchiamo di cogliere il legame fra eucarestia e fede secondo Paolo, emerge allora come prima cosa che esistono tre strati molti diversi nella presentazione del tema, che certamente sono strettamente legati tra loro nelle loro radici e nelle loro intenzioni. Vi è anzitutto l’interpretazione della morte in croce di Cristo con categorie culturali, che costituisce il presupposto interiore di ogni teologia eucaristica. oggi noi percepiamo a stento la grandezza di questa intuizione. Un evento in sé profano, l’esecuzione di un uomo nel più crudele dei modi possibili, viene descritto come liturgia cosmica, come apertura del cielo serrato, come l’avvenimento nel quale ciò che in tutti i culti è ultimamente inteso e invano cercato finalmente diventa realtà. Paolo, utilizzando antiche formule prepaoline, ha elaborato il testo fondamentale per questa interpretazione in Rm 3,24-26. Ciò però fu possibile solo perché Gesù stesso nell’ultima Cena aveva anticipatamente assunto e vissuto la sua morte, trasformandola dall’interno in un evento di dono e di amore. A partire di qui Paolo poteva designare Cristo come , termine che indicava nel linguaggio cultuale dell’Antico Testamento il punto centrale del Tempio, il coperchio che stava sopra l’arca dell’alleanza. Esso era chiamato , che in greco fu tradotto in ed era considerato come il luogo sopra il quale Dio si manifestava in una nuvola. Questo era asperso con il sangue dell’espiazione, che in questo modo doveva avvicinarsi il più possibile a Dio stesso. Quando Paolo dice: Cristo è questo centro del Tempio andato perduto con l’esilio, il vero luogo dell’espiazione, il vero , l’esegesi moderna ha interpretato ciò come trasformazione spiritualizzante dell’antico culto e così di fatto come eliminazione del culto, come la sua sostituzione con la vita spirituale e morale. Ma è vero proprio il contrario: per Paolo non è il tempio la vera realtà del culto e l’altro una specie di allegoria, ma le cose sono all’inverso. I culti umani, incluso quello dell’Antico Testamento, sono solo ombre del vero culto di Dio, che non si realizza nei sacrifici di animali. Quando nel libro dell’Esodo descrivendo la tenda dell’Alleanza, che era il modello del tempio, vien detto che Mosè ha costruito tutto secondo l’immagine che egli aveva visto presso Dio, i Padri hanno trovato qui espresso il carattere soltanto prefigurativo del culto del tempio. E in realtà i sacrifici di animali e di cose inanimate solo sempre solo tentativi parziali di sostituzione dell’essere umano, che dovrebbe donare se stesso, non nella forma crudele del sacrificio umano, ma nella totalità del suo esser. Ma proprio questo egli non era e non è in grado di fare. Così per Paolo come per tutta la tradizione cristiana è chiaro che il donarsi volontario di Gesù non è una dissoluzione allegorica del concetto di culto, ma che qui finalmente le intenzioni della festa dell’Espiazione divenivano realtà, così come la lettera agli Ebrei ha poi ampiamente illustrato. Non gli uccisori di Cristo offrono un sacrificio: pensare questo sarebbe una perversione. Cristo dà gloria a Dio, in quanto egli dona se stesso e introduce l’essere umano nell’essere stesso di Dio. H Gese ha interpretato così il significato di Rm 3,25:

Ma qui nasce la domanda: come si è potuto giungere a spiegare la croce di Gesù in tale modo, vederla come la realizzazione di ciò che nei culti delle varie religioni e soprattutto dell’Antico Testamento era inteso, spesso orrendamente distorto e mai veramente raggiunto? Che cosa ha reso possibile un simile ripensamento così grandioso di questo evento, il trasferimento di tutta la teologia cultuale dell’Antico Testamento su di un avvenimento in apparenza così profano? La risposta l’ho già enunciata prima: Gesù stesso aveva preannunciato la sua morte ai discepoli e l’aveva interpretata con categorie profetiche, che gli erano state offerte soprattutto nei canti del Servo di Dio del Deutero Isaia. In questi testi aveva già fatto la sua apparizione il motivo dell’espiazione e della sostituzione, che appartiene al grande ambito del pensiero cultuale. Nel cenacolo egli approfondisce questo fondendo la teologia del Sinai e quella profetica, fusione da cui ora emerge la realtà del sacramento nel quale egli assume la sua morte, l’anticipa e nello stesso tempo la rende capace di esser presente come culto sacro per tutti i tempi. Senza una tale essenziale interpretazione di fondo nella vita e nell’agire di Gesù stesso, la nuova comprensione della croce è impensabile, nessuno avrebbe potuto per così dire imporla alla croce retrospettivamente. Così la croce diventa anche la sintesi delle feste dell’Antica Alleanza, del giorno dell’espiazione e della Pasqua allo stesso tempo, apertura a una nuova Alleanza.

Possiamo quindi dire che la teologia della croce è teologia eucaristica e viceversa. … »

 

interrompo il discorso qui, con dispiacere naturalmente, perché il discorso continua riprendendo il tema della teologia della croce nel quale è inserito questa lettura di San Paolo.

dal CCC: stralcio sulla preghiera cristiana

stralcio alcuni capitoli dal Catechismo della Chiesa Cattolica, si tratta di quelli riguardanti la preghiera, il CCC presenta le varie forme di preghiera, si vede chiaramente quanto attinge, in questa autorevole lettura, dall’apostolo Paolo, come ho detto in altro post, il tema della preghiera in San Paolo è particolarmente difficile da estrapolare dai suoi scritti, mano a mano che studio anche io, presento alcune fonti dalle quali si può cominciare a comprendere la preghiera in San Paolo;

DAL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA

PARTE QUARTA LA PREGHIERA CRISTIANA

SEZIONE PRIMA
LA PREGHIERA NELLA VITA CRISTIANA

CAPITOLO PRIMO
LA RIVELAZIONE DELLA PREGHIERA

articolo 3:

Nel tempo della Chiesa

I. La benedizione e l’adorazione

2626 La benedizione esprime il moto di fondo della preghiera cristiana: essa è incontro di Dio e dell’uomo; in essa il dono di Dio e l’accoglienza dell’uomo si richiamano e si congiungono. La preghiera di benedizione è la risposta dell’uomo ai doni di Dio: poiché Dio benedice, il cuore dell’uomo può rispondere benedicendo colui che è la sorgente di ogni benedizione.

2627 Due forme fondamentali esprimono questo moto: talvolta la benedizione si eleva, portata, nello Spirito Santo, da Cristo verso il Padre (lo benediciamo per averci benedetti); 104 talvolta implora la grazia dello Spirito Santo che, per mezzo di Cristo, discende dal Padre (lui che ci benedice). 105

2628 L’adorazione è la disposizione fondamentale dell’uomo che si riconosce creatura davanti al suo Creatore. Essa esalta la grandezza del Signore che ci ha creati 106 e l’onnipotenza del Salvatore che ci libera dal male. È la prosternazione dello spirito davanti al « re della gloria » 107 e il silenzio rispettoso al cospetto del Dio « sempre più grande di noi ». 108 L’adorazione del Dio tre volte Santo e sommamente amabile ci colma di umiltà e dà sicurezza alle nostre suppliche. 

II. La preghiera di domanda

2629 Il vocabolario della supplica è ricco di sfumature nel Nuovo Testamento: domandare, implorare, chiedere con insistenza, invocare, impetrare, gridare e perfino « lottare nella preghiera ». 109 Ma la sua forma più abituale, perché la più spontanea, è la domanda: proprio con la preghiera di domanda noi esprimiamo la coscienza della nostra relazione con Dio: in quanto creature, non siamo noi il nostro principio, né siamo padroni delle avversità, né siamo il nostro ultimo fine; anzi, per di più, essendo peccatori, noi, come cristiani, sappiamo che ci allontaniamo dal Padre. La domanda è già un ritorno a lui.2630 Il Nuovo Testamento non contiene preghiere di lamentazione, frequenti invece nell’Antico Testamento. Ormai, in Cristo risorto, la domanda della Chiesa è sostenuta dalla speranza, quantunque siamo ancora nell’attesa e dobbiamo convertirci ogni giorno. Scaturisce da ben altra profondità la domanda cristiana, quella che san Paolo chiama il gemito: quello della creazione « nelle doglie del parto » (Rm 8,22); ma anche il nostro, nell’attesa della « redenzione del nostro corpo; poiché nella speranza noi siamo stati salvati » (Rm 8,23-24); infine i gemiti inesprimibili dello stesso Spirito Santo, il quale « viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare » (Rm 8,26).2631 La domanda del perdono è il primo moto della preghiera di domanda (cf il pubblicano: « O Dio, abbi pietà di me peccatore », Lc 18,13). Essa è preliminare ad una preghiera giusta e pura. L’umiltà confidente ci pone nella luce della comunione con il Padre e il Figlio suo Gesù Cristo, e gli uni con gli altri: 110 allora « qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui » (1 Gv 3,22). La domanda del perdono è l’atto preliminare della liturgia eucaristica, come anche della preghiera personale.2632 La domanda cristiana è imperniata sul desiderio e sulla ricerca del Regno che viene, conformemente all’insegnamento di Gesù. 111 Nelle domande esiste una gerarchia: prima di tutto si chiede il Regno, poi ciò che è necessario per accoglierlo e per cooperare al suo avvento. Tale cooperazione alla missione di Cristo e dello Spirito Santo, che ora è la missione della Chiesa, è l’oggetto della preghiera della comunità apostolica. 112 È la preghiera di Paolo, l’Apostolo per eccellenza, che ci manifesta come la sollecitudine divina per tutte le Chiese debba animare la preghiera cristiana. 113 Mediante la preghiera ogni battezzato opera per l’avvento del Regno.2633 Quando si condivide in questo modo l’amore salvifico di Dio, si comprende come ogni necessità possa diventare oggetto di domanda. Cristo, che tutto ha assunto al fine di tutto redimere, è glorificato dalle domande che noi rivolgiamo al Padre nel suo nome. 114 È in forza di questa certezza che Giacomo 115 e Paolo ci esortano a pregare in ogni circostanza. 116

III. La preghiera di intercessione

2634 L’intercessione è una preghiera di domanda che ci conforma da vicino alla preghiera di Gesù. È lui l’unico intercessore presso il Padre in favore di tutti gli uomini, particolarmente dei peccatori. 117 Egli « può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore » (Eb 7,25). Lo Spirito Santo stesso « intercede [...], poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio » (Rm 8,26-27).2635 Intercedere, chiedere in favore di un altro, dopo Abramo, è la prerogativa di un cuore in sintonia con la misericordia di Dio. Nel tempo della Chiesa, l’intercessione cristiana partecipa a quella di Cristo: è espressione della comunione dei santi. Nell’intercessione, colui che prega non cerca solo « il proprio interesse, ma anche quello degli altri » (Fil 2,4), fino a pregare per coloro che gli fanno del male. 118

2636 Le prime comunità cristiane hanno intensamente vissuto questa forma di condivisione. 119 L’Apostolo Paolo le rende così partecipi del suo ministero del Vangelo, 120 ma intercede anche per esse. 121 L’intercessione dei cristiani non conosce frontiere: « per tutti gli uomini, [...] per tutti quelli che stanno al potere » (1 Tm 2,1), per coloro che perseguitano, 122 per la salvezza di coloro che rifiutano il Vangelo. 123

IV. La preghiera di ringraziamento

2637 L’azione di grazie caratterizza la preghiera della Chiesa, la quale, celebrando l’Eucaristia, manifesta e diventa sempre più ciò che è. In realtà, nell’opera della salvezza, Cristo libera la creazione dal peccato e dalla morte, per consacrarla nuovamente e farla tornare al Padre, per la sua gloria. Il rendimento di grazie delle membra di Cristo partecipa a quello del loro Capo.2638 Come nella preghiera di domanda, ogni avvenimento e ogni necessità può diventare motivo di ringraziamento. Le lettere di san Paolo spesso cominciano e si concludono con un’azione di grazie e sempre vi è presente il Signore Gesù. « In ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi » (1 Ts 5,18). « Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie » (Col 4,2).V. La preghiera di lode

2639 La lode è la forma di preghiera che più immediatamente riconosce che Dio è Dio! Lo canta per se stesso, gli rende gloria perché EGLI È, a prescindere da ciò che fa. È una partecipazione alla beatitudine dei cuori puri, che amano Dio nella fede prima di vederlo nella gloria. Per suo mezzo, lo Spirito si unisce al nostro spirito per testimoniare che siamo figli di Dio, 124 rende testimonianza al Figlio unigenito nel quale siamo adottati e per mezzo del quale glorifichiamo il Padre. La lode integra le altre forme di preghiera e le porta verso colui che ne è la sorgente e il termine: « un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui » (1 Cor 8,6).2640 San Luca annota spesso nel suo Vangelo l’ammirazione e la lode davanti alle meraviglie operate da Cristo; le sottolinea anche per le azioni dello Spirito Santo che sono negli Atti degli Apostoli: la vita della comunità di Gerusalemme, 125 la guarigione dello storpio operata da Pietro e Giovanni, 126 l’esultanza della folla che glorifica Dio per l’accaduto, 127 la gioia dei pagani di Pisidia che « si rallegravano e glorificavano la parola di Dio » (At 13,48).2641 « Siate ricolmi dello Spirito intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore » (Ef 5,19). 128 Come gli scrittori ispirati del Nuovo Testamento, le prime comunità cristiane rileggono il libro dei Salmi cantando in essi il mistero di Cristo. Nella novità dello Spirito, esse compongono anche inni e cantici ispirandosi all’evento inaudito che Dio ha realizzato nel Figlio suo: la sua incarnazione, la sua morte vincitrice della morte, la sua risurrezione, la sua ascensione alla propria destra. 129 È da questa « meraviglia » di tutta l’Economia della salvezza che sale la dossologia, la lode di Dio. 130

2642 La rivelazione delle « cose che devono presto accadere », l’Apocalisse, poggia sui cantici della liturgia celeste, 131 ma anche sull’intercessione dei « testimoni » (martiri). 132 I profeti e i santi, tutti coloro che furono uccisi sulla terra per la testimonianza da loro data a Gesù, 133 l’immensa folla di coloro che, venuti dalla grande tribolazione, ci hanno preceduto nel Regno, cantano la lode di gloria di colui che siede sul trono e dell’Agnello. 134 In comunione con loro, anche la Chiesa terrestre canta questi cantici, nella fede e nella prova. La fede, nella domanda e nell’intercessione, spera contro ogni speranza e rende grazie al Padre della luce, dal quale discende ogni dono perfetto. 135 La fede è così una pura lode.2643 L’Eucaristia contiene ed esprime tutte le forme di preghiera: è « l’oblazione pura » di tutto il corpo di Cristo a gloria del suo nome. 136 Secondo le tradizioni d’Oriente e d’Occidente, essa è « il sacrificio di lode ».

(109) Cf Rm 15,30; Col 4,12.

(110) Cf 1 Gv 1,7–2,2.

(111) Cf Mt 6,10.33; Lc 11,2.13.

(112) Cf At 6,6; 13,3.

(113) Cf Rm 10,1; Ef 1,16-23; Fil 1,9-11; Col 1,3-6; 4,3-4.12.

(114) Cf Gv 14,13.

(115) Cf Gc 1,5-8.

(116) Cf Ef 5,20; Fil 4,6-7; Col 3,16-17; 1 Ts 5,17-18.

(117) Cf Rm 8,34; 1 Gv 2,1; 1 Tm 2,5-8.

(118) Cf santo Stefano che prega per i suoi uccisori come Gesù: cf At 7,60; Lc 23,28.34.

(119) Cf At 12,5; 20,36; 21,5; 2 Cor 9,14.

(120) Cf Ef 6,18-20; Col 4,3-4; 1 Ts 5,25.

(121) Cf 2 Ts 1,11; Col 1,3; Fil 1,3-4.

(122) Cf Rm 12,14.

(123) Cf Rm 10,1.

(124) Cf Rm 8,16.

(125) Cf At 2,47.

(126) Cf At 3,9.

(127) Cf At 4,21.

(128) Cf Col 3,16.

(129) Cf Fil 2,6-11; Col 1,15-20; Ef 5,14; 1 Tm 3,16; 6,15-16; 2 Tm 2,11-13.

(130) Cf Ef 1,3-14; 3,20-21; Rm 16,25-27; Gd 24-25.

(131) Cf Ap 4,8-11; 5,9-14; 7,10-12.

(132) Cf Ap 6,10.

(133) Cf Ap 18,24.

(134) Cf Ap 19,1-8.

(135) Cf Gc 1,17.

CRISTOLOGIA – BUSCEMI: ASPETTI CRISTOLOGICI NEGLI INNI DELLE LETTERE PAOLINI – LINK ALLA « PAGE »

metto anche sotto la categoria: TEOLOGIA -CRISTOLOGIA » il collegamento alla « Pages » – già postata da tempo – dello studio del professor Buscemi:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/prof-buscemi-am-aspetti-cristologici-negli-inni-delle-lettere-paoline/

Publié dans:teologia - cristologia |on 22 mai, 2008 |Pas de commentaires »
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