LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA (SECONDA PARTE)

LA SAPIENZA PREESISTENTE NELLA LETTERATURA PAOLINA (SECONDA PARTE)

Nobile M., Premesse anticotestamentarie di cristologia, Pontificium Athenaem Antonianum Romae 1993

stralcio dal libro del docente, però voglio rivedere tutto perché per il greco avevo tralasciato le parole - in greco nell’originale – voglio mettere almeno la traslitterazione in caratteri latini altrimenti questo testo perde troppo di significato;

Fil 2, 6-11

TESTO CEI

« il quale, pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce. 9 Per questo Dio l’ha esaltato

e gli ha dato il nome

che è al di sopra di ogni altro nome; 10 perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra; 11 e ogni lingua proclami

che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. »

TESTO RILETTO DAL DOCENTE SULLA BASE DEL TESTO GRECO

(non posso mettere le citazioni in greco le segnalo soltanto, potrei fare la traslitterazione, ma, se interessa, vale la pena di consultare il testo greco di questo passo, è più bello e, per me, più comprensibile)

« (Cristo Gesù), il quale, essendo in forma divina (greco)

non ritenne gelosamente (per sé)

l’essere uguale a Dio (greco)

ma svuotò se stesso (greco)

prendendo una forma di servo (greco)

e divenendo simile agli uomini.

Egli umiliò se stesso,

divenuto obbediente fino alla morte,,

sì alla morte di croce.

È per questo che Dio lo esaltò (greco)

e gli diede il nome,

che è al di sopra di ogni nome,

perché nel mone di Gesù,

ogni ginocchio si pieghi,

al di sopra dei cieli, sulla terra e negl’inferi,

e ogni lingua proclami che

Signore è Gesù Cristo,

a gloria di Dio Padre »

Così come per gli altri brani neotestamentari, non si vuole affrontare l’esegesi di questo testo molto dibattuto, bensì limitarsi alla finalità della nostra indagine, che è quella d’inventariare testimonianze neotestamentarie alle analisi della pagine precedenti. Piuttosto si può obiettare perché s’inserisca Fil 2,6-11 in questa serie di brani paolini, se è oramai pacifico per la maggioranza degli esegeti che esso sia di origine prepaolina.

A ciò possiamo rispondere che l’elenco di testimoni neotestamentari che riportiamo nel nostro studio, non ha preoccupazioni di autenticità (delle quali però non tiene conto nella sua documentazione). Il nostro fine primario è quello di stilare una sequenza di neotestamentari di varia provenienza nei quali sia ravvisabile con una certa fondatezza esegetica la presenza più o meno diretta dei motivi veterotestamentari e giudaici discussi nella pagine precedenti. D’altra parte, l’inno in questione, pur prepaolino, è stato fatto proprio dall’apostolo, come dimostra la sua inserzione in Filippesi.

Perciò basti sottolineare tre cose in questo inno a) l’affermazione che Cristo Gesù è (greco= forma di Dio; b) che la traiettoria del suo ruolo salvifico: discesa dal cielo-svuotamento-esaltazione, riproduce la concezione del viaggio storico-salvifico della Sapienza; c) che quel nome nominato da Dio fin dai primordi, così come si predicava del messia preesistente, è ora identificato nel nome stesso di Gesù.

Per quanto riguarda la definizione del cristo come
, si deve tener presente la connotazione semantica della fisicità connessa con il termine greco morphé (greco). Certo si può pensare in modo positivistico ad un uso fisicista di tale connotazione, né essa può dar luogo ad una troppo precisa determinazione della del Cristo nel senso della dogmatica posteriore. E tuttavia, la parola greca dice qualcosa di più e di diverso dall’affine eixon…Il Cristo appartiene decisamente alla sfera divina. Ma, come a sua volta specifica bene il (autore) la definizione in questione non è dell’ordine dell’ontologia, bensì della funzione, espressa nella traiettoria storico-salvifica dell’inno. In altri termini , la comprensione di morphé (greco) va ricercata meno nel mondo greco e più in quello funzionale-storico della tradizione ebraica.

Ed è qui che si inserisce il secondo elemento sopra sottolineato. La parabola discesa-innalzamento, svuotamento-sopraesaltazione di Cristo, definisce in termini storico-dinamici la comprensione dell’identità di Gesù. Certo egli appartiene alla sfera divina e un’affermazione di ordine ontologico può essere avanzata, ma solo dopo e non prima della traiettoria storico-salvifica. Difatti, per entrare nell’ordine di idee espresso dall’inno, bisogna ricorrere a testi come Sir 24 e Sap 9, ove la Sapienza assume da un lato dei connotati divini (essa è uscita dalla bocca di Dio, secondo il Sir 24,3, e siede sul trono divino, accanto a Dio, secondo Sap 9,4), ma dall’altro trova il suo senso vero nella materializzazione offerta dalla Torà (cfr. Sir 24,23).

Nell’inno ai Filippesi la morphe deou trova il suo senso più autentico nel paradosso della sua contrapposizione alla morphe doulou= forma del servo del verso 7. L’apparizione storica, umana, di Gesù di Narzareth, è la materializzazione estrema di quella forma divina preesistente e trascendente, e la morte di croce è il segno più tangibile, oggettivo, diretto di uno svuotamento : dalla totalità divina all’annientamento umano. Un annientamento reso originale dall’accettazione volontaria (ekhenosen eauton-= svuotò se stesso). Originale e fecondo: è proprio l’averlo voluto che lo ha caricato di efficacia ai fini della glorificazione (vv 9ss). Come si può notare, anche l’inno ai Filippesi è una testimonianza viva e forte della storicità attuale di Gesù e dello sforzo intellettuale dei primi cristiani di fare l’esegesi del suo destino umano di crocifisso. Proprio a quel crocifisso, e proprio perché crocifisso, viene data la possibilità di continuare conseguentemente la traiettoria verso l’esaltazione, che consiste nel conferimento del Nome (v. 9), ed arriviamo al terzo elemento sopra rilevato.

Anche qui si assiste ad un’interessante operazione teologica. Il richiama quell’azione di natura escatologica fatta compiere a Dio in testi giudaici del tipo TgMic 5,1 e Enoc et 48,1-7 (Targum-Michea, ma non sono sicura). Nel quadro degli sviluppi escatologici subiti in epoca intertestamentaria dalla tradizionale ideologia regale e da motivi che vi si connettevano, quali quello dell’esaltazione del Servo di Dio, la comparsa futura della figura messianica veniva descritta, tra l’altro, come un (da parte di Dio) il Nome>. In altri termini, con questa espressione si voleva indicare un’investitura regale, messianica, della figura plenipotenziaria degli ultimi tempi. Si trattava della realizzazione storico-escatologica di una realtà protologica, esistente prima della creazione.

Questo schema concettuale è senza dubbio presente in quel deos… ekapisato auto to onoma to yper pan onoma = (v 10): quel Nome sovrumano sul quale si era tanto elucubrato nei circoli a tendenza escatologica, ora è preciso ed è nome storico: Gesù. L’applicazione e l’identificazione era stata operata. Non solo. Ammiccando a Is 45,23 (23 Lo giuro su me stesso, dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile: davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua)

, il v. 11 compie un’altra identificazione. Se nel testo deuteroisaiano, oggetto della lode e della proschinesi (inchino reverente) è YHWH, nell’inno, soggetto è Gesù Cristo, che è il , titolo proprio di Dio. Un’evidente riferimento a tali idee è presente anche nell’inno della Lettera ai Colossesi.

segue un’esegesi di Col 1,15-20 su altro post

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