Archive pour avril, 2008

IL TEMPO LITURGICO DELLA PASQUA

HO TROVATO QUESTA « INTRODUZIONE » AL TEMPO LITURGICO DELLA PASQUA

 http://www.pasomv.it/fine_settimana_file/Page707.htm

Publié dans:temi - la liturgia |on 14 avril, 2008 |Pas de commentaires »

IL PENSIERO DI SAN PAOLO IN WALTER KASPER NEL SUO INTEREVENTO SULLA PREGHIERA DEL VENERDÌ SANTO

IL PENSIERO DI SAN PAOLO IN WALTER KASPER NEL SUO INTEREVENTO SULLA PREGHIERA DEL VENERDÌ SANTO

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/197381

articolo di Sandro Magister del 12 aprile 2008

« . Entra in campo il cardinale Kasper »

testo da:

L’Osservatore Romano » del 10 aprile.

La discussione sulle recenti modifiche della preghiera del Venerdì Santo per gli ebrei

di Walter Kasper


La preghiera del Venerd
ì Santo per gli ebrei ha una lunga storia. La nuova formulazione della preghiera per la forma straordinaria del rito romano (Messale del 1962) realizzata da papa Benedetto XVI è stata opportuna perché alcune formulazioni sono state considerate offensive da parte ebraica e urtanti anche da parte di vari cattolici. La nuova formulazione ha portato importanti miglioramenti del testo del 1962. Ha, però, suscitato nuove reazioni irritate, sollevando questioni di principio sia presso gli ebrei che presso alcuni cristiani (1).

Le reazioni avutesi da parte ebraica sono in gran parte motivate non in modo razionale, ma emozionale. Non si deve però liquidarle precipitosamente come causate da ipersensibilità. Pure presso amici ebrei che da decenni sono coinvolti in un intenso dialogo con cristiani, la memoria collettiva di catechesi e conversioni forzate è ancora sempre viva. Il ricordo della Shoah è per l’ebraismo odierno una traumatica caratteristica di identità che crea comunione. Molti ebrei considerano la missione verso gli ebrei una minaccia alla loro esistenza; talvolta si parla addirittura di una Shoah con altri mezzi. Bisogna dunque avere ancora una grande sensibilità nel rapporto ebraico-cristiano.Nel frattempo le spiegazioni date sulla riformulata preghiera del Venerdì Santo hanno potuto eliminare i malintesi più

grossolani.

Già il puro fatto che la preghiera del Venerdì Santo del Messale del 1970 nella forma ordinaria del rito romano, quindi, adoperata di gran lunga nel maggior numero dei casi resti pienamente in vigore, dimostra che la riformulata preghiera del Venerdì Santo, adoperata soltanto da una parte estremamente piccola di comunità, non può significare un passo indietro rispetto alla dichiarazione « Nostra ætate » del Concilio Vaticano II.Ciò vale ancora di più per il fatto che la sostanza della dichiarazione « Nostra ætate » è compresa anche in un documento di più alto livello formale, la costituzione sulla Chiesa « Lumen gentium » (n. 16); perciò, per principio, non può

essere messa in questione.

Inoltre, a partire dal Concilio c’è stato un gran numero di prese di posizione dei pontefici, anche del papa attuale, che si riferiscono alla « Nostra ætate » e che confermano l’importanza di questa dichiarazione.Diversamente dal testo del 1970, la nuova formulazione del testo del 1962 parla di Gesù

come il Cristo e come salvezza di tutti gli uomini, quindi anche degli ebrei.

Molti hanno inteso questa affermazione come nuova e non amichevole nei confronti degli ebrei. Ma essa è fondata sull’insieme del Nuovo Testamento (cfr 1 Timoteo, 2, 4) e indica la differenza fondamentale, nota ovunque, che permane sia per i cristiani, sia per gli ebrei. Anche se non se ne parla esplicitamente nella « Nostra ætate », né nella preghiera del 1970, non si può estrapolare la « Nostra ætate » dal contesto di tutti gli altri documenti conciliari e nemmeno la preghiera del Venerdì Santo del Messale del 1970 dall’insieme della liturgia del Venerdì Santo che ha come oggetto, appunto, quella convinzione della fede cristiana.La nuova formulazione della preghiera del Venerdì Santo del Messale del 1962, quindi, non dice nulla di veramente nuovo, ma esprime soltanto ciò che già

finora era presupposto come ovvio, ma che evidentemente, in tanti dialoghi, non era stato tematizzato a sufficienza (2).

Nel passato la fede in Cristo, che differenzia i cristiani dagli ebrei, si è trasformata spesso in un « linguaggio del disprezzo » (Jules Isaac) con tutte le gravi conseguenze che ne derivavano. Se oggi ci impegniamo per un rispetto reciproco, esso può fondarsi solo nel fatto che riconosciamo reciprocamente la nostra diversità. Perciò non aspettiamo dagli ebrei che concordino sul contenuto cristologico della preghiera del Venerdì Santo, ma che rispettino che noi preghiamo da cristiani secondo la nostra fede, come naturalmente anche noi facciamo nei confronti del loro modo di pregare. In questa prospettiva ambedue le parti hanno ancora da imparare.La vera questione controversa è: devono i cristiani pregare per la conversione degli ebrei? Ci può

essere una missione verso gli ebrei?

Nella preghiera riformulata non si trova la parola conversione. Ma è indirettamente inclusa nell’invocazione di illuminare gli ebrei affinché riconoscano Gesù Cristo. In più, c’è il fatto che il Messale del 1962 contiene titoli per le singole preghiere. Il titolo della preghiera per gli ebrei non è stato modificato; esso suona come prima: « Pro conversione Judæorum », per la conversione degli ebrei. Molti ebrei hanno letto la nuova formulazione nell’ottica di questo titolo, e ciò ha suscitato la reazione già descritta.In risposta a ciò, si può far notare che la Chiesa Cattolica, a differenza di alcuni gruppi « evangelical », non conosce una missione verso gli ebrei organizzata e istituzionalizzata. Con tale richiamo, però, il problema della missione verso gli ebrei di fatto non è ancora chiarito teologicamente. Questo è proprio il merito della nuova formulazione della preghiera del Venerdì

Santo, che, nella sua seconda parte, presenta una prima indicazione per una sostanziale risposta teologica.

Si parte ancora una volta dal capitolo 11 della Lettera ai Romani, che è fondamentale anche per la « Nostra ætate » (3).La salvezza degli ebrei è per Paolo un profondo mistero dell’elezione mediante la grazia divina (9, 14-29). I doni di Dio sono senza pentimento, e le promesse di Dio fatte al suo popolo, nonostante la disobbedienza di questo, non sono state revocate da Dio (9, 6; 11, 1.29). L’indurimento d’Israele torna a salvezza dei pagani. I rami selvatici dei pagani sono stati innestati sul ceppo santo d’Israele (11, 16s). Dio ha però la potenza di innestare di nuovo i rami tagliati (11, 23). Quando la pienezza dei pagani sarà entrata nella salvezza, sarà

salvato tutto l’Israele (11, 25s). Israele rimane quindi portatore della promessa e della benedizione.

Paolo parla, nel linguaggio dell’apocalittica, di un mistero (11, 25). Con ciò si intende esprimere qualcosa di più del fatto che gli ebrei sono spesso per gli altri popoli un enigma e che la loro esistenza è per altri ancora una testimonianza di Dio. Con il termine « mistero » Paolo intende l’eterna volontà salvifica di Dio, la quale si manifesta nella storia attraverso la predicazione dell’Apostolo. Si riferisce concretamente a Isaia, 59, 20 e Geremia, 31, 33s. Con ciò fa riferimento al raduno escatologico dei popoli in Sion, promesso dai profeti e da Gesù, e alla pace universale (shalom) che poi sorgerà (4).Paolo vede tutta la sua opera missionaria tra i pagani in tale prospettiva escatologica. La sua missione dovrebbe preparare il raduno dei popoli, il quale, poi, quando vi entrerà il numero completo dei pagani, tornerà a salvezza per Israele e farà

sorgere la pace escatologica per il mondo.

Si può dunque dire: non a motivo della missione verso gli ebrei, ma a seguito della missione verso i pagani Dio realizzerà alla fine, quando il numero completo dei pagani sarà entrato nella salvezza, la salvezza d’Israele. Solo Colui che ha indurito la maggior parte d’Israele, può anche scioglierne l’indurimento. Lo farà, quando « il liberatore » uscirà da Sion (11, 26). Costui, secondo il linguaggio paolino (cfr 1 Tessalonicesi, 1, 10), non è nessun altro se non il Cristo che ritorna. Ebrei e pagani, infatti, hanno lo stesso Signore (10, 12) (5).La riformulata preghiera del Venerdì Santo esprime questa speranza in una preghiera di intercessione rivolta a Dio (6). Con questa preghiera la Chiesa ripete, in fondo, l’invocazione del Padre nostro « Venga il tuo regno » (Matteo, 6, 10; Luca, 11, 2) e l’acclamazione liturgica protocristiana « Maranà tha »: Vieni, Signore Gesù, vieni presto (1 Corinzi, 16, 22; Apocalisse, 22, 20; Didachè

, 10, 6).

Tali preghiere per la venuta del Regno di Dio e per la realizzazione del mistero della salvezza, secondo la loro natura, non sono un appello rivolto alla Chiesa a compiere un’azione missionaria verso gli ebrei. Anzi, esse rispettano tutta la profondità abissale del « Deus absconditus », della Sua elezione per grazia, dell’indurimento, come della Sua misericordia infinita.Con la sua preghiera la Chiesa, dunque, non assume la regia della realizzazione del mistero imperscrutabile. Non lo può affatto. Piuttosto mette del tutto il « quando » e il « come » di tale realizzazione nelle mani di Dio. Solo Dio può far sorgere il Suo Regno, nel quale tutto l’Israele sarà salvato e la pace escatologica toccherà

il mondo.

Per sostenere quest’interpretazione ci si può riferire a un testo di san Bernardo di Chiaravalle, che dice che non siamo noi a doverci occupare degli ebrei, ma che Dio stesso se ne occuperà (7). Quanto sia giusta questa interpretazione risulta ancora dalla dossologia che conclude il capitolo 11 della Lettera ai Romani: « O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! » (11, 33). Questa dossologia manifesta ancora una volta che si tratta della glorificazione adorante di Dio e della sua elezione imperscrutabile mediante la grazia, e non di un appello a qualsiasi azione, neanche alla missione.L’esclusione di una missione mirata e istituzionalizzata verso gli ebrei non significa che i cristiani debbano stare con le mani in mano. Missione mirata e organizzata da un lato e testimonianza cristiana dall’altro lato vanno distinte. Naturalmente, i cristiani devono, dove è opportuno, dare ai fratelli e alle sorelle maggiori nella fede di Abramo (Giovanni Paolo II) testimonianza della propria fede e della ricchezza e bellezza della loro fede in Cristo. Ciò ha fatto anche Paolo. Durante i suoi viaggi missionari Paolo si è recato ogni volta prima nella sinagoga, e solo quando lì non vi ha trovato la fede, è

andato dai pagani (Atti degli Apostoli, 13, 5.14s.42-52; 14, 1-6 e altri; fondamentale Romani, 1, 16).

Tale testimonianza è richiesta oggi anche a noi. Deve avvenire certo con tatto e rispetto; sarebbe però disonesto se i cristiani nell’incontrare amici ebrei tacessero sulla propria fede o addirittura la negassero.Attendiamo altrettanto dagli ebrei credenti nei nostri confronti. Nei dialoghi che io conosco, quest’atteggiamento è del tutto normale. Un dialogo sincero tra ebrei e cristiani, infatti, è possibile solo, da un lato, sulla base della comunanza nella fede nell’unico Dio, Creatore del cielo e della terra, e nelle promesse fatte ad Abramo e ai Padri, e, dall’altro, nella consapevolezza e nel rispetto della differenza fondamentale che consiste nella fede in Gesù

quale Cristo e Redentore di tutti gli uomini.L’incomprensione diffusa della riformulata preghiera del Venerdì Santo è un segnale di quanto grande sia ancora il compito che ci sta davanti nel dialogo ebraico-cristiano. Le reazioni irritate che sono sorte dovrebbero, quindi, essere un’occasione per chiarire e approfondire ancora le basi e gli obiettivi del dialogo ebraico-cristiano. Se si potesse avviare in questo modo un approfondimento del dialogo, l’agitazione sorta porterebbe alla fine davvero a un risultato positivo. Si deve certo essere sempre consapevoli che il dialogo tra ebrei e cristiani resterà, per sua natura, sempre difficile e fragile e che esige in grande misura sensibilità da entrambi le parti.

NOTE

(1) Una sintesi delle prime reazioni pro e contra si trova in « Il Regno » n. 1029, 2008, 89-91. Oltre a tali prime reazioni nei mass media, è pervenuta alla commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo una serie di prese di posizione dettagliate e particolareggiate, provenienti soprattutto dagli Stati Uniti d’America, dalla Germania e dall’Italia, tra gli altri da R. Di Segni, « La preghiera per gli ebrei », in « Shalom » 2008, n. 3, 4-7.

(2) Ciò non vale per il dialogo ebraico-cristiano internazionale in cui questa questione è sorta già dopo la dichiarazione « Dominus Iesus » (2000). La commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo ne ha tenuto conto e ha organizzato a questo scopo colloqui di esperti ad Ariccia (Italia), Lovanio (Belgio) e Francoforte (Germania); il prossimo colloquio è programmato da lungo tempo a Notre Dame (Indiana, Stati Uniti d’America). (3) Quanto all’interpretazione rimando soprattutto all’ampio commentario, ricco anche per la nostra questione, di Tommaso d’Aquino, « Super ad Romanos », capitolo 11, lectio 1-5. Commentari più recenti: E. Peterson, « Der Brief an die Römer » (Ausgewählte Schriften, 6), Würzburg, 1997, 312-330, specialmente 323; E. Käsemann, « An die Römer » (Handbuch zum Neuen Testament, 8a), Tübingen 1973, 298-308; H. Schlier, « Der Römerbrief » (Herders Theologischer Kommentar zum Neuen Testament, 6), Freiburg i. Br., 1997, 320-350, spec. 337-341; O. Kuss, « Der Römerbrief », 3. Lieferung, Regensburg, 1978, 809-825; U. Wilckens, « Der Brief an die Römer » (EKK, VI/2), Zürich-Neukirchen, 1980, 234-274, spec. 252-257. Basilare il documento della Pontificia Commissione Biblica « Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana » (2001). Inoltre: F. Mussner, « Traktat über die Juden », München, 1979, 52-67; J. Ratzinger, « La Chiesa, Israele e le religioni del mondo », Torino, 2000; J. M. Lustiger, « La promesse », Paris, 2002; W. Kasper, « L’antica e la nuova alleanza nel dialogo ebraico-cristiano », in « Nessuno è perduto. Comunione, dialogo ecumenico, evangelizzazione », Bologna 2005, 95-119. A ciò si aggiunge una gran quantità di letteratura più

recente, la maggior parte di lingua inglese, sulle questioni del dialogo ebraico-cristiano.

(4) Importanti sono passi come Isaia, 2, 2-5; 49, 9-13; 60; Michea, 4, 1-3 e altri. In merito: J. Jeremias, « Jesu Verheißung für die Völker », Göttingen 1959. (5) Con questo si affronta la questione teologica più fondamentale dell’attuale dialogo ebraico-cristiano: c’è una sola alleanza o ci sono due alleanze parallele per ebrei e cristiani? Tale questione tratta dell’universalità della salvezza, dal punto di vista cristiano irrinunciabile, in Gesù Cristo. Cfr la sintesi della letteratura più antica in J. T. Pawlikowski, « Judentum und Christentum », in « Theologische Realenzyklopä

die », 18 (1988), 386-403; Pawlikowski, a causa degli interventi miei e di altri, ha sviluppato la sua posizione in modo essenziale e ha riferito ampiamente circa lo stato attuale della discussione in « Reflections on Covenant and Mission » in: « Themes in Jewish-Christian Relations », ed. E. Kessler and M. J. Wreight, Cambridge (Inghilterra), 2005, 273-299. (6) La preghiera ha modificato questo testo nella misura in cui parla dell’entrata dei pagani « nella Chiesa », cosa che non si trova così in Paolo. Da ciò alcuni critici ebrei hanno concluso che si trattasse dell’entrata d’Israele nella Chiesa, cosa che non si dice nella preghiera. Nel senso dell’apostolo Paolo si dovrebbe piuttosto dire che la salvezza della maggior parte degli ebrei viene comunicata attraverso Cristo, ma non attraverso l’entrata nella Chiesa. Alla fine dei giorni, quando il Regno di Dio si realizzerà definitivamente, non ci sarà più una Chiesa visibile. Si tratta quindi del fatto che alla fine dei giorni l’unico Popolo di Dio composto di ebrei e pagani divenuti credenti sarà di nuovo unito e riconciliato.

(7) Bernardo di Chiaravalle, « De consideratione », III, 1, 3. In merito anche: « Sermones super Cantica Canticorum », 79, 5.

Publié dans:c.CARDINALI |on 13 avril, 2008 |Pas de commentaires »

LETTERA AGLI EFESINI 1, 4-14 – INNO

LETTERA AGLI EFESINI 1, 4-14 – INNO 

3. Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. 4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,  per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, 5 predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, 6 secondo il beneplacito della sua volontà.  E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; 7 nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,  la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. 8 Egli l`ha abbondantemente riversata su di noi  con ogni sapienza e intelligenza, 9 poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto, nella sua benevolenza, aveva in lui prestabilito 10 per realizzarlo nella pienezza dei tempi:  il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. 11 In lui siamo stati fatti anche eredi,  essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente, conforme alla sua volontà, 12 perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. 13 In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità,  il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello  dello Spirito Santo che era stato promesso, 14 il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro  che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria. 

stralcio dal libro: Rossé G., Lettera agli Efesini, Città Nuova Editrice, Roma 2001, pagg. 80-89 ;

« LA LODE D’APERTURA (1, 2-14) 

Una benedizione solenne…costituisce l’introduzione teologica alla lettera. lo sguardo di fede dell’autore si innalza al di sopra della condizione attuale del mondo degli uomini, per contemplare con gratitudine e lode…le meraviglie del disegno divino di salvezza, di una salvezza che si estende all’intero universo; 

sul v 3. 

« il versetto si presenta come il titolo dell’inno: lodare Dio per la grandezza della sua opera, compiuta da Gesù Cristo a favore nostro… l’intero inno canta e fa capire in che cosa consiste la pienezza di benedizioni comunicate sotto l’azione dello Spirito di Dio; essa sta nell’elezione, nell’adozione a figli di Dio, nel perdono dei peccati, nella rivelazione del disegno divino, nel dono dello Spirito santo. 

Oggetto di tale beneficio, la comunità cristiana prorompe in una benedizione a Dio. Dio ci benedice con la sua munificenza, noi benediciamo Dio come risposta di lode che torna a Dio, Origine e Fine. All’amore del Padre risponde, come un eco, l’amore dei figli, e così il grande progetto di divino giunge al suo termine. » 

segue 

sui vv 4.5,6a 

4. 

« La benedizione divina sta già nel fatto che, da tutta l’eternità, Dio ci ha scelti. Questa elezione divina non ha nulla di discriminante, non esclude alcuno, essa implica, da parte di Dio, la creazione di un rapporto, di una comunione con lui. » 

5. 

« L’iniziativa divina dell’elezione può ancora essere detta in un altro modo: Dio ci ha . Nessuna idea di predeterminismo, come se Dio avesse destinato alcuni alla vita eterna e altri alla dannazione. Tutti hanno la vocazione alla filiazione adottiva; da tutta l’eternità Dio ci ha pensato e ci ha creato per essere figli suoi. » 

6a 

« L’iniziativa del Padre, espressione della sua libertà, sfocia nella lode della comunità che l’inno specifica …La gloria di Dio è la vita dell’uomo (come dice Ireneo, non della sua autoaffermazione.) I credenti cantano di conseguenza la gloria di Dio, il suo splendore, che sta proprio nella sua grazia, nella sua auto-donazione come Padre. » 

vv. 6b.7. 

« L’attenzione dell’autore si sposta ora nel disegno presente in Dio dall’eternità, al suo intervento storico in Gesù Cristo.  Il testo include espressioni che mettono in luce  il tema della sovrabbondanza, una caratteristica dell’agire di Dio in nostro favore…In lui, nel suo Corpo che è la Chiesa, abbiamo tuttora la redenzione (il verbo è al presente), e cioè la remissione dei peccati grazie alla sua morte salvifica vissuta una volta per tutte. » 

vv. 8.9.10. 

8. 

« La grazia che realizza in noi la redenzione compiuta da Gesù Cristo, include anche una nuova conoscenza: la rivelazione della volontà di Dio identificata con il suo grande disegno. L’autore nomina di conseguenza il dono divino della sapienza e dell’intendimento che caratterizzano la fede, quella luce capace di guardare alle cose e di penetrare il loro significato nell’ottica di Dio » 9. 

« Tale dono è necessario per percepire il Mistero…, cioè il piano di salvezza che non si limita a togliere i peccati, ma vuole comunicare una rivelazione globale del di Dio tale da fare diventare evento già nella storia la funzione cosmico-escatologica di Cristo. … Per l’autore della lettera è evidente che la salvezza operata da Gesù, la redenzione, fa parte del piano originario di Dio, e non fu soltanto un’azione conseguente al peccato dell’umanità. La redenzione appartiene all’ Escaton, porta a termine il piano creatore presente nella mente di Dio dall’eternità » 

10. 

« Il verso 10 ci porta ad un culmine della riflessione dell’autore. ..il disegno divino corrisponde ad un progetto che Dio gestisce e vuole portare a termine secondo un certo ordine. E ciò che Dio vuole portare a termine in questo modo è la …Paolo…non ha in mente il tempo cronologico, il tempo come attimo fuggente, ma il tempo come momento opportuno, un tempo qualitativamente quantificato. » 

11. 

« Nel grande disegno di Dio che implica la funzione cosmica di Cristo, siamo coinvolti anche noi; anzi la ricapitolazione di tutte le cose ha l’umanità salvata come beneficiaria. Creato e umanità sono legati in questo disegno che  ha Dio come promotore e Cristo come mediatore. Dopo aver proclamato la rivelazione del Mistero, e cioè della funzione universale di Cristo, l’autore si ferma alla sua realizzazione storica. Egli riprende l’idea della predestinazione (v. 5), ma non più come decisione che dall’eternità si trova in Dio, ma come esperienza e coscienza che la comunità ha del Mistero portato avanti dagli interventi di Dio nella storia d’Israele e svelato in modo definitivo nell’evento-Cristo…Dio ci comunica tutto ciò che Egli possiede, e cioè Se stesso » 

12. 

« L’inno aggiunge che suona come un ritornello e ricorda ai cristiani quale è la risposta umana all’agire di Dio. La lode di Dio non è imposta come un dovere, ma scaturisce spontaneamente dinanzi alla rivelazione della grandezza dell’amore divino a favore dell’umanità. » 

13. 

« L’autore interpella direttamente la comunità, rimanda noi cristiani alle tre tappe della conversione: - l’ascolto della   - l’accoglienza della fede… - la probabile allusione al battesimo nell’immagine del sigillo identificato con lo Spirito Santo…L’inno ricorda che lo Spirito di Dio è lo , cioè lo Spirito promesso come dono escatologico dai profeti (Ez 36,25ss; Gl 3, 1-2 ecc.) ma anche lo Spirito che promette, che apre al futuro. » 

14. 

« Egli infatti è , come già insegnava Paolo (2Cor 1, 22; 5,5), un termine commerciale: un acconto che garantisce e anticipa il pieno compimento dell’opera divina a nostro favore; quindi non un semplice prestito che poi bisogna restituire, ma un dono stabilmente dato e che accompagna i credenti lungo il cammino fino al completo possesso dell’eredità divina (cfr. 1Pt 1, 3-5)…L’alleanza trova il suo culmine nel dono reciproco di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio. » 

Publié dans:Paolo - Inni |on 12 avril, 2008 |Pas de commentaires »

GLI INNI PAOLINI – PAPA BENEDETTO

Papa Benedetto ha commentato gli inni paolini, ho già messo il testo degli inni ed i commenti del Papa in una « Pages », ora metto il link alla « Pages » e inserisco questo post sotto la categoria « Paolo – inni » in modo da poter ritrovare tutti insieme i testi ed i commenti, quelli che ho già messo e quelli che metterò ancora; commenti esegetici ai testi ed altro, mano a mano che trovo;  

Papa Benedetto, commenti agli inni paolini, link alla « Pages »:

http://lapaginadisanpaolo.unblog.fr/benedetto-xvi-inni-paolini-testo-e-catechesi-del-papa/

Publié dans:Paolo - Inni |on 12 avril, 2008 |Pas de commentaires »

Mons. Gianfranco Ravasi: Lidia, l’imprenditrice di Filippi (Atti 13,50)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/2004/182004.htm

Mons. Gianfranco Ravasi

Lidia, l’imprenditrice di Filippi (Atti 13,50)

A prima vista può sembrare una notazione di taglio antifeminnista, propria della cultura orientale di impronta maschilista (ma anche il mondo greco-romano al riguardo non scherzava!).

Nel brano degli Atti degli Apostoli proposto dalla liturgia di questa quarta settimana di Pasqua si ha la descrizione del successo che la predicazione di Paolo e di Barnaba registra tra i pagani nella città di Antiochia di Pisidia, nell’attuale Turchia centrale. Poi, però, Luca annota: « I Giudei sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li cacciarono dal loro territorio » (13,50). Ora, nella vicenda missionaria di Paolo le cose non andarono sempre così. Anzi, spesso le donne furono ardenti sostenitrici della nuova fede. Vogliamo, allora, proporre un personaggio femminile minore degli Atti degli Apostoli che risponde proprio a questa caratteristica. Si tratta di una certa Lidia, una donna d’affari della città greca di Filippi, in Macedonia. Là, infatti, nacque la prima comunità

cristiana europea, dopo che l’Apostolo a Troade, nell’attuale Turchia, aveva avuto la visione notturna di un Macedone che lo supplicava: « Passa in Macedonia, e aiutaci! » (16,9).

Così, salpando da Troade, era approdato a Filippi e, dopo una sosta di alcuni giorni, di sabato si era recato fuori dalle porte della città lungo un fiume: là, infatti, si radunavano gli Ebrei locali che, non avendo una sinagoga, pregavano sulle rive di quel fiume così da avere a disposizione l’acqua per le abluzioni rituali. Paolo, com’era suo costume, si rivolse proprio a costoro. « C’era ad ascoltare una donna di nome Lidia, commerciante di porpora della città

di Tiatira, una credente in Dio, e il
Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo » (16,14).
Lidia portava un nome comune allora diffuso; era quello di una regione dell’Asia Minore, famosa per la sua prosperità (suo re era stato Creso!). Fu convertita all’ebraismo dal paganesimo: tale, infatti, è il valore della formula usata da Luca: « credente in Dio ». Era originaria di una città dell’Asia Minore, Tiatira, situata sul fiume Lico, famosa per le sue industrie di trattamento della porpora: la corporazione dei tintori di quel centro è attestata da molte iscrizioni venute alla luce.
Alla comunità cristiana di quella città era indirizzata una delle sette lettere dell’Apocalisse (2,18-29).
Anche Lidia apparteneva a quella corporazione di operatori commerciali che trattavano la porpora rossa e viola, ma si era trasferita poi a Filippi. la sua vita fu mutata proprio da quell’incontro.

Scrive Luca negli Atti: « Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: Se avete giudicato che io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa. E ci costrinse ad accettare » (16,15). E, anche dopo la carcerazione che Paolo col suo collaboratore Sila dovette subire a Filippi, la casa di Lidia rimase sempre aperta, divenendo una sorta di chiesa domestica dove i cristiani filippesi, tanto cari all’Apostolo, si riunivano in fraternità e in preghiera (16,40).

Publié dans:Card. Gianfranco Ravasi |on 11 avril, 2008 |Pas de commentaires »

Mons. Gianfranco Ravasi: Aquila e Priscilla, sposi Cristiani (epistolario paolino: lettere ai Romani, ai Corinzi e a Timoteo, degli Atti degli Apostoli, capitolo 18).

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2004/032004.htm

Mons Gianfranco Ravasi

Aquila e Priscilla, sposi Cristiani (epistolario paolino: lettere ai Romani, ai Corinzi e a Timoteo, degli Atti degli Apostoli, capitolo 18).

In quella festa paesana che ha al centro una coppia anonima di sposi e che è narrata dal Vangelo di Giovanni (2,1-11), letto in questa domenica, c’è la storia di tante coppie cristiane che nella loro città o nel loro villaggio, ben lontano da Cana di Galilea, hanno consacrato il loro amore con la presenza santificante di Cristo. Vorremmo far emergere da quella folla immensa di sposi cristiani due figure neotestamentarie, Aquila e Prisca (o Priscilla). Esse occhieggiano nelle pagine dell’epistolario paolino (lettere ai Romani, ai Corinzi e a Timoteo) e in quelle degli Atti degli Apostoli (capitolo 18).

Il marito portava un nome latino, Aquila, grecizzato in Akylas, ma era un ebreo nativo del Ponto (regione dell’attuale Turchia). Da quel territorio era emigrato a Roma ove si era sposato con Prisca, chiamata col diminutivo di Priscilla, nome anch’esso romano.

Quando l’imperatore Claudio (41-50 d.C.) espulse da Roma con un editto gli Ebrei ivi residenti, anche i due, che si erano convertiti al cristianesimo, dovettero lasciare la capitale e rifugiarsi a Corinto, in Grecia.

Qui incontrarono Paolo e – come scrive Luca negli Atti degli Apostoli – « poiché erano del medesimo mestiere, Paolo si stabilì nella loro casa e lavorava con loro: erano, infatti, di mestiere fabbricatori di tende » (18,3).

Questa amicizia con l’Apostolo continuò anche quando egli si trasferì a Efeso, nell’attuale Turchia costiera: essi Io seguirono e lo aiutarono nell’attività missionaria, dedicandosi alla formazione, « con maggiore accuratezza », di un convertito di nome Apollo, che sarebbe poi diventato un acclamato predicatore cristiano (18,26).

Essi erano ancora con Paolo quando egli scrisse da Efeso la prima lettera ai Corinzi. Infatti, in finale a quel testo si legge: « Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa » (16,19). È suggestiva la menzione della loro casa nella quale i cristiani si incontravano per ascoltare la Parola di Dio e per celebrare l’Eucaristia, trasformando così quell’appartamento in una « chiesa domestica », come accadeva nei primi anni del cristianesimo.

Cessato il divieto di Claudio, Aquila e Priscilla ritornarono a Roma e, allora, Paolo – scrivendo da Corinto ai cristiani della capitale la famosa lettera che è anche il suo capolavoro teologico -non esita a ricordare i suoi amici, tessendo una lode e un ringraziamento per il loro amore nei suoi confronti, un amore che gli aveva salvato la vita durante un tumulto scoppiato a Efeso, quando vivevano ancora insieme: « Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù: per salvarmi la vita essi hanno rischiato la loro testa e ad essi non io soltanto sono grato! » (Romani16,3-4).

Anche scrivendo per la seconda volta al discepolo e collaboratore Timoteo, Paolo non esiterà a menzionare questa coppia di sposi 2 Timoteo 4,19: « Saluta Prisca e Aquila », un vero modello di coniugi cristiani impegnati a testimoniare il Vangelo con la semplicità della loro vita e l’intensità del loro amore.

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Gianfranco Ravasi (2003) – Apollo, colto e gran predicatore (At 18,24)

 dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2003/272003.htm

Gianfranco Ravasi (2003) – (At 18,24)

Apollo, colto e gran predicatore

No, non parleremo ora di Apollo, figlio di Giove e di Latona e fratello di Diana, il dio romano del sole, della musica, della poesia, delle arti e della medicina. L
Apollo che vogliamo mettere in scena in greco Apollòs era un comune mortale: anzi, il suo nome era il diminutivo di Apollonio, un nome popolare nel mondo classico, a partire dallo scultore omonimo o da Apollonio Rodio, lautore del poema greco Gli Argonauti (III secolo a.C.), o dallApollonio filosofo ambulante pitagorico, famoso per i suoi presunti miracoli.

A parlare di Apollo, predicatore cristiano, siamo spinti dal fatto che in questa domenica leggiamo nella liturgia un brano della seconda Lettera di Paolo ai Corinzi. Ebbene, Apollo secondo gli Atti degli Apostoli (18,24) era un ebreo nato nella comunità della Diaspora giudaica di Alessandria dEgitto ed era un seguace dei discepoli del Battista che, anche dopo il ministero pubblico di Gesù, erano rimasti indipendenti e praticavano il battesimo di purificazione del loro maestro.Apollo era «un uomo colto, versato nelle Scritture» e gran oratore, e si era lasciato conquistare dalla figura di Cristo. Su stimolo di una coppia cri- I stiana di sposi, Aquila e Priscilla, amici di Paolo, era stato non solo formato con maggior profondità sulla dottrina cristiana, ma anche convinto a trasferirsi da Efeso, la città dellAsia minore (attuale Turchia occidentale egea) ove si trovava, a Corinto, in Grecia. «Giunto colà», scrive ancora Luca negli Atti degli Apostoli, «fu molto utile per coloro che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. Confutava con vigore i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo»

(18,27-28).

È così che la sua figura si legò indissolubilmente alla comunità cristiana della città greca di Corinto. Il legame fu così intenso che si era costituito un gruppo di suoi seguaci, probabilmente convertiti dal paganesimo e affascinati dalla sua eloquenza forbita. Costoro tendevano a far parte a sé, isolandosi rispetto agli altri gruppi di convertiti dal giudaismo o di tendenze più o meno aperte o rigoriste. Di questa situazione di tensione nella Chiesa di Corinto si ha testimonianza in un passo della prima Lettera di Paolo ai Corinzi.LApostolo, venuto a conoscenza a Efeso, dove soggiornava, di queste divisioni attraverso i dipendenti di una donna manager di Corinto di nome Cloe, scriveva: «Mi è stato segnalato dalla gente di Cloe, o frateffi, che vi sono discordie fra di voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo! oppure: Io invece sono di Apollo! E altri: E io sono di Cefa! O ancora: Io sono di Cristo! Ma Cristo è stato forse diviso?» (1,1 1-13). È facile intuire il rischio che correva quella Chiesa, frantumata in correnti e movimenti che si guardavano in cagnesco o erano in concorrenza. Più avanti nella stessa lettera Paolo ritornerà sulla questione: «Quando uno dice: Io sono di Paolo! E un altro: Io sono di Apollo! Non vidimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Solo ministri attraverso i quali siete venuti alla fede… Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualcosa, ma Dio che fa crescere»

(3,4-7).

In finale di lettera lApostolo cita ancora con rispetto «il fratello Apollo», che in quel momento era a Efeso con lui, annunziandone il ritorno, non però immediato, a Corinto (16,12). Da quel momento di Apollo non si saprà nulla. In passato alcuni (tra costoro ariche Lutero) ipotizzarono che fosse lautore della Lettera agli Ebrei.

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