Archive pour avril, 2008

Mons. Gianfranco Ravasi: Paolo rappacifica Evòdia e Sintinché (Fil)

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2005/382005.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2005)

PAOLO RAPPACIFICA EVÒDIA E SINTICHÉ (Fil)

Continua in questa domenica la lettura della Lettera di s. Paolo ai cristiani di Filippi. Nelle nostre memorie scolastiche questa città macedone — che portava il nome del suo fondatore, Filippo II, padre di Alessandro Magno (IV sec. a.C.) — è presente per la battaglia del 42 a.C. che vide lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio, da una parte, e Bruto e Cassio, dall’altra, e per quel celebre motto legato a questo evento: «Ci rivedremo a Filippi!», desunto dalla Vita di Giulio Cesare dello storico greco Plutarco. Per il cristianesimo Filippi, che ancor oggi offre una significativa testimonianza archeologica della sua gloria antica, è legata invece alla presenza di Paolo, qui giunto dopo la visione notturna avuta a Troade (nei pressi dell’antica Troia) nella quale un macedone implorava l’Apostolo: «Passa in Macedonia e aiutaci!» (Atti 16,9).

Dopo Epafrodito, presentato la scorsa settimana, da quella Lettera paolina facciamo emergere due donne cristiane, attorno alle quali si è consumato anche un piccolo giallo esegetico. Ma cominciamo con l’ascoltare le parole di Paolo che scrive: «Esorto Evodia ed esorto Sintiche ad andare d’accordo nel Signore. E prego te pure, mio fedele collaboratore, di aiutarle, poiché hanno combattuto per il Vangelo insieme con me» (Filippesi 4,2-3).

Procediamo per ordine. Nella comunità cristiana di Filippi due cristiane si beccano tra loro tant’è vero che Paolo deve esortarle calorosamente ad “andare d’accordo”, letteralmente ad “avere le stesse idee”.

In questa vicenda, c’è un duplice paradosso. Il primo è esteriore ed è quasi divertente: i nomi delle due donne significano rispettivamente in greco “cammino buono, facile” (eu-odia), e “sorte comune”, “incontro” (syn-tyche), significati che vengono smentiti dai loro litigi. Il secondo paradosso è ben più lacerante: come ricorda Paolo, esse “hanno lottato”, con lui per il Vangelo
(il verbo usato è quello “atletico” più che militare) e ora smentiscono quel comune impegno di fede.

È a questo punto che entra in scena l’enigma a cui sopra si accennava. Infatti, l’Apostolo fa appello a un non meglio specificato “fedele collaboratore” perché funga da mediatore tra le due avversarie così da espletare la missione di pacificazione.

Ora, in greco “collaboratore” è syzygos (letteralmente “colui che condivide lo stesso giogo”, ossia lo stesso compito o incarico), un termine che può essere inteso anche come nome proprio. In questo caso, oltre a Epafrodito — già entrato in scena, a cui pensano anche in questo caso alcuni commentatori — e oltre a Clemente, un altro collaboratore a cui si fa cenno in questo stesso passo (4,3), salirebbe sulla ribalta un’altra figura della Chiesa filippese, questo misterioso Sizigo, non altrimenti noto ma dal nome suggestivo.

Certo è che anche una comunità così cara a Paolo e a lui costantemente vicina rivela al suo interno tensioni, divisioni e ripicche. Un fenomeno che esploderà a Corinto, come attesta la Prima Lettera indirizzata dall’Apostolo a quella Chiesa (1,1 1-13). Un elemento che ci mostra l”incarnazione” della parola di Dio nella storia di tutti i tempi, rivelando non solo gli splendori della fede ma anche le piccinerie e le miserie dei credenti.

Mons. Gianfranco Ravasi: San Paolo figlio di tre culture (presentazione di Paolo, Rm)

dal sito:

http://www.novena.it/ravasi/2005/132005.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI

SAN PAOLO, FIGLIO DI TRE CULTURE (presentazione di Paolo, Rm)

Non ho mai avuto il coraggio di proporre san Paolo nella nostra galleria di ritratti perché ero consapevole di disegnare solo uno sgorbio, avendo a disposizione soltanto poche righe: si pensi che una delle ultime biografie paoline, la Vita di Paolo di Jerome Murphy O’Connor (Paideia 2003), si sviluppa per ben 472 fittissime pagine.

In questa domenica pasquale ho pensato di evocarlo per accostarlo all’apostolo protagonista della pagina evangelica che la liturgia propone, Tommaso. Il tema, infatti, che li unisce (o divide?) è quello della fede, uno dei nodi capitali del pensiero paolino.
Non traccerò, perciò, un profilo di questo apostolo straordinario, figlio di tre culture, l’ebraica della sua genesi umana e spirituale, la greca per la sua lingua, la romana per la sua identità civile, essendo nato nella colonia imperiale di Tarso in Cilicia, nell’attuale Turchia meridionale. Né cercherò di presentare quell’epistolario che è entrato nel Nuovo Testamento e che quasi ogni domenica èletto nella liturgia cristiana. Vorrei, invece, fermarmi proprio nel cuore della sua teologia che ha la sua splendida formulazione soprattutto nella Lettera ai Romani.

E proprio questa teologia che ha imposto a Saulo-Paolo (ricordiamo che Saul era il nome del primo re di Israele, appartenente – come l’Apostolo – alla tribù di Beniamino) una definizione ambigua, quella di « secondo fondatore del cristianesimo », quasi niettendolo in alternativa a Gesù. In realtà trascrive per un nuovo orizzonte socio-culturale un messaggio che aveva la sua radice nella Pasqua di Cristo. Ebbene, egli intreccia nella sua rappresentazione della salvezza due parole greche decisive, clufris e pistis.

La prima, charis (che è alla base dei nostri « caro », « carezza », « carità »), è la « grazia », ossia l’amore di Dio che per primo si mette sulla strada dell’umanità ferita dal peccato. Scriveva Paolo, citando Isaia: « Io, il Signore, mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non mi invocavano » (Romani 10,20). In principio c’è, dunque, la luce divina che brilla nell’oscurità della « carne » peccatrice della persona umana. È questo il senso del famoso grido finale del Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos: « Tutto è grazia! ».

Ma ecco apparire l’altra parola, pistis, « fede ». Essa è simile a braccia aperte che accolgono la chàris, la grazia donata da Dio in Cristo. Illuminato dal Signore, l’uomo deve rispondere con la sua libertà di adesione o di rifiuto. Egli può afferrare la mano divina che si tende a lui per sollevarlo fuori dalle sabbie mobili del peccato. Da questo abbraccio nasce quello che Paolo chiama l’uomo « giustificato », ossia salvato, pervaso dallo stesso spirito divino per cui egli si rivolge a Dio invocandolo come abba, ossia « babbo, padre » (Romani 8,15).

Lasciamo, così, l’Apostolo per eccellenza, immaginandolo in uno dei tanti ritratti a lui dedicati dalla storia dell’arte, spesso in compagnia dell’altro apostolo per antonomasia, Pietro. Proprio come ha fatto il pittore EI Greco (1541-1614) in una celebre tela con gli indimenticabili profili allampanati di questi due testimoni di Cristo, tela ora conservata al Museo nazionale di Stoccolma.

MONS. GIANFRANCO RAVASI: SÒSTENE, COLLABORATORE DI S. PAOLO (1Cor; Atti)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/2005/032005.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI (2005)

SÒSTENE, COLLABORATORE DI S. PAOLO (1Cor; Atti)

«Paolo, chiamato a essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla chiesa di Dio che è in Corinto…».

Si apre con queste parole, che costituiscono la cosiddetta subscriptio o titolatura epistolare, la prima Lettera di san Paolo ai Corinzi che proprio in questa domenica si inizia a leggere nella liturgia. Abbiamo, così, deciso di far emergere questo oscuro personaggio, in greco Sosthénes, tradotto in Sòstene, una figura attorno alla quale ruota un piccolo e irrisolto enigma.

Se, infatti, prendiamo in mano il racconto che Luca fa, negli Atti degli Apostoli, del soggiorno di Paolo a Corinto, scopriamo questa informazione: quando l’Apostolo fu deferito dagli ebrei residenti in quella città greca al tribunale romano presieduto da Gallione, dopo la sua assoluzione e messa in libertà, i giudei « afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale » (18,17).

Tuttavia lo stesso Luca, poche righe prima, parlava di unaltro «capo della sinagoga, Crispo», che « aveva creduto nel Signore assieme a tutta la sua famiglia » (18,8).

Ecco, allora, l’enigma: chi era questo Sòstene? Era un altro nome di Crispo? Oppure era un altro ebreo a capo di un’altra sinagoga di Corinto? È da identificare col Sòstene che si incontra nell’apertura della Lettera sopra citata? Alcuni hanno appunto ipotizzato un unico personaggio che, una volta convertito, si sarebbe con passione schierato dalla parte di Paolo, tanto da divenire una sorta di « co-autore » della prima Lettera ai Connzi, collaboratore fedele dell’Apostolo. Ora, Paolo scrive la sua epistola da Efeso (16,8), che è nell’attuale Turchia: come può Sèstene co-firmare lo scritto? Forse egli si era recato in visita a Paolo con quella delegazione corinzia che è evocata proprio nella finale della Lettera: « Io mi rallegro della visita di Stefana, di Fortunato e di Acaico, i quali hanno supplito alla vostra assenza; essi hanno allietato il mio spirito e allieteranno anche il vostro » (16,17-18).

Forse, per la sua autorevolezza di ex-capo della sinagoga, egli presiedeva la delegazione e, così, Paolo l’aveva associato a sé nella stesura del testo che voleva destinare alla Chiesa corinzia, una comunità piuttosto turbolenta che aveva creato non pochi problemi all’Apostolo, come si riesce a dedurre dalla seconda Lettera che a essi Paolo in seguito indirizzerà. Sta di fatto che gli scritti paolini non mancano di far emergere nomi e volti di cristiani che partecipavano alla testimonianza e alla missione di evangelizzazione.

Così, vorremmo almeno far emergere quella Cloe che fa capolino poche righe dopo nella stessa Lettera (quelle che verranno lette la prossima domenica).
« Mi è stato segnalato », scrive Paolo, « dalla gente di Cloe che vi sono discordie tra voi » (1,1 1).

Probabilmente Cloe era un’imprenditrice che aveva traffici mercantili tra Corinto ed Efeso: era stata lei, attraverso i suoi dipendenti, a comunicare all’Apostolo la grave situazione di lacerazione in cui versava la Chiesa di Corinto. Era venuta da lei la spinta ideale alla risposta che Paolo e Sòstene avevano approntato per i cristiani corinzi.

Preghiera a San Paolo Apostolo (da un santino che ho a casa)

Preghiera a San Paolo Apostolo

(su un santino che ho a casa)

O Santo Apostolo Paolo che,

da persecutore del nome cristiano,

diventasti imitatore di Cristo

e annunciatore del suo Vangelo,

rendici attenti ascoltatori

della parola che salva

e conduce alla vita.

Infaticabile Apostolo, che dopo

la conversione di Damasco

percorresti le strade del mondo

per far conoscere Gesù Cristo

e per Lui soffristi carcere,

flagellazioni, naufragi

e persecuzioni fino ad essere

decapitato, rendici capaci

di accogliere come dono di Dio

le sofferenze della vita presente

e di camminare sempre

nelle vie del Vangelo.

Fa che l’azione misteriosa

dello Spirito susciti ancora

nella Chiesa apostoli coraggiosi

e generosi che,

come te, portino ad ogni lingua

e ad ogni cultura l’annuncio

salvifico del Vangelo. Amen

(dagli scritti di G. Alberione)

San Clemente I Papa: Molti sono i sentieri, una la via (Eb 1, 3-4)

VENERDÌ 18 APRILE 2008

UFFICIO DELLE LETTURE – SECONDA LETTURA

Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
(Capp. 36, 1-2; 37-38; Funk, 1, 145-149)

Molti sono i sentieri, una la via

Carissimi, la via, in cui trovare la salvezza, è Gesù Cristo, sacerdote del nostro sacrificio, difensore e sostegno della nostra debolezza.
Per mezzo di lui possiamo guardare l’altezza dei cieli, per lui noi contempliamo il volto purissimo e sublime di Dio, per lui sono stati aperti gli occhi del nostro cuore, per lui la nostra mente insensata e ottenebrata rifiorisce nella luce, per lui il Signore ha voluto che gustassimo la scienza immortale. Egli, che è l’irradiazione della gloria di Dio, è tanto superiore agli angeli, quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato (cfr. Eb 1, 3-4).
Prestiamo servizio, dunque, o fratelli, con ogni alacrità sotto i suoi comandi, santi e perfetti.
Guardiamo i soldati che militano sotto i nostri capi, con quanta disciplina, docilità e sottomissione eseguiscono gli ordini ricevuti. Non tutti sono capi supremi, o comandanti di mille, di cento, o di cinquanta soldati e così via. Ciascuno però nel suo rango compie quanto è ordinato dal re e dai capi superiori. I grandi non possono stare senza i piccoli, né i piccoli senza i grandi. Gli uni si trovano frammisti agli altri, di qui l’utilità reciproca.
Ci serva di esempio il nostro corpo. La testa senza i piedi non è niente, come pure i piedi senza la testa. Anche le membra più piccole del nostro corpo sono necessarie e utili a tutto l’organismo. Anzi tutte si accordano e si sottomettono al medesimo fine che è la salvezza di tutto il corpo.
Tutto ciò che noi siamo nella totalità del nostro corpo, rimaniamo in Gesù Cristo. Ciascuno sia sottomesso al suo prossimo, secondo il dono di grazia a lui concesso.
Il forte si prenda cura del debole, il debole rispetti il forte. Il ricco soccorra il povero, il povero lodi Dio perché gli ha concesso che vi sia chi viene in aiuto alla sua indigenza. Il sapiente mostri la sua sapienza non con le parole, ma con le opere buone. L’umile non dia testimonianza a se stesso, ma lasci che altri testimonino per lui. Chi è casto di corpo non se ne vanti, ma riconosca il merito a colui che gli concede il dono della continenza. Consideriamo dunque, o fratelli, di quale materia siamo fatti, chi siamo e con quale natura siamo entrati nel mondo. Colui che ci ha creati e plasmati fu lui a introdurci nel suo mondo, facendoci uscire da una notte funerea. Fu lui a dotarci di grandi beni ancor prima che nascessimo.
Pertanto, avendo ricevuto ogni cosa da lui, dobbiamo ringraziarlo di tutto. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

San Pietro Crisologo: Sii sacrificio e sacerdote di Dio (Rm 12,1)

MARTEDÌ 15 APRILE 2008

UFFICIO DELLE LETTURE -SECONDA LETTURA

Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo
(Disc. 108; PL 52, 499-500)

Sii sacrificio e sacerdote di Dio

«Vi prego per la misericordia di Dio» (Rm 12, 1). E’ Paolo che chiede, anzi è Dio per mezzo di Paolo che chiede, perché vuole essere più amato che temuto. Dio chiede perché vuol essere non tanto Signore, quanto Padre. Il Signore chiede per misericordia, per non punire nel rigore.
Ascolta il Signore che chiede: vedete, vedete in me il vostro corpo, le vostre membra, il vostro cuore, le vostre ossa, il vostro sangue. E se temete ciò che è di Dio, perché non amate almeno ciò che è vostro? Se rifuggite dal padrone, perché non ricorrete al congiunto?
Ma forse vi copre di confusione la gravità della passione che mi avete inflitto. Non abbiate timore. Questa croce non è un pungiglione per me, ma per la morte. Questi chiodi non mi procurano tanto dolore, quanto imprimono più profondamente in me l’amore verso di voi. Queste ferite non mi fanno gemere, ma piuttosto introducono voi nel mio interno. Il mio corpo disteso anziché accrescere la pena, allarga gli spazi del cuore per accogliervi. Il mio sangue non è perduto per me, ma è donato in riscatto per voi.
Venite, dunque, ritornate. Sperimentate almeno la mia tenerezza paterna, che ricambia il male col bene, le ingiurie con l’amore, ferite tanto grandi con una carità così immensa.
Ma ascoltiamo adesso l’Apostolo: «Vi esorto», dice, «ad offrire i vostri corpi» (Rm 12, 1). L’Apostolo così vede tutti gli uomini innalzati alla dignità sacerdotale per offrire i propri corpi come sacrificio vivente.
O immensa dignità del sacerdozio cristiano! L’uomo è divenuto vittima e sacerdote per se stesso. L’uomo non cerca fuori di sé ciò che deve immolare a Dio, ma porta con sé e in sé ciò che sacrifica a Dio per sé. La vittima permane, senza mutarsi, e rimane uguale a se stesso il sacerdote, poiché la vittima viene immolata ma vive, e il sacerdote non può dare la morte a chi compie il sacrificio.
Mirabile sacrificio, quello dove si offre il corpo senza ferimento del corpo e il sangue senza versamento di sangue. «Vi esorto per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente».
Fratelli, questo sacrificio è modellato su quello di Cristo e risponde al disegno che egli si prefisse, perché, per dare vita al mondo, egli immolò e rese vivo il suo corpo; e davvero egli fece il suo corpo ostia viva perché, ucciso, esso vive. In questa vittima, dunque, è corrisposto alla morte il suo prezzo. Ma la vittima rimane, la vittima vive e la morte è punita. Da qui viene che i martiri nascono quando muoiono, cominciano a vivere con la fine, vivono quando sono uccisi, brillano nel cielo essi che sulla terra erano creduti estinti.
«Vi esorto, dice, o fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo». Questo è quanto il profeta ha predetto: Non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai dato un corpo (cfr. Sal 39, 7 volg.) . Sii, o uomo, sii sacrificio e sacerdote di Dio; non perdere ciò che la divina volontà ti ha dato e concesso. Rivesti la stola della santità. Cingi la fascia della castità. Cristo sia la protezione del tuo capo. La croce permanga a difesa della tua fronte. Accosta al tuo petto il sacramento della scienza divina. Fa’ salire sempre l’incenso della preghiera, come odore soave. Afferra la spada dello spirito, fà del tuo cuore un altare, e così presenta con ferma fiducia il tuo corpo quale vittima a Dio.
Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla morte.

17 aprile 2008 – DIO NEL CIELO E « SOTTO I NOSTRI PIEDI »

17 aprile 2008 – DIO NEL CIELO E « SOTTO I NOSTRI PIEDI »

sto rileggendo la presentazione di San Paolo apostolo ai Romani di Jean-pierre Lémonon, Lettere di San Paolo, già utilizzato per qualche commento sulle lettere. La comunità di Roma era composta di da cristiani di origine giudaica e da cristiani di origine ebraica, i pagano-cristiani, come li chiama il biblista, stavano aumentando di numero e l’attrito tra le due « anime » si rafforzava, inoltre i pagano-cristiani cominciano a ritenere che Israele avesse perduto il suo posto nel « piano misterioso di Dio », Paolo, senza ignorare nessuno, si rivolge in primo luogo ai pagano-cristiani, scrive Lémonon a pag 36 del libro, che tendono a rifiutare l’antica Alleanza, Paolo più volte nella lettera afferma che il messaggio di salvezza non annulla l’anteriorità della fede di Israele;

Paolo scrive ancora nella Lettera ai Romani 11,16-24 che nell’ulivo buono che è Israele sono stati innestati i rami d’ulivo selvatico che sono i pagani. E san Paolo, l’antico fariseo divenuto «l’apostolo delle nazioni» dirà ai pagano-cristiano: «Non menar tanto vanto; non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te» (Rom. 11, 18)…è l’ebreo che ti porta.

La considerazione che mi viene da fare, ed è molto tempo che ci penso, che anche noi oggi siamo tentati a vedere ed anche a credere in un cristianesimo a partire da Gesù – ossia storicamente da Gesù – e a dimenticare la « storia » della salvezza;

la Croce di Cristo estende le sue braccia su tutta la storia e al di sopra di essa, niente è perduto del passato, ma tutto è disegno di Dio, la storia della salvezza, l’antica – e sempre nuova perché mai rinnegata da Dio – alleanza precorre la venuta di Cristo e sta, comunque. alla radice della nostra fede;

di più, oltre l’oggi temporale delle cose che facciamo, di ciò che crediamo, c’è il futuro che vorremmo progettare, ma che ci sfugge sempre dalle mani; il « disegno di Dio » nel pensiero di San Paolo – nell’annunzio di Cristo, nei vangeli – si protende anche verso il futuro;

direi, inoltre, che la storia della salvezza « sovrasta » anche la storia stessa per entrare nell’eternità: dall’eternità di Dio arriva la rivelazione, le tavole della legge, l’Alleanza, Gesù dopo la sua morte ritorna al Padre, la sua storia va verso l’eternità che sembra esser lo stesso Dio;

in Paolo c’è la necessità urgente, pressante, appassionata di predicare Gesù, morto e risorto, ma anche che tutto, il tutto, è al di sopra del contingente, l’amore di Cristo è al di sopra di tutto: « Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? …Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. » (Rm 8, 35-39), questo viene chiamato, titolo della Bibbia: « Inno all’amore di Dio »;

ma poi prosegue, leggo Rm 11,16-18: « Se le primizie sono sante, lo sarà tutta la pasta; se santa è la radice, lo saranno anche i rami. Se però alcuni rami sono stati tagliati e tu, essendo oleastro, sei stato innestato al loro posto, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, non menar tanto vanto contro i rami! Se ti vuoi proprio vantare, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. »;

tutta la storia, da quando Dio si è compiaciuto della sua creazione, va verso Cristo, va verso il Padre, è proprio lo sguardo Paolo – pur annunziato la salvezza di Cristo nella storia, in luoghi e città precise, a persone spesso conosciute – che rimanda oltre il contingente al di sopra della vita e della morte;

così come la storia – ed in fondo è a questo discorso che volevo arrivare – sembra che camini sopra l’eternità, sopra Dio stesso;

l’eternità – in Paolo, ma anche in tutta la Scrittura – sembra spuntare sotto i nostri piedi, come i fili d’erba e, sembra, ugualmente, venire dal cielo;

noi non poggiamo i piedi su di un suolo dove sotto c’è solo la terra dove si seppelliscono i morti, ma sotto i nostri piedi c’è Dio; nella terra è stato sepolto Cristo, come seme che porta frutto; dalla terra fino al cielo si innalza il braccio verticale della croce, dal passato verso il futuro le braccia orizzontali della croce ed oltre;

nella fede di Paolo, nella sua certezza, mi sembra di intravedere l’abbraccio di Dio, leggiamo nel salmo 139 che il salmista rende lode a Dio per la sua presenza nella sua vita: Dio lo « circonda », egli trova Dio nel cielo, ed ecco lo trova anche negli inferi, posto il salmo 139 da 1 a 10 (sono 24 versi):      

Al maestro del coro. Di Davide. Salmo. 

Signore, tu mi scruti e mi conosci, 2 tu sai quando seggo e quando mi alzo. 

Penetri da lontano i miei pensieri, 3 mi scruti quando cammino e quando riposo. 

Ti sono note tutte le mie vie; 4 la mia parola non è ancora sulla lingua 

e tu, Signore, già la conosci tutta. 5 Alle spalle e di fronte mi circondi 

e poni su di me la tua mano. 6 Stupenda per me la tua saggezza, 

troppo alta, e io non la comprendo. 7 Dove andare lontano dal tuo spirito, 

dove fuggire dalla tua presenza? 8 Se salgo in cielo, là tu sei, 

se scendo negli inferi, eccoti. 9 Se prendo le ali dell’aurora 

per abitare all’estremità del mare, 10 anche là mi guida la tua mano 

e mi afferra la tua destra.

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